grillopensante

Gradi di separazione

È una mia teoria che, se è vero che tra due persone qualsiasi al mondo non ci sono mai più di sei gradi di separazione, a Mantova in particolare ce ne siano al massimo due e mezzo. No, davvero: è del tutto impossibile essere presentati a un qualsiasi gruppo di sconosciuti senza trovarli quasi tutti amici di amici di amici, cugini di amici, colleghi di parenti acquisiti, compagni di scuola del farmacista del villaggio, vicini di casa al mare di ex fidanzati di colleghe, nipoti di gente dello stesso villaggio, genitori di compagni di scuola di figli di amici, vigili urbani che vi hanno multati quella volta che… you get the drift – una tinozza davvero piccola.

E non lo so, ma immagino che lo stesso sia vero della maggior parte delle piccole città…

Però è stata quasi una sorpresa scoprire qualcosa di simile in quello che avrei creduto essere un mondo un po’ più largo – vale a dire l’Inghilterra Georgiana.

Si comincia a leggere a proposito del falsario Shakespeariano William Henry Ireland, e oltre a trovare nella sua cerchia vecchie conoscenze come Boswell, Kemble e Sheridan, s’incontra un piccolo esercito di collezionisti, bardolatri, giornalisti e gente del genere.

Poi si viene a leggere dell’archistar Regency Sir John Soane – e si scopre che era consuocero (con scarso entusiasmo) del giornalista James Boaden, personaggio di primo piano della vicenda Ireland. Il che forse non è strano, considerando che Soane era un collezionista e bardolatra a sua volta… Inoltre era buon amico di Turner, incrociò Salieri, il soprano Nancy Storace e Thomas Bowdler (quello che sanitizzò il canone di Shakespeare a beneficio delle famigliole inglesi) durante il Grand Tour, collaborò a restaurare la prigione di Newgate danneggiata durante i Gordon Riots e lavorò per William Pitt*. Oh – e il suo detestabile figlio George, che dopo essersi fatto diseredare finì a campare di traduzioni, romanzi gotici e drammoni (esattamente come il giovane Ireland una quindicina di anni prima), era amico del romanziere Matthew “Monk” Lewis.

E Soane padre era anche stato, in gioventù, allievo dell’architetto George Dance (the Younger)  – che, si scopre leggendo un pochino di lui, era a sua volta amico di Garrick, Angelica Kauffman – e Boswell.

E se ci badate abbiamo chiuso il cerchio, e nominato un sacco di gente dell’Inghilterra artistico-letteraria del tempo – e abbiamo appena scremato la superficie. Con un minimo sforzo, a partire da ciascun nome, potremmo senza dubbio ricostruire una rete molto più fitta di così.

A livelli mantovani.

Ed è vero che stiamo parlando di gente che si muoveva tra il centro e i margini di un ambito piuttosto specifico – o quanto meno di due o tre ambiti specifici contigui – but still. Ricordo vagamente di avere visto, una volta e da qualche parte, una specie di mappa** di contatti, prossimità e influenze letterarie, artistiche e filosofiche attraverso i secoli, che mostrava come certe cose a valle discendessero in modo a volte tortuoso ma riconoscibile da altre a monte… Questo post è una versione molto più limitata e superficiale dello stesso gioco – ma anche solo così ci si fa un’idea del modo in cui circolano idee, legittimazioni reciproche, influenze (più o meno dirette) e mentalità.

Una tinozza molto grande e molto piccola al tempo stesso, nevvero?

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* Ci sono anche una visita a Mantova (dove fece disegni di Palazzo Te) e il progetto della Dulwich Gallery nella scuola fondata dall’attore elisabettiano Edward Alleyn – ma siccome non sono connessioni Georgiane in senso stretto, le cito qui sotto – giusto perché non mi so trattenere.

