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Promessi Sposi, Capitolo XXII

FedericoBorromeo.jpgDue distinti lettori mi avevano detto che il Capitolo XXII è una noia mortale. Io non mi ricordavo molto del Capitolo XXII, se non che vi si parla del Cardinal Borromeo, ma due lettori adulti e competenti annoiati dovevano pur voler dire qualcosa…

Ebbene, i lettori avevano ragione: per la prima volta da quando ho cominciato la (ri)lettura dei Promessi Sposi con la UTE mi sono imbattuta in questa strana bestia, un capitolo noioso.

Tra l’altro, il capitolo è insidioso perché si presenta sotto falsi colori. Comincia bene, con una rapida scena in cui l’Innominato scende a valle, riluttante e ansioso, trepidante, incerto e stupito di sé, dando ordini incoerenti tra le occhiate stupite di servi, bravi e valligiani. Bene, pensiamo noi. Ci piace, questo Innominato e siamo interessati alla sua conversione…

Meglio non abituarci troppo. Tre pagine e Don Lisander frena bruscamente e parcheggia la narrazione in corsia d’emergenza. Mentre siamo fermi con le doppie frecce lampeggianti ci promette ristoro, ombra, acqua fresca. Noi siamo perplessi: andava tutto già molto bene, grazie. Non potremmo tornare ad occuparci dell’Innominato, per favore?

No, non potremmo.

Prima “bisogna assolutamente che spendiamo quattro parole” su questo straordinario personaggio, il Cardinal Federigo Borromeo. Siamo già allarmati. Chissà perché, quelle quattro parole suonano tanto come una spudorata menzogna, un’azione preventiva o qualche altro procedimento poco rassicurante. Quattro parole… “Chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia di andare avanti nella storia, salti addirittura al capitolo seguente”.

Ecco, questa invece suona come coda di paglia e noi siamo ancora più allarmati.

E infatti… Il Cardinal Federigo Borromeo, sapete, era nobile, pio, buono, umile, dotto, energico, caritatevole, caritatevole, caritatevole, generoso, savio, lungimirante, caritatevole, soave, severo con chi lo meritava, sobrio, autorevole, misericordioso, fondatore dell’Ambrosiana, caritatevole, zelante, virtuoso, eloquente, amante delle arti e lettere, caritatevole, semplicissimo nei costumi, giudizioso, benevolo, instancabile, caritatevole…

Confessate: a che punto vi è diventato vitreo lo sguardo? E questa è una versione liofilizzata. L’unico lieve sollievo consiste in quella che potrebbe sembrare un’ulteriore dose di coda di paglia – e invece con  Manzoni diventa uno dei consueti gioiellini di sottile ironia. Era perfetto dunque il CFB? No, non era perfetto. Sostenne in atti, parole e opere delle “opinioni opinioni che al giorno d’oggi a ognuno parrebbero piuttosto strane che mal fondate.” Tuttavia ci glissiamo sopra, perché in questo romanzo il CFB è dalla parte degli angeli e non vogliamo complicarci la vita. E allora, perché le abbiamo citate affatto, queste opinioni strane? Per non dar l’impressione di essere acritici.

Oh, e il CFB scrisse, scrisse molto, scrisse un centinaio d’opere. Nessuna di esse è di quelle che si ricordano? No, nessuna. E come mai? Oh, “per ragioni molte e prolisse” che non ci metteremo nemmeno ad affrontare.

Noi siamo lasciati a sospettare che le cento opere del CFB siano di una noia mortale, ma intanto “sarà meglio che riprendiamo il filo della storia, e che, in vece di cicalar più a lungo intorno a quest’uomo, andiamo a vederlo in azione…”

Tiriamo un sospiro di triplice sollievo, o Lettori: il capitolo è finito; possiamo ragionevolmente aspettarci che, una volta che l’Innominato sarà rientrato in scena, anche questo caritatevolissimo e virtuosissimo CFB ci sarà meno antipatico; e enfin, nemmeno Manzoni è perfetto per tutto il tempo.

scrittura

Story Making

Devo dire che l’Università della III Età è una continua fonte di sorprese.

