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Dieci Personaggi Letterari Che Detesto

img274A volte vado fuori a cena con gente anche più squadrellata di me, si fa tardi chiacchierando e al dessert si fanno discorsi così. Chi sono i personaggi letterari che detestiamo? Quelli che proprio ci danno l’orticaria? Quelli con cui non vorremmo mai ritrovarci a condividere uno scompartimento in treno – let alone una vita intera? Ecco, questa è la mia lista.

1) Il Pio Enea. Lo so, l’ho già citato altrove, ma non posso farci nulla. Alla sola idea del Pio Enea mi va il latte alle ginocchia e poi si caglia. Questo abbandonatore seriale di mogli e regine, questo rapitore di fidanzate altrui, questo sopraffattore di nemici in combattimento sleale… e ci si aspetta anche che lo ammiriamo.

2) La Piccola Nelln in The Old Curiosity Shop. Non so immaginare che cosa avesse in mente Dickens quando l’ha scritta, questa statuina di zucchero. Eppure pare che all’epoca le folle fossero così ansiose di commuoversi sul fato dell’Angelica Orfanella! Ogni volta che penso alla folla che aspettava i transatlantici al porto di New York per sapere dai passeggeri se la Nell di Boz fosse morta, mi viene in mente Oscar Wilde: “Bisogna avere un cuore di pietra per leggere la morte di Nell senza ridere.”

3) Amelia Sedley, nella Fiera delle Vanità. Quanto bisogna essere stupidi per non accorgersi che George è un idiota fatuo, per credere pervicacemente che Becky sia una cara ragazza, per non vedere nemmeno il povero e devoto Dobbin? Che poi, ripensandoci, anche il povero e devoto Dobbin merita la sua parte di biasimo: quanto bisogna essere stupidi per innamorarsi di Amelia e restarlo per decadi?250px-Jenny_Dolfen_-_Frodo_Baggins

4) Frodo Baggins. Frodo parte innocuo, simpatico e leggermente buffo, da buono hobbit. Poi comincia ad assumere quel contegno nobile e sofferente e superiore e, ad essere del tutto sincera, da metà de Le Due Torri in poi sono pronta a buttarcelo io, giù da Monte Fato.

5) Il Piccolo Lord Fauntleroy. Oh, per amor del cielo! E’ davvero signorile, da parte del nonno, non affogare l’impiastro nello stagno delle carpe.

6) Antonio, l’eponimo Mercante di Venezia. Non è che Shylock sia una cara persona, ma Antonio che lo insulta e lo umilia, salvo supplicarlo di prestargli il denaro e di concedergli la proroga, per poi tornare agli insulti e alle umiliazioni nel momento in cui è fuori pericolo, è insopportabilmente peggio.

7) Pollyanna. Lei e il suo gioco della felicità. Lo so: si suppone che la trovi tenera, adorabile e un monumento all’ottimismo, ma credo che a questo punto si sia notato che possiedo un certo quale spirito di contrarietà. Più l’autore m’ingiunge di adorare un personaggio, più è facile che lo detesti.the_sorrows_of_young_werther

8) Il Giovane Werther. Sveglia, ragazzo, sveglia! Intanto che lui ci rimugina su, che bacia i bigliettini e si fa andare la sabbia fra i denti, che gioca con i fratellini, Lotte ha sposato un altro. E credete che lui si rimuova? Nemmeno per idea. Resta lì, rende infelice sé stesso e Lotte, e anche Albrecht, che non ha nessuna colpa. E per coronare il tutto, si suicida con la pistola di Albrecht, chiesta in prestito a Lotte. Bestiaccia meschina!

9) Antonina, nel Count Belisarius di Graves. Come, come, come può Belisario – non dico innamorarsi, ma restare innamorato per tutta la vita di questa donna volgare, intrigante e voltagabbana?

10) Pinocchio. Capisco che è di legno, ma solo io ho l’impressione che si butti con criminale allegria in tutte le situazioni stupide e pericolose che gli si parano davanti? Non sono mai riuscita a dispiacermi per Pinocchio, nemmeno da bambina.

