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Vittorino Andreoli: il Pellegrino e il Lettore

pellegrino.jpgForse dovrei seguire qualche trasmissione o rubrica televisiva che parli di libri, ma confesso di non averlo mai fatto con qualche gradi di sistematicità. Per cui, quando la settimana scorsa mi è capitato d’intravedere parte de L’Appuntamento, la faccenda è stata casuale, tardiva e anche un pochino distratta – per la cronaca, stavo aiutando a sgranare melagrane per la gelatina.

Quindi non ho afferrato chi fossero gli ospiti che, sotto la direzione di Marzullo, parlavano di Un Pellegrino, romanzo (o forse no) di Vittorino Andreoli. Mi sono veramente distratta dalle melagrane solo quando, dopo un certo numero di interventi molto elogiativi, alcuni ospiti hanno cominciato a sollevare obiezioni formali al romanzo (o forse no), e le risposte di Andreoli si sono fatte vieppiù stizzite. Non ho avuto la prontezza di prendere appunti, e quindi riporto a memoria il sugo delle obiezioni e delle risposte – non le parole precise.

OBIEZIONE 1: BUR vende questo libro come narrativa, ma di fatto si tratta di saggistica.

ANDREOLI: Cosa vuole che importi a me, alla mia età, della distinzione tra saggistica e narrativa? Io scrivo una storia, poi l’editore fa quello che vuole! 

OBIEZIONE 2: Sa com’è, sulla copertina c’è scritto “romanzo”, ma questo non è un romanzo. Ci sono questi 6 dialoghi tra il Pellegrino e i personaggi incontrati lungo la strada – dialoghi interessantissimi, ricchi di spunti di riflessione, ma del tutto privi di struttura narrativa.

ANDREOLI: A me non importa la struttura narrativa. Ho raccontato una storia come volevo raccontarla e, come può vedere, ho trovato editori abbastanza coraggiosi da pubblicare una fusione di romanzo e saggio.

OBIEZIONE 3: Resta il fatto che la fusione non appare riuscita. La componente romanzo è deboluccia anzichenò, con la sua trama inesistente e i suoi personaggi del tutto privi di caratterizzazione. Ad eccezione del Pellegrino, abbiamo soltanto figure bidimensionali, tratteggiate tra il caricaturale e il goliardico…

ANDREOLI (acidissimo): Sono preoccupato per lei, se legge il mio romanzo in questo modo superficiale e quasi pervertito. Io ho scritto una storia con forti contenuti morali ed etici, e ho trovato interesse editoriale indipendentemente da quei critici che mi consigliavano di metterci un omicidio a pagina 35, perché è quello che ci si aspetta da Andreoli. A me non importa niente di quello che ci si aspetta, e non m’importa niente dei critici!

Hm. Non definirei la decisione di BUR un atto di coraggio, ma piuttosto un’operazione di marketing tesa a sdoganare un saggio atipico prodotto da un nome di richiamo. La IV di copertina non fa molto per chiarire, parlando di “Andreoli… narratore” e di “romanzo”, limitandosi a parlare di ricerca e di dialogo socratico soltanto nell’ultima frase. Niente di male, per carità – ma forse Andreoli non dovrebbe risentirsi se il lettore che cercava un romanzo si accorge che di romanzo non si tratta. Quello che m’indispone di più, tuttavia, sono tutte le cose di cui ad Andreoli non importa nulla: non solo i canoni della forma d’arte che pratica (troppo sporadicamente per potersene considerare un maestro), ma anche l’opinione dei critici, la politica degli editori, le aspettative e le reazioni dei lettori.

Parlando di politiche editoriali, bisogna dire che Andreoli potrebbe essere del tutto innocente della decisione di etichettare il Pellegrino come romanzo, e quindi stesse difendendo come poteva un forte non suo. Mi viene da domandarmi se fossero forti altrui anche le caratterizzazioni boccaccesche, magari inserite dietro insistenza di un editor per aggiungere “un po’ di pepe”? It happens, ma allora come la mettiamo con l’orgoglioso rifiuto dell’omicidio a pag. 35? Ma forse sono malvagia e invece è tutta farina del sacco dell’autore. E allora ancora più malvagio di me è Andreoli che, invece di difendere una scelta narrativa deliberata, dà del pervertito all’interlocutore che la discute.

Ma alla fin fine, il fastidio e il fare di sufficienza con cui Andreoli ha liquidato le obiezioni di natura tecnica mi hanno riportato molto in mente le stelle marine. Un Pellegrino è, ci vien fatto capire, quel genere di romanzo che si legge per il messaggio e nient’altro. Non c’è nulla di frivolo tra quelle copertine, nulla di così grossolanamente commerciale come una trama o dei personaggi, e fie upon us per esserceli aspettati.

Non sono sicura che mi sia venuta una voglia folle di leggere questo libro.