grilloleggente · libri, libri e libri

Quel che dovrei leggere…

Parlavasi ieri con L. di libri e letture – e ho ammesso, non per la prima volta, che non leggo praticamente più nulla di ambientazione contemporanea.

“Forse dovresti, ogni tanto…” ha osservato L. “Almeno per farti un’idea, visto che ti occupi del campo.”

E sapete, L. ha perfettamente ragione. Dovrei, dovrei proprio – non foss’altro che per non sembrare del tutto arroccata su un platano. Ricordo ancora vividamente la presentazione durante la quale la bravissima moderatrice mi chiese chi fossero i miei autori preferiti… “Conrad,” dissi io, ovviamente. “Kipling, poi ovviamente gli Elisabettiani…” Lei chiese se c’era nessuno di contemporaneo, e io snocciolai Barry Unwin, Patricia Finney e qualche altro nome così. “Ma… Qualche autore italiano? O almeno tradotto?” E io non avevo nulla da rispondere.

Quindi sì: L. ha perfettamente ragione.

E tuttavia…

Il fatto si è, vedete, che negli anni mi sono accorta di avere davvero poco tempo per leggere per il mio piacere – as opposed to leggere per lavoro, studio e documentazione. Con questo non voglio dire che quel che leggo per altri motivi non sia spesso piacevolissimo – ma leggere narrativa senza secondi fini è cosa ormai confinata alle quotidiane ore piccole, alle Reading Weeks, e all’occasionale domenica pomeriggio.

Ho memorie felici dei tempi in cui leggevo tantotantotanto – a volte anche un libro al dì… ma che volete che vi dica? Gli occhi, la resistenza, e malinconicamente forse anche il sacro fuoco, non sono più quelli di un tempo. Per cui leggo ancora più che posso, e leggerò sempre – ma bisogna venire a patti con il fatto che il tempo per farlo è limitato.

E con il fatto sono venuta a patti in questo modo: siccome ho poco tempo per leggere, leggo solo cose che mi piacciono davvero. Scelgo libri che mi attirano davvero e, se qualcosa non mi piace, lo lascio e passo oltre. E anche questa è stata una conquista lenta e faticosa – perché per molti, molti anni ho finito tutto quello che cominciavo, anche se non mi piaceva, anche se mi annoiava da morire o mi levava il sonno. Mi ci son voluti decenni a decidere che la lettura non ha bisogno di essere una questione di principio…

Ad ogni modo, non posso negare che questa duplice selezione tenda a lasciare in piedi quasi solo romanzi storici e saggistica storica, per lo più di autori anglosassoni – vivi o meno.

È un problema? Sì, l’ho già ammesso. Non a livelli cosmici, certo – ma un problemetto.

È risolvibile? Assolutamente sì. Basterebbe leggere più contemporanei – di anagrafe e d’ambientazione. Almeno qualcuno. Dopo tutto non è difficile leggere qualcosa in più di praticamente nulla, giusto?

Ho intenzione di porre rimedio? Er… well. È una di quelle cose come catalogare i libri dello studio, rimettermi a studiare il Tedesco e sgelare il freezer: prima o poi mi ci proverò.

E voi, o Lettori? Riuscite a leggere quanto vorreste? Ci sono cose che vi parrebbe di dover leggere – solo che…? E, già che ci siamo, finite sempre tutto quel che iniziate? Do tell!

libri, libri e libri · Utter Serendipity

Piovono Libri

books-illustrationLa triste verità è che non leggo più come un tempo…

In realtà credo che il tempo che dedico alla lettura tout court non sia necessariamente diminuito, perché leggo un sacco per lavoro, per studio e per documentazione, e la lettura è lettura – ma ci sono stati tempi, anni, decenni in cui divoravo felicemente romanzo dopo saggio dopo romanzo…

Ricordo che da implume, quando mi si chiedeva dei miei hobbies, non mi passava nemmeno per il capino di citare la lettura, perché la lettura non era uno hobby – era… oh, non so: una forma di respirazione?

