grilloleggente · teorie

Parodie

Oggi SEdS non mi lascia inserire le immagini – ma che ne direste se, nonostante ciò, parlassimo di parodie?

Cominciamo chiarendo che la parodia è un genere vecchio come le colline, e non è necessariamente una “versione buffa di un originale” come tendiamo a considerarla. Letteralmente, parodia significa “trasposizione imitativa”, e consiste in qualsiasi aperta imitazione di uno stile, di un genere o di una convenzione letteraria – o musicale. In pratica è una rielaborazione il cui significato poggia in buona parte sulla riconoscibilità del testo originale.

In questo senso ampio, l’Ulisse di Joyce è una parodia dell’Odissea, di cui riprende e rielabora elementi narrativi, senza il minimo intento comico o caricaturale. Tuttavia, siccome il senso più comune e diffuso è quello della versione burlesca (o satirica) di un originale, è di quello che parliamo adesso.

Se vogliamo trovare una ur-parodia, probabilmente dobbiamo rifarci alla Batracomiomachia, poemetto databile tra il V e il I Secolo a.C., parodia omerica in cui rane e topi combattono una guerra di Troia in miniatura. Per secoli, nell’antichità, la Guerra delle Rane e dei Topi era stata attribuita a Omero – con tutte le difficoltà che ne conseguivano. L’attribuzione è decaduta, ma resta il fatto che almeno fino al XII Secolo si è attribuito ad Omero un sense of humour.

La Batracomiomachia, chiunque l’abbia scritta, non era un caso isolato: ci sono giunti i titoli di svariate opere analoghe, abbastanza per dedurne l’esistenza di un genere parodistico. Come accadono queste cose? Trovo piuttosto convincente la teoria propugnata dalla scuola narratologica bakthiniana, secondo cui la parodia è un’evoluzione naturale nel ciclo vitale di un genere letterario: un genere sviluppa convenzioni che col tempo vengono universalmente accettate e creano aspettative nei lettori; a questo punto, subentrano autori che sovvertono le convenzioni in questione, provocando il divertimento dei lettori. Questa lettura fa della parodia quasi più un fenomeno trans-genere che un genere vero e proprio, ma non complichiamoci la vita.

Di sicuro si divertivano a sovvertire le convenzioni i Goliardi medievali che parodiavano testi sacri e procedure giuridiche, e la letteratura propriamente detta non andava certo indenne: che cos’è il Sir Thopas dei Canterbury Tales se non una parodia dei poemi cavallereschi? Nella stessa vena, qualche secoletto più tardi, ecco il Don Quixote, che pur finendo con il trascendere di gran lunga, parte come una parodia*, la più semplice Secchia Rapita del Tassoni, The Knight of the Burning Pestle degli inseparabili Fletcher&Beaumont.

Non è detto che la parodia sia sempre il centro dell’opera in cui si trova: in Shakespeare compaiono spesso parodie a fini comici (Piramo e Tisbe nel Sogno di Una Notte di Mezza Estate), satirici (il Matto del Re Lear) o di contrasto drammatico (l’incontro tra Amleto e gli attori – anche se non è del tutto improbabile che qui il buon Will si stesse togliendo qualche sassolino di tra i denti); Swift prende ferocemente in mezzo la scienza dell’epoca con l’Accademia Scientifica di Laputa, e Jane Austen scaglia più di un dardo in direzione del romanzo gotico (particolarmente Mrs. Radcliffe) ne L’Abbazia di Northanger. Il tutto all’interno di lavori che non sono parodie nel loro insieme.

Non è infrequente che la parodia venga usata a fini di satira sociale o politica, più o meno tagliente. Si parlava di Swift, prima, e si possono ricordare anche G.B. Shaw con la sua spietatissima Eneide balcanica di Le Armi e l’Uomo, e Oscar Wilde che, con i matrimoni contrastati e le agnizioni de L’Importanza di Chiamarsi Ernesto si fa beffe della buona società inglese e di un certo tipo di letteratura insieme.

