Storia&storie · teatro

E adesso Massini

Cambiamo registro…

Debutta sabato 11 il serrato, profondo dramma di Stefano Massini sulla necessità di risposte ben al di là della pura sopravvivenza. Dov’è Dio, quando le grandi tragedie si compiono? E, a ben pensarci, dov’è l’umanità? Con una regia sobria e rigorosa, Mario Zolin ci conduce in un viaggio di ricerca e di coscienza.

In scena dall’undici al ventisette gennaio. Si prenota online oppure telefonicamente al numero 0376 325363, dal mercoledì al sabato, tra le 17 e le 18.30.

Vi aspettiamo!

 

Natale · teatro · tradizioni · Traduzioni

Canto di Natale al Teatrino D’Arco

Ed ecco che ci siamo…

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Domani sera debutta Canto di Natale – probabilmente la seconda storia natalizia più celebre al mondo… La novella con cui, centosettantacinque anni fa, Charles Dickens cambiò per sempre il volto e il gusto del Natale.

Non so voi, ma io concordo con Michael Faber quando dice che, in tutta la letteratura, le storie che assurgono a parabole si contano sulle dita di una mano – e Canto di Natale è una di quelle poche. Chi non conosce le vicende dell’avaro redento e degli spiriti, immerse in una Londra cupa e luminosa al tempo stesso? Chi non la cerca a dicembre, in una forma o nell’altra? Chi non è ben felice di lasciare da parte l’incredulità per il tempo di sentirsela raccontare ancora una volta? Untitled 5

Fantasmi e poveri bambini, memorie e rimpianti, avidità e cuori d’oro, nebbia, oche al forno, scintillii impalpabili, giochi di società, sciacallaggio, amori mai dimenticati… Canto di Natale è un po’ come il Christmas Pudding: c’è dentro un po’ di tutto, e tutto si combina in un insieme delizioso e unicamente natalizio.

E, come per il Pudding, la preparazione è complessa: Maria Grazia Bettini ha modellato Dickens in uno spettacolo ricco e suggestivo, popolato di figure indimenticabili e costellato di magie e sorprese… come se le illustrazioni di Leech o Rackham prendessero vita sul piccolo palcoscenico del Teatrino D’arco.

Avendo la benedizione di una madre anglomane, fin da bambina mi è parso che non fosse del tutto Natale senza Dickens – la novella e qualcuno dei suoi innumerevoli adattamenti… Quest’anno la faccenda mi appare particolarmente magica, perché l’adattamento è opera mia – così come la traduzione. Che devo dire? Sono estremamente soddisfatta – e incantata da ciò che Maria Grazia ne ha fatto. E spero che sarete incantati anche voi, o Lettori.

Canto di Natale debutta domani sera e replicherà fino al 6 gennaio. Qui trovate il calendario dettagliato. La biglietteria è aperta nei giorni feriali, dal mercoledì al sabato, dalle ore 17:00 alle ore 18:30. In questi orari si prenota per telefono (o via fax) allo 0376 325363; in alternativa si prenota per posta elettronica a questo indirizzo: biglietteria@teatro-campogallian.it

Che ne dite, ci vediamo a teatro?

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Non Sparate sul Postino al D’Arco

postman_113_01Yes, well – non sparategli nemmeno altrove, a dire il vero: a parte tutto il resto, non è carino e nemmeno particolarmente utile…

A meno che non siate Lord Elrood (Adolfo Vaini), aristocratico ufficiale in pensione, convinto che il postino sia in realtà una spia russa dai mille travestimenti, da tenere lontano a ogni costo, tra fucilate, ronde shakespeariane e ponti levatoi…

Non che il ponte levatoio ci sia – ma il castello sì: il castello di famiglia che la svagata Lady Elrood (Gabriella Pezzoli) ha deciso di aprire al pubblico per racimolare qualche sterlina… E nemmeno questo è facile, con un padrone di casa che accoglie a fucilate amici e nemici indistintamente.