Ah, bei tempi. Adesso sono ridotta al triste punto in cui due-tre giorni, o al massimo una settimana di letturaletturalettura costituiscono la mia più felice, desiderabile e dorata idea di vacanza, da concedermi un paio di volte l’anno nella migliore delle ipotesi.

raining booksIeri sera, tuttavia, ho avuto una specie di pioggia di perseidi libresche.

È capitato che partissi presto per la città, nell’intento di pasare, prima delle prove, in biblioteca a ritirare un prestito bibliotecario appena arrivato: John Donne – Life, Mind and Art, dell’elisabettianamente nomato John Carey. E mentre me ne venivo via col mio bottino (un grazioso librino, proveniente dalla Sala Borsa di Bologna – e prima, a giudicare dai timbri, dal British Council), mi si chiama da casa per comunicare che un corriere ha appena consegnato un pacchetto di Amazon.  Ed è The Master, di Colm Toìbin – un romanzo che ha per protagonista Henry James, con particolare enfasi, I think, sul suo fiasco teatrale.

Bizzarra coincidenza, penso tra me – e tanto più perché so che c’è un pacchetto della Historical Novel Review ad aspettarmi in Teatrino.

Ora, forse vi ho già detto e forse no che, dalle mie rurali parti, la consegna della posta è così inaffidabile, lenta ed erratica che, dopo un paio di disguidi che hanno rischiato di costarmi il lavoro, ho cominciato a farmi spedire i pacchi della HNR presso amici che abitano in città. Ebbene, sabato E. mi aveva telefonato per comunicarmi che era arrivato “un libricino” per me, e che me lo avrebbe lasciato in Teatrino… C0sì, appena giunta, ho cercato nel cassetto in biglietteria, e ho scoperto che il “libricino” era in realtà un pacco enorme, contenenti due grossi hardback per un totale di ottocentosettanta pagine. a58537d99af4544c9d73962306ea2f58

“Laggiù sull’Isoletta temevano che ti annoiassi?” ha sghignazzato M., guardandomi aprire il malloppo ed estrarre i tomi. “Leggi, leggi!”

E quello è stato l’istante in cui mi sono resa felicemente conto di quanta lettura ho davanti nel prossimo paio di settimane – grazie alle scadenze della HNR, ai tempi di restituzione dei prestiti interbibliotecari e a cose del genere.  In realtà per Toìbin non ci sarebbe nessuna fretta – ma date le circostanze, perché non infilarlo tra le Perseidi ed estendere la maratonetta di lettura?

Una biografia, un giallo storico, un romanzo biografico, un fantasy storico… E ci sono di mezzo un saggio e un festival teatrale: suona perfettamente felice, vero?

libri, libri e libri

Reading Week

ReadingWeekOh, non so – ma credo che mi prenderò una settimana di lettura.

Niente lavoro, solo libri.

Non ho programmi particolari, perché è una decisione improvvisa, presa ieri sera guardando le perseidi tardive. Un po’ di Sabatini e un po’ di Sutcliff, immagino, perché è quel che ci vuole d’estate. E, sempre per lo stesso motivo, il Pitta trovato secoli orsono su una bancarella a Bologna e poi mai più letto. E forse uno dei due grossi tomi che devo recensire per la HNR, ma vedremo. Oh – e Patricia Finney, forse?

ReadingWeek2E ci sarebbe sempre The White Company – preceduto o seguito da Sir Miles, perché è lì da secoli che aspetta proprio un’occasione come questa…

E poi…

E poi farò bene a fermarmi, perché una settimana è una settimana, e comunque facciamo così: niente liste precise, eh? Un giringiro libresco in direzioni a trovarsi…

Vi farò sapere – ma forse non subito. Non prometto di postare regolarissimamente, questa settimana.

Intanto felice Ferragosto, o Lettori – e a presto.

