musica · Natale

I Dodici Giorni di Natale

12twelve-days-of-christmasUna delle carole natalizie più nonsense in assoluto è The Twelve Days of Christmas, una filastrocca in cui un narratore elenca i doni ricevuti dal suo Vero Amore nei dodici giorni di Natale. I Dodici Giorni di Natale, per la cronaca, non vanno dal 12 al 25 dicembre, ma dal giorno di Natale all’Epifania (ricordate Shakespeare? La Dodicesima Notte?), e i doni elencati sono questi:

Una pernice su un pero
Due colombelle brune
Tre galline francesi
Quattro uccelli canterini
Cinque anelli d’oro
Sei oche che depongono l’uovo
Sette Cigni a nuoto
Otto ragazze che mungono
Nove signore che danzano
Dieci signori che balzano
Undici zampognari che suonano
Dodici tamburini che battono

E qui c’è la carola:

[Sì, lo so, è un link crudo e bruttissimo e tocca copiarlo e incollarlo, ma SEdS non mi lascia fare altrimenti… sigh.]

Nonsense, vero? Ma in realtà era una sorta di cripto-catechismo nato nei secoli in cui essere apertamente cattolici in Inghilterra non faceva bene alla salute: il Vero Amore è Dio, e i dodici doni sono, nell’ordine: Cristo in croce, il Vecchio e il Nuovo Testamento, le tre virtù teologali, i quattro Evangelisti, il pentateuco, i sei giorni della creazione, i sette doni dello Spirito Santo (oppure i sette sacramenti), le otto beatitudini, i nove frutti dello Spirito Santo, i dieci comandamenti, gli undici apostoli fedeli e i dodici punti della dottrina elencati nel Credo.

12daysIn realtà esistono anche altre interpretazioni dei numeri (Cristo in Croce, le due nature di Cristo, la Trinità, i Vangeli…), e francamente avrei fatto una certa fatica ad associare dieci gentiluomini saltellanti ai dieci comandamenti anyway… ma, come si diceva, siamo in Inghilterra.

Ad ogni modo, la carola è deliziosa e tutt’altro che facile da cantare. Provate, dal decimo giorno in poi – senza fare pause – e sappiatemi dire.

elizabethana · Storia&storie

I Falò Dell’Armada

Vi va, per oggi, una piccola storia di come storie, leggende e luoghi comuni scendano giù pei secoli – e a volte assumano strane forme?
766px-Invincible_Armada.jpgAllora, cominciamo col dire che in Inghilterra il 1588 fu l’Armada Year, perché si temeva e aspettava l’attacco spagnolo via mare, e l’attacco arrivò. Come misura d’allarme, fu rimesso in uso l’antichissimo ed efficace sistema dei beacons, sorta di ur-fari costituiti da pile di legna cosparsa di pece, ciascuno con il suo guardiano pronto ad incendiarlo. I beacons erano sparsi per buona parte della costa occidentale dell’Inghilterra, ciascuno visibile dal precedente e dal successivo. Quando la flotta spagnola fece davvero la sua comparsa all’orizzonte, il primo guardiano che l’avvistò dalla Cornovaglia accese il suo beacon, seguito dai suoi immediati vicini non appena questi videro le sue fiamme, e poi via così, fino a che la notizia non giunse a Londra. Prayer.png

Dopodiché, nel giro di qualche mese, una combinazione di abilità marinaresca inglese, tempeste e puro caso fece polpette del grosso dell’Armada, e l’immagine delle navi spagnole disalberate che bruciavano alla deriva si confuse, nell’immaginario degli Isolani festanti, con le fiamme dei beacons d’allarme. Memorialisti e scrittori dell’epoca riportano i brindisi nelle taverne, le preghiere d’occasione (una delle quali attribuita addirittura alla Grande Elisabetta in persona), le ballate e le poesie estemporanee che celebravano la vittoria e i beacons, segno della vigilanza e dell’indomabile bellicosità inglesi.