Con il Novecento, poi, non è sorprendente che la parodia abbia toccato e incluso altri generi espressivi, primo tra tutti il cinema, che ha cominciato assai presto nella sua storia a parodiare tanto se stesso quanto la letteratura. Da Stanlio e Ollio a Mel Brooks a Shrek, intere carriere si sono costruite sullo sbeffeggiamento più o meno amabile di generi, stili e convenzioni. Se dovessi elencare qualche predilezione personale, credo che citerei Brancaleone, Frankenstein Jr. e SpaceBalls.

E, parlando di altri mezzi, non dimenticherei la televisione (Lopez, Solenghi e Marchesini, anyone? Oppure Galaxy Quest**?) la radio, con le ripetutamente citate parodie dumasiane di Nizza&Morbelli, e i fumetti, con le meravigliose, bonarie e spassosissime parodie Disney in testa. L’Oro del Reno con Paperone/Wotan provvisto di un assistente chiamato Sidol, Aquì, Acà e Donde Està, nipoti nella Papernovela, e Macchia Nera nei panni dell’Innominabile nei Promessi Topi sono indelebilmente scolpiti nella mia memoria e ogni volta scatenano in me crisi di cachinni.

Il che non significa necessariamente che abbia sempre apprezzato le parodie: ricordo ancora l’inorridito choc della prima lettura di Un Americano alla Corte di Re Artù, quando a) ero molto, molto giovane; b) ero nel pieno della mia fase medievale. Attribuirei la reazione a un sense of humour ancora in fieri, ma devo confessare l’occasionale scarso divertimento di fronte a certune parodie.

Che se ne deve dedurre? Stando a Bakhtin, si direbbe che io non abbia ancora finito di stabilizzare le mie aspettative su determinati argomenti (in pratica, non avrei ancora assorbito abbastanza trattamenti narrativi del Barone Rosso, ad esempio, per trovare divertenti le distorsioni parodistiche del personaggio). E tuttavia non so: il mio Mentore Operistico era un melomane accanito che aveva assorbito dosi industriali d’opera per più di cinquant’anni. Se questo non aveva stabilizzato le sue aspettative, I don’t know what would have, eppure il MO non si divertiva per nulla a sentir ridere (o sorridere) dell’opera e delle sue convenzioni***.

Probabilmente, da un lato si può essere – per natura, educazione letteraria e abitudine – più o meno inclini ad apprezzare la parodia in sé; dall’altro forse Bakthin ha ragione e ciascuno di noi sviluppa le sue aspettative in modo settoriale, raggiungendo lo stadio della parodia in tempi diversi per generi diversi; dall’altro ancora, è possibile che tutti noi conserviamo un certo numero di argomenti e personaggi su cui restiamo e resteremo sempre poco spiritosi. Come dire… su questo non si scherza, poffarbacco!

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* Con l’effetto collaterale di offuscare in gran parte l’originale da cui era partito: chi si ricorda più di Amadigi da Gaula se non come dell’ispirazione del Don Quixote?

** Sì, d’accordo: questo è cinema che parodizza la televisione, ma fa lo stesso.

*** Poche volte ho sentito attempts at humour cadere con rumore di semolino spiaccicato come quando lessi al MO la parodia operistica di Nizza e Morbelli…

 

cinema e tv · grillopensante

Il più grande Italiano…

A parte l’essere una consumatrice compulsiva di TG, non guardo molta televisione, e certo mai i giochi. Tuttavia, ieri sera ero a cena da amici, ed è così che mi è capitato di assistere a parte di una puntata di una trasmissione chiamata Il più grande, in cui un litigioso manipolo di personaggi televisivi e cronisti esteri finge di individuare, per eliminazioni progressive, il più grande Italiano di tutti i tempi.