 

grilloleggente

E Come Va A Finire? (Spoilers Ahead)

spoiler-4e440ba-intro-thumb-640xauto-24554.pngOra, cominciamo col dire che con aNobii ho avuto, a suo tempo, una breve relazione – e poi ho smesso, perché ho deciso che il tempo passato su aNobii era tempo sottratto alla lettura.  Però ho fatto in tempo, nel mio periodo di zelo, a scrivere qualche recensione – tra cui una del Gattopardo. E una signora commentò la mia recensione protestando severamente contro lo spoiler non segnalato.

E sapete perché?* Perché la recensione accennava alla principessina Concetta “sconfitta e altera”. O almeno immagino che quella fosse la ragione, perché non c’era altro che potesse qualificarsi come spoiler. E confesso che la cosa mi aveva divertita molto: come se si leggesse Il Gattopardo per sapere come va a finire Concetta…

Ma evidentemente sì: c’è chi lo legge per sapere come va a finire, e io sono una snob e non dovrei sogghignare su quella che in fondo è un’esigenza tutto sommato legittima e certamente diffusa. In fondo basta gettare l’occhio più distratto a qualsiasi sito di recensioni per vedere che la pratica di indicare preventivamente gli spoilers è universale. Persino quella scanzonata miniera narratologica che è TVtropes**, pur irriverente come pochi nei confronti delle aspettative del lettore/spettatore, ha un sistema anti-spoiler, che consente di calare tendine bianche su tutto ciò che possa qualificarsi come tale. Potrei dire per inciso che lo trovo irritante oltre ogni dire, il sistema anti-spoiler, perché si attiva per default ogni volta che manco per un po’ dal sito, e non mi ricordo mai dove devo andare per toglierla di mezzo. E potrei anche dire che non capisco fino in fondo il gusto o lo scopo di leggere decostruzione narrativa sbianchettata come una lettera dal fronte, ma tant’è: una volta di più, si vede che l’esigenza è diffusa – o i Tropers non ci si sarebbero disperati, direi.

Per quanto mi riguarda, non rimprovererò mai nessuno per avermi spoiled una storia. Oddìo, forse sì, in caso di gialli, perché sapere chi è l’assassino toglie un certo qual gusto alla lettura di un libro costruito attorno alla domanda “Chi Sarà Mai l’Assassino?” Eppure confesso di avere riletto un buon numero di gialli di Agatha Christie per il gusto delle sue descrizioni della vita inglese, e per studiare il modo in cui Aunt Agatha costruisce i suoi meccanismi. Ma forse non faccio testo, perché sono una rilettrice compulsiva, perché smontare i meccanismi delle storie è una delle gioie della mia vita, e perché otto volte su dieci scrivo a partire dal finale. Detto questo, ammetto che ci sono storie in cui la sorpresa finale è stata concepita dall’autore come sorpresa finale, e quindi potrebbe non essere una cattiva cosa leggerle almeno una volta secondo le intenzioni di chi le ha scritte…

Poi c’è la mia amica F. che sistematicamente legge per prima cosa le ultime cinque o sei pagine, così poi è “libera di apprezzare il libro senza l’ossessione di scoprire come va a finire.” E anche questa è una teoria. Vastamente condivisa, tra l’altro, e forse anche scientificamente fondata: in questo post, Jonah Lehrer – che legge con lo stesso metodo di F. – racconta di essersi sentito un lettore squadrellato finché non si è imbattuto in uno studio della University of California in materia. Due ricercatori hanno fatto leggere alle loro cavie una dozzina di racconti di vario genere – compresi quattro piccoli gialli – svelando in anticipo il finale a una parte dei lettori e registrando il gradimento di ciascuna storia. E, sorpresa sorpresa, undici storie su dodici (compresi i gialli – l’eccezione è Cechov) sono piaciute di più a chi sapeva in anticipo come sarebbe andata a finire.