** Se qualcuno ha idea di dove pescarla, la ritroverei molto volentieri.

bizzarrie letterarie · elizabethana

Riveduto E Corretto

RestorationTheatre06E dicevamo che, in Compleat Female Stage Beauty, quel che il re vuole non è una storia diversa – ma proprio l’Otello, finale sanguinoso e tutto, con sorprese. Il che è carino e serve bene per quello che Hatcher vuole dire, ma non rispecchia del tutto la mentalità Restoration in fatto di teatro, e di teatro elisabettiano in particolare. Perché in realtà…

Insomma, mettetevi nei panni degli Inglesi post-Restaurazione. Immaginate i teatri che riaprono nel 1660, dopo diciotto anni di guerre civili prima e cupaggine cromwelliana poi. Immaginate di essere assetati di divertimento, di musica, di gaiezza in generale.

E immaginate di ritovarvi per le mani le opere di Shakespeare. Età dell’oro elisabettiana fin che si vuole, ma che diamine: sono passati sessanta, settant’anni, e il gusto è cambiato. Shakespeare, che già cominciava a passare di moda negli ultimi anni della sua vita, a questo punto appare proprio come il relitto di un’era più cruda, più ingenua, più ferrigna…

E allora che si fa? SI rinuncia del tutto e passa oltre? Niente affatto, perché le storie sono notevoli, la poesia a tratti meravigliosa – se solo il tutto fosse un po’ meno antidiluviano in gusto e stile!  Ma a questo c’è rimedio, giusto? In fondo che ci vuole? Basta riscrivere.

Nahum TateE lasciate dunque che vi presenti Nahum Tate, irlandese e futuro Poet Laureate d’Inghilterra. Nel 1681, giovane e già celebre, scopre il Re Lear, e rimane semifolgorato – e la parte operativa è proprio quel “semi”.

Perché, vedete, Tate si accorge subito di essere inciampato in un mucchietto di gemme. Certo sono grezze, queste gemme, e buttate lì a qualche modo – ma così splendenti nel loro disordine che Tate sente l’impellente necessità di rimetterci mano e rimediare ai molti difetti della tragedia. E così ne riscrive una buona quantità, e cassa cosette del tutto secondarie come la parte del Buffone, ma soprattutto riscrive il finale.

Re Lear, lo sapete, è la storia di questo re vegliardo che caccia di casa l’unica figlia che lo ami veramente, ed è prontamente detronizzato dalle altre due figlie malvagie. Seguono guerra civile, accecamenti in scena, lotte fratricide, follia vera e presunta, tradimenti e controtradimenti, crisi di coscienza – e alla fine muoiono tutti. Ebbene, non ci crederete, ma a tutto ciò Nahum Tate riesce ad appiccicare un lieto fine in cui i malvagi seguitano a morire, ma Lear recupera il suo trono e richiama a corte in trionfo la dolce Cordelia, che così può sposare non il re di Francia cui era fidanzata, ma il giovane Inglese di cui è innamorata.

Er… sì.

Ma d’altra parte, tal dei tempi era il costume, e non è che Tate facesse alcunché di inaudito, scandaloso o inusitato… Non solo il tardo Seicento, il Settecento e l’Ottocento traboccano di riscritture creative (per dire, il Macbeth danzante e canterino di William Davenant…), ma la prassi non era nemmeno limitata al teatro, e sconfinava in campo filologico – vedasi Alexander Pope, che nel 1725, nella sua edizione in sei volumi delle opere complete di Shakespeare, non si fa il minimo scrupolo a riscrivere, potare le irregolarità metriche come se si trattasse di un giardino alla francese, cassare un migliaio e mezzo di versi che gli paiono brutti…

Ma non divaghiamo, e torniamo al Re Lear, che la storia è tormentata.

Prima di tutto, bisogna che sappiate che la versione per ottimisti di Tate ha molto successo – tanto da soppiantare quasi completamente l’originale. Quando nel 1755 David Garrick e Spranger Barry si sfidano a colpi di Lear dai rispettivi teatri, in una rivalità tanto accesa e tanto sentita da provocare tumulti nelle strade, non recitavano Shakespeare, ma Nahum Tate.