Dico “finge”, perché mi rifiuto di credere che persone sane di mente eliminino spontaneamente e in buona fede gente come Michelangelo, Caravaggio e Dante da una lista in cui, a fianco di Totò e Anna Magnani, resiste baldamente (tenetevi forte…) Laura Pausini!!

Questo non ha nulla a che fare con il fatto che a me la Pausini non piaccia: il punto è che cosa ci facesse nella lista dei candidati, in primo luogo, quand’anche fosse la più grande cantante del creato universo! Comunque, non fingeremo neppure per un momento che ciò che accade in quella trasmissione sia spontaneo, a partire dal supposto televoto per finire con le baruffe pseudoletterarie tra Sgarbi e un obnoxious corrispondente tedesco di cui non ho afferrato il nome. Chiaramente si tratta di una serie di scelte autoriali, tese a giocare sul fascino della polemica, sui pregiudizi culturali della stampa estera e sul fattore-shock di certi accostamenti.

Quello che mi domando con qualche costernazione e non poco disgusto è quale immagine dell’Italia gli autori avessero in mente nel progettare questo programma della TV pubblica. Un’immagine rigorosamente politically correct, intanto, come si evince dal modo in cui tutti rifuggono con orrore dall’idea di bocciare Falcone e Borsellino. Poi un’immagine fatta di stereotipi, in base alla quale “Totò è Totò e non si tocca”, e la Magnani viene indicata come “modello per tutte le ragazze e donne italiane*”. Infine, un’immagine di fatua gaiezza, di pittoresca incuranza della nostra storia come del nostro futuro, di divertente ignoranza. E tutto ciò è ancora più inquietante perché i popoli fondano la loro idea di grandezza sui modelli a cui aspirano. Guardateci, dice l’Autore RAI a nome dell’Italiano Medio, noi siamo brava e allegra gente, non siamo pericolosi, siamo eterni bambini, simpatici, creativi e innocui, aspiriamo ad essere come Totò, come la Magnani, come la Pausinile nostre glorie letterarie, artistiche e scientifiche a mala pena le conosciamo, il nostro potenziale proprio non c’interessa. Lasciateci cantare, va’, che è meglio.

E adesso pensate alla corrente campagna pubblicitaria pro-canone, in cui varie celebrità della tivvù di stato visitano famigliole medie e felici, e abbonate, liete di pagare il canone, perché nella RAI si riconoscono… Ecco servita l’identità nazionale arrosto in salsa RAI, con contorno di 150° dell’Unità in agrodolce.

Qualcun altro ha la pelle d’oca?

E per finire, siccome una rapida indagine in rete mi ha rivelato che il format della trasmissione approda niente meno che dalla BBC, eccovi l’elenco dei 100 più grandi Britannici di tutti i tempi uscito dall’omologo programma inglese. Dopo avere accusato il colpo del n° 1 e, tutto sommato, dell’elenco nel suo insieme, mi sono un po’ sollevata il morale sghignazzando del n° 3, e ancora di più comparando le rispettive posizioni del n° 3 e del n° 5. Mica solo noi, dopo tutto… ma tutto considerato non è una gran consolazione.

ETA: Mi si dice che, alla fin fine, il “televoto” abbia ristabilito un qualche senso delle proporzioni, assegnando la vittoria finale a Leonardo, seguito da Verdi. A questo punto, direi che i casi sono due: o il risultato al televoto è genuino, e allora tutto sommato gli Italiani sono più assennati di come voglia dipingerli la RAI; oppure la faccenda è pilotata, e allora gli autori RAI sono astuti confezionatori di premesse controverse risolte in conclusioni consolanti, e io, con il mio rant, ci sono cascata appieno!

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* Si potrebbe voler trovare una lieve consolazione nel fatto che questa perla di saggezza sia stata partorita da una giornalista americana? Pur con tutta la simpatia che provo per gli Americani, il mio temperamento latino comincia a ribollire nel momento stesso in cui uno di loro comincia a parlarmi di pizze e di mandolini…