PostHornrs_0162_02Aggiungete una figlia lievemente svanita (Rossella Avanzi), un genero sull’orlo dell’esaurimento nervoso (Luca Genovesi), un’abbondanza di porte, una cameriera sentimentale (Anna Laura Melotti), un ritratto che forse è un Rubens e una zelantissima guida turistica (Francesca Campogalliani) impegnata a condurre attorno turisti di varia e viepiù allarmante natura – e il risultato è assolutamente esilarante.

l’Accademia Campogalliani riscopre Derek Benfield, prolifico autore inglese tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta, specializzato in farse semi-gialle in bilico tra Pamela Branch e P. G. Wodehouse – con più che un tocco di Feydeau (le porte!) e una buona dose di britannicissimo nonsense.PostHornrs_0162_01

Maria Grazia Bettini guida il suo brillante e affiatato cast con mano sicura e un ritmo indiavolato, con tempi perfetti nel susseguirsi senza posa di equivoci, fraintendimenti e sorprese – quella facilità spigliata che in realtà è così difficile da ottenere…  Leggero, spassoso e frizzante, Non Sparate sul Postino è un perfetto dessert per questa stagione di grandissimo successo.

Si replica fino al 29 di aprile. Informazioni e prenotazioni qui.

 

 

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Il Critico: RB Sheridan sbarca al Pdc

Torna il Palcoscenico di Carta, o Lettori: martedì 20 e 27 febbraio e 6 marzo, alla libreria IBS+Libraccio di Via Verdi a Mantova! E sapete con che cosa torna?

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Richard Brinsley Burton Sheridan – Irlandese trapiantato nella Londra georgian-reggenza, poeta, satireggiatore taglientino anzichenò, commediografo, direttore e proprietario (ma non allo stesso tempo) del Drury Lane… Un personaggio a pieno titolo – tanto che a fine Ottocento Robert Buchanan ne fece il protagonista di una commedia.

richard-sheridan-writer-manager-sir-joshua-reynoldsOra, di Sheridan avrete sentito nominare (e forse visto in scena) La Scuola della Maldicenza/degli Scandali e, meno facilmente, I Rivali… Ma noi siamo il Palcoscenico di Carta, e per costituzione e missione andiamo a sceglierci titoli che hanno meno probabilità di essere rappresentati, giusto?

E allora ecco che vi proponiamo Il Critico, ovvero le Prove di una Tragedia – che, nonostante le plumbee promesse del titolo, è una commedia. Potremmo definirla una specie di Ur-Rumori Fuori Scena, se non fosse che in realtà così Ur non è: Sheridan s’ispira a The Rehearsal, una commedia Restaurazione che si faceva beffe dell’allora imperante e inflazionatissimo dramma eroico mostrandone, per così dire, gli ingranaggi interni. Un secoletto più tardi, Sheridan – autore e direttore di teatro – riprende in mano il gioco, bersagliando in prima ed eponima battuta i critici teatrali, ma in realtà ce n’è per tutti: autori, attori, musicisti stranieri, buona società con pretese intellettuali…criticortragedyr00sheruoft

Aggiungeteci una parodia di tragedia storica, e il risultato è spassoso e rivelatore, perché alla fin fine si scopre che, negli ultimi duecentoquarant’anni o giù di lì, a teatro e dintorni ci si preoccupa (o, in alcuni casi, si trascura di preoccuparsi) di cose non troppo diverse…

Volete unirvi a noi in questo viaggio teatrale nel tempo? Niente di più facile: se volete leggere, iscrivetevi utilizzando il form che trovate in fondo a questo post, così che possiamo assegnarvi una parte e inviarvi il testo. Se invece volete assistere, non serve altro che raggiungerci al N° 50 di Via Verdi, a partire da martedì 20 febbraio alle 18.

Vi aspettiamo. Sarà divertente.

