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Le Traduzioni Son Desideri…

TranslateDa rimuginare su Entered from the Sun a rimuginare di traduzioni letterarie, alla fin fine, è stato un passo solo. Sennonché vi ho afflitti ripetutamente con il mio atteggiamento di reverente scetticismo nei confronti della traduzione letteraria, vero? Ebbene il fatto è che, pur restando dell’idea che non sia completamente possibile trasporre in un’altra lingua tutto quello che c’è tra le righe di un testo, ammiro alla follia chi riesce a decifrare, diciamo, in Italiano un’immagine della ragnatela connotativa dell’Inglese. E viceversa, si capisce.

Detto questo, il gioco in sé – la ricerca della riproduzione dello stesso effetto per menti dalla forma diversa – è una delle tentazioni più attraenti che si possano immaginare. Confesso di avere un certo numero di titoli che mi piacerebbe immensamente provare a tradurre, libri che non sono mai arrivati in Italia – ed è un peccato per vari motivi, e che in vari casi presentano sfide linguistiche e stilistiche di tutto rispetto.

wooden overcoat 02The Wooden Overcoat, di Pamela Branch (primi Anni Cinquanta), è un… be’, se fosse un film (e credo che ne uscirebbe una sceneggiatura coi fiocchi), lo definirei una commedia nera con sfumature gialle. Londra postbellica, tessere per il razionamento, case condivise: in una di queste, in una zona bene-ma-non-troppo, abitano due giovani coppie con ambizioni artistiche. E nella casa accanto è insediato l’Asterisk Club, circolo esclusivissimo, visto che è riservato agli assassini erroneamente assolti. Solo che all’AC non c’è posto per alloggiare l’ultimo arrivato, e lo sgradevole Mr. Cann viene messo a pensione presso i quattro ragazzi della porta accanto, solo troppo felici di raggranellare qualche sterlina extra. E quando l’ospite defunge, presto seguito da un’altra pittoresca esponente dell’AC, i nostri quattro – ciascuno sospettando e volendo proteggere il rispettivo coniuge – si ritrovano alle prese con un problema inedito: come si fa liberarsi di un cadavere – per non parlare di due? E qui tutto si fa molto esilarante, con una trama intricatissima, una schiera di personaggi azzeccatissimi nella loro spassosa improbabilità, una parodia del gialllo inglese classico e degli hard-boiled americani, una quantità di folklore sulla derattizzazione e dei dialoghi frizzantissimi. È uno di quei libri che vi fanno scoppiare a ridere forte mentre leggete in luogo pubblico, per capirci. Credo che dare almeno un’idea dell’intreccio di accenti (di luogo e di classe, very Britishly) sarebbe di per sé un lavoro.index

History Play, di Rodney Bold, è tutt’altra storia – e non quella che potrebbe sembrare. Cominciamo col dire che si presenta come un saggio – uno di quei saggi accademici adattati per il pubblico: specifici con tendenza al brillante e l’occasionale sconfinamento in territorio seminarrativo. Bolt parte spiegando quanto poco sappiamo di William Shakespeare, l’uomo che si suppone abbia scritto un treno merci di capolavori teatrali e poetici e nel suo testamento non ha lasciato nemmeno un libriccino in quarto. Il tutto debitamente corredato di note, riferimenti e appendici documentarie. E quando tu, o Lettore, cominci a levare le sopracciglia e a domandarti come mai, se tutto ciò è vero, non ti sia mai passato per il capo di dubitare, ecco che la parodia del tono accademico e lo sforamento narrativo cominciano a farsi più palpabili… e allora, colto da sospetto, te ne vai a controllare le seriosissime note e l’austerrima bibliografia, o lettore, e scopri che metà delle fonti citate sono immaginarie (attribuite ad anagrammi del nome dell’autore – e come diamine hai fatto a non accorgertene prima?!) e che i fatti, pur essendo reali, sono alterati, scelti, potati, tinti di violetto e inclinati a 45°, in modo da far sembrare incontrovertibili delle affermazioni via via più stravaganti. Qui ci sarebbe da sudare per bilanciare esattamente la sottilissima progressione da aguzza parodia accademica, su su su fino al pieno, spudorato romanzo marloviano.