In realtà l’entusiastico idillio durò poco, ma mentre la Regina e il Consiglio Privato lesinavano paga e cure a reduci e feriti, il mito cominciava già a crescere. Lo ritroviamo, per esempio, descritto allegoricamente in The Faerie Queene di Spenser, e lo ritroviamo nelle pagine di legioni di storici di età Tudor e Stuart e anche Hannover: la piccola e tosta Inghilterra, con pochissime navi e le barchette da pesca, resiste alla poderosa avanzata di una sterminata flotta di enormi e malintenzionatissime navi spagnole, e solo l’ardire di questi cavalieri del mare, ispirati dalla loro regina e guidati da Dio, ricaccia indietro i feroci invasori papisti…

Mica tanto vero, in realtà, perché le forze navali in campo erano pressoché pari, la vittoria inglese non cambiò drasticamente da un giorno all’altro gli equilibri dell’orbe terraqueo, e gli Spagnoli non avevano inteso di colonizzare e ricattolicizzare a forza l’Isoletta e, già che ci siamo, non erano nemmeno stati loro a battezzare la loro flotta La Invencible Armada – il nome era stato partorito dall’ansia degli Inglesi. Macaulay.png

Ma poco importava: la leggenda aveva messo radici abbastanza profonde perché nel 1832 Thomas Babington Macaulay, storico e poeta, dedicasse un poema narrativo ai vincitori dell’Armada – senza dimenticare i beacons che si accendono uno dopo l’altro e scintillano lungo la costa, chiamando alle armi gli Inglesi e lanciando un fiammeggiante monito agli Spagnoli!

ArmadaBeacons.png1888, terzo centenario, ed ecco un’incisione commemorativa di Edward Whymper, in cui si vede il messaggero a cavallo che galoppa in riva al mare con una fiaccola in pugno. Dietro di lui si raduna gente, dietro la gente i guardiani accendono un beacon, e sullo sfondo, giù lungo la costa, ecco il fuoco successivo che brilla già.

Andiamo avanti: 1936, e A. E. W. Mason pubblica il suo romanzo storico Fire Over England, il cui giovane eroe è una spia inglese alla corte di Madrid – ma tornerà in patria in tempo per comandare una delle navi incendiarie a Gravelines. L’anno successivo, 1937, dal romanzo viene tratto un film che FOEMason.jpgdoveva servire a diverse cose: celebrare non so più quale anniversario reale, fare cassetta sull’enorme successo del romanzo (e su Laurence Olivier nel ruolo di Michael/Robin) e proporre all’Inghilterra tutta un’interessante analogia tra la Spagna di Filippo II e la nascente potenza nazista. E qual’è mai l’orgogliosa isoletta che, di mestiere e da sempre, resiste ai tiranni e agli invasori? Inutile dirlo, la scena dedicata all’accensione dei beacons è lunga, elaborata ed epica.

Passano le guerre e passano i decenni, e adesso balziamo avanti, agli Anni Ottanta, quando l’Armada e i suoi fuochi ricompaiono in bizzarra forma. Avete mai giocato con un librogame? Quelle cose narrate in seconda persona singolare, in cui armati di un dado o due e di una matita, siete voi a decidere gli snodi della vicenda? Ebbene, ce n’era game.jpguna limitata quantità di ambientazione storica, e in particolare uno il cui sottotitolo è The Spanish Armada. E il titolo? Quale pensate che sia l’immagine scelta dal dipartimento marketing per risvegliare insieme l’attenzione, la memoria e il senso di romantica avventura del lettore? Ma Blazing Beacons, naturalmente: falò ardenti!

Ultima tappa: Elizabeth – The Golden Age, nel 2007, racconta di necessità la stessa storia (con una discreta quantità di licenze narrative, ma d’altra parte, chi non si è preso licenze con questa storia?), e di nuovo dedica ai beacons una lunga ed emozionante sequenza di fuochi che si accendono una dopo l’altra nel crepuscolo, per diventare la luce che indora i vetri piombati di una trifora alle spalle della regina – giusto in tempo per il punto di non ritorno: “We cannot be defeated”.

E questa mattina eccomi qua che, nel mio piccolo, aggiungo un tratto alla storia – un fuocherello alla fila – raccontandovi tutto questo sulla Rete, e i beacons ne hanno fatti di passaggi: da strumento di comunicazione ottica a motivo di esultanza, a leggenda, a poesia, a pagina nei libri di storia, a romanzo, a film, a gioco, ad esempio di storia della comunicazione… E ciascuna tappa ha acceso la successiva, in un certo senso – e quindi si può dire che la catena continui ininterrotta da quattro secoli e moneta. Non male, don’t you think?

anglomaniac · romanzo storico · Storia&storie · teatro

History Plays – Romanzi Storici a Teatro

Wolf_Hall_coverOh dolce Inghilterra, isoletta felice, dove i campi sono circondati da siepi di biancospino, il teatro è una religione, e i romanzi storici si adattano per il palcoscenico!