Che se ne deduce? Che F. non ha poi tutti i torti. Che il finale a sorpresa è sopravvalutato. Lehrer individua due meccanismi diversi: da un lato la predilezione della mente umana per la rassicurante prevedibilità rispetto alle sorprese, dall’altro il fatto che conoscere il finale rende ancora più interessante la scoperta di come al finale si arrivi.
In effetti molta letteratura di genere poggia saldamente su schemi prevedibili: l’assassino verrà smascherato, l’eroina convolerà a giuste nozze con l’uomo del suo cuore, l’Eletto salverà il mondo dal potentissimo malvagio di turno, il cowboy con il cappello bianco cavalcherà vittorioso verso il tramonto… Un sovvertimento troppo audace è il genere di mossa che può rovinare una carriera – o un matrimonio, a giudicare dalle vicende del Capitan Fracassa e della strettamente evitata crisi coniugale in casa Gautier.***

D’altro canto, invece, un minacciato sovvertimento funziona alla meraviglia: una tecnica narrativa viepiù diffusa è quella di cominciare con un flashforward del Nostro Eroe più o meno letteralmente appeso per i polpastrelli a ciò che resta di un ponte in fiamme, e poi lasciarlo lì per tornare a due settimane prima, quando il Nostro Eroe stava bevendo il tè con la moglie e i tre figli nel giardino della sua magione di campagna nello Shropshire. Ma badate bene, è un sovvertimento solo apparente, perché la domanda di fondo a questo punto diventa non tanto Il Nostro Eroe Se La Caverà? bensì Come È Arrivato Il Nostro Eroe Dallo Shropshire Al Ponte In Fiamme? E il fascino della storia continua a poggiare sull’implicita certezza che il Nostro Eroe se la caverà eccome, seppure all’undicesimissima ora.

Ma alla fin fine****, resta il fatto che l’ossessione per gli spoilers c’è, e resta la deliziosa ansia di non sapere quello che succederà, e resta il gusto dell’umanità per le sorprese e gli indovinelli, e resta anche la soddisfazione che gli scrittori provano nel congegnare sviluppi imprevisti e imprevedibili, per cui la varietà è probabilmente la chiave della faccenda: dal lato del lettore, ciascuno può avere con i finali il rapporto che preferisce, mentre dal lato dello scrittore, è proprio la diffusione del finale canonico a dar sale al finale imprevisto.

E voi, o Lettori? L’ultima pagina prima di tutto o la lenta scoperta? E avete mai staccato la testa a morsi a qualcuno che vi aveva anticipato un finale?

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* Oh, e naturalmente fermatevi qui, se non volete ritrovarvi con Il Gattopardo spoiled.

** E per chi ha sempre creduto di non poter godere di TVtropes per barriere linguistiche, scopro stamattina che ne esiste una versione italiana.

*** Hm… storia interessante anche questa. Ne parleremo in un altro post, eh?

**** So very apt, isn’t it?

libri, libri e libri · scribblemania

Book-Lag

“Book-lag?” mi chiede A. a proposito di questo post. “Come sarebbe, book-lag?”

book-lagEbbene, il fatto è che c’è una cosa che voglio, quando si tratta della mia scrittura… Oh, d’accordo, ci sono molte cose, naturalmente – ma una è questa: voglio scrivere storie che, una volta terminate, lascino il lettore con un certo qual book-lag.

Sapete benissimo che cosa intendo: quando finite un libro, e ne cominciate un altro, e vi sentite fuori posto, perché vi manca quello che avete appena finito. Come se aveste viaggiato, e ancora non riusciste ad adattarvi al posto nuovo.

Ricordo un particolare Natale quando, questa essendosi la mia idea di vacanza – e per di più attraversando un periodo di insonnia – a cominciare da Santo Stefano lessi tre libri in tre giorni. Prima Simon, di Rosemary Sutcliff – per poi sentire la mancanza della Civil War nel passare ai viaggi verso est dell’organaro elisabettiano Thomas Dallam. Per poi, una volta felicemente adattata con Dallam e Pindar a Costantinopoli, staccarmene con riluttanza per passare a Tamsin, che è una storia di fantasmi inglesi ma comincia nella New York contemporanea… Per poi ritrovarmi a soffrire di book-lag per la terza volta in tre giorni. Booklag

Il che forse è un caso un pochino estremo – ma sì: questo che voglio fare. Scrivere posti e tempi così vividi che il lettore ci si senta in mezzo. E gente così viva, e storie così coinvolgenti che il lettore ne senta la mancanza dopo. E abbia qualche difficoltà nell’abituarsi al posto, al tempo, alla gente e alla storia del libro successivo.

