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Scrivendo Teatro: Dieci Considerazioni Di Ordine Pratico

Sì, lo so: ve l’ho già detto ieri sera.

Ho fatto un PB apposta per mettervi a parte del fatto che ho finito il mio play-che-non-è-un-play.

Quindi questo post non è un annuncio, però contiene un po’ di considerazioni in fatto di scrittura, stupidità generale, piccole perfezioni, scoperte, Pinterest, le morte stagioni e la presente e il lavello di cucina.

Cominciamo?

1) Una volta di più, non c’è niente di basso, materiale e meschino nelle commissioni – anzi. Non solo le commissioni non sono il Male, ma nella maggior parte dei casi offrono magnifiche possibilità. Vi si chiede di scrivere qualcosa su cui non siete certi di avere granché da dire, o su un argomento a cui non avete mai dedicato molta ginnastica neuronale, o in un genere/campo che non v’interessa molto o non vi piace nemmeno granché*… Voi accettate per una o più buone ragioni e poi, o mentre ci strologate su o mentre state già scrivendo, vi albeggia in mente che diamine! questa è l’occasione per parlare di quel tema che avevate in mente da tempo, o per esplorare quella tale tecnica, o per introdurci quel personaggio che v’intriga ma non avete mai saputo dove piazzare… E in linea di massima, più credete di essere fuori dalle vostre corde, più scoperte fate.

2) Parallelismi, simmetrie, giochi di prospettiva, tagli inattesi, specularità, rifrazioni, strati di sottotesto e complessità strutturali e concettuali di varia natura non sempre si presentano al primo appello. Però in compenso si divertono un mondo a saltare su a danze iniziate – proprio dove servivano, proprio dove nemmeno sapevate di volerle, e perfette oltre ogni dire. E sì, lo so, è il subconscio che lavora per bene, e se dice che ci vuole Salgari è molto probabile che abbia ragione, per poco che a me Salgari piaccia. Sto imparando a lasciarli fare a lui, gli inviti.**

3) Al mare si scrive bene. Ma proprio bene. O forse era solo questione di essere via da casa per qualche giorno. Perché mi rendo conto che è perfettamente ridicolo scapicollarsi a scrivere “via” da un’enorme casa fresca, silenziosa e provvista di un’abbondanza di alberi… e però non c’è niente da fare. Qui non riesco a nessun patto a scrivere come ho scritto al mare. Be’, c’è sempre il problema di Internet, che è un pozzo di informazioni e una dannazione al tempo stesso. Ma c’è anche la vita quotidiana che fa del suo meglio per sconfinare. E magari non è che al mare non riesca a raggiungervi, ma non ci riesce altrettanto bene.

4) Quando ho cominciato a rimuginare questo progetto, una delle prime cose che ho fatto è stato di creare una bacheca su Pinterest. E sì, l’avevo già fatto in precedenza, ma questa volta ha funzionato meglio. Non so se ho lavorato meglio io o se il progetto fosse più adatto, o se abbia trovato immagini migliori – ma fatto sta che è stata utile. Quanto meno, alcune idee da decenti a buone sono zampillate mentre appuntavo immagini, suggestioni, colori e l’occasionale citazione. Il che, a ben pensarci, è un terrificante alibi per la peggior forma di procrastinazione – quella che vi dà l’impressione di fare qualcosa di non del tutto inutile – but still.

5) Sono, sappiatelo, sei tipi di idiota. Sei tipi misti assortiti. E la cosa peggiore è che non imparo mai. Domenica pomeriggio, in un momento di idiozia pura, sono riuscita a cancellare 5500 delle 8000 e qualcosa parole della seconda stesura. Lo ripeto: avevo quasi finito la seconda stesura e ne ho cancellato più di due terzi. Non sono ancora praticissimissima di Scrivener, e quindi non so nemmeno troppo bene come ho fatto – il che è allarmante in un modo tutto suo – però mi si dice che potrei lavorare per i Servizi, perché come cancello del testo io non è cosa di tutti i giorni. E naturalmente non è come se avessi fatto il backup. L’ultimo risaliva al completamento della prima stesura… Immaginatevi: gloom, doom, despair, furore tremendo, riscossa, pasti saltati, notti in bianco, improperi&imprecazioni, molte ore di duro lavoro, et multa caetera similia. Per fortuna ho una famiglia comprensiva e una buona memoria. 
Adesso come adesso salvo continuamente e faccio backup due o tre volte al giorno, ma mi conosco: quanto durerà? Sei tipi d’idiota, remember? E dei sei, almeno uno è l’idiota patologicamente recidivo.***

6) A un certo punto, dando la caccia a una citazione, ho finito col rileggere le prima sessanta o settanta pagine di Lord Jim. E, come tutte le volte, mi ha bouleversée. Cosicché all’avvilimento dovuto all’incidente del n° 5, si è aggiunta una di quelle crisi, sapete come funziona: Che Diavolo Credo Di Fare? Come Se Potessi Mai Pensare Di Raggiungere Questi Vertici Di Intensità E Finezza – O Almeno Qualcosa Di Simile! E dopo sapete come prosegue: ci si grogiola un pochino  in una crisi di Dubbi, ci si fa un’altra tazza di tè, ci si rannicchia nella poltrona adatta, a sospirare semitragicamente con la tazza di tè in mano e la musica adatta. E la musica è importante, perché quando raggiunge il suo climax, ci si morde un labbro, si appoggia la tazza, si riprende il computer e ci si rituffa nel duro lavoro.