Ecco qui. Mi si dice che dovrei detestare la gente malvagia, non le brave persone, non i protagonisiti eponimi, non le deliziose bambine e i valorosi eroi. Che posso farci? Si vede che, nella mia percezione tortuosa, ci sono crimini peggiori delle azioni malvagie propriamente dette. Magari, come diceva il mio maestro delle elementari, sono dura d’animo.

E voi, o Lettori? Che gente di carta detestate?

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Vita, Letteratura, Letteratura, Vita

Ed ecco un’altra osservazione interessante: rispetto alla letteratura, la vita è molto più irregolare, incoerente, variabile, piena di tediosi dettagli. E adesso un pensiero bizzarro: magari la  vera vita – vale a dire il suo modello di costruzione, l’insieme delle sue unità di misura – è la letteratura, mentre la cosiddetta vita è soltanto un abbozzo, una via d’approccio, uno schema generale e, nella migliore delle ipotesi, una prima stesura. Parola d’onore: a volte la letteratura sembra la bella copia, e la vita una brutta copia – e nemmeno la più utile che si possa immaginare.
Vyacheslav Pyetsukh, The New Moscow Philosophy.

nmp_cover_v10E questa, abbiate pazienza, era la mia traduzione impromptu di una traduzione inglese, perché non mi risulta che VP sia stato tradotto in Italia.

Specificato ciò, il concetto è intrigante, seppure non nuovissimo. Ricordo di avere letto molti anni fa un racconto di Karen Blixen (mi piacerebbe ricordarmi quale, ma è passato davvero tanto tempo e il libro era in prestito) in cui un personaggio sosteneva che l’umanità non è l’oggetto della creazione divina, ma solo un mezzo. Essa esiste perché al suo interno nascano, facciano esperienza, e lavorino poeti e scrittori – il cui mestiere è quello di distillare tutta quella materia informe e caotica in personaggi letterari, prodotto finale della creazione.

letteratura, vyacheslav pyetsukh, karen blixen, balzac, tolkien, tennessee williamsE qui si potrebbero citare in ordine sparso Tolkien, secondo cui gli scrittori sono gente con il complesso della subcreazione; e Balzac con la sua convinzione che la letteratura dovendo essere non vera, ma verosimile, non possa permettersi le bizzarrie, le incoerenze e le coincidenze che abbondano nella vita; e Randy Ingermanson, che definisce il dialogo letterario come pesce già sfilettato – senza parti inappetibili; e Sweet, secondo cui la vividezza dell’arte sbaraglia sempre la realtà; e tutti gli innumerevoli scrittori che ripetono all’infinito come in letteratura non trovino posto la casualità, mancanza di senso e generale insipidezza di quella che Pyetsukh chiama “la cosiddetta vita”.

Lvyascheslav pyetsukh,karen blixen,tolkien,balzac,tennessee williamseggevo di recente di un’autrice alle prese con un dilemma: un personaggio storico di cui le piacevano nome, personalità e occupazione: prese individualmente, le tre cose erano perfette per il suo romanzo – ma non stavano bene combinate insieme. Così ha diviso il signore in questione in due: da un lato nome e occupazione per il protagonista, dall’altra personalità e intolleranza religiosa per un altro personaggio. È un piccolo caso da manuale, perché a differenza della vita, la letteratura non spreca un nome da romanzo per un puritano di mezza età senza la stoffa del protagonista. Il fatto che il nome in realtà appartenesse al puritano? Fa nulla.

Fa nulla, perché per tutti gli scrittori – in maggiore o minor misura, più o meno consciamente – vale quello che Tennessee Williams fa dire a Blanche in A Streetcar Named Desire:

Non cerco il realismo, cerco la magia. Sì, sì, ecco che cosa cerco di dare alla gente: la magia. E sì, deformo i fatti, ma io non dico la verità – dico quel che dovrebbe essere la verità.

E d’altra parte, persino il realismo più estremo interviene sulla realtà – non foss’altro che fissandone una visione specifica, in un dato StreetCar Blanchemomento, in date condizioni, attraverso un dato punto di vista. Il che, probabilmente, non vale soltanto per la letteratura, ma per tutte le forme d’arte. Vera vita? Non lo so. Creazione divina indiretta? Poetico e un po’ stiracchiato. Necessità profonda? Absolutely.