Barry_002Il che magari rende un po’ strano in quadro di James Barry* che nel 1788 ritrae il finale tragico, ma si sposa perfettamente con la storia di William Henry Ireland che, nel 1794, tra i suoi falsi shakespeariani include un manoscritto “originale” del Re Lear. E anche William Henry non si limita a trascrivere da qualche edizione discesa dal First Folio, ma ci mette del suo – o quanto meno toglie. Toglie tutto lo humour di grana grossa, raffina e purga il Bardo, anticipando i fratelli Bowdler… E la faccenda funziona, perché siamo in piena Bardolatria, e l’Inghilterra Georgiana è ansiosissima di credere al ritrovamento, di scoprire con sollievo che il Cigno di Stratford era più fine e spirituale dei suoi ribaldi curatori postumi.

Allo stesso modo, quando il ferocissimo avvocato e studioso shakespeariano Edmund Malone convince il parroco di Stratford a passare una mano di bianco sull’orrido busto funerario – dipinto a vivaci colori perché tale era il costume nel 1616 – ebbene, quella mano di bianco è il simbolo perfetto dell’atteggiamento dell’epoca: Shakespeare si venera, ma si venera molto meglio riveduto, corretto, intonacato e neoclassico.

E se poi può scapparci il lieto fine, tanto meglio. Erano in tanti a pensarla come il Dottor Johnson, che avendo visto una volta in gioventù il finale tragico, ne era rimasto insopportabilmente sconvolto, e considerava di gran lunga preferibile la versione per ottimisti…

E anche se già Garrick comincia a ripristinare pezzi dell’originale shakespeariano, resinserendo per esempio il Buffone,** bisogna aspettare il 1823 perché Edmund Kean provi a riportare in scena il finale tragico – e comunque non è come se andasse straordinariamente bene. Kean incassa un passabile successo personale nel ruolo, ma nulla di più. Alla fin fine sarà William Charles Macready a spuntarla, ma anche lui – pur con la sua ossessione per il rigore filologico – dovrà provarci due volte, prima nel 1834 e poi, definitivamente, nel 1838.

E quindi, sì: c’è sempre qualcuno convinto di poter fare di meglio – e in definitiva, Shakespeare per primo era un riscrittore sopraffino. Dubito che, considerando le disinvolte pratiche dell’età elisabettiana, si sarebbe stupito o indignato più di tanto sulla sorte del suo Re Lear. Tutto sommato, è perfettamente inutile stupirsi dei ritocchi di Nahum Tate. Semmai, se vogliamo proprio levare un sopracciglio, leviamolo sui 157 anni che l’originale ha impiegato per riprendersi il suo posto – a riprova del fatto che non solo c’è sempre qualcuno convinto di poter fare di meglio, ma è anche del tutto possibile che quel qualcuno trovi ragione presso un sacco di gente, per un sacco di tempo.

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* Magari non sono proprio quei dubbi da dormirci, ma mi sono sempre chiesta: in basso a sinistra, saranno Gloucester ed Edgar con il cadavere di Edmund?

** E prima di commuovervi sulla fedeltà di Garrick al suo Bardo, ricordatevi che Garrick aveva riscritto l’Amleto “per salvare il testo da tutte le assurdità del V atto.”

 

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L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare III

E il venerdì, più puntuale delle rondini a primavera, torna William Henry Ireland. Lo ritroviamo in spasmodica attesa della prima di Vortigern and Rowena a Drury Lane. La sua tragedia shakespeariana. Immaginatevelo, questo ragazzino di ventuno anni, che col peso della più maiuscola frode letteraria dei suoi tempi sullo stomaco, si torce le dita in un misto di sovreccitata anticipazione, sogni di gloria e terror panico.

E in mezzo a tutto questo, due giorni prima del fatidico debutto, Malone fece scoppiare la sua bomba editoriale.

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanEdward Malone era un altro bardolatra, un avvocato irlandese fiammeggiante e un pochino squadrellato a sua volta. In anni successivi lo si sarebbe scoperto colpevole di cose riprovevoli come furto e tagliuzzamento di documenti originali, ma nel 1796 aveva una considerevole reputazione – e la usò tutta per distruggere la collezione Ireland in quattrocentoventiquattro pagine di furibonda requisitoria illustrata con tavole fuori testo. Lo spelling dei supposti autografi, concionava Malone nel suo libro, non era elisabettiano; lo stile non era elisabettiano; una considerevole parte del lessico non era elisabettiana; le firme non somigliavano poi così tanto a quelle conosciute… tutto era falso, falso, spudoratamente e criminalmente falso.