iridescenceDi Entered From The Sun abbiamo parlato un po’. George Garret è stato il poeta laureato della Virginia, e dire che la sua prosa tradisce una forma mentis poetica è un inverecondo eufemismo. Mettersi a tradurre questo romanzo sarebbe un’impresa oceanica. Anche avendo le idee chiare sugli scogli fittissimi delle eccentricità linguistiche, la sintassi tortuosa complicherebbe non poco il calcolo della rotta. Senza contare le tempeste continue di una trama né troppo comprensibile né (alla fin fine) troppo rilevante. E vogliamo parlare delle irresistibili correnti profonde di sottotesto, delle sirene attraenti e inafferrabili del punto di vista e delle apparenti (e solo apparenti) inaccuratezze biografiche? Con l’equipaggio – gente inaffidabile al massimo grado, di cui sappiamo sempre tutto e raramente capiamo abbastanza – non cominciamo nemmeno. Sì, lo so, sembra irritante: l’ultimo libro che qualcuno potrebbe voler navigare – leggere o tradurre. Eppure lo stile di Garret è un aliseo, e had I but time and world enough…Kyd

Christoferus – or Tom Kyd’s Revenge è un romanzo di Robin Chapman, insusuale sotto un paio di aspetti, prima di tutto la scelta del protagonista: Thomas Kyd. Tra i vari autori elisabettiani, Kyd non sembra materiale per farne un eroe, e infatti in genere compare in narrativa nelle vesti di comprimario dimesso, bilioso e sfortunato. Quello che ha i complessi perché non è andato all’università, quello che ha scritto una singola tragedia di enorme successo e poi più nulla, quello che ha pagato un’amicizia sbagliata con la tortura e poi è sparito nell’oblio. Chapman prende questa figura meschinella e la ribalta: il suo Tom diventa un uomo brillante e tormentato che si dibatte fieramente tra le maglie di un complotto molto più grande di lui, in cerca di verità e vendetta per la parte che è stato costretto ad avere nella morte del suo amico e amante Kit Marlowe. Qui non ci sono stranezze, eccentricità o particolari sorprese, ma la scrittura è meravigliosa: vivida, piena di luce e ombra, ricca, appagante – miele, velluto e filigrana, per dare un’idea. Perché, e qui divago solo un istante e nemmeno troppo, per me la scrittura ha sempre una consistenza: è una sensazione quasi tattile, come maneggiare della stoffa o della carta: certa scrittura è seta cruda, altra è lino grezzo, e poi ci sono carta di riso, pessimo rayon, stagnola, broccato… Ecco, la sfida nel tradurre Christoferus sarebbe una questione di questo: rendere in Italiano questa meravigliosa consistenza.

PLagueInfine A Plague Of Angels, o in mancanza di quello un volume qualsiasi della serie su Sir Robert Carey di P.F. Chisholm. Siamo a metà strada tra il giallo storico e l’avventura, con un figlio del Lord Ciambellano (incidentalmente un cugino illegittimo della Grande Elisabetta) che arriva al selvaggio confine tra Inghilterra e Scozia, dove ci si aspetta che mantenga l’ordine tra i clan con la bellezza di sette soldati indigeni sotto il suo comando. Per fortuna di Carey, uno dei sette è il formidabile sergente Dodd, un allampanato giovanotto dall’aria lugubre, che fa del suo meglio per nascondere un’acutissima intelligenza. Oh la ricostruzione storica, la ricostruzione storica, la ricostruzione storica! Oh i personaggi, i personaggi, i personaggi! Oh i dialoghi, i dialoghi, i dialoghi! E badate che il linguaggio non è sempre rigorosamente period. Anzi: più di una volta mi è capitato di ripensare a qualche espressione peculiare di Dodd o Carey e, facendo due ricerche, scoprire che si tratta di un modo idiomatico più moderno. Ma il tutto è usato in modo così appropriato, così intelligente e frizzante e così perfetto per la caratterizzazione che la licenza è non solo perdonabile, ma benvenuta. Chisholm sarebbe forse il compito meno ostico della mia lista – e uno dei più divertenti.