 

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A Sipario Chiuso: Sette Pensieri sul Fantasma

23316717_10155216016327297_5524865637004942290_nE così ieri sera il sipario si è chiuso sulla trentatreesima replica de Il Fantasma di Canterville da aprile a questa parte, ed è tempo di far qualche pensiero in proposito. E allora…

Pensiero I – il Fantasma è stato un innegabile successo. Era partito quasi per scherzo, una decina di repliche per chiudere la scorsa stagione – e, per essere proprio sinceri, non eravamo preparati all’entusiasmo che ha incontrato fin dall’inizio: platea stracolma sera dopo sera, una frenesia di prenotazioni e richieste,  le repliche aggiuntive, gli speranzosi in attesa delle rinunce… A Mantova non è cosa del tutto comune, e non ha molti precedenti nella storia della Campogalliani – e che devo dire? È piuttosto entusiasmante.

Pensiero II – Perché tutto ciò? Ce lo siamo chiesti, e siamo giunti ad alcune conclusioni. In primo luogo, Oscar Wilde – e questo titolo in particolare. Il Fantasma è conosciuto e molto letto nelle scuole, e lo zio Oscar è sempre una meraviglia: frizzante e cattivello, beffardo e giocoso, spumeggiante e aguzzo… In secondo luogo, una signora mi diceva, dopo la replica di sabato, che di questi tempi cupi e tempestosi, il pubblico viene a teatro in cerca di spensieratezza e di un lieto fine – e questo spettacolo offre entrambe le cose. Infine credo che, tra tutti, siamo riusciti a restituire lo spirito della novella con una certa grazia sorridente che ha funzionato bene.

23032695_10155192571307297_4577436790803622741_nPensiero III – un cast affiatato è una gioia. Non avevo mai seguito così intensamente un giro di repliche in cui non avessi mano nel funzionamento quotidiano dello spettacolo. Well, yes, ci sono state le sei repliche di Di Uomini e Poeti a suo tempo, e questa volta ho quasi sempre fatto una minuscola introduzione, ma per il resto non avevo nulla da fare, se non sedere in fondo alla platea ad ascoltare le reazioni del pubblico o in camerino a bagolare con gli attori tra un’entrata e l’altra e osservare il caos ben regolato, le risate, i piccoli rituali, l’abilità preternaturale dei fanciulli con il cubo di Rubik, i piccoli incidenti (more on that later)… E il clima era una meraviglia. A parte tutto il resto, tutto il cast si è divertito un mondo – e questo si rifletteva sul palco e in platea. Di certo un altro motivo di successo.

Pensiero IV – E parlando del cast… li adoro! Briosi, vivaci, efficacissimi – e che dire dei tre giovanissimi fratelli Otis, la quarta generazione della famiglia Campogalliani sul palcoscenico del D’Arco? L’intrecciarsi di esperienza consumata e freschezza, sotto la direzione brillante di Grazia Bettini, ha funzionato prodigiosamente bene.22853420_10155192570107297_5332472622125478460_n

Pensiero V – oh, i fantasmi! A detta di tutti, questo spettacolo è stato tormentato da un’inconsueta quantità di inconvenienti tecnici, piccoli impicci, sipari impigliati, mandelli che cadevano, entrate salvate al volo e via dicendo. Son cose che accadono sempre, e di cui il pubblico di solito nemmeno si accorge. Questa volta, però, la densità ha spinto tutti a rimuginare cause soprannaturali. Nel mio candore, mi domandavo che avesse mai da lamentarsi Sir Simon – finché i tecnici mi hanno fatto notare che non si trattava affatto di lui: la Contessa d’Arco, mi è stato spiegato, è il fantasma residente del teatro – e chiaramente ha avuto una crisi di gelosia nei confronti dell’ectoplasma forestiero… Yes, well. Vedremo di ammansirla in futuro – magari con un’offerta d’inchiostro e carta? E nel frattempo, immagino che sia un bene non avere enormi lampadari di cristallo sospesi sopra la platea.