Il libro fu un successo immediato, per cui immaginatevi che genere di pubblico riempisse platea e palchi del Drury Lane due giorni più tardi. Il teatro era pieno di giornalisti, curiosi e claques rivali: quella organizzata da Sheridan, quella voluta da Malone e varie altre a spese dell’uno o dell’altro giornale o fazione. E poi c’erano bardolatri di ogni colore, appassionati di teatro, fan di Kemble, partigiani degli Ireland e feroci maloniani… shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridan

È quasi un miracolo che i due primi atti riuscissero ad andare bene – e ad essere persino applauditi – in questa atmosfera incandescente. William Henry, nascosto nei camerini col cuore in gola, cominciava a sperare che dopo tutto, dopo tutto… e poi entrò in scena un attore giù di voce e lievemente buffo – e fu il disastro. Parte del pubblico non aveva aspettato altro: cominciarono gli sghignazzi, i lanci di bucce d’arancia, le contestazioni, gli insulti – e intanto gli attori s’innervosivano viepiù. Persino Kemble fu fischiato, e quando l’attore che interpretava il malvagio rimase incastrato sotto il sipario, in platea si scatenò una vera e propria rissa.

All’epoca non era cosa tanto inconsueta o tanto grave da far sospendere una rappresentazione, ma di certo il Vortigern non ebbe repliche – e la pur pilotatissima reazione del pubblico, con l’inglorioso naufragio della tragedia ritrovata, era tutta acqua al mulino di Malone.

Era finita. Nei mesi successivi critiche, dubbi e scherno fioccarono su Samuel Ireland, che tutti consideravano responsabile della frode – se frode era. Oh sì, c’era ancora chi credeva al sonetto, alla professione di fede e al pagherò, ma il Vortigern era stato un duro colpo, e la credibilità shakespeariana di Samuel era irreparabilmente franata a valle. In tutto ciò, il vecchio incisore biasimava suo figlio – ma non per avere falsificato alcunché, bensì perché non voleva presentargli Mr. H., il misterioso proprietario dei documenti, che avrebbe potuto chiarire tutta la faccenda…

Come suol dirsi all’opera, O umana cecità sei pertinace. Samuel non volle mai rassegnarsi all’idea che i suoi autografi fossero falsi. E quando William Henry, sfinito dalla tensione e dalla vergogna, finì per confessare, il padre non gli credette. E non perché avesse fede nell’onestà di suo figlio, sapete, ma perché lo considerava troppo stupido per avere architettato – e meno ancora realizzato – un piano del genere.

È la beffa finale. È ciò che fa di William Henry Ireland un personaggio semitragico. È il motivo per cui questa storia sarebbe perfetta per un romanzo…

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanWilliam se ne andò di casa per sposare una fanciulla dal passato interessante, che mantenne pubblicando romanzi gotici, le sue tragedie – e soprattutto, il suo più grande successo, un libro sulla sua incredibile frode. Inutile dire che suo padre era inorridito, non aveva la minima intenzione di essere scagionato in quel modo e anzi negava, negava e negava con ferocia che ci fosse alcunché di vero in quei deliri a stampa. Samuel Ireland morì nel 1800, convinto che la sua collezione shakespeariana fosse autentica e senza mai essersi riconciliato con quell’orribile ragazzo, quel figlio stupido e disonesto, la sua vergogna, la sua rovina, il più fatale errore della sua vita.

Depresso e diseredato, William seguitò a campare con i suoi romanzi gotici e le sue satire da poco, e un secondo libro sulla sua vicenda di falsario. Ma siccome anche allora vivere di scrittura non era soverchiamente confortevole, seguitò anche a integrare le entrate al modo che gli riusciva meglio: producendo falsi falsi autografi shakespeariani.

No, davvero.