Sì – è una giornata così, abbiate pazienza. Ma il fatto è che è tutto vero: le siepi di biancospino, e il teatro e, soprattutto, i romanzi storici.

“E tu di che ti lamenti, o Clarina? Non hai portato in scena il Somnium Hannibalis, tu?”

Vero – ed è stato bellissimo. Ma è stato per una serie di casi, per un progetto scolastico, e quante volte succede? Quanti romanzi storici arrivano sul palcoscenico alle nostre latitudini? Ben pochi, per non dir quasi nessuno.

Sull’Isoletta è diverso. Cominciamo col dire che portare a teatro i romanzi in generale è una vecchia abitudine. Per dire, tanto il niente affatto storico Jane Eyre quanto lo storico Le Due Città furono adattati numerose volte, cominciando quando i rispettivi autori erano ancora abbondantemente in vita – ma allora era l’equivalente dell’adattamento cinematografico. La cosa bella è che l’arrivo del cinema non cambiò poi troppo le cose, perché il teatro in Inghilterra è davvero una religione, e agli Inglesi piace vedere le storie a teatro, indipendentemente dal cinema. Wolf Hall

Quindi sul palcoscenico arrivano cose di grande successo, come Wolf Hall di Hilary Mantel, insieme al seguito Bring Up The Bodies. Questa favolosa, complessa storia early Tudor incentrata sul ministro enriciano Thomas Cromwell (antenato di quell’altro Cromwell), ha vinto tutto quel che si poteva vincere, il Man Booker Prize e il Walter Scott tra gli altri – e nel 2013 Mike Poulton l’ha adattata per la Royal Shakespeare Company. E il fatto è che era già stata annunciata una miniserie della BBC, con Mark Rylance nel ruolo del protagonista – ma a nessuno è passato per la testa che questo dovesse essere un deterrente all’idea di un adattamento teatrale.

13206633E però, badate bene, in scena non ci arrivano soltanto best-seller di vastissima presa. Di Ros Barber e del suo The Marlowe Papers avevamo parlato tempo fa: romanzo in versi sciolti, una delle migliori variazioni che abbia mai letto sulla teoria marloviana del vero autore – e a me la teoria marloviana non piace granché, ma questo è talmente ben fatto da piacermi molto nonostante la premessa. Anche TMP ha vinto un certo numero di premi, ma stiamo parlando di un romanzo in versi incentrato su una teoria più che un po’ bislacca… Non c’è paragone con i numeri di Wolf Hall, e le probabilità di arrivare in televisione o – men che meno – al cinema, sono pressoché inesistenti. E però anche TMP è arrivato in scena. Una piccola compagnia indipendente ha lavorato con l’autrice all’adattamento, un atto unico/monologo, con un attore solo in scena e musica period dal vivo. Questa non è una produzione sontuosa come quella della RSC, Catturaè chiaro – ma la qualità è ugualmente altissima, e il play sta riscuotendo molto successo. Adesso è a Brighton, e poi girerà – e chissà che in autunno non si riesca a pescarlo a Londra…

Perché Laggiù i romanzi storici si leggono, si adattano, si portano in scena, e si vanno a vedere con entusiasmo – in grande o in piccolo. Capite perché dico che è un’Isoletta felice?

anglomaniac · Storia&storie · tradizioni

Fuoco Alle Polveri

Poco più di quattrocento anni orsono, come ieri, per la precisione attorno a mezzanotte, una pattuglia di guardie era impegnata a perlustrare i sotterranei della Camera dei Lord, a Westminster.

C’era una lettera anonima che parlava di cospirazioni, di cattolici, di gesuiti… E Giacomo VI e I, figlio di una regina cattolica decollata e re protestante di un’Inghilterra inquieta, non era tipo da prendere alla leggera una cosa del genere.

gunpowder plot, guy fawkes, bonfire night, v for vendetta, alan moore, john miltonE si direbbe che non avesse tutti i torti, perché nei sotterranei i soldati trovarono un uomo a guardia di trentasei barili di polvere da sparo.

