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Libri Che Non Si Vogliono Finire

Ecco, Christoferus, or Tom Kyd’s Revenge, di Robin Chapman, è un libro di cui avrò nostalgia.

Sì, sì, sì: è ancora un altro romanzo su Marlowe, ma ha una premessa inconsueta, un protagonista/narratore con una favolosa e individualissima voce, un punto di vista diverso dal solito e un finale così così.

Ed è anche un caso di libro iniziato con scarsa fiducia e poi divorato a velocità ineguale, oscillando tra l’Avido Galoppo, il Passo Trattenuto (“Non voglio finire troppo presto!”) e il Piccolo Trotto in ammirazione del paesaggio.

Per farla breve, non ho mai considerato Thomas Kyd il più interessante tra i drammaturghi elisabettiani: l’idea diffusa è quella dell’Autore Di Un Solo Titolo (The Spanish Tragedy, molto truculenta), una brava e lamentosa persona ai margini del suo ambiente per mancanza di un titolo accademico e di una personalità fiammeggiante, implicato suo malgrado nei guai di Marlowe, indotto ad incriminare il suo più celebre e brillante collega a forza di tortura… non precisamente un eroe da romanzo, vero?

E invece Robin Chapman cambia le carte in tavola, facendo di Tom Kyd un uomo fascinoso e brillante, un autore di successo, amico, amante e sodale artistico di Marlowe, traditore involontario sotto i terribili ferri di Topcliffe, e intento a vendicare sé stesso e il defunto Kit. Gli scrittori sono una genia di perfidi manipolatori: la storia di Christoferus non è sempre  del tutto credibile – alla luce delle fonti – ma è così ben raccontata che si chiude volentieri un occhio e ci si lascia trascinare. Fino al finale, un po’ blando, un po’ irrisolto e con qualche libertà storica di troppo. Il finale non è il più piacevole dei risvegli, ma a maggior ragione ci si dispiace di avere finito il libro, dopo trecento e tante pagine trascorse in una magnifica Inghilterra elisabettiana, intensa, dorata e pericolosa, popolata di gente affascinante e infida, retta su una combinazione di menzogne, paura e splendore… E con la desolante certezza che nessuna rilettura potrà mai più essere come la prima volta.

Ecco, Chapman ha fatto un buon lavoro.

Tutti abbiamo, almeno una volta, iniziato un libro senza aspettarcene granché e poi siamo stati travolti e catturati.

Tutti abbiamo assaggiato un’atmosfera così densa e vivida che finire il libro è stato come lasciare un posto reale – e poi sentirne la mancanza, tanto da faticare un po’ ad abituarsi alla lettura successiva.

Tutti ci siamo innamorati della voce di un narratore.

Tutti siamo stati sorpresi, scettici, incantati nostro malgrado da una nuova luce gettata su un argomento che credevamo di conoscere. Qualche volta siamo stati convinti, qualche volta no, ma non importa – basta che ci siamo ricordati che c’è sempre un altro possibile punto di vista.

Tutti abbiamo perdonato qualche difetto grosso come la provincia di Modena perché il libro ci piaceva troppo per fare storie – e così abbiamo riaggiustato la nostra incredulità e l’abbiamo sospesa un po’ più in alto.

Tutti abbiamo ansiosamente valutato lo spessore di ciò che ci restava da leggere, e trovato scuse per prolungare la lettura, rallentando sempre di più il ritmo, mano a mano che le pagine ancora ignote diminuivano di numero.

Robin Chapman mi ha messa in tutte queste situazioni contemporaneamente: sono grata, seccata, incantata, divertita. E anche un pochino gelosa.

2 pensieri riguardo “Libri Che Non Si Vogliono Finire

  1. A proposito di libri che non si vogliono finire, ho subito pensato al rapporto che ho avuto con alcune mie letture.

    In cima alla lista ci sono assolutamente “I Buddenbrook”, letto in 29 giorni ripartiti in tre tranche nell’arco di dieci mesi (fine vacanze estive, poi vacanze natalizie, infine inizio successive vacanze estive). E’ stato il romanzo della svolta, del passaggio dalle letture infantili alle letture vere. Ho davvero amato molto quel romanzo, per dieci mesi mi sono sentito dentro la storia che leggevo, testimone silenzioso dell’evolversi della trama accanto ai protagonisti. Quando l’ho terminato è stato come congedarmi da quelle famiglie che avevo molto vagheggiato nella mia mente in tutti quei mesi e che mi avevano “accompagnato”, quasi mi sentissi ormai uno di loro.
    La stessa affezione, o quasi, per un libro l’ho provata con “Le affinità elettive”, “La vocazione teatrale di Wilhelm Meister” e “Madame Bovary”, ma anche con altri.

    Con i libri tendo a iniziare piano, a prendere confidenza con lo stile dell’autore e con i personaggi e la trama, poi inizia “l’Avido Galoppo” giornaliero (con “I Buddenbrook” ho toccato il record giornaliero di 48 pagine, tutt’ora imbattuto nelle mie letture). Poi, presa confidenza col libro, vado ad un ritmo sempre maggiore.

    Mi succede con tutti i libri che leggo. Devo però specificare che io seleziono moltissimo le mie letture, e che amo leggere quasi esclusivamente i classici, romanzi, opere teatrali, poemi, anche parecchio impegnativi.
    Il mio numero di letture annue è sicuramente al di sotto di quella soglia che definisce il confine tra un lettore medio (uno che legge molto o comunque abbastanza) e uno che invece legge poco.
    Alla quantità ho sempre privilegiato la qualità delle letture in cui mi sono cimentato. Sarà un difetto? Molti amici me lo rimproverano, questo mio infilare un Goethe, un Thomas Mann, un Sofocle, Euripide, un Goldoni ecc. dietro l’altro, ma la mia è una questione di gusti, non lo faccio per essere snob, semplicemente mi interessano di più uesto genere di opere, mi intrigano da morire come nessuno altro autore contemporaneo è (finora) riuscito a fare.

    Mi scuso per la lunga divagazione. Spero le abbia fatto piacere questa mia “conversazione” con lei. A presto, quando vuole la aspetto sul mio blog.

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  2. Mi piace moltissimo come ricorda tutti i dettagli del suo primo incontro con i Buddenbrook. La prima lettura di certi libri fondamentali (e il concetto di libro fondamentale è così diverso da persona a persona!) funziona come l’inizio di una storia d’amore, vero?
    Quanto alle scelte di lettura – altro campo eminentemente soggettivo – sarei tentata di suggerirle qualche capatina nella letteratura di genere, ogni tanto, perché ci si trovano delle gemme nel bene e nel male, però capisco il principio di alta selettività che s’impone quando i libri sono tanti e il tempo è (relativamente) poco.
    A presto.

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