Adotta Una Parola · anglomaniac

Anglomane

Che io sia un’anglomane diagnosticata e irrecuperabile è cosa risaputa.

Tant’è vero che, quando ho aderito al progetto Adotta Una Parola della Società Dante Alighieri, appena l’ho visto ho esclamato, come i gabbiani di Nemo: “Mio!”

Ora, il Treccani dice:

Anglòmane s.m. e f. e agg. [comp. di anglo e -mane]. -Chi (o che) è affetto da annglomania.

E cos’è l’anglomania, secondo il Treccani?

Anglomanìa s.f. [comp. di anglo e -mania]. -Ammirazione e imitazione eccessiva di tutto ciò che è inglese.

E sì, lo so: ve n’era venuto il sospetto bazzicando attorno a SEdS… Potrei negarlo – potrei negare qualsiasi cosa – ma il fatto è che sono un’anglomane, e lo sono da molti anni. Un’anglomane al di là di ogni speranza o intento di guarigione. Un’anglomane che, nel trasferirsi a Cardiff per l’anno Erasmus, si fece fare un tailleur di tweed – con le conseguenze che potete immaginare, nel Galles degli Anni Novanta…

E ciò, badate, benché per molti anni mi sia attivamente rifiutata di imparare anche una singola parola d’Inglese.

E allora, si domandano a questo punto i Lettori, chi mordendosi le unghie, chi torcendo un fazzolettino ricamato, tutti trattenendo il fiato – allora? Com’è capitato che la Clarina anglofoba contraesse un caso incurabile di anglomania?

Ebbene, cominciamo dal principio. Uno dei miei ricordi più lontani* è questo: sono seduta sulle ginocchia di mio padre e lui mi indica dei disegnini di sua mano su un notes a quadretti in formato A4. Ci sono un piatto, un sole e altre cose che non ricordo, ma ricordo perfettamente l’Allora Maggiore che declama: “Sole, Sun! Piatto, dish!” E si supponeva che io ripetessi.

Io non ripetevo. Me ne stavo zitta come un’ostrica, con il cipiglio delle grandi occasioni e un’avversione montante dei confronti della lingua inglese. Non che l’Allora Maggiore sapesse granché d’Inglese**, ma era deciso a che io lo imparassi – il più presto possibile, volente o nolente. Non so se fosse più indignato per la mia pervicacia o per la mancanza di collaborazione di mia madre che, essendo laureata in Inglese e anglomane a sua volta, sarebbe stata l’anglicizzatrice naturale…

Invece mia madre, donna saggia, era dell’opinione che impormi l’Inglese non fosse una gran buona idea, e nicchiava. L’Allora Maggiore prese atto della defezione e decise di fare da sé nella maniera che vi ho detto. Per cui non vi stupirete se vi dico che, nell’accedere alle medie, mi rifiutai di studiare una lingua che non fosse Francese, e lo stesso feci al Liceo.

Poi non è che crescessi del tutto digiuna d’Inglese: mia madre ci provò e riprovò, coinvolgendo i miei amici in varie formazioni e tentando tutti i metodi*** – col risultato che fra i dieci e i diciotto anni passai attraverso I am/You are e To be/Was/Been un’infinità di volte, senza mai imparare granché e senza mai trovarci un minimo di gusto.

Il che era strano, a ben pensarci, perché nel frattempo avevo cominciato a sviluppare una predilezione per la storia e la letteratura inglesi. E tra l’altro avevo cominciato presto a esibire prodromi della malattia nelle mie letture infantili e adolescenziali. Sandokan, per esempio. Mai sopportata, la Tigre della Malesia. A me piaceva Rajah Brooke, persino quando Salgari ne faceva un malvagio di cartone. E ne Il Discepolo del Diavolo la mia simpatia andava a chiunque indossasse un’uniforme inglese – non solo il Generale Burgoyne, ma persino il povero Maggiore Swindon****, ben al di là delle intenzioni di Shaw. In Michele Strogoff, ne sono certa, non è né sano né normale affezionarsi a Harry Blount più che ai protagonisti. E ne L’Ultimo dei Mohicani non c’era un singolo personaggio per cui sapess spendere un refolo di partecipazione – ad eccezione del Maggiore Heyward, dell’Esercito di Sua Maestà Britannica.