Ecco, questo è il genere di traduzione che mi piacerebbe essere in grado di fare. Ma sarei molto soddisfatta di vederlo fare da qualcuno più bravo di me. Traduttori? Editori? Anyone?

 

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Shakeloviana

Shakeloviana: Christoferus – or Tom Kyd’s Revenge

KydQuesto romanzo ha una premessa inconsueta, una favolosa e individualissima voce narrante, un punto di vista diverso dal solito e un finale così così.

Ora non so voi, ma personalmente non ho mai considerato Thomas Kyd il più interessante tra i drammaturghi elisabettiani: l’idea diffusa è quella dell’Autore Di Un Solo Titolo (The Spanish Tragedy, molto truculenta), una brava e lamentosa persona ai margini del suo ambiente per mancanza di titolo accademico e personalità fiammeggiante, implicato suo malgrado nei guai di Marlowe, indotto ad incriminare il suo più celebre e brillante collega a forza di tortura… non precisamente un eroe da romanzo, vero? E infatti, ammesso che compaia in narrativa o a teatro, tende a comparirci nelle vesti di comprimario dimesso, bilioso e sfortunato. Quello che ha i complessi perché non è andato all’università, quello che ha scritto una singola tragedia di enorme successo e poi più nulla, quello che paga un’amicizia sbagliata con la tortura e poi sparisce nell’oblio.

E invece Robin Chapman cambia le carte in tavola, facendo di Tom Kyd un uomo fascinoso e brillante, un autore di successo, mentore, amico, amante e sodale artistico di Marlowe, traditore involontario sotto i terribili ferri di Topcliffe, e per questo intento a vendicare sé stesso e il defunto Kit. Gli scrittori sono una genia di perfidi manipolatori: la storia di Christoferus non è sempre  del tutto credibile – alla luce delle fonti – ma è così ben raccontata che si chiude volentieri un occhio e ci si lascia trascinare. Fino al finale, un po’ blando, un po’ irrisolto e con qualche libertà storica di troppo. Ecco, magari il finale non è il più piacevole dei risvegli, ma a maggior ragione ci si dispiace di avere finito il libro, dopo trecento e tante pagine trascorse in una magnifica Inghilterra elisabettiana, intensa, dorata e pericolosa, popolata di gente affascinante e infida, retta su una combinazione di menzogne, paura e splendore…

E poi la scrittura… ah, la scrittura. La scrittura è meravigliosa: vivida, piena di luce e ombra, ricca, appagante – miele, velluto e filigrana, per dare un’idea. Ma miele di castagno, quello amarognolo… E sì, d’accordo – mi fermo qui, ma che posso farci se il giusto tipo di scrittura mi manda in visibilio e mi mette i brividini giù per la schiena?

Ma torniamo a noi. In tutto questo, Marlowe? Presente nel lungo flashback che costituisce due buoni terzi del romanzo, è il ragazzo di genio che nasconde l’insicurezza di fondo dietro una maschera di arroganza irriverente. Fiammeggiante, irragionevole e ingenuo, Kit si metterebbe nei guai molto più spesso e molto prima, se non ci fosse Tom a badare a lui… poi naturalmente ci riesce benissimo lo stesso – ma parte dell’interesse della storia sta nel vedere in che modo non sia tutta colpa sua…

Ah, peccato, peccato, cento volte peccato per quel finale che si affloscia – ma anche così, la lettura vale del tutto la pena. E poi si può sempre giocare a “Come L’Avrei Finito Io”…

E se a questo punto siete incuriositi, Christoferus si trova su Amazon.

grilloleggente · libri, libri e libri

Indulgenze Letterarie

Sto leggendo due libri dall’identico titolo di The School Of Night – del che riparleremo, perché insieme costituiscono un’affascinante lettura comparata e portano a farsi più di una domanda – e, nell’approssimarmi all’ultima pagina del primo, mi sono sorpresa a sorprendermi che mi piacesse, pur pieno com’era di difetti che in genere mi irritano parecchio.