L’uomo era Guy Fawkes, un ex soldato cattolico, cospiratore e aspirante regicida, e i trentasei barili erano tutt’altro che uno scherzo. Se Fawkes li avesse fatti esplodere, l’intero palazzo sarebbe crollato, seppellendo tutti al suo interno…

Fawkes fu comprensibilmente arrestato, e i suoi compagni tentarono di fuggire, ma non andarono lontano. Ci fu una battaglia vera e propria tra soldati e mancati regicidi, e alla fine solo in sette sopravvissero per raggiungere Fawkes davanti a una corte e poi sul patibolo. Impiccati e squartati.

C’era mancato proprio poco e, nello spirito degli scampati pericoli, il 5 di novembre divenne un giorno di celebrazioni, scampanamenti, gratitudine, sollievo e… fuochi.

Per diversi secoli gli Inglesi – at Home e nelle colonie – hanno commemorato con falò e fuochi d’artificio il fallito regicidio, e bruciato pupazzi con le fattezze di Guy Fawkes cantando ditties di questo genere:

Don’t you Remember,gunpowder plot, guy fawkes, bonfire night, v for vendetta, alan moore, john milton
The Fifth of November,
‘Twas Gunpowder Treason Day,
I let off my gun,
And made’em all run.
And Stole all their Bonfire away.

Poi negli ultimi decenni la tradizione ha cominciato a declinare, scoraggiata più o meno attivamente da una generale scarsa simpatia per i falò incontrollati, i roghi in effigie, l’esuberanza pirotecnica nelle strade, le risse e il sentimento anticattolico – tutto assai poco politically correct. D’altra parte, già da parecchio tempo i due ultimi elementi non erano più necessariamente connessi: certuni Isolani mi raccontavano di faide falò/falò, con furti di legna*, inseguimenti e dispetti vari, che duravano attraverso le decadi…

Per cui dubito alquanto che, di questi tempi, i fuochi d’artificio della Bonfire Night esplodano in uno spirito terribilmente anticattolico – tanto più che in letteratura e nella cultura popolare c’è tutto in filone di simpatia nei confronti di Guy Fawkes.

Si parte da un Milton diciassettenne, si passa per il romanziere vittoriano William Harrison Ainsworth, per i teatrini di carta di Pollock e per un certo numero di Penny Dreadfuls, e si finisce con l’arrivare ad Alan Moore e al suo V – e sempre Fawkes appare come una brava persona, un interessante ribelle, un eroe d’azione, un esempio di lotta al regime…

Per cui, se intendete far saltare in aria un parlamento (con o senza sovrano in dotazione), non state a preoccuparvi troppo della vostra fama postuma. Che abbiate successo o meno, non è del tutto improbabile che, col passare dei secoli, vi ritroviate un certo numero di simpatizzatori, romanzi, film, teatrini di carta, gente che indossa la vostra maschera nelle strade e, nel mondo anglosassone, persino una Gunpowder Plot Society

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* E non c’entra la berserker fury che secondo Carlyle era tipica dell’animo britannico. Queste cose succedono dalle mie parti con i falò della Vecchia attorno all’Epifania. Lo spettacolo di sonnacchiosi villaggi rivali che si rubano, sabotano e incendiano preventivamente le pire nella più vikinga delle maniere non manca mai di sconcertarmi un pochino…

anglomaniac · considerazioni sparse · teatro

Murphy Sulla Via Dell’Isoletta

55327_girl-writing_lg-1C’era una volta un concorso per atti unici – e il concorso si teneva sull’Isoletta.

C’era anche, quella stessa volta, una Clarina che viveva sul Continente – quella cosa che, dicono gli abitanti dell’Isoletta, resta isolata quando c’è nebbia sulla Manica. Tuttavia, pur abitando al di qua della Manica, la Clarina desiderava molto partecipare al concorso in questione, e aveva pronto un piccolo atto unico che le pareva adatto alla bisogna.

A dirla proprio tutta, la Clarina l’atto unico l’aveva pronto da lunga pezza – in teoria fin dall’edizione precedente del concorso isolano, solo che… Ecco, diciamo che talvolta la Clarina tendeva a… er, distrarsi.