Ero preoccupata per questa lezione di scrittura, che comprendeva anche un esercizio pratico. Temevo che i miei studenti si sarebbero chiusi in dubbioso silenzio, mentre io proponevo di abbozzare una struttura in tre atti a partire da tre conflitti scelti a caso. Lo temevo molto.

Invece, quando ho sciorinato la mia lista di conflitti:

* Uomo/Natura

* Sacrificio per Passione

* Trasformazione,

e ho cominciato a suggerire che cercassimo possibili connessioni fra i tre, la classe si è… non c’è altra parola: si è accesa. Domande, suggerimenti e proposte sono fioccati, tutti si sono lasciati prendere dal gioco, tutti hanno partecipato, persino la signora che, in gran segreto, mi aveva chiesto di non essere sollecitata a partecipare perché non se la sentiva.

In venti minuti abbiamo costruito una trama in tre atti che, se non era un delirio di originalità, aveva però tutto quello che serviva: personaggi, struttura, conflitto, punti di svolta, azione ascendente e discendente, nonché due finali alternativi. Poi ci abbiamo giocato e l’abbiamo ambientata in cinque o sei posti e periodi storici diversi, e quando proprio non ci è rimasto più nulla da fare (e avevamo ampiamente sforato l’ora di lezione), una signora ha alzato la mano e ha chiesto “Possiamo farlo ancora? Se ci dà altri tre conflitti diversi…”

Ok, a me insegnare non sempre piace. Ma quando vedo che gli allievi trovano gusto in quello che stanno facendo, potrei quasi convincermi che è un’occupazione meravigliosa.

E poi, a titolo di ciliegia sulla torta: “Da quando seguo il suo corso, leggo in modo diverso, con una consapevolezza nuova. Non credo che scriverò mai, ma sto imparando a leggere di nuovo.”

L’ho già detto che adoro l’Università della III Età?

grilloleggente

Finis Austriae

E dunque credevo di essermi liberata dall’Australiana, ma forse non era del tutto vero, e quindi la lezione su Roth alla UTE l’ho passata cercando di non tossire come un aspirapolvere con l’asma. Cercando con modesto successo, dovrei dire.

 

Tra un rantolo e l’altro, a quanto pare, sono riuscita a farmi capire, ed è già qualcosa. Di sicuro hanno capito che Roth mi piace. Bisogna amarlo, uno scrittore, per andare a parlarne in quello stato! E per fortuna che ho deciso di non leggere ad alta voce il finale de “La Cripta dei Cappuccini”, quando Franz Trotta va a rendere l’ultima visita al suo imperatore morto, e grida “Dio conservi” davanti alla porta chiusa…

 

E’ più forte di me: non riesco a leggerlo senza commuovermi, fin dalla prima volta, in Collegio, chiusa di nascosto in un’aula vuota alle tre del mattino.Solo che piangere da soli in un’aula vuota alle tre del mattino è leggermente più sano che scoppiare in singhiozzi all’Università della III Età…

 

Scherzi a parte, quello che più mi piace in Roth è questo senso d’irreparabilità e di declino, di questa corsa verso il precipizio, in bilico tra la lucidità e l’illusione che si negano a vicenda ad ogni pagina, ad ogni frase, ad ogni aggettivo. E tutto in una scrittura dall’apparenza così semplice e trasparente.

Buona traduzione, anche: Laura Terreni per Adelphi, alla fine degli Anni Ottanta.

Anzi, ora che guardo, proprio nell’Ottantanove. La cosa ha una sua poesia: da una parte il Muro che Cade a Berlino, dall’altra forse il più bel romanzo su come cadono gl’Imperi.

 

D’accordo, invece di diventare maudlin, facciamo buoni propositi: un giorno o l’altro, riprenderò a studiare Tedesco sul serio, non foss’altro che per leggere Roth in originale.