Ecco, ho intenzione di scrivere parecchio, quest’anno. C’è il romanzo da finire, ci sono almeno tre plays in fila uno dietro l’altro e un racconto in progetto, e un certo numero di altre idee che fanno talea – senza contare il fatto che gli imprevisti capitano sempre e sono benvenuti… Sì, ho intenzione di scrivere parecchio. E allora, intanto che ci sono, il book-lag (o play-lag, perché no?) non è una cattiva mira da coltivare.

grilloleggente · Kipling Year

Al Fuoco Al Fuoco (& Pecore Nere)

tumblr_mil9wn3z8U1rrnekqo1_1280L’altra settimana la nostra povera, vecchia, enorme caldaia di ghisa ha reso l’anima, e per un paio di giorni il fuoco nel caminetto è stato l’unico riscaldamento di casa.

Mentre ci si domandava a intervalli irregolari quale sia la legge naturale, umana o divina per cui le caldaie non possano defungere in agosto, mi è venuto in mente di fare un piccolo esperimento kiplingiano. E sia chiaro, avrei potuto farlo in qualsiasi altro momento, visto che qui il fuoco si accende ogni, ogni, ogni sera da ottobre ad aprile – ma, forse per un’aggiunta riluttanza ad allontanarmi dal caminetto, l’ho fatto una di quelle sere lì.

E l’esperimento è consistito nel leggere alla sola luce del fuoco nel camino.

D’accordo, non è nulla di esclusivamente kiplingiano perché, se vogliamo, è tutt’altro che raro trovare in letteratura situazioni di questo genere – ma l’esperienza di Kipling in materia è un cavallo di colore tutto suo.

Dovete sapere che, quando aveva cinque anni, il piccolo Rudyard fu mandato in Inghilterra “per essere educato in un clima più sano”, frequentare scuole inglesi e imparare l’Inglese da madre-lingua. Tal dei tempi era il costume: il clima indiano era considerato inadatto ai fanciulli, e i piccoli Angloindiani tirati su da ayahs e servitori indigeni sviluppavano inevitabilmente una tendenza a parlare il colorito pidgin locale, misto di Inglese, Portoghese, Hindi e vari dialetti indiani assortiti. Not good, capite? E nell’Isoletta c’erano quantità di collegi, pensioni e famiglie private specializzati nell’ospitare piccoli coloniali da inglesizzare.

Ecco, il piccolo Rudyard e la sua ancor più piccola sorella Trix furono messi a pensione da una Mrs. Holloway – senza considerare che costei amava le bambine, ma non poteva sopportare i bambini. Per sei anni, mentre la sorellina veniva viziata e coccolata in ogni modo, il povero Kipling fu trascurato, convinto di non valere nulla, trattato sistematicamente come un bugiardo e un piccolo peccatore, umiliato, deriso e punito in via di principio o del tutto a caso… Tutto quel che serve per formare una personalità sana e serena, vero? ruddie_1

La storia, così come appare nel racconto autobiografico Baa Baa Black Sheep, (ma anche nel romanzo La Luce che si Spense e nell’autobiografia di Kipling) è di quelle che fanno indignare. Immaginatevi la Piccola Principessa al maschile, con il ragazzino maltrattato che cerca rifugio nei libri. Solo che anche questa via di fuga si doveva coltivare clandestinamente, leggendo di nascosto, alla luce del camino… a prezzo, alla fin fine, di molte diottrie.