Quella volta che c’era, tuttavia, la Clarina si annotò la scadenza ben in grande e ben in anticipo, diede un’ultima lustratina al play e si sentì a posto con la coscienza.

E ci si sentì fino a una decina di giorni dalla scandenza, quando all’improvviso la sua coscienza si risvegliò e cominciò a strillare cose poco lusinghiere sulla Clarina e sulle Poste&Telegrafi…

Perché, vedete, non solo il concorso si teneva sull’Isoletta, ma era anche uno dei non numerosissimi concorsi dell’Isoletta che richiedono di spedire per terra e per mare una o più copie cartacee. Siccome questa crisi di coscienza si teneva a un’ora talmente avanzata da essere tarda persino per la pur nottambula, nottambulissima Clarina, fu soltanto l’indomani che la nostra sciagurata si mise all’opera.

“E che ci vuole?” si disse l’improvvida, mentre sorseggiava il primo tè del mattino. “Stampo le due copie e la lettera con i miei dati, chiudo tutto in una busta e vado a spedire…”44880_guten_press_lg

Ma naturalmente questa è una storia, e tutti sappiamo che cosa succede a questo punto nelle storie, vero? Quando la Clarina avviò la stampante per stampare il suo piccolo play in due copie, la stampante sussultò una e poi due volte, ingoiò un foglio di carta, lo buttò fuori bianco, sospirò, rantolò e cadde in deliquio.

“Oh…” mormorò la Clarina, in moderato corruccio. Spense la stampante, la riaccese, reimpostò la stampa, avviò… E la tecnologia non rispose.

“Stampante non in linea,” fu la risposta della tecnologia. “Controllare che i cavi siano collegati e che la stampante sia accesa.”

Oh!” disse la Clarina, un tantino più corrucciata di prima. Controllò i cavi – che erano collegati. Controllò la stampante – che era accesa. Allora spense e riaccese la stampante, just in case, e poi riprovò.

“Stampante non in linea. Controllare che i cavi siano collegati e che la stampante sia accesa.”

E a questo punto potremmo mettere un altro Oh, ma l’incontrovertibile fatto è che la Clarina usò del linguaggio, rifece tutto daccapo e ottenne per la terza volta lo stesso risultato.

Era il tipo di momento in cui c’è soltanto una cosa da fare, e dunque la Clarina si fece una seconda tazza di tè, e sedette sul pavimento davanti alla stampante, maledicendo tra sé il dannato arnese, e pensando all’Isoletta. Il passo successivo fu di trascorrere un’invereconda quantità di tempo a consultare libretti di istruzioni e guide online a caccia di una soluzione – senza cavare dal buco una di quelle orride bestie a otto zampe che fanno le r-tele.

A questo punto, la mattinata avanzava, l’ultimo momento utile per la spedizione in giornata non era più lontanissimo e, considerando tutto quanto, perdere un’altra giornata, non sembrava la migliore delle idee. La Clarina prese una decisione esecutiva: salvò play e carte varie su una chiavetta (ricordandosi per il rotto della cuffia di inserire i numeri di pagina che di solito si dimentica) e si recò dalla vicina D. a supplicare una stampa. D. la Clarina la conosce dall’infanzia, la sa tanto eccentrica quanto disorganizzata, ed è rassegnata a vedersela capitare a orari disparati, disperata e supplicante stampe. D. ha una stampante professionale ed è una specie di angelo. Senza battere ciglio, nel giro di un minuto e mezzo, stampò il play della Clarina e le carte accessorie in duplice copia, e la mandò via felice.

poCosì la Clarina tornò a casa, imbustò il tutto, controllò tre volte l’indirizzo, si premunì di libro e galoppò all’ufficio postale. Ora, sapete tutti che, per una legge di natura, se non ci si porta da leggere all’ufficio postale si è condannati a dover aspettare, aspettare e aspettare. Se ci si porta da leggeere, può darsi di dover aspettare, aspettare e aspettare – oppure no. Per qualche misteriosa forma di compensazione cosmica, quella volta che c’era fu un’occasione in cui oppure no: in dieci minuti la Clarina sbrigò tutto quanto e tornò a casa al piccolo trotto, lieta nella consapevolezza di avere centrato la spedizione in giornata per un pelo – un pelo molto piccolo.

