angurie

Tarditarditarditardi…

Voce della Coscienza – Clarina? latelate

Clarina (correndo torno torno, come usava dirsi un tempo, con più impegno che efficacia) – Ètardiètardiètardiètardi…

VdC – Tardì, sì. Devi–

C. – Tardissimissimissimo!

VdC – Sì, e devi post–

C. – The hurrier I go, the behinder I get!

VdC – Ho afferrato il concetto, ma–

C. – Non distrarmi. È tarditarditard–

VdC – Clarina!!

La Clarina sobbalza, si ferma di botto, si guarda attorno, fa gli occhi tondi…

VdC (per nulla impietosita) – Che diamine fai, si può sapere?

C. (fa gli occhi ancora più tondi, estrae dal taschino che non ha un orologio che non porta,  indica timidamente le lancette che non segnano nessuna ora in particolare e pigola…) – È tardi…

VdC – E credi che correre in tondo migliori le cose?

C. – Non corro in tondo. Corro torno torno – e non levare gli occhi al cielo.

VdC – Non levo nessun occhio a nessun cielo. Nemmeno li ho, gli occhi da levare: sono una voce disincarnata che vive tra le tue orecchie.

C. – Vero. Ma quello che intendevo–

VdC – Fa nulla. Rispondi: trovi che correre torno torno migliori le cose?

C. (miserably) – Per niente. The hurrier I go–

VdC – Già detto. E allora fermati.

C. – Non posso, giusto cielo! Ti pare che possa? La Casa dell’Inglese, la valutazione, Sir Richard Martin, novembre e non ottobre, le dispense, la traduzione, le prove, la corrispondenza, la primavera che incombe minacciosa, le prove, il Palcoscenico di Carta – Canterbury, oh diavolo: Canterbury! – un blog, due blog… (Senza nemmeno accorgersene, ha ripreso a correre sul posto)

VdC – Clarina!!

C. (sobbalza sull’attenti, mordendosi la lingua nel processo) – Ow!

VdC – Così non va, ragazza. Non va e non va. Respira profondamente.

C. – Non ho tempo di respirare profondamente. La Casa dell’Inglese, la valutazione, Sir Richard Martin, novembre–

VdC – Clarina!!!

C. (sobbalza anew) – E piantala, perbacco! Neanche dissanguarmi a morsi mi aiuta, sai? Già ho il ferro basso…

VdC – Scusa. Vero anche questo. Ma così non va. Non va nemmeno un po’. Non va per niente… -ente… -ente… -ente…

C. (esce  di scena borbottando tra sé) – La Casa dell’Inglese, la valutazione, Sir Richard Martin, novembre e non ottobre, le dispense, la traduzione, le prove, la corrispondenza, la primavera che incombe minacciosa, un blog, due blog…

VdC (alla scena vuota) – Ma non mi ascolti neanche, sciagurata? Dove vai? A correre sul posto altrove? Guarda che ti vedo lo stesso! Abito tra le tue orecchie…

C. (fuori scena) – E di tra le mie orecchie, che cosa suggerisci di fare?

VdC – Er…

Buio.

Soffrite il cambio di stagione? Vi sentite sopraffatti? Sentite il bisogno di cambiare ritmo? Più vi affrettate, più restate indietro? Se dipendesse da voi andreste in letargo? Vi scoprite una tendenza a perdere per strada mesi interi e a confondere quartieri?

Sì?

Volete una soluzione?

Sì?

Anche noi. Se ne trovate una, ci fate sapere?

 

cinema · musica

Cerf-Volant

Les Choristes è uno di quei film che voglio vedere da secoli e poi, per un motivo o per l’altro, non vedo mai.

Di sicuro ha un’incantevole colonna sonora. Il genere di musica che si ascolta volentieri con le finestre aperte la prima domenica di primavera, per dire…

Et donc, buona prima domenica di primavera a tutti.

grillopensante · Poesia

(Prima)vera Poesia

Credete di poter sopportare una reminiscenza?

Stiamo parlando di venticinque anni orsono – proprio come oggi. Mi si affibbiò un tema sulla primavera, perché allora l’11 novembre si faceva il tema su S. Martino e le castagne, a settembre si raccontavano le vacanze, il 19 marzo si parlava del papà e il 21 marzo, invariabilmente, di primavera.