Dunque, ricapitoliamo: leggevo romanzi inglesi, ero interessatissima alla storia inglese, prediligevo i personaggi inglesi dovunque saltassero fuori, sognavo di recitare teatro inglese, ambientavo storie in Inghilterra… però della lingua non ne volevo sapere.

Poi un giorno – ai primi di giugno di vent’anni fa – mia madre mi regalò una versione facilitata in lingua originale di Lord Jim, che avevo già letto e che, come tutti sapete, è il libro della mia vita. Pensava che, conoscendo la storia e adorandola, forse l’avrei letta con più interesse di quello che dedicavo alla grammatica e agli esercizi…

Folgorazione. Epifania. Apocalisse.

Per qualche motivo, leggere in Francese non mi aveva mai fatto apprezzare la differenza tra traduzione e originale. Con l’Inglese giunsi alla rivelazione che si tratta di due esperienze del tutto diverse. Persino nella versione abridged, la storia di Jim mi pareva nuova, diversa, piena di sfumature e iridescenze che non avevo mai notato prima. Oh, non avete idea.

Fu l’inizio di un’appassionata storia d’amore, perché all’improvviso la lingua che mi ero sempre rifiutata d’imparare si rivelava bella, efficace, espressiva, duttile, ricca… Un paio di mesi più tardi fui mandata a Edimburgo. Da sola. In famiglia. Per un mese. In una scuola dove ero l’unica italiana. Il che forse era un po’ azzardato, con il mio povero e recentissimo Inglese – ma funzionò. Quando tornai avevo fatto progressi drastici e acquisito un accento scozzese tanto denso da intasare una grondaia. Poi all’Università scelsi Inglese come prima lingua, poi ripetei l’esperienza a Edimburgo, poi passai un anno a Cardiff, poi feci la tesi su testi esclusivamente in Inglese, poi fui accettata per un master al King’s College London… poi le cose andarono come andarono e me ne tornai a casa, ma nel frattempo avevo scoperto Internet, letto forsennatamente***** in originale, cominciato a scrivere in Inglese, sviluppato una passione per l’epoca elisabettiana…

Ecco. Adesso sapete perché.

Se mia madre non avesse pensato a Lord Jim, un giorno di vent’anni fa, di sicuro adesso non leggerei, scriverei, penserei metò del tempo, prenderei appunti di preferenza e sognerei occasionalmente in Inglese.

Fa effetto pensare a quali minuzie, a volte, divengano il perno su cui una vita intera cambia (di molto o un po’) il suo corso…

Oh well, never mind. Adesso sapete come e perché.

 

______________________

* Se escludiamo il terremoto in Friuli nel Settantasei – ma non doveva essere tanto più tardi di allora, perché non sapevo ancora leggere…

** Nonostante corsi, tentativi, una moglie anglomane e lunghe frequentazioni internazionali in ambito NATO.

*** Ho un ricordo particolarmente vivido dello Schenker: one hundred thousand cows arrived in Warsaw…

**** Ned, il protagonista (inglese) del mio primo tentativo di romanzo (ambientato in Inghilterra), è un attore teatrale che, da apprendista diciottenne, interpreta Swindon. Essendo il tipo che è, Ned gli costruisce attorno una complicata vicenda immaginaria, interpretandolo come un Custode Del Vecchio Ordine Che Si Vede Tragicamente Crollare Attorno Tutto Ciò In Cui Crede… Non del tutto incomprensibilmente, a un certo punto il capocomico gli suggerisce di sfrondare un nonnulla l’interpretazione.