Hence, il mio esperimento – e posso dirvi che, per riuscirci, ci si riesce. Fintanto che il fuoco è bene alimentato e la fiamma è robusta, la luce c’è – a patto di sedersi in basso (preferibilmente sul pavimento) e tenere il libro alla giusta inclinazione – non come la signora nell’illustrazione qui sopra. La luce è molto gialla, ma ci si può convivere. Il problema è che è anche estremamente malferma. Salta, ondeggia, si muove, varia d’intensità, getta ombre e onde sulla pagina, costringendo il lettore a rimettere a fuoco spesso – il che diventa rapidamente faticoso.

E questo presuppone che si disponga di un’abbondanza di legna con cui alimentare continuamente il fuoco -interrompendo spesso la lettura, ma questo è l’ultimo dei problemi. Il problema è che il piccolo Rudyard di legna ne aveva poca. Leggeva dopo l’ora di andare a letto, quando, in teoria, avrebbe dovuto essere sotto le coperte. Se avesse usato più legna del dovuto, l’indomani sarebbero arrivate rampogne e punizioni… E quindi leggeva davanti a un fuoco la cui luce s’indeboliva e virava sempre più al rosso, sforzando gli occhi, e sforzandoli, e sforzandoli…

indexE a questo punto la cosa saggia sarebbe quella di smettere. Io che sono adulta e felice avevo già smesso da un po’ – limitandomi a gettare qualche occhiata alla pagina per verificare la difficoltà crescente dell’esercizio – ma immaginate di essere un bambino disperatamente infelice, e che le storie nei libri siano l’unica cosa luminosa della vostra vita… rinuncereste a leggere ancora un po’ solo perché diventa faticoso?

No, vero?

Ecco. Quindi non vi consiglio di leggere alla luce del fuoco, ma di leggere il racconto sì. Qui trovate l’originale sull’ottimo sito dell’Università di Adelaide. La traduzione, per una volta, si trova online qui, ma è formattata da non dirsi, con la spaziatura e gli a-capo allo stato brado, e in caratteri chiaramente pensati per portare pazienti agli oculisti italiani. A meno che non sia un tentativo di riprodurre le condizioni di lettura del povero Punch… Immersive reading con effetti di lungo periodo?

In teoria Bee Bee Pecora Nera esiste anche in versione cartacea – un volume UTET assieme ai due Libri della Giungla e a qualche racconto, ma l’ultima edizione è del 1980 e credo che l’unica sia provare per biblioteche o bancarelle.

 

grilloleggente · libri, libri e libri

Sbirciatori

readUna volta, parecchi anni fa, ero seduta nella sala d’attesa della stazione ferroviaria di Nantes, aspettando una coincidenza particolarmente scomoda, ed ero immersa nella lettura di una biografia di Henri de La Rochejaquelein. Ero tanto presa, in effetti, da impiegare una vita ad accorgermi di qualcuno accovacciato sul pavimento a poca distanza dalle mie ginocchia, intento a frugare in una borsa sportiva. E frugare. E frugare. E frugare…

Alla fine, getto un’occhiatina surrettizia e vedo un ragazzo occhialuto, su per giù mio coetaneo, che finge di frugare nella sua borsa, ma di fatto cerca disperatamente di vedere che cosa la sottoscritta stia leggendo. Allora, con un gran sorriso, sollevo il libro in modo da mostrargli la copertina… lui, colto sul fatto, sobbalza, arrossisce, afferra la sua borsa aperta e scappa via correndo di traverso. Ma prima di scappare, getta uno sguardo al titolo. Dalla mia fila di sedie e da quella di fronte si leva un coro di risatine, e io torno alla mia lettura.

Fine dell’aneddoto.