Il tema che ho in mente era più avventuroso del consueto, e richiedeva di aggiungere alla prosa un po’ di poesia. Le nostre impressioni personali e i nostri sentimenti – in versi.

E la piccola Clarina – che allora le poesie credeva di scriverle, ma rigorosamente in privato e mai si sarebbe sognata di esporle a scuola – si rifiutò di prendere la faccenda sul serio. Però, siccome il tema voleva prosa&versi, anziché sdilinquirsi sui fiori e le rondini, fece dell’ironia su allergie da pollini, piovaschi e altre amenità stagionali – prima in prosa e poi in quelli che le piaceva considerare ottonari.

Poi intendiamoci – non è che non mi sdilinquissi su fiori e rondinelle, anzi. Avevo una vena altamente sentimentale, nella mia infanzia. Però la tenevo per me e per i membri più anziani della famiglia, quelli che non mancavano mai d’impressionarsi e di dire cose come “che bambina!” o “che testolina d’oro!” Piccola potevo essere, ma ero già una spudorata pescatrice di complimenti – e bisogna dire che sulla bontà della mia vena altamente sentimentale nutrissi già qualche dubbio.

Ad ogni modo, la filastrocca. Non credo fosse nulla di che, però ricordo che ero molto soddisfatta dei miei ottonari in rima baciata, e del fatto che fosse ironica. Mia nonna mi aveva recentemente introdotta al Giusti, you know

Ma temo di dover dire che non andò molto bene. L’insegnante non apprezzò. Disse che non prendevo sul serio la faccenda in particolare e la scuola in generale. Non era rispettoso nei confronti suoi e dei miei compagni che avevano scritto poesie “vere”.

Quest’ultima rampogna mi indignò da non dirsi: la maggior parte delle poesie “vere” consisteva nell’andare a capo a strani intervalli e, nella migliore delle ipotesi, nell’occasionale sole rimato con le viole. Io avevo fatto gli ottonari, dannazione, ed erano tutti rimati, e avevo fatto dell’ironia! Perché la mia non era una poesia “vera”?

Fastforward all’anno scorso e a un piccolo premio letterario locale dove, per una serie di circostanze bizzarre, mi ritrovo in giuria. Ci sono sezioni separate per prosa e poesia, e io provo a dire che per la seconda non sono competente, ma niente da fare, e mi ritrovo a giudicare anche lì. Consapevole dei miei limiti, me ne sto zitta abbastanza a lungo mentre il limitato numero di componimenti meritevoli viene scremato e s’individuano i vincitori. Passato quello, però si viene alle menzioni e, tra le valanghe di gente che va a capo a strani intervalli, si sdilinquisce sulla primavera e il suo primo amore e rima cielo e fiori di melo, compare una faccenda bizzarra, un notturno con uno schema di rime sofisticate e tutta una serie di rimandi ottocenteschi. E mi punge vaghezza di dire che meriterebbe una menzione.

“Ma non è originale! Questo verso è copiato da Leopardi!”

“Ma quest’altro è manzoniano.”

“Ma quest’altro è dannunziano…”

Dico che sì. Appunto. Non è plagio – più o meno consapevole. Sono echi inseriti apposta, è una specie di pastiche fatto con una certa consapevolezza tecnica…

E  c’è questa signora che mi guarda con aria gelida e dice che non capisce bene. “Lei la giudica  meritevole, questa cosa del tutto formale?”

E un’altra signora chiosa che non si tratta di “vera poesia”, e io mi sento di nuovo sui banchi di scuola – però adesso sono attrezzata e mi lancio in una disquisizione su come la forma sia sostanza, e su come a differenziare la poesia dalla prosa sia la tecnica più che i fior di melo e la disposizione random delle parole sulla pagina… E cito il rigore tecnico dei grandi poeti, e mi rifiuto di ammettere che casualità e sentimento frullati insieme producano poesia.

Alla fin fine il notturno finisce menzionato, ma le due signore mi portano ancora rancore – un po’ come io ne porto un filo all’insegnante dopo un quarto di secolo…

Lo so, lo so: è partita come una reminiscenza ed è finita in un rant – ma mi irrita nel profondo questa diffusa convinzione che per scrivere poesia basti aprirsi le coronarie e spargerne il contenuto a manciate sulla pagina – badando di andare a capo spesso.