E a dire il vero, fece talmente presto che sua madre, nel vedersela restituita in sì breve tempo, la accolse con disappunto e al grido di “Oh, non sei riuscita a spedire!”

E invece sì, e il play era già in viaggio verso l’Isoletta, e la Clarina brindò con sua madre alla felice riuscita, e tutti vissero felici e contenti in attesa della long list.

E se, o Lettori, volete trarre qualche utilità da questa storia, la morale è questa: vedete di non ridurvi mai a un passo dalla scadenza – perché è allora che la Legge di Murphy ama colpire. E se le poste&telegrafi possono scioperare, se la tecnologia può fallire, se la neve può cadere, se l’influenza può azzannare, se qualcosa, qualunque cosa può succedere – ebbene, è proprio allora che lo farà.

anglomaniac · considerazioni sparse

Là Fuori

VintagePostOfficeAdOggi post fulmineo, abbiate pazienza, perché la giornata è complicata.

Mentre leggete sto peregrinando per uffici postali e/o (più probabilmente) corrieri, cercando la maniera di spedire un atto unico verso l’Isoletta.

In tempi brevi, considerata la scadenza incombente.

E no, questa volta non mi sono lasciata sfuggire particolari rilevanti – o almeno non credo. È che proprio ho scoperto l’altro giorno l’esistenza di questo concorso per atti unici brevi, per cui, a parte tutto il resto, sono reduce  da una cinquantina d’ore di frenetica revisione e levigatura.

E adesso il risultato si manda Là Fuori, o almeno ci si prova – anche perché agli organizzatori del concorso in questione pare bello accettare soltanto materiale cartaceo… niente posta elettronica, il che va benissimo sull’Isoletta, dove le reali poste funzionano egregiamente, ma dal mio punto di vista complica un tantino la vita.

Oh well, fa nulla. È parte dell’avventura.

E domani si ricomincia con un’altra cosa da mandare altrove, sempre Là Fuori. E poi un’altra. RM

Perché quando ho fatto elenchi di buoni propositi per l’anno nuovo, ho l’impressione di averne dimenticato uno. O forse lo possiamo considerare un buon proposito di fine gennaio, ma fa lo stesso: il fatto si è che ho deciso di mandare Là Fuori spesso e in abbondanza, quest’anno.

E in realtà è una decisione che ho già preso altre volte – senza poi metterla particolarmente in atto… Ma diciamo che ci riprovo, ecco.

Vi farò sapere. Intanto, wish me luck.

Adotta Una Parola · anglomaniac

Anglomane

Che io sia un’anglomane diagnosticata e irrecuperabile è cosa risaputa.

Tant’è vero che, quando ho aderito al progetto Adotta Una Parola della Società Dante Alighieri, appena l’ho visto ho esclamato, come i gabbiani di Nemo: “Mio!”

Ora, il Treccani dice:

Anglòmane s.m. e f. e agg. [comp. di anglo e -mane]. -Chi (o che) è affetto da annglomania.

E cos’è l’anglomania, secondo il Treccani?

Anglomanìa s.f. [comp. di anglo e -mania]. -Ammirazione e imitazione eccessiva di tutto ciò che è inglese.

E sì, lo so: ve n’era venuto il sospetto bazzicando attorno a SEdS… Potrei negarlo – potrei negare qualsiasi cosa – ma il fatto è che sono un’anglomane, e lo sono da molti anni. Un’anglomane al di là di ogni speranza o intento di guarigione. Un’anglomane che, nel trasferirsi a Cardiff per l’anno Erasmus, si fece fare un tailleur di tweed – con le conseguenze che potete immaginare, nel Galles degli Anni Novanta…

E ciò, badate, benché per molti anni mi sia attivamente rifiutata di imparare anche una singola parola d’Inglese.

E allora, si domandano a questo punto i Lettori, chi mordendosi le unghie, chi torcendo un fazzolettino ricamato, tutti trattenendo il fiato – allora? Com’è capitato che la Clarina anglofoba contraesse un caso incurabile di anglomania?

Ebbene, cominciamo dal principio. Uno dei miei ricordi più lontani* è questo: sono seduta sulle ginocchia di mio padre e lui mi indica dei disegnini di sua mano su un notes a quadretti in formato A4. Ci sono un piatto, un sole e altre cose che non ricordo, ma ricordo perfettamente l’Allora Maggiore che declama: “Sole, Sun! Piatto, dish!” E si supponeva che io ripetessi.

