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La Responsabilità Della Penna

Venerdì scorso è morto José Saramago.

Di sicuro non era il mio scrittore preferito, ma d’altra parte di suo ho letto soltanto due romanzi, il metaletterario La Storia dell’Assedio di Lisbona e il – diciamo così – metastorico Il Viaggio Dell’Elefante. Di entrambi m’intrigava l’idea di partenza (rispettivamente un romanzo storico/ucronico nato da un “non” ballerino e una decorazione di legno vista in un ristorante austriaco), da entrambi sono rimasta piuttosto delusa, dal punto di vista tanto narrativo quanto stilistico. Però L’Assedio ha suggestive descrizioni dell’Alfama, il quartiere pittoresco e fatiscente attorno al castello di Lisbona, e L’Elefante ha, per l’appunto, un elefante al centro, e questi sono i miei migliori ricordi di Saramago.

Di sicuro non ho letto abbastanza da esprimermi sui suoi meriti letterari, e non ho intenzione di farlo. Quello che vorrei annotare è tutt’altro: in questi giorni la stampa ha parlato molto delle sue prese di posizione su argomenti di politica internazionale e religione. Potrei dire che non condivido nessuna delle “crociate” di Saramago, ma non è questo il punto. Quello che mi ha colpita è stato leggere delle sue obiezioni alle critiche espresse dalla Chiesa cattolica in seguito alla pubblicazione de Il Vangelo Secondo Gesù. Premetto in tutta onestà che di quelle obiezioni ho letto solo alcuni stralci fuori contesto, e quindi vorrei che il discorso andasse al di là del caso individuale di Saramago.

Se Saramago intendeva davvero negare il diritto della Chiesa a criticare il suo lavoro di narratore, allora trovo che avesse torto. Trovo che chiunque sostenga che qualcun altro non lo può criticare – sul piano letterario o ideologico – abbia decisamente sbagliato qualcosa. Il fatto di essere narratori e non saggisti non libera dall’assumersi la responsabilità di ciò che si scrive. Un romanziere esprime la sua visione del mondo, le sue opinioni e i suoi valori ad ogni passo, non importa sotto quale forma allegorica, simbolica o fittizia: nel momento in cui si esprime pubblicamente sulle grandi questioni del suo tempo, deve accettarne le conseguenze – il che comprende affrontare le critiche, difendere il suo lavoro e il suo pensiero. Non vale trincerarsi dietro una supposta zona franca della letteratura, non vale nemmeno dire che il tale o tal’altro interlocutore (nel caso di Saramago era la Chiesa) non ha il diritto di pronunciarsi sui meriti letterari di un’opera. Il fatto è che chiunque ha il diritto di pronunciarsi, di sollevare obiezioni concettuali, ma anche di muovere critiche sul piano letterario.

Di ogni parola che scrivo sono responsabile, nella forma e nel contenuto. Non importa se ho deciso di affidare il mio pensiero a una forma narrativa, di esporlo per allegorie, di illuminarlo attraverso storie di secoli passati: se il mio pensiero è in quelle parole e in quella forma (e, checché se ne dica, forma e contenuto non sono davvero scindibili), allora devo essere disposta a risponderne – e né le copie vendute né la popolarità né un Nobel mi metteranno mai al riparo da questo. Anzi, più sono celebre, letta, influente e premiata, maggiore sarà la mia responsabilità.

L’inchiostro stampato è una forma di potere che può essere usato in molti modi: se ne può fare un veicolo per le proprie opinioni, uno strumento per le cause in cui si crede, e questo è perfettamente legittimo. E’ altrettanto legittimo, però, reclamare l’intangibilità e indiscutibilità delle proprie espressioni?

2 pensieri riguardo “La Responsabilità Della Penna

  1. Sebbene sia un miscredente senzaddìo sbattezzato, non posso che darti ragione.
    Eppure non posso fare a meno di pensare che i tempi e i target di certe crociate, la chiesa se li sceglie proprio a c.d.c., ehm.

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  2. Ti dirò, qui non è nemmeno questione di chiesa o non chiesa. Chiunque fosse il criticante, chiunque fosse il criticato, non ci si chiama fuori. O almeno, non si dovrebbe: a certuni è consentito di farlo, e ricevere applausi e ovazioni nel processo.
    Oh, e sono una miscredente anch’io, sai?

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