Pensiero VI – Non esistono due repliche uguali. Non esistono due pubblici uguali. Lo sapevo già, ma constatarlo ancora e ancora per una trentina di volte, seduta al buio, trattenendo il fiato, collezionando particolari inattesi, variazioni e l’occasionale piccolo infarto è stato favoloso.

GhostPensiero VII – non è finita. Pur con tutto ciò, non è come se fossimo riusciti ad accontentare tutte le richieste, e quindi il Fantasma ritornerà a ottobre. L’applauso che l’annuncio ha strappato ieri sera alla platea mi sembra molto, molto promettente, non credete? Sir Simon ha di che essere soddisfatto… Noi lo siamo di sicuro.

E quindi, per ora, graziegraziegrazie Grazia, Michele, Giancarlo, Andrea, Martina, Beatrice, Federico, Davide, Simone, Francesca, Daniele, Luca, Margherita, Nicholas, Giorgio, Nicola, Max, Diego, Chiara B, Donata, Egisto e pubblico tutto. È stata un’incantevole avventura – e ci rivediamo a ottobre.

teatro · virgilitudini

Virgilio a Virgilio

O meglio – al Museo Virgiliano di Pietole di Borgo Virgilio…

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In qualche modo è giusto e confacente che Di Uomini e Poeti, ovvero Il Testamento di Virgilio, approdi proprio qui, grazie all’associazione Borgocultura e con il patrocinio del Comune di Borgo Virgilio.

Già Dante identificava Pietole con l’antica Andes, luogo natale del poeta – e, benché ci siano altri contendenti per la distinzione, è in tutta probabilità una di quelle cose che non sappiamo più con certezza, o forse che non sappiamo ancora… Ad ogni modo, la tradizione è lunga e accuratamente coltivata negli sforzi archeologici, nelle leggende e nella toponomastica locale, e a Pietole c’è questo piccolo e grazioso museo.

E il museo ha un giardino, ed è lì che venerdì 3o, alle ore 21, l’Accademia Campogalliani metterà in scena il mio atto unico, che evoca il poeta in persona, gli amici che gli sopravvivono e i personaggi dell’Eneide per interrogarsi su eternità della poesia e umana fragilità.

Con la regia di Maria Grazia Bettini e le musiche originali del recentemente scomparso compositore Stefano Gueresi, Il Testamento di Virgilio offre un punto di vista diverso e molte domande sul “nostro” poeta antico e sulla sua opera più celebre.

Se siete da queste parti, e se vi va, vi aspettiamo al Museo Virgiliano – venerdì 30 alle ore 21.

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“Assenze” al Teatrino d’Arco

LocSabato sera l’Accademia Campogalliani ha debuttato con il dramma Assenze, dell’americano Peter M. Floyd – prima italiana, nella traduzione di Antonia Brancati.

E cominciamo col dire che si tratta di una faccenda intensa e potente, la cronaca dello sgretolarsi progressivo della coscienza e delle percezioni sotto l’attacco della demenza senile (o forse del morbo di Alzheimer).

La coscienza (così come il punto di vista) è quella di Helen Bastion, donna forte in modi non sempre amabili, ostinatamente aggrappata ai suoi ricordi, anche i più lontani, e a un ferreo controllo di se stessa, della sua vita e del rassegnato marito David. O almeno così vuole e crede – perché fin dal principio la questione centrale è proprio questa: quanto di quello che Helen sa è, è ancora o è mai stato vero?

Il resto è un’acuta e dolorosa narrazione della mente di Helen che frana inesorabilmente, attraverso un susseguirsi tesissimo di monologhi e dialoghi – con il marito, con la figlia che ha passato la vita cercando di sottrarsi al controllo materno, con la nipote adolescente, con il medico… Anzi, con i medici – ma di questo non voglio dire troppo, perché uno degli aspetti più struggenti di Assenze è proprio ciò che succede nella mente di Helen, mentre il tempo, il linguaggio e le certezze scivolano via, ed è qualcosa, credo, che ogni spettatore dovrebbe scoprire da sé. