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10 Viaggi Storico-Letterari

LLTCRicordate la Literary London Touring Company? Nel corso di una drammatica riunione, i vertici di LLTC hanno deciso che il mercato, la congiuntura e la naturale evoluzione aziendale impongono di allargare il campo d’azione dell’agenzia da Londra all’Europa tutta, aggiungendo alle passeggiate londinesi una serie di itinerari sulle tracce di romanzi, autori e storia varia. Considerateci un incrocio tra Thomas Cook e Waterstone’s.

E siccome l’estate è giunta, ed è tempo di meditar di vacanze e viaggi, ecco una prima selezione di idee – qualcuna sperimentata, qualcuna della materia di cui son fatti i sogni:
DonQ1) Esquivias, Toledo, Almagro, Puerto Lapice, El Toboso, Mota del Cuervo e Belmonte… un sacco di Spagna rossiccia e bruciata dal sole, mulini a vento, case bianche, città medievali e laghetti incantati sulle tracce del Don Quixote, con puntata ad Alcalà de Hénares (in onore di Cervantes).

2) To(s)tes, Ry e Rouen: campagna profonda, burro, nebbia e cattedrali gotiche nella Haute Normandie di Madame Bovary. Con serata all’opera – possibilmente Lucia di Lammermoor.

3) Puntata extraeuropea: Yenbo, Weih, Aqaba, Maan, Amman, Deraa, Damasco – ripercorrendo le tappe di Lawrence e dei suoi guerriglieri arabi, su su lungo la ferrovia dell’Hijaz, in Giordania e in Siria… Con escursioni facoltative a Suez e Bersheeba. Non necessariamente tutto a dorso di cammello, però. AlanTrek

4) Per gente dai forti garretti, la sgambata di David Balfour e Alan Breck Stewart su e giù per le Highlands scozzesi, tra l’erica, le pecore e gli haggis dalla sperduta isola di Iona fino a Balquhidder, Stirling e infine Edinburgo – comprensivo di partita a carte in nascondiglio di montagna e concerto di cornamusa.

5) Una crociera da Lisbona a Cadice ad Arzila in Marocco – e da lì a cavallo ad Alcacér Quibir, il luogo della Battaglia dei Tre Re, sulle orme della tragica crociata di Don Sebastiano del Portogallo nel 1578. Ritorno garantito – senza versamento di riscatto.

6) Mosca-San Pietroburgo in treno, come Anna Karenina – lungo tragitto diritto tra boschi di betulle e piane nebbiose, allietato dai mercatini improvvisati sui marciapiedi nelle fermate, dove le babushke insciallate vendono frutti di bosco, funghi, semi caramellati e centrini. È vivamente consigliato avere al seguito musica di Tchaikowskij e qualche voluminoso romanzo russo (o francese), dalle pagine intonse. Il tagliacarte d’argento è de rigueur. Vietato attraversare i binari – servirsi del sottopasso.

ElephantCruise7) Cartagena, Sagunto, i Pirenei, il Reno (crociera fluvialelefantina), un passo alpino a scelta, Torino, la Trebbia, il lago Trasimeno, Canne, Capua, breve puntata su Roma, Taranto, traversata in Africa, Adrumeto, Cartagine, Zama. Un viaggio impegnativo: durata consigliata – una  ventina d’anni.

8) Ancora Spagna: Madrid, Alcalà, San Lorenzo del Escorial, San Yuste (che pure è più fuori mano di quanto Schiller credesse), sulle tracce di Don Carlos.

9) 12 giorni nella Francia centro-occidentale, a piedi tra Le Monastier e Saint-Jean-du-Garde, come Stevenson e la sua asina. Gli abitanti di Le Monastier allevano scuderie piene di asinelle astute e cocciutissime chiamate Modestine, e le addestrano alla nobile arte del ricatto morale prima di noleggiarle ai camminatori stevensoniani.Soliman

10) Viaggio complicato: da Lisbona a Barcellona per via di terra, poi per nave fino a Genova. Ancora per terra Milano, Cremona, Mantova, il Brennero, Innsbruck e da lì una lunga crociera fluviale via Inn e Danubio fino a Vienna. La bellezza del viaggio consiste nel compierlo a dorso d’elefante – come avvenne per il pachiderma Solimano alla metà del Cinquecento. Si tende a pensare che l’unico a scriverne sia stato Saramago, ma in realtà Solimano vanta a suo credito tutta una letteratura, dai poemi coevi, alle storie per bambini, alla saggistica, a un trattato sulla diplomazia elefantina…

Ecco. Per una volta, dieci ne avevamo promessi e dieci sono. In alternativa, potete considerarla una lista di suggerimenti per le letture estive. E si capisce che The LLTC sarà lieta di prendere in considerazione suggerimenti, idee ed ispirazioni.