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Stati Di Scarsa Realtà

Plan.jpgQuesta cosa mi torna in mente dopo aver sentito gente che cercava disperatamente di piazzare la Ruritania nella geografia pre-bellica… Purtroppo non ho sentito la fine della discussione, ma non può essere andata molto bene, perché in realtà la Ruritania non esiste.

È uno staterello immaginario, di cui non si capisce mai se sia piccolo o grande, i cui abitanti e luoghi hanno nomi tra il tedesco e l’operettistico. Non dev’essere lontano dalla Germania, perché c’è un treno che, diretto a Dresda (partendo da non si sa bene dove), ferma a Zenda. O forse a Strelsau. O in entrambi i posti, a dire il vero. Comunque, uno stato mitteleuropeo con due sole città importanti non può essere enorme.

Sono certa che Anthony Hope si è divertito un mondo a creare la Ruritania, e con lui tutti i suoi imitatori ed epigoni. E predecessori, se vogliamo, perché quello di creare stati immaginari è uno sport vecchiotto. Vogliamo citare Utopia di More, che prima di significare quello che intendiamo adesso era un posto immaginario? Vogliamo citare Lilliput, Brobdingnag, Laputa* e Houyhnhnms? Ah sì, e c’è anche Lindalino. Swift faceva della satira, e More… dite quello che volete, io sulla santità, e le intenzioni, e la santità delle intenzioni di Thomas More non finirò mai di avere dei dubbi. Comunque anche lui si era inventato il suo stato immaginario.

Altro caso famoso: Charlotte, Emily, Branwell e Anne Bronte, da piccoli si erano inventati due stati, Angria e Gondal – più o meno colonie inglesi angria.jpgin un’Africa immaginaria, in cui ambientavano ogni genere di avventure. Ciascuno aveva i suoi personaggi, e c’erano guerre, esplorazioni, colpi di stato, matrimoni dinastici, elezioni, missioni diplomatiche… La cosa curiosa (e poco risaputa) è che tutta la poesia di Emily, e molti personaggi della produzione adulta di tutte le sorelle, originano da questi giochi. Ancora più bizzarro e incantevole è l’episodio di un viaggio in treno a York, nel corso del quale una Emily ventisettenne e una Anne venticinquenne giocano ad essere due principesse di Gondal in fuga da una rivoluzione… 

Poi mi viene in mente un giallo di Mary Roberts Rinehart (l’Agatha Christie americana, secondo alcuni…), chiamato Lunga vita al Re!, con tanto di punto esclamativo: stato simil-tedesco con elementi slavi, erede al trono di otto anni, congiure, matrimoni dinastici e tutto, ma proprio tutto, il repertorio. 

Ancora: non ricordo più chi fosse, purtroppo, ma ricordo di avere letto nelle memorie di uno scrittore (direi un Francese, ma non posso giurare…) che da piccolo disegnava francobolli di stati immaginari. Ne aveva un’intera collezione, album su album. E siccome i francobolli commemoravano eventi storici, annessioni, incoronazioni, guerre, vittorie, trattati di pace, nascite e morti di personaggi illustri, scoperte scientifiche e via dicendo, in definitiva che cosa aveva creato questo ragazzino (e futuro scrittore), se non una serie di stati immaginari?

aigle.jpgL’Aquila a Due Teste, di Jean Cocteau, si svolge in una pseudo-Austria immaginaria e piccina, dove una Regina (à la Sissi), vedovata per mano degli anarchici, s’innamora di un giovane rivoluzionario che poi l’accoltella e si accoltella… Personalmente ho sempre trovato Jean Marais in calzoncini di camoscio lievemente ridicolo, ma non è questo il punto. Il punto è che Jean Cocteau non era al di sopra di un po’ di Ruritania glorificata in salsa tragica.

