teatro

“Assenze” al Teatrino d’Arco

LocSabato sera l’Accademia Campogalliani ha debuttato con il dramma Assenze, dell’americano Peter M. Floyd – prima italiana, nella traduzione di Antonia Brancati.

E cominciamo col dire che si tratta di una faccenda intensa e potente, la cronaca dello sgretolarsi progressivo della coscienza e delle percezioni sotto l’attacco della demenza senile (o forse del morbo di Alzheimer).

La coscienza (così come il punto di vista) è quella di Helen Bastion, donna forte in modi non sempre amabili, ostinatamente aggrappata ai suoi ricordi, anche i più lontani, e a un ferreo controllo di se stessa, della sua vita e del rassegnato marito David. O almeno così vuole e crede – perché fin dal principio la questione centrale è proprio questa: quanto di quello che Helen sa è, è ancora o è mai stato vero?

Il resto è un’acuta e dolorosa narrazione della mente di Helen che frana inesorabilmente, attraverso un susseguirsi tesissimo di monologhi e dialoghi – con il marito, con la figlia che ha passato la vita cercando di sottrarsi al controllo materno, con la nipote adolescente, con il medico… Anzi, con i medici – ma di questo non voglio dire troppo, perché uno degli aspetti più struggenti di Assenze è proprio ciò che succede nella mente di Helen, mentre il tempo, il linguaggio e le certezze scivolano via, ed è qualcosa, credo, che ogni spettatore dovrebbe scoprire da sé. Cattura

E di questo testo asciutto e intelligente la Campogalliani fa meraviglie. La regia di Mario Zolin (anche sensibile interprete di David Bastion) usa con finezza e grande efficacia linee oblique, colori e le musiche di Nicola Martinelli per restituire il distorcersi del mondo di Helen – una magnifica Francesca Campogalliani. Attorno si muovono, bravissimi, la Barb impaziente e vulnerabile di Eleonora Ghisi, la Samantha ribelle e smarrita della giovanissima Margherita Governi, l’umana dottoressa Dalane di Gabriella Pezzoli e il surreale dottor Bright di Stefano Bonisoli.

Il risultato è un’ora e mezza di splendido teatro, uno spettacolo intenso, lucido e toccante* che, raccontando il dramma di una famiglia come tante, solleva una delle questioni più profonde: che cosa ci rende noi stessi?

Una volta di più: well done, Campogalliani!

_____________________________

* Oh, va bene – confessiamo pure: ho pianto come una fontana… E appartengo al genere che non piange in pubblico.

 

Salva

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...