La sorpresa veniva, prima di tutto, da un certo qual senso di déjà-vu, perché nel dirmelo mi sono ricordata di aver pensato qualcosa di simile a proposito di Entered From The Sun di George Garret e, seppure in misura minore, di Christoferus, or Tom Kyd’s Revenge. Ora, una volta capita e due sono una coincidenza, ma in tre volte comincia ad emergere un fenomeno – e i fenomeni vanno studiati.

Così la prima domanda è se l’età mi stia rendendo soffice. E può anche essere. Forse sto diventando un po’ meno intransigente in fatto di fabula, e questa potrebbe non essere una cattiva evoluzione. E tuttavia resta il fatto che, in diversi gradi nei diversi casi, stiamo parlando di finali flosci o mancanti, di sovrano disprezzo del punto di vista, di acrobazie linguistiche, di erudizione letteraria e filosofica sparsa a manciate… tutti peccati abbastanza capitali. E allora?

Allora, domanda successiva: i tre libri in questione sono in Inglese – non sarà che sono sfacciatamente parziale nei confronti di tutto ciò che è scritto in Inglese? Perché per esempio, l’erudizione esibita è una magagna maiuscola che The School Of Night (I) ha in comune con il detestatissimo e francese L’Eleganza Del Riccio

Ma tutto sommato mi sento la coscienza pulita, visto che ho praticamente stroncato gli ultimi tre libri (in Inglese, of course) che ho recensito per HNR. Tre di fila. Vero è che tutti e tre esibivano peccati di natura ben diversa, peccati d’incompetenza e inaccuratezza… E vero è che in Alan Wall non c’è la minima traccia della complice superiorità con cui Mme Barbery tratta il lettore (“lascia, O Lettore, che ti elargisca il segreto della Cultura e dell’Eleganza, lascia che ti mostri come salvarti da questo Gretto e Meschino Occidente!”)*…

Domanda numero tre: sono forse portata a una colpevole indulgenza per tutto ciò che è elisabettiano – specie se vi compare il nome di Christopher Marlowe? Ammetto che potrebbe essere.

Ma, e lo dico con un certo sollievo, forse sono abbastanza innocente anche di questo. Dopo tutto, ho detestato lo shakespeariano (e ben scritto ma self-complacent) The Book Of Air And Shadows e i marloviani The Slicing Edge Of Death e The Intelligencer.

Ciò detto: e allora?

E allora si direbbe che la qualità della scrittura redima molte cose ai miei cinici occhi. La qualità dell scrittura, personaggi con cui riesco a identificarmi, qualche genere di ironia** e un’impressione di deliberata competenza. Wall, Chapman Garret scrivono da molto bene a divinamente, fanno cose sorprendenti con l’aria di farlo apposta e senza troppo sforzo, non annaspano e, se mi conducono in tondo, lo fanno in una maniera che sembra calcolata per il mio diletto, e non per gratificare il loro ego. E riescono a farmi affezionare ai loro personaggi anche se non voglio. E riescono a farmi ingoiare difetti che normalmente detesterei, e che anche in loro considero difetti, ma che sono compensati da altre qualità o dalla efficace spudoratezza con cui sono perseguiti.

Forse sto diventando soffice con l’età, ma con un barlume di coerenza: in fondo ho sempre pensato che scrivendo si possa fare tutto e rompere qualsiasi regola – a patto di sapere molto bene quel che si fa.

E voi? Con quali peccati linguistico-narrativi siete indulgenti? Qual è l’autore a cui perdonate tutto? Quali sono state le vostre sorprese di lettura – libri che in teoria avreste dovuto detestare, e invece…?