E se è per questo, nemmeno Nabokov lo era del tutto: il suo non notissimo Pale Fire ha un protagonista che si crede (?) il re in esilio di un regno lontano, là su nel nord, detronizzato da una rivoluzione sovieticheggiante…

E se volessimo continuare, potremmo citare parecchi autori dallo specializzato (come G. B. McCutcheon) all’improbabile (Andre Norton), passando per Frances H. Burnett. E potremmo citare anche parodie come Le Armi E L’Uomo di Shaw**, Topolino Sosia di Re Sorcio o vari film di Peter Sellers, primo tra tutti Il Ruggito Del Topo.

La scoperta recente, invece, è che il genere è tutt’altro che defunto. È appena uscito in Australia un romanzo per ragazzi intitolato A brief history of Montmaray, in cui Montmaray è un minuscolo regno immaginario, su un’isola posizionata in modo tale da poter risentire degli effetti delle due guerre mondiali. Non ne so molto di più, se non che i protagonisti sono principi e principesse della casa regnante, e quindi siamo in pieno ruritarian romance.

Senz’ombra di dubbio, l’ambientazione immaginaria permette una maggiore libertà sotto molti punti di vista. The sainted More (come lo chiama con un filo di sarcasmo Josephine Tey, nel suo bellissimo Figlia del Tempo), faceva di Utopia una critica molto amara dello stato delle cose al suo tempo; Swift, si è già detto, faceva della satira; i piccoli Bronte potevano far vivere ai loro eroi ogni genere di avventura negli spazi sconfinati di Angria e Gondal; Nabokov esplorava il labile confine tra capacità d’ingannarsi e incapacità di distinguere realtà e immaginazione. Hope, Stevenson, Mary Rinehart, e tutti i Ruritaniani di ogni epoca potevano ambientare in questi staterelli vicende pittoresche e romantiche e allegramente anacronistiche. Ma non credo che sia tutto qui.

817220.jpg J.R.R. Tolkien, che di stati immaginari sapeva qualcosa (della sua Terra di Mezzo aveva calcolato persino le fasi lunari…) definiva questa tendenza di tanti scrittori come “complesso della subcreazione”. Lo scrittore, in definitiva, è un creatore di mondi in seconda. Non è proprio come Dio, all’interno delle sue creazioni, perché lo scrittore è limitato dalle leggi interne di coerenza narrativa del mondo che ha creato, ma ci va vicino. E più la creazione è dettagliata e precisa, maggiore è la soddisfazione del creatore. Maggiore è il suo senso di onnipotenza, immagino. E questo mi porta a citare un caso cinematografico tratto da una storia vera: la Borovnia dell’inquietante Creature del Cielo, di Peter Jackson, che parrebbe mostrare come immaginare staterelli non sia sempre il più sano dei passatempi.

Ciò detto (e forse non sarebbe il paragrafo migliore per ammetterlo), confession time: ce l’ho anch’io, il mio stato immaginario. Oh, va bene, ne ho più d’uno, tutti con i loro guai, ma il mio prediletto, quello che per parte della sua storia è stato anche in Europa ed è dunque più ruritaniano di altri, è il Bishopstein. “Per parte della sua storia”, e non parte della sua Storia, perché tecnicamente ci sono due Bishopstein, quello che sta da un’altra parte, e quello mitteleuropeo, evolutosi dai territori di un Principe Vescovo (ma va’?), ingranditosi e rimpicciolitosi, passato da marca a signoria, a granducato, a repubblica, a regno, a repubblica ancora e poi sparito con la I Guerra Mondiale… Giusto perché si sappia quanto sono malata, dirò anche che il Bishopstein ha avuto sovrani di ben tre dinastie diverse, ha un secolare conflitto interno tra elemento tedesco ed elemento slavo, e persino un inno nazionale, composto nel 1848***.

E perché ho creato il Bishopstein? Perché potevo ambientarci qualsiasi cosa mi passasse per la testa, perché potevo manipolare la storia e servirmene a fini narrativi, perché potevo avere colpi di stato e rivoluzioni to my heart’s content, perché potevo passare pomeriggi interi a redigere cronologie di sovrani, pessimi versi per l’inno, rapporti diplomatici di ambasciatori di varia provenienza… potevo fare tutto questo invece di studiare Diritto Pubblico Comparato, ed era glorioso!

 E quindi posso dirlo con cognizione di causa: la Ruritanite è una malattia certificabile, cronica e invalidante.