7) Musica, dicevo. Ah, la musica adatta. Sono abbastanza abituata ad ascoltare musica mentre scrivo, ma stavolta – come per Pinterest – per qualche motivo ha funzionato meglio del consueto. Una combinazione di Debussy, Vaughan-Williams, Britten e Roylance. Tutto molto marinaro, tutto molto appropriato. Ha fatto da sfondo, da luci e da musica di scena per le prove nel Teatro Immaginario. E non credo proprio che la cosa avrà alcun seguito pratico quando il play andrà in scena per davvero, ma fa parte di quelle cose che non vanno tradotte tra la pagina e il palcoscenico. E anzi, forse vale la pena di chiarire che…

8) Il Teatro Immaginario non è un’eccentricità – e, per una volta, nemmeno una forma di procrastinazione. È una tecnica che personalmente trovo piuttosto efficace, e che consiste nel immaginare in scena quel che si scrive. Immaginarlo nel modo più concreto possibile, completo di voci, regia, luci, costumi e, se del caso, musica. Tenendo ben presente che, nella maggior parte dei casi, poi non è affatto così che succederà. E per lo più è un bene. Oh, e funziona molto bene anche con la narrativa – per la quale si può scegliere tra teatro immaginario e cinema immaginario.

9) Per andare da Oràtow (nell’Ucraina polacca) a Marsiglia nel 1878, usando una combinazione di carrozze e treni, si impiegavano cinque o sei giorni. A scoprire che per andare da Oràtow (nell’Ucraina polacca) a Marsiglia nel 1878, usando una combinazione di carrozze e treni, si impiegavano cinque o sei giorni si possono impiegare parecchie ore ma poi, internet essendo ciò che è, ci si arriva. Il guaio è quando ci si accorge, dopo averci impiegato tutte quelle ore, che la battuta che contiene l’informazione appesantisce inutilmente il dialogo. Non serve. E vi dite che avreste potuto pensarci prima di impiegarci tutte quelle ore, e che adesso lo sapete ed è un peccato non metterne a parte il pubblico… Ma in realtà al pubblico non interessa un bottone sapere quanto ci si mettesse ad andare da Oràtow a Marsiglia nel 1878. Al pubblico interessa che i dialoghi funzionino bene – o, più ancora, il pubblico si accorge benissimo di quando l’orario ferroviario interferisce con il funzionamento dei dialoghi. E allora si taglia spietatamente la battuta e si mette da parte la durata del viaggio. Magari servirà altrove. Magari nell’altra versione…

10) Quale altra versione, o Clarina? Eh… Il fatto si è che questo play non è davvero un play. Serve per una lettura drammatica e, di conseguenza, è molto parlato. Però questa storia potrebbe essere raccontata molto diversamente, con abbondanza di Cose Che Accadono In Scena. È il motivo per cui, dopo avere finito la mia prima stesura, mi sono messa di buzzo buono e, in un giorno, ho buttato giù tre scene complete di… be’, di un’altra versione. Una versione in cui le Cose Accadono In Scena. Segno che, come tende ad accadermi, con questa storia non ho ancora finito.

Però ho finito per il momento. Così ieri sera ho festeggiato con un gelato a lume di lanterna (una lanterna decorata a velieri), e poi ho riguardato il musical de Le Due Città, just because. Adesso lascio riposare per qualche giorno, poi dò un’ultima lucidatina e poi consegno alla compagnia.

Ed è allora che il gioco comincia per davvero…

_________________________________________________

* Quest’ultimo non era assolutamente il caso, stavolta, ma è capitato.

** Essì, insalata di metafore. Non è come se stanotte avessi dormito un numero sufficiente di ore…

*** Magari una volta o l’altra vi racconterò le mie catastrofi miliari.

5 pensieri riguardo “Scrivendo Teatro: Dieci Considerazioni Di Ordine Pratico

  1. Ogni volta che leggo i tuoi post mi viene una voglia matta di scrivere. Nonostante il caldo opprimente ed il resto del lavoro che incombe: scrivere, scrivere, scrivere.

    Grazie.

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  2. Cambiare aria fa sembre bene alla mente. Lascia perdere gli alberi, il fresco, e tutto il resto; essere lontani dai soliti luoghi rinvigorisce lo spirito e rinnova le energie.

    Tempo fa ti ho detto che dovresti seriamente prendere in considerazione un sistema di versioning (svn, mercurial, git, eccetera) per scongiurare le perdite di dati. Se proprio vuoi una soluzione più rapida, ogni volta che premi il tasto con il punto, premi anche Command+S (o Ctrl+S): vedrai che difficilmente perderai migliaia di battute!

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  3. Immagino che il musical di Tale of Two Cities ricicli The Best of Times degli Styx come brano d’apertura.
    O forse no, vero?
    Peccato, perché ci starebbe benino – è bombastico ed operatico al punto giusto.
    😀
    E comunque concordo sul fatto che cambiare aria sia indispensabile a volte.
    Anche per liberarsi degli importuni e dei rompitasche.
    Buoni festeggiamenti e buon lavoro.
    Un saluto speciale agli alberi di albicocche.

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  4. @Jane: grazie a te! È una gran bella cosa da sentirsi dire…

    @Davide: e non maltrattarmi ATOTC – che oltretutto sul finale verso sempre una lacrimuccia!
    Festeggiamenti finiti. Domani si torna al lavoro. E gli albicocchi sentitamente ringraziano. 🙂

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