Io non ripetevo. Me ne stavo zitta come un’ostrica, con il cipiglio delle grandi occasioni e un’avversione montante dei confronti della lingua inglese. Non che l’Allora Maggiore sapesse granché d’Inglese**, ma era deciso a che io lo imparassi – il più presto possibile, volente o nolente. Non so se fosse più indignato per la mia pervicacia o per la mancanza di collaborazione di mia madre che, essendo laureata in Inglese e anglomane a sua volta, sarebbe stata l’anglicizzatrice naturale…

Invece mia madre, donna saggia, era dell’opinione che impormi l’Inglese non fosse una gran buona idea, e nicchiava. L’Allora Maggiore prese atto della defezione e decise di fare da sé nella maniera che vi ho detto. Per cui non vi stupirete se vi dico che, nell’accedere alle medie, mi rifiutai di studiare una lingua che non fosse Francese, e lo stesso feci al Liceo.

Poi non è che crescessi del tutto digiuna d’Inglese: mia madre ci provò e riprovò, coinvolgendo i miei amici in varie formazioni e tentando tutti i metodi*** – col risultato che fra i dieci e i diciotto anni passai attraverso I am/You are e To be/Was/Been un’infinità di volte, senza mai imparare granché e senza mai trovarci un minimo di gusto.

Il che era strano, a ben pensarci, perché nel frattempo avevo cominciato a sviluppare una predilezione per la storia e la letteratura inglesi. E tra l’altro avevo cominciato presto a esibire prodromi della malattia nelle mie letture infantili e adolescenziali. Sandokan, per esempio. Mai sopportata, la Tigre della Malesia. A me piaceva Rajah Brooke, persino quando Salgari ne faceva un malvagio di cartone. E ne Il Discepolo del Diavolo la mia simpatia andava a chiunque indossasse un’uniforme inglese – non solo il Generale Burgoyne, ma persino il povero Maggiore Swindon****, ben al di là delle intenzioni di Shaw. In Michele Strogoff, ne sono certa, non è né sano né normale affezionarsi a Harry Blount più che ai protagonisti. E ne L’Ultimo dei Mohicani non c’era un singolo personaggio per cui sapess spendere un refolo di partecipazione – ad eccezione del Maggiore Heyward, dell’Esercito di Sua Maestà Britannica.

Dunque, ricapitoliamo: leggevo romanzi inglesi, ero interessatissima alla storia inglese, prediligevo i personaggi inglesi dovunque saltassero fuori, sognavo di recitare teatro inglese, ambientavo storie in Inghilterra… però della lingua non ne volevo sapere.

Poi un giorno – ai primi di giugno di vent’anni fa – mia madre mi regalò una versione facilitata in lingua originale di Lord Jim, che avevo già letto e che, come tutti sapete, è il libro della mia vita. Pensava che, conoscendo la storia e adorandola, forse l’avrei letta con più interesse di quello che dedicavo alla grammatica e agli esercizi…

Folgorazione. Epifania. Apocalisse.

Per qualche motivo, leggere in Francese non mi aveva mai fatto apprezzare la differenza tra traduzione e originale. Con l’Inglese giunsi alla rivelazione che si tratta di due esperienze del tutto diverse. Persino nella versione abridged, la storia di Jim mi pareva nuova, diversa, piena di sfumature e iridescenze che non avevo mai notato prima. Oh, non avete idea.

Fu l’inizio di un’appassionata storia d’amore, perché all’improvviso la lingua che mi ero sempre rifiutata d’imparare si rivelava bella, efficace, espressiva, duttile, ricca… Un paio di mesi più tardi fui mandata a Edimburgo. Da sola. In famiglia. Per un mese. In una scuola dove ero l’unica italiana. Il che forse era un po’ azzardato, con il mio povero e recentissimo Inglese – ma funzionò. Quando tornai avevo fatto progressi drastici e acquisito un accento scozzese tanto denso da intasare una grondaia. Poi all’Università scelsi Inglese come prima lingua, poi ripetei l’esperienza a Edimburgo, poi passai un anno a Cardiff, poi feci la tesi su testi esclusivamente in Inglese, poi fui accettata per un master al King’s College London… poi le cose andarono come andarono e me ne tornai a casa, ma nel frattempo avevo scoperto Internet, letto forsennatamente***** in originale, cominciato a scrivere in Inglese, sviluppato una passione per l’epoca elisabettiana…

Ecco. Adesso sapete perché.