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libri, libri e libri

Elefanti

smallcelebratingelephantAlla fin fine questo post è per L., e siccome ieri era la Giornata Mondiale degli Elefanti, oggi festeggiamo, seppur con un giorno di ritardo, parlando (rullo di tamburi) di elefanti. Ne parliamo, e constatiamo che non ce ne sono tantissimi in letteratura. Almeno non da protagonisti, cosa che mi stupisce leggermente*, considerando che animali intelligenti e significativi siano. Se escludiamo gli elefanti-comparsa, quelli che non hanno nulla da dire, ma attraversano le savane o le foreste, vengono cacciati e irrompono nei giardini altrui, gli elefanti letterari (cum punto di vista) che mi vengono in mente sono una manciata.

Babar, Re degli Elefanti, di Jean de Brunhoff, Anni Trenta. Il più delizioso elefante della letteratura per bambini, tenero pachiderma educato a Parigi, che sale al trono, riforma il regno alla maniera occidentale, naviga in mongolfiera e governa da benevolo autocrate. Non faccio per dire, ma Poulenc in persona ha scritto musica per Babar.Toomai2

– Gli elefanti di Kipling. Al plurale, perché ce ne sono diversi, e tutti magnifici. Posso anche confessare che Kipling è il mio narratore di elefanti preferito, a cominciare dal vecchio, saggio e solenne Hathi, del Libro della Jungla. Nulla a che fare con la figura buffa del cartone animato: lo Hathi originale incarna la dignità e la legge della jungla di cui è, in qualche modo, custode. Un altro leader con la proboscide è Kala Nag, il vero protagonista di Toomai degli Elefanti, un elefante da lavoro che di notte si libera dalle catene e conduce i suoi simili a celebrare delle danze misteriose nella foresta. All’alba gli elefanti tornano nel recinto, ma di loro volontà. Toomai, scelto da Kala Nag per assistere alle attività notturne del suo “popolo”, riconosce che lo spirito degli elefanti non è schiavo, e per questo diventerà il capo degli addestratori. Kipling ammirava gli elefanti e li capiva: ogni tanto appaiono nei suoi racconti indiani, magari senza punto di vista, ma sempre ritratti con simpatia e partecipazione, come nel bellissimo In the Queen’s Service, che mostra perché i pachidermi siano meno affidabili dei buoi in guerra: i buoi avanzano ciecamente anche sotto il fuoco, senza paura. Ma gli elefanti hanno intelligenza e immaginazione, e di conseguenza hanno paura dei cannoni: a differenza dei buoi, sono capaci di astrarre, di porsi domande, di compiere scelte.

Soliman.jpg– Salomone-Solimano, ne Il Viaggio dell’Elefante, di José Saramago. In realtà questo elefante, donato dal Re del Portogallo al futuro Imperatore Massimiliano, e di conseguenza condotto da Lisbona a Vienna, non ha un vero e proprio punto di vista, ma i suoi pensieri emergono di quando in quando, e sono quelli di una creatura benevola, curiosa, paziente e lievemente sentimentale. In compenso, è l’oggetto delle preoccupazioni e/o dell’esasperazione e/o  della curiosità e/o dell’affetto di ogni singolo essere umano che compaia nel romanzo.

– Tara, la deliziosa, civettuola, affettuosa elefantessa di Viaggio In India In Groppa Al Mio Elefante, di Mark Shand. Nemmeno Tara ha un punto di vista, ma ha davvero un’incantevole personalità, e Shand la ritrae con occhi da innamorato e humour da Inglese.

Al momento non me ne vengono in mente altri, a meno di voler stiracchiare il concetto per comprendere Sirio/Suro, “l’elefante più coraggioso dell’esercito di Annibale”, citato nelle Origines di Catone il Vecchio, e Kandula, compagno d’infanzia e cavalcatura dell’eroe nazionale dello Sri Lanka.Hanno.jpg

Se invece consideriamo gli elefanti storici, va un po’ meglio: a parte gli elefanti di Annibale e Pirro, bisogna dedurre che un elefante fosse un dono di rappresentanza particolarmente pregiato, in altri secoli. Si è già detto di Salomone/Solimano, ma ci sono anche Abul-Abbas, donato da Harun-Al-Rashid a Carlo Magno; l’Elefante di Cremona**, offerto dal Sultano d’Egitto a Federico II; Annone, regalo di un altro re portoghese a Leone X de Medici. Annone era bianco, e dunque particolarmente raro.

watercolor-illustration-of-elephant-carrying-sleepin-little-girlPoi ci sono elefanti in cattività, come il celebre e gigantesco Jumbo, star dello zoo di Londra e poi del Circo Barnum, nella seconda metà dell’Ottocento, elefanti divini, come Ganesh, ilare dio indù dei commercianti e degli artisti, elefanti pubblicitari, come quello che pagava la coca-cola in arachidi, elefanti animati, come Dumbo e gli Elefanti Rosa da sbornia, elefanti immaginari (è molto brutto se cito il mio Bogus?) elefanti mitologici, elefanti scientifici, elefanti tragici, elefanti giocattolo, elefanti pericolosi, elefanti artistici, elefanti dai sentimenti religiosi… insomma, il materiale sembrerebbe essere ricco, vario e affascinante, e quindi torno a chiedermelo: perché diamine ci sono così pochi elefanti letterari, perbacco?