Però, sapete? Il ragazzo francese non aveva nessun motivo di sobbalzare e scappare: anch’io non posso fare a meno di cercar di vedere che cosa legge il prossimo in treno, in aereoporto, nella sala d’aspetto del veterinario. È più forte di me. Mi giro senza parere, fingo di allacciarmi una scarpa, rischio di slogarmi i bulbi oculari, assumo interessanti sfumature di carminio quando vengo presa in castagna…

Appartenevamo alla stessa tribù degli Sbirciatori.over_shoulder_train.jpg

Curiosità? Sì e no. La tentazione di inquadrare una persona sulla base di ciò che legge è forte. E so benissimo che un singolo libro non è significativo, meno ancora in una situazione di passaggio… voglio dire, in viaggio a volte si leggono strane cose: i libri che abbiamo comprato per regalarli a qualcun altro, o l’unica cosa decente che abbiamo trovato al Duty Free, o il libriccino piccolo che stava nel bagaglio a mano, o un prestito di un compagno di viaggio… oppure no. Non è detto. Non è significativo. Eppure lo si fa – e diciamo la verità: ci si diverte un sacco.

Adesso, in tutto questo, interviene l’avvento dell’ereader.

Leggevo tempo fa che in Inghilterra la diffusione dell’ereader ha visto una crescita notevole delle vendite di romanzi rosa. Ora, sull’Isoletta si legge molto in pubblico*, e leggere per via elettronica cancella l’imbarazzo delle copertine… er, purpuree. Dopo tutto, con un ereader in mano, chi può dire se stia leggendo Kant o Barbara Cartland?

Il che, di per sé, è una divertente variazione editoriale del buon vecchio “Niente sesso, siamo inglesi!”, ma non promette molto bene per il futuro degli Sbirciatori. Magari in Italia si tratta di un futuro ancora piuttosto lontano, ma verrà il giorno in cui l’unico modo di sapere che cosa legge il prossimo sconosciuto sarà chiederglielo spudoratamente. O sbirciare da sopra la spalla – perché in realtà non è come se non capitasse anche quello**…

reading 2Oh, d’accordo – mettiamola così: la loro vita diventerà più complicata, ma gli Sbirciatori non spariranno del tutto. Resteranno solo i più tosti, i più determinati e sprezzanti del pericolo. I veri Sbirciatori,se vogliamo. E sarà interessante vedere se si tratterà di irriducibili del cartaceo o di digitalizzati.

Personalmente, sono digitalizzata senza estremi – e bibliotimida. Dubito che potrei mai chiedere all’estraneo in treno che cosa sta leggendo: come sbirciatrice mi vedo destinata all’estinzione.

E voi?

 

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* Statistica tanto personale quanto approssimativa: di rado mi è capitato di contare meno di sei lettori di libri in un qualsiasi vagone affollato della metropolitana di Londra. In genere sono ben più numerosi. E poi ci sono le riviste e i giornali.

** Fino a qualche tempo fa capitava anche che l’ereader stesso diventasse soggetto di conversazione. “Scusi, è un Kindle, quello che sta leggendo? Posso chiederle…?”

 

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La Notte dei Desideri

Ende.jpgNon sono mai stata una patita dell’ultimo dell’anno. Non dico di non essermi mai divertita a qualche festa o cena, ma non è il tipo di ricorrenza che aspetti di festeggiare. Per capirci, non è Natale. Un passaggio di data non è particolarmente emozionante, non porta con sé nessun senso di attesa o di sospensione… D’accordo, ne ha portata un filo la notte del 31 dicembre 1999, perché ci domandavamo se tutti i computer del mondo avrebbero saputo inghiottire il Bruco del Millennio senza eccessivi patemi. Tolto quello, però, ho sempre pensato che l’ultimo dell’anno fosse una festa assolutamente priva di atmosfera. Per di più, ogni 31 dicembre ha il grave difetto di essere seguito da un gennaio, questa sorta di lunedì mattina cosmico… No, grazie: l’Ultimo dell’Anno è un’occasione per andare a teatro e vedere i fuochi d’artificio sul lago, nulla di più.

E però c’è stato un libro, a suo tempo, che mi ha fatta ricredere per il tempo di leggerlo: La Notte dei Desideri di Michael Ende.

Ora, se dovessi dire che mi ricordo la trama, o se dovessi spiegare in dettaglio composizione e funzioni dell’Archibugiardinfernalcolico Grog di Magog, sarei in seria difficoltà. Chiedo venia: devono essere passati un po’ più di vent’anni da quella prima e unica lettura, ma questo dice qualcosa sul fatto che mi ricordi ancora, se non i particolari della trama, l’atmosfera del libro. 