Chiudo con un link del tutto dissennato. Non avevo idea che ci fosse gente che passa il suo tempo a censire stati immaginari in letteratura, e a ordinarli alfabeticamente, ma ho come l’impressione che non dovrei stupirmene troppissimo…

E voi? Suvvia, non siate timidi: sono certa che qualcuno, prima o poi, ha scritto, disegnato o altrimenti messo insieme qualche stato immaginario. And, failing that, quali sono i vostri stati immaginari prediletti in letteratura?

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* Er… sì. E no, non lo so.

** Arms And The Man, in realtà, è ambientato in Bulgaria – e quindi tecnicamente non sarebbe ruritania – ma anche la lettura più distratta basta a notare che si tratta di una Bulgaria largamente immaginaria. Aggiungete poi l’irriverente rilettura dell’Eneide che fa da ossatura al tutto, e saremo tutti d’accordo che non occorre prendere l’ambientazione troppo sul serio.

*** Per essere del tutto sinceri, la musica è una lieve variazione di un tema preso da “La Peregrina”, il ballettone Grand-Opéra del Don Carlos di Verdi, ma tanto fa lo stesso, perché nessuno esegue mai La Peregrina…

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Libri Che Non Ci Sono I

Di Libri Che Non Ci Sono ne esistono parecchi tipi – uno tra tutti sono i libri fittizi citati in altri libri. Gli scrittori si divertono un mondo a fare queste cose: creare intere biblioteche inesistenti non per beffa o per divertimento, ma a scopi narrativi di vario genere.

Elizabeth Kostova e Rodney Bolt, per citarne un paio, hanno creato per i loro libri interi apparati bibliografici. O forse non proprio interi, perché parte delle fonti citate sono reali, cosicché quando leggerete di un Sisyphus di San Tommaso d’Aquino o de La Tortura Disposta dall’Imperatore per il Bene del Popolo di Anna Comnena, resterete abbastanza a lungo a domandarvi se questo sia vero… L’intento della Kostova era quello di creare questo genere d’incertezza nel lettore, mentre Bolt intendeva parodiare la prosa accademica e al tempo stesso scrivere un romanzo marloviano da non prendersi troppo sul serio.

Parlando di parodie, l’elenco dei libri dell’Abbazia di S.Vittore di Rabélais (padre del genere) e le letture del Tristram Shandy di Sterne satireggiano chiaramente l’erudizione delle rispettive epoche. Come altro considerare A Treatise on Midwifery del Dr. Slop o i Dramatic Sermons attribuiti a tale Parson Yorick? Ma non è soltanto il mondo accademico a fare da bersaglio a questo genere di strali – basta pensare a The Almshouse, che Trollope attribuisce a Mr. Popular Sentiment, acida caricatura di Dickens in The Warden.

Altri autori creano letterature, mitologie e manuali scientifici per dare profondità e spessore ai mondi che creano. E’ il caso di Tolkien e dei complicatissimi miti della Terra di Mezzo; è il caso della biblioteca di Tumnus ne Le Cronache di Narnia; è il caso dell’Encyclopedia Galactica citata da Aasimov nella serie della Fondazione; è e non è il caso con i libri citati nella Guida alla Galassia per Autostoppisti, i cui titoli sono decisamente più tongue-in-cheek  (Altre Cinquantatre Cose da Fare a Gravità Zero), ad eccezione di un’altra Encyclopedia Galactica, citazione aasimoviana.

Una variante di questo è costituita dal caso Dune, in cui si citano opere che in parte ricoprono lo stesso ruolo di metalegittimazione culturale nella finzione (orrore orror!), e in parte sono scritte da personaggi della storia. La Principessa Irulan sembra essere un’autrice particolarmente prolifica. Rientrano sotto questa categoria anche i libri scritti da Thursday Next e dal Gatto dell’ex-Cheshire secondo Jasper fforde. Qualcosa del genere – ma sottilmente diverso – fa A.S. Byatt in Possession: i libri, le poesie e le lettere di Ash e Christabel servono da due lati come espediente narrativo (narrano la vicenda ottocentesca e collegano i due piani temporali), e da un terzo lato stabiliscono entrambi i personaggi come intellettuali e poeti vittoriani – autori fittizi in un mondo reale, ciascuno provvisto del proprio corpus di opere.