Se mia madre non avesse pensato a Lord Jim, un giorno di vent’anni fa, di sicuro adesso non leggerei, scriverei, penserei metò del tempo, prenderei appunti di preferenza e sognerei occasionalmente in Inglese.

Fa effetto pensare a quali minuzie, a volte, divengano il perno su cui una vita intera cambia (di molto o un po’) il suo corso…

Oh well, never mind. Adesso sapete come e perché.

 

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* Se escludiamo il terremoto in Friuli nel Settantasei – ma non doveva essere tanto più tardi di allora, perché non sapevo ancora leggere…

** Nonostante corsi, tentativi, una moglie anglomane e lunghe frequentazioni internazionali in ambito NATO.

*** Ho un ricordo particolarmente vivido dello Schenker: one hundred thousand cows arrived in Warsaw…

**** Ned, il protagonista (inglese) del mio primo tentativo di romanzo (ambientato in Inghilterra), è un attore teatrale che, da apprendista diciottenne, interpreta Swindon. Essendo il tipo che è, Ned gli costruisce attorno una complicata vicenda immaginaria, interpretandolo come un Custode Del Vecchio Ordine Che Si Vede Tragicamente Crollare Attorno Tutto Ciò In Cui Crede… Non del tutto incomprensibilmente, a un certo punto il capocomico gli suggerisce di sfrondare un nonnulla l’interpretazione.

***** Nel corso del mio anno Erasmus lessi tutta Jane Austen tranne i juvenilia, tutto Conrad, tutto Walter Scott, tutto Shaw, tutto Forster, tutte le sorelle Brontë, tutto Kipling, buona parte di Dickens, Thackeray, Mrs. Radcliffe, Mrs. Gaskell, più una seria quantità di storia e narrativa di genere. Er… no, non avevo una vita sociale.

libri, libri e libri

La Sovrana Lettrice

Alan Bennet è, fra l’altro, l’autore de La Pazzia di Re Giorgio, un testo teatrale intelligente, raffinato e amarognolo, da cui è stato tratto anche un film. Sia in teatro che sugli schermi, Re Giorgio era Nigel Hawthorne, e ho ancora il rimpianto di non essere riuscita a procurarmi un biglietto per vedere la commedia al Festival di Edimburgo.

Nel 2007, sedici anni dopo Re Giorgio III e la sua supposta porfiria, Bennet è tornato ad occuparsi della Corona d’Inghilterra (e delle teste che la portano), con The Uncommon Reader, tradotto in Italiano come La Sovrana Lettrice. La “paziente” questa volta è Elisabetta II, e la “malattia” è meno preoccupante della porfiria: tutto comincia quando la Regina scopre il piacere della lettura, che una vita fitta d’impegni regali non le ha mai permesso di coltivare. Ma naturalmente nulla è del tutto privato a Buckingham Palace: l’improvvisa passione per i libri non è senza conseguenze per Sua Maestà, il numerosissimo (e alquanto cinico) staff che la circonda, i sudditi  in udienza e, in definitiva, tutta l’Inghilterra…

Bennet dipinge un quadro graffiante della monarchia inglese, ma la Regina ne esce a testa alta – altissima – come una deliziosa anziana signora, lievemente eccentrica, ma di buon senso, determinata e provvista di un certo tipo di sovrano candore. Benché gli eventi siano immaginari, mi piace immaginare che il ritratto sia, almeno in parte, veritiero: l’idea della Regina d’Inghilterra che discute di Dickens con i suoi sudditi in udienza è troppo incantevole per essere completamente dismessa.

La Sovrana Lettrice (gradevolissima traduzione di Monica Pavani per Adelphi) è un libro di una sera, delizioso, spassosissimo e intelligente. Dall’iniziale sconforto del Presidente della Repubblica Francese interrogato su Jean Genet, Bennet ci conduce, di libro in libro, fino al coup de théatre finale – proprio all’ultima riga – regalandoci una piccola storia perfetta, leggermente nonsense e dalla prospettiva inattesa. E, volendo, c’è anche di che meditare: di più non si può chiedere.