Potrei recuperare da qualche parte la trama, se volessi, ma non voglio: quel che m’interessa al momento è quella specie d’impronta che alcuni libri lasciano, un’impressione a volte più vivida persino della storia che raccontano. LNdD è un libro scuro: se ben ricordo, si svolge tutto nel corso di una notte, e ha un quadrante d’orologio in testa a ciascun capitolo, per significare il passaggio delle ore –  accorgimento semplice, ma sufficiente a creare un senso di sospensione e di urgenza che non ho scordato a distanza di due decenni. E poi ricordo un gatto che voleva essere un trovatore provenzale, e un corvo, e una coppia di stregoni, zia e nipote, e l’archibugiardinfernalcolico* intruglio di cui ho dimenticato la funzione, e una vecchia casa, e un giardino innevato, e San Silvestro alla fine… E buio, e ombre, e sussurri, e cigolare di porte, e rintocchi nella notte.

Ecco, questa è una delle cose che fanno gli scrittori. A volte si sforzano di raccontare storie che nessuno ha mai raccontato prima. Altre volte si accontentano di prendere qualcosa di vecchio come le colline** e lo raccontano in un altro modo, lo rivestono di un colore e un’atmosfera nuovi. Per quanto riguarda me, la faccenda ha funzionato: Herr Ende mi ha spinta, quando ero ragazzina, a considerare diversamente la notte dell’Ultimo dell’Anno, in un modo che, dopo più di vent’anni, non è ancora svanito del tutto.

Chiunque abbia mai scritto per essere letto sa di che cosa parlo: certo non è il solo motivo per cui si scrive, ma la capacità di creare o risvegliare qualcosa in una mente sconosciuta ed estranea con le nostre parole è un brivido potente. E’ qualcosa da augurare a chi traffica in parole e inchiostro. Qualcosa da desiderare con tutte le forze prima dell’ultimo rintocco di mezzanotte, questa sera.

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* Questa parola mi piace, si era capito? Nutro la massima ammirazione per chi crea parole, e questa è una parola notevole. Non ricordo molte cose di questo libro, ma ricordo che la parola era stata creata apposta, come parte di un incantesimo la cui potenza derivava in parte dalla quantità di parole diverse incastrate insieme. Il potere delle parole pronunciate e scritte… ah, che meraviglioso tema!

** Nello specifico: Protagonista Piccolo e Maldestro con Sogni da Realizzare VS Antagonista Malvagio e Potente Deciso a Conquistare il Mondo.

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Oh, e come mi si dice si dica in Trentino: Buon Termine a tutti!

Digitalia · grillopensante · libri, libri e libri

Il Libretto Rosa Di Finzioni

finzioni magazine, libretto rosa, lettura, rivoluzioneAl grido di “Lettori di tutto il mondo, leggete!” Finzioni Magazine prepara la rivoluzione – e tanto per cominciare ne pubblica il manifesto.

Andate qui, scaricatelo nel formato che preferite, leggetelo e rimuginateci su. Ci troverete nobili intenzioni, qualche buona idea e soprattutto molti spunti di discussione.

E questo è il bello: Finzioni si propone soprattutto, come primo atto rivoluzionario, di avviare la discussione sull’argomento. Da oggi pubblica un capitolo per volta, aprendo il dibattito nei commenti.

Non importa molto se siete d’accordo oppure no: se avete mai letto un libro in vita vostra (and if you are here, odds are you have), non potete non avere un’opinione sullo stato attuale e sul futuro prossimo di lettura, letteratura ed editoria. E allora andiamo, leggiamo, discutiamo.

Non so dove arriverà Finzioni con la sua rivoluzione, ma una cosa è certa: varrà la pena di seguire attentamente gli sviluppi.

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Non fatevi strane idee: non ho ripreso a postare tutti i giorni. È che qui accadono accadimenti in continuazione – le edizioni straordinarie servono a questo, you know