Il che ci porta a un’altra funzione ancora dei libri fittizi: una carriera per il personaggio-scrittore. Evadne Oliver nei romanzi di Agatha Christie (e, sorridete pure, Mrs. Oliver ha scritto anche Assassinio sull’Orient Express); il Professor Humbert in Lolita, o Hodinski/Hodyna inel semi-ruritaniano Pale Fire; Stephen Maturin nei romanzi di O’Brian; e lo sapevate che sia Holmes che Watson erano autori pluripubblicati?

In altri casi il libro fittizio, più che con i suoi personaggi, ha a che fare con il libro reale, di cui diventa struttura e ragione narrativa. Ficciones, di Borges, è una raccolta di racconti, alcuni dei quali sono recensioni di libri inesistenti, mentre Inkheart, di Cornelia Funke, è incentrato completamente sull’eponimo romanzo fantasy di un autore italiano che non è Beppe Fenoglio. The Shape of Things to Come, di Orwell, finge di essere un libro di testo del 2106, con tanto di note, parte reali e parte fittizie. E qui mi ci metto anch’io, perché il mio Gl’Insorti di Strada Nuova è un metaromanzo di questo tipo, in cui ogni capitolo è costituito dalle reazioni di un lettore diverso alla lettura di un capitolo di un romanzo storico fittizio… lo so, ho una mente contorta – ma vedete bene che sono in buona compagnia.

 

 

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La Forza dell’Incompiuto

Credo che fosse Paul Taylor, il coreografo, a dire che non esistono opere incompiute, solo lavori in corso.

Sarà, ma quando l’autore è defunto e il libro non è finito, è un pochino difficile continuare a considerarlo work in progress… Poche cose sono frustranti come un romanzo che s’interrompe senza che la storia sia terminata, con la certezza che nessuno la terminerà mai più. Oddìo, qualche volta qualcuno la termina, ma chi ha mai letto Il Silmarillion completato da Guy Gavriel Kay senza domandarsi come lo avrebbe davvero voluto Tolkien?

La stessa cosa vale per Hero and Leander di Marlowe: checché ne dicano legioni di cospirazionisti, dubito che Kit si aspettasse davvero di morire a Deptford, lasciando incompiuto il suo luminoso e stravagante* poema narrativo. George Chapman lo terminò, ma Chapman era un poeta d’altra lega e tutt’altro genere di personaggio, un uomo di mezza età oppresso dai debiti e dalle cause, disperatamente ansioso di patrocinio e con un talento disastroso nello scegliersi mecenati destinati al disastro politico o a una morte prematura… Sono seriamente tentata di pensare che, nonostante Museo e Ovidio fossero le fonti di entrambi, il risultato sarebbe stato molto diverso senza la fatale coltellata.

Molto più frustrante è Il Mistero di Edwin Drood, l’ultimo e incompiuto romanzo di Dickens, che è anche un giallo – o quanto meno il protagonista eponimo sparisce (presumibilmente assassinato) e non c’è il minimo indizio di come dovesse risolversi la vicenda. Invecchiando, Dickens aveva cominciato a progettare i suoi romanzi con più cura, annotandosi gli sviluppi effettivi o possibili con vari capitoli di anticipo, ma non nel caso di Edwin Drood, accipicchia! Vero è che John Jasper promette male assai e sembra un candidato perfetto al ruolo di assassino, ma con Dickens non si poteva mai dire per certo, e chi lo sa? La cosa buffa è che dal mezzo libro è stato tratto un musical nel quale, a un certo punto, si fa votare il pubblico in sala per scegliere il finale. Anche quello è un modo, immagino.

Conrad, per fortuna, non lasciò incompiuto nulla di particolarmente memorabile: The Sisters riprende l’eroina del (bruttino) The Arrow of Gold, e benché Stephen sia un protagonista promettente, non si ha la sensazione di essersi persi un capolavoro. Non sapere come finisce Suspense forse è un po’ peggio, ma potrebbe essere una mia impressione, perché ho un debole per le storie ambientate in epoca napoleonica. Ad ogni modo sono frustrazioni puramente narrative, perché i capolavori erano già saldamente terminati da anni.