Avete letto bene: falsi falsi autografi. Falsi dei suoi falsi. shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridan

Perché vedete, immagino che Samuel si rigirasse nella tomba, ma se non era riuscito a diventare celebre scrivendo, William aveva fatto centro nel momento in cui aveva confessato di avere condotto per il naso accademici, principi, scrittori e primi ministri. Non solo le sue Confessions furono un secondo successone, ma i collezionisti cominciarono a offrire discrete somme per i suoi falsi. Molti collezionisti. Tanti che, una volta esauriti i pezzi della collezione paterna – e la domanda continuando inabbattuta, William non vide ragione di deludere tanti ammiratori e rinunciare a una fonte di reddito. E allora cominciò a produrre manoscritti originali del Vortigern, dell’Enrico e del sonetto di Anne come se piovesse.

Falsi falsi.

Cosicché è vero, quando nel 1821 l’incorreggibile William Henry annunciò di avere scoperto il testamento di Napoleone, l’Inghilterra si fece quattro risate. E quando qualche anno più tardi se ne uscì con il carteggio tra Giovanna d’Arco e il Delfino, nessuno finse nemmeno di crederci.

Epperò, quest’Inghilterra smaliziata continuava a comprare i falsi falsi, e mi domando – mi domando…

shakespeare, william henry ireland, edward malone, john kemble, richard sheridanMi domando se l’ex ragazzo stupido si aspettasse davvero di essere creduto con il suo falso Napoleone e la sua falsa Pulzella. Se non gli fosse solo parso il caso di ricordare all’Isoletta che lui era ancora lì, il pittoresco falsario confesso – e in tutta discrezione, qualcuno voleva per caso acquistare l’ultimo, ultimissimo falso shakespeariano che ancora gli restava tra le mani?

Oh, non saprei, ma dal ragazzino che marinava la scuola e si costruiva di nascosto armature di cartone e carta stagnola, potrei anche aspettarmelo. E mi piace figurarmelo così, William Henry, mentre il sipario si chiude: un po’ triste, al pensiero di quel padre che non era capace di credergli, ma con un accenno di sorriso beffardo e un po’ storto mentre fa marketing delle sue frodi e delle sue bugie.

See? Not so very stupid after all, am I?”

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L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare II

Rieccoci qui, e riecco William Henry Ireland.

Lo avevamo lasciato – ricordate? – a mangiarsi le unghie in attesa degli esperti di cose shakespeariane che dovevano esaminare i suoi autografi del bardo.

Ebbene, i due studiosi arrivarono, esaminarono, cogitarono, mormorarono, interrogarono un tremebondo William, elucubrarono ancora un po’ e, alla fne, dichiararono i documenti autentici.

shakespeare,william henry irelandCon tutta la Londra bene, capitanata da gente come il principe di Galles, il primo ministro Pitt e James Boswell, che fioccava nel suo salotto per vedere le reliquie autenticate, Samuel Ireland era al settimo cielo. Ma chi aveva l’impressione di vivere in un sogno era William Henry.

Ce l’aveva fatta.

E se ce l’aveva fatta, perché fermarsi?

Il parto successivo fu un sonetto d’amore dedicato ad Anne Hathaway, poi vennero dei libri a stampa annotati a margine, e poi addirittura un manoscritto del Re Lear– ma non una copia fedele dal First Folio, oh no. Perché vedete, se Shakespeare aveva un difetto agli occhi dei suoi adoratori di epoca georgiana, era il suo humour di grana non proprio finissima. E così, nel copiare, il nostro giovanotto non seppe trattenersi dal purgare il tutto, anticipando in questo i celebri fratelli Bowdler. E non v’immaginate la gioia pubblica nello scoprire che dopo tutto il Cigno di Stradford era più fine dei suoi ribaldi curatori postumi… shakespeare,william henry ireland

Londra, con Samuel in testa, sembrava intenzionata a bere qualsiasi elaborata fandonia William preparasse. Doveva essere una sensazione inebriante per il ragazzo troppo stupido per ricevere un’istruzione, lo scrivano di ripiego, il figlio insoddisfacente. E se tutti avevano creduto al suo sonetto, se il suo Lear sanitizzato era piaciuto persino più dell’originale, che cosa gl’impediva di lanciarsi in qualcosa di più grosso ancora? Qualcosa di suo?