***** Nel corso del mio anno Erasmus lessi tutta Jane Austen tranne i juvenilia, tutto Conrad, tutto Walter Scott, tutto Shaw, tutto Forster, tutte le sorelle Brontë, tutto Kipling, buona parte di Dickens, Thackeray, Mrs. Radcliffe, Mrs. Gaskell, più una seria quantità di storia e narrativa di genere. Er… no, non avevo una vita sociale.

10 pensieri riguardo “Anglomane

  1. E io che ti avevo immaginata parlare un inglese da Buckingham Palace sin dalla culla! E invece no, tardiva e scozzese! Che meraviglia, dovrai assolutamente farmi sentire l’accento di Edimbugro, se ancora ne conservi un po’.

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  2. 😀 Di recente un professore di Oxford (e lui sì che ha uno spettacolo di pronuncia!) mi ha chiesto dove ho imparato il mio “interesting English”… In realtà, dopo Edimburgo c’è stata Cardiff, e poi Londra, e poi le serie americane in versione originale, con conseguente eco americaneggiante… Il mio guaio è che raccolgo accenti come se fossero biglie.

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  3. @Andrea: ti dirò, i Londinesi non badano troppo a nessun accento. Ma l’accento da pecorai è, semmai, quello delle Highlands. Quello di Edimburgo, dipende: quello dell’Università di Edimburgo adesso è abbastanza fashionable, quello della città… immagino che sia un po’ come l’accento veneziano: pittoresco. Quello gallese è molto, molto peggio. Un Irlandese che vive a Mantova da anni mi dice che, la prima volta che ha sentito parlare un Bergamasco, ha creduto che fosse un Gallese che tentava di parlare Italiano. Il Gallese sì che è percepito come un accento da minatori o pecorai. Una cosa buffa è che a Cardiff (dove mi si considerava eccentrica anyway, per cose come il tailleur), ero l’unica a capire bene il professore di Geografia dall’accento scozzese… 😀

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  4. Alaways been an Anglophile – I blame John Steed.

    Dal punto di vista della lingua, sono stato fortunato – alle medie l’opzione di fare francese non esisteva.
    E poi, perché avrei dovuto imparare la lingua dei mangiarane? (che oltretutto, parlando i miei il Piemontese, era già comunque in parte metabolizzata).
    Ma la fortuna fu un’altra imbattei in una eccellente insegnante (la professoressa Durando, quella santa donna).
    E di nuovo al liceo – altra insegnante fenomenale, e con la sua benedizione, cominciai a leggere narrativa in originale.
    Perché ce n’era di più, perché costava meno e durava il triplo.
    Non perché sono snob come sostengono ancora oggi alcuni minus habens (che probabilmente considerano snob anche l’essere definiti minus habens).

    Sull’accento – ricordo le lunghe, ululanti risate alle quali mi abbandonai quando una mia ex, nel vano tentativo di darsi un tono, mi disse che lei l’inglese non lo parlava perché avrebbe potuto solo essendo sicura di avere il più puro accento londinese.
    Credo ancora oggi non abbia capito la causa di tanta ilarità.

    E il mio, di accento?
    Quando vivevo a Londra, un’amica che faceva l’interprete si convinse che io avessi lunghi trascorsi nel Sud degli USA (Alabama, Georgia, la Bible Belt – che bei posticini) – a causa di tre fattori: l’accento piemontese (eh, quello c’è), che immagino mi dia una sorta di speziatura in salsa cajun, la “r” che slitta (da cui un certo drawl), e l’uso di un sacco di termini desueti (dovuti all’aver letto alto così di vecchi romanzi fantasy, formando il mio lessico).
    Il mix, mi diceva la signorina, mi dava un tocco da Southern Gentleman.
    Da cui altre ululanti risate.
    E qui chiudo – dello spagnolo e del giapponese parliamo un’altra volta.

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  5. “Non perché sono snob come sostengono ancora oggi alcuni minus habens” minus habentes, si dice, è plurale. So che fa antipatico corregere con la matita rossa, ma a qualcuno deve pur toccare.

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