Lo stesso si potrebbe dire di Jane Austen, ma non nego che mi sarebbe piaciuto leggere fino in fondo Sanditon e, soprattutto, The Watsons. L’edizione critica che ho letto avanzava due tipi di dubbio sul secondo: forse la zia Jane aveva l’impressione di ripercorrere terreno già coperto in Orgoglio e Pregiudizio, o forse si era stancata della genteel poverty delle sorelle Watson, la cui posizione sociale sembra abbastanza simile a quella di una Jane Fairfax in Emma… Sia come sia, è un peccato. Meno gravi sono i numerosi lavori giovanili lasciati a mezzo – esercizi di stile ed esplorazione di temi che poi torneranno nei romanzi. Semmai, mi spiace di non sapere come finisce The Three Sisters, delizioso abbozzo di romanzo epistolare. Confesso di averne iniziato, qualche anno fa, una riduzione teatrale. Magari un giorno la finirò, non fosse altro che per portare a una conclusione la vicenda di Mary, Sophy e Georgiana.

Stendhal è tutta un’altra questione. Lucien Leuwen avrebbe potuto essere un altro Le Rouge et le Noir. C’è di nuovo la provincia francese descritta in chirurgico dettaglio, c’è un protagonista più ingenuo di Julien e più ragionatore di Fabrice, c’è un’innamorata di famiglia ultra-realista – il che promette guai a venire… Dover lasciare tutto a metà è veramente un’enorme delusione.

Stevenson di incompiuti ne ha lasciati due: The Weir of Herminston e St. Ives – quest’ultimo terminato da un altro romanziere, e siamo sempre al dubbio di cui si diceva: la storia è finita, grazie, ma è come l’avrebbe finita Stevenson? Una di quelle cose che non sapremo mai, nel bene e nel male. Il rovello resta, ma resta anche spazio per la speculazione. Si può leggere tutto Stevenson e farsi la propria idea su come sarebbe dovuta finire la vicenda di Jacques. E già che si è lì, ci si può domandare anche perché mai in ciò che resta di The Weir, debbano esserci due differenti personaggi chiamati Christina.

Perché bisogna anche considerare questo: se un romanzo sussiste incompleto, di sicuro non è come il suo autore avrebbe voluto presentarlo ai lettori. Non solo ne manca un pezzo, ma è anche una prima stesura, materia grezza che avrebbe richiesto ancora molto lavoro e – in tutta probabilità – anche cambiamenti sostanziali. Forse non è nemmeno del tutto giusto pubblicarlo… non è difficile immaginare Stevenson che si rivolta nella tomba all’idea del suo abbozzo incompiuto, della sua prosa non rifinita, delle sue due Christine, del suo Archie ancora approssimativo esposti alla lettura per cui non erano pronti.

In considerazione di questo, e di quanto mi irriti una storia lasciata a metà, ogni volta mi ripropongo di non leggere più incompiuti. E ogni volta cedo e leggo lo stesso, pur sapendo che detesterò arrivare al punto in cui lo scrittore si è fermato per cause di forza maggiore o per noia. In parte è il desiderio di vedere lo stadio intermedio, dare un’occhiata al dietro le quinte, cogliere un ombra del metodo creativo che sta dietro i romanzi finiti; in parte è qualcosa d’altro.

Una volta, a Edimburgo, ho visto una scultura che consisteva in tre punte che sembravano doversi toccare e non arrivavano a farlo. Non ricordo l’autore e nemmeno il titolo, ma ricordo di essere rimasta a lungo a fissare le tre punte, affascinata dal movimento incompiuto, dal contatto sfiorato ma non raggiunto. Quel non-finito sembrava pieno di forza e di possibilità. La stessa forza e la stessa abbondanza di possibilità, credo, che continuo a cercare – against my better judgement – in ogni romanzo incompiuto che prendo in mano.

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* Basti per tutto il resto la descrizione del velo di Hero, ricamato a fiori talmente realistici che la fanciulla passa il suo tempo a cacciare via le api…