E fu il Vortigern.

shakespeare,william henry irelandUn inedito, capite? Vortigern e Rowena, per la precisione. Una tragedia storica tratta dal buon vecchio Holinshed, fonte d’ispirazione per tutti i tragediografi elisabettiani. Samuel Ireland, in brodo di giuggiole, montò una campagna pubblicitaria e vendette i diritti a nessun altro che Richard Sheridan, , perché rappresentasse la straordinaria trouvaille al Drury Lane, con l’astro delle scene, John Kemble, nel ruolo del protagonista.

Tutto sembrava predisposto per il trionfo segreto di William, vero? Peccato che Sheridan cominciasse presto ad avere dei dubbi. Peccato che una tragedia intera fosse tutt’altro che qualche sonetto e una manciata di versi cambiati. Peccato che Kemble annusasse il falso…

Le prove si trascinarono, e intanto la straordinaria fortuna di William cominciava a mostrare la corda. Procurarsi la carta antica e l’inchiostro finto-antico diventava difficile e sospetto, e ci fu un terribile pomeriggio in cui un amico, piombato nello studio legale a sorpresa, trovò William intento con tutto l’armamentario per la falsificazione, c’era il celebre avvocato bardolatra Edward Malone che cominciava a gettare dubbi sugli autografi, c’era l’occasionale articolista che si faceva beffe dell’approssimativo Inglese elisabettiano di William, c’era Samuel che voleva a tutti i costi conoscere il misterioso Mr. H…. e sapete che cosa era peggio di tutto? Dopo il primo moto di entusiasmo, Samuel aveva perso interesse per il ruolo di suo figlio nella faccenda. A lui interessavano gli autografi, e anzi, semmai era un po’ impaziente nei confronti di William, che non ne portava a casa con sufficiente regolarità.

shakespeare,william henry irelandCredo che a questo punto il nostro giovanotto cominciasse a sentire tutto il suo piano sfilacciarglisi tra le dita – ma che poteva fare? E poi c’era il Vortigern. William voleva convincersi che, una volta rappresentato con successo il Vortigern, tutto si sarebbe sistemato. Nessuno avrebbe più osato dubitare, e suo padre si sarebbe ritenuto soddisfatto. Sì, per fortuna c’era il Vortigern.

E consolandosi con l’idea della prima imminente, William Henry continuava a scrivere come un dannato. Non posso fare a meno di farmi qualche domanda sul suo principale. Che cosa credeva che facesse il suo scrivano, da solo tutto il giorno nello studio? Si sarà pur accorto che il lavoro legale non procedeva granché… Possibile che non avesse il minimo sentore della nuova frode shakespeariana che si consumava sotto il suo tetto? Un altro dramma storico, nientemeno: un Enrico II.

shakespeare,william henry ireland, john Kemble

E questa volta il nostro falsario aveva le idee un po’ più chiare, e il nuovo lavoro era più articolato, più complesso, più solido, senza le ingenuità e gli angoli tagliati del Vortigern. Era quasi un peccato non avere atteso un po’, non avere imparato un po’ meglio il mestiere prima di gettarsi in pasto ai teatri… Ma ormai era fatta. Nonostante i tentennamenti di Sheridan e il sarcasmo di Kemble, la prima era stata fissata per il 2 di aprile del 1796 – e William voleva esserne certo: il successo del Vortigern avrebbe travolto tutti e tutto.

Come andrà la prima del Vortigern? Come accoglierà il pubblico londinese l’inedito giovanile del bardo? Riuscirà il nostro eroe a trionfare ancora una volta?

Scopritelo nel prossimo episodio de… L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare!

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L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare

Ma come è possibile che non abbia mai postato a proposito di William Henry Ireland – uno dei più pittoreschi personaggi del circo para-shakespeariano? Non solo un bardolatra ossessivo, ma anche il più straordinario–

Ma no, non anticipiamo e, per una volta, cominciamo dall’inizio.

shakespeare,william henry irelandWilliam Henry, nato a Londra nel 1775, era il figlio illegittimo di Samuel Ireland, antiquario, autore di guide turistiche e incisore di fama – che si occupò di lui e lo crebbe con più senso del dovere che calore. Il babbo avrebbe voluto farne un continuatore, ma William sembrava non avere talento per nulla: non studiava, non assorbiva nulla, non mostrava il minimo interesse per nessuna materia, marinava le lezioni…

“Troppo stupido per ricevere un’istruzione,” sentenziò uno dei vari presidi che lo rimandarono a casa come caso disperato.