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* Molte volte, trovo, la questione dei libri che non ci sono è interessante. Quantomeno significativa. Ci posteremo su…

** Immagino che avesse un nome – in qualche modo non riesco a vedere Federico II che trascura di dare un nome a un elefante – ma non è pervenuto. Però, ecco un gioco: come avrebbe chiamato il suo elefante, Federico II?

grillopensante

La Responsabilità Della Penna

Venerdì scorso è morto José Saramago.

Di sicuro non era il mio scrittore preferito, ma d’altra parte di suo ho letto soltanto due romanzi, il metaletterario La Storia dell’Assedio di Lisbona e il – diciamo così – metastorico Il Viaggio Dell’Elefante. Di entrambi m’intrigava l’idea di partenza (rispettivamente un romanzo storico/ucronico nato da un “non” ballerino e una decorazione di legno vista in un ristorante austriaco), da entrambi sono rimasta piuttosto delusa, dal punto di vista tanto narrativo quanto stilistico. Però L’Assedio ha suggestive descrizioni dell’Alfama, il quartiere pittoresco e fatiscente attorno al castello di Lisbona, e L’Elefante ha, per l’appunto, un elefante al centro, e questi sono i miei migliori ricordi di Saramago.

Di sicuro non ho letto abbastanza da esprimermi sui suoi meriti letterari, e non ho intenzione di farlo. Quello che vorrei annotare è tutt’altro: in questi giorni la stampa ha parlato molto delle sue prese di posizione su argomenti di politica internazionale e religione. Potrei dire che non condivido nessuna delle “crociate” di Saramago, ma non è questo il punto. Quello che mi ha colpita è stato leggere delle sue obiezioni alle critiche espresse dalla Chiesa cattolica in seguito alla pubblicazione de Il Vangelo Secondo Gesù. Premetto in tutta onestà che di quelle obiezioni ho letto solo alcuni stralci fuori contesto, e quindi vorrei che il discorso andasse al di là del caso individuale di Saramago.

Se Saramago intendeva davvero negare il diritto della Chiesa a criticare il suo lavoro di narratore, allora trovo che avesse torto. Trovo che chiunque sostenga che qualcun altro non lo può criticare – sul piano letterario o ideologico – abbia decisamente sbagliato qualcosa. Il fatto di essere narratori e non saggisti non libera dall’assumersi la responsabilità di ciò che si scrive. Un romanziere esprime la sua visione del mondo, le sue opinioni e i suoi valori ad ogni passo, non importa sotto quale forma allegorica, simbolica o fittizia: nel momento in cui si esprime pubblicamente sulle grandi questioni del suo tempo, deve accettarne le conseguenze – il che comprende affrontare le critiche, difendere il suo lavoro e il suo pensiero. Non vale trincerarsi dietro una supposta zona franca della letteratura, non vale nemmeno dire che il tale o tal’altro interlocutore (nel caso di Saramago era la Chiesa) non ha il diritto di pronunciarsi sui meriti letterari di un’opera. Il fatto è che chiunque ha il diritto di pronunciarsi, di sollevare obiezioni concettuali, ma anche di muovere critiche sul piano letterario.

Di ogni parola che scrivo sono responsabile, nella forma e nel contenuto. Non importa se ho deciso di affidare il mio pensiero a una forma narrativa, di esporlo per allegorie, di illuminarlo attraverso storie di secoli passati: se il mio pensiero è in quelle parole e in quella forma (e, checché se ne dica, forma e contenuto non sono davvero scindibili), allora devo essere disposta a risponderne – e né le copie vendute né la popolarità né un Nobel mi metteranno mai al riparo da questo. Anzi, più sono celebre, letta, influente e premiata, maggiore sarà la mia responsabilità.

L’inchiostro stampato è una forma di potere che può essere usato in molti modi: se ne può fare un veicolo per le proprie opinioni, uno strumento per le cause in cui si crede, e questo è perfettamente legittimo. E’ altrettanto legittimo, però, reclamare l’intangibilità e indiscutibilità delle proprie espressioni?