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* Would you believe quanto sono ancora acida a proposito di questo libro? Cattiva, cattiva Clarina!

** Alan Wall e il suo protagonista accatastano elizabethiana e rimuginamenti storico-filosofici in quantità massicce alla maniera di un malinconico dato di fatto. Sembra quasi di vederli dare una scrollatina di spalle con fare di scuse…

grilloleggente

Libri Che Non Si Vogliono Finire

Ecco, Christoferus, or Tom Kyd’s Revenge, di Robin Chapman, è un libro di cui avrò nostalgia.

Sì, sì, sì: è ancora un altro romanzo su Marlowe, ma ha una premessa inconsueta, un protagonista/narratore con una favolosa e individualissima voce, un punto di vista diverso dal solito e un finale così così.

Ed è anche un caso di libro iniziato con scarsa fiducia e poi divorato a velocità ineguale, oscillando tra l’Avido Galoppo, il Passo Trattenuto (“Non voglio finire troppo presto!”) e il Piccolo Trotto in ammirazione del paesaggio.

Per farla breve, non ho mai considerato Thomas Kyd il più interessante tra i drammaturghi elisabettiani: l’idea diffusa è quella dell’Autore Di Un Solo Titolo (The Spanish Tragedy, molto truculenta), una brava e lamentosa persona ai margini del suo ambiente per mancanza di un titolo accademico e di una personalità fiammeggiante, implicato suo malgrado nei guai di Marlowe, indotto ad incriminare il suo più celebre e brillante collega a forza di tortura… non precisamente un eroe da romanzo, vero?

E invece Robin Chapman cambia le carte in tavola, facendo di Tom Kyd un uomo fascinoso e brillante, un autore di successo, amico, amante e sodale artistico di Marlowe, traditore involontario sotto i terribili ferri di Topcliffe, e intento a vendicare sé stesso e il defunto Kit. Gli scrittori sono una genia di perfidi manipolatori: la storia di Christoferus non è sempre  del tutto credibile – alla luce delle fonti – ma è così ben raccontata che si chiude volentieri un occhio e ci si lascia trascinare. Fino al finale, un po’ blando, un po’ irrisolto e con qualche libertà storica di troppo. Il finale non è il più piacevole dei risvegli, ma a maggior ragione ci si dispiace di avere finito il libro, dopo trecento e tante pagine trascorse in una magnifica Inghilterra elisabettiana, intensa, dorata e pericolosa, popolata di gente affascinante e infida, retta su una combinazione di menzogne, paura e splendore… E con la desolante certezza che nessuna rilettura potrà mai più essere come la prima volta.

Ecco, Chapman ha fatto un buon lavoro.

Tutti abbiamo, almeno una volta, iniziato un libro senza aspettarcene granché e poi siamo stati travolti e catturati.

Tutti abbiamo assaggiato un’atmosfera così densa e vivida che finire il libro è stato come lasciare un posto reale – e poi sentirne la mancanza, tanto da faticare un po’ ad abituarsi alla lettura successiva.

Tutti ci siamo innamorati della voce di un narratore.

Tutti siamo stati sorpresi, scettici, incantati nostro malgrado da una nuova luce gettata su un argomento che credevamo di conoscere. Qualche volta siamo stati convinti, qualche volta no, ma non importa – basta che ci siamo ricordati che c’è sempre un altro possibile punto di vista.

Tutti abbiamo perdonato qualche difetto grosso come la provincia di Modena perché il libro ci piaceva troppo per fare storie – e così abbiamo riaggiustato la nostra incredulità e l’abbiamo sospesa un po’ più in alto.

Tutti abbiamo ansiosamente valutato lo spessore di ciò che ci restava da leggere, e trovato scuse per prolungare la lettura, rallentando sempre di più il ritmo, mano a mano che le pagine ancora ignote diminuivano di numero.

Robin Chapman mi ha messa in tutte queste situazioni contemporaneamente: sono grata, seccata, incantata, divertita. E anche un pochino gelosa.