Alla fine il padre si rassegnò all’idea di un figlio stupido, e supplicò un amico avvocato di assumerlo come garzone di studio.

E William, in tutto ciò? Be’, William in realtà un interesse ce l’aveva: il teatro. Non fa meraviglia che i suoi risultati scolastici fossero quelli che erano, visto che il ragazzo passava tutto il suo tempo a bighellonare da ingresso degli artisti a ingresso degli artisti (e non era come se a Londra ce ne fossero pochi…) e a costruire di nascosto teatrini in miniatura e armature di cartone. shakespeare,william henry ireland

Forse avrebbe passato la vita in anonima eccentricità se, nell’estate dei suoi diciassette anni, il suo distratto e deluso padre non se lo fosse trascinato dietro a Stratford, in cerca di documentazione e memento shakespeariani. Stiamo parlando del 1793, quando la bardolatria era un esantema abbastanza nuovo – e Samuel Ireland era un apripista. Ma non un apripista straordinariamente astuto: gli indigeni gli rifilarono senza difficoltà ogni genere di paccottiglia – non ultimo lo sgabello su cui il Cigno di Stratford si era seduto per corteggiare Anne Hathaway…

Il supposto stupido William se ne rese conto – anche se non subito – e non ebbe cuore di disilludere il padre, che nel frattempo aveva pubblicizzato le sue trouvailles a destra e a mancina, ed era soltanto deluso di non essere riuscito a trovare uno scritto autografo.

E fu qui che William ebbe il suo colpo di genio: perché non poteva procurarlo lui, un autografo shakespeariano? Dopotutto non sarebbe stato più fasullo dello sgabello che tutta Londra ammirava, giusto?

shakespeare,william henry irelandEr… forse no – ma a William pareva di sì. Dopo tutto era il figlio di un incisore e aveva ricevuto una formazione artistica, per non parlare della pazienza e manualità che aveva acquisito costruendo teatrini. E per di più, lavorava in uno studio legale che custodiva nei suoi archivi ogni genere di documento vecchio di secoli. La carta non era un problema, e l’inchiostro falso-antico non era affatto impossibile da trovare.

William lavorò e si esercitò e ben presto fu capace di falsificare un contratto tra Shakespeare e John Heminges. 

Samuel ci cascò in pieno e, per la prima volta in vita sua, cominciò a rivalutare quel figlio che aveva sempre considerato irreparabilmente stupido.

Grazie al falso contratto casa Ireland diventò un luogo felice – anche perché, sull’onda dell’entusiasmo e incoraggiato dalla nuova stima del padre, William non vedeva ragione di fermarsi, e cominciò a sfornare un falso dietro l’altro. Da dove saltavano fuori? Dalle carte di Mr. H., un anziano, anonimo e, ça va sans dire, del tutto fittizio gentiluomo. Nella sua gioia, il credulo Samuel ingollò beatamente Mr. H., un pagherò, una bozza di lettera, una professione di fede protestante…shakespeare,william henry ireland

O forse non così beatamente. Il giorno di Natale del 1794, quando William si era ormai convinto di avere scoperto la via della felicità, il padre fu colto da un improvviso sussulto di buon senso, e si dichiarò intenzionato a far esaminare i documenti.

Terrore e sgomento! Come poteva William sperare di superare l’esame di due esperti? E però, come poteva opporsi a un’idea tanto ragionevole? Era disastrosamente chiaro che, nel dar corso al suo colpo di genio, il giovanotto si era lasciato sfuggire qualche particolare…

E qui, abbiate pazienza, finisce la prima puntata.

Che ne sarà di William Henry e dei suoi documenti shakespeariani? Verrò smascherato? E come reagirà il padre ingannato?

Per saperlo, non perdete la prossima puntata de… L’Uomo Che Voleva Essere Shakespeare

(♫ accento di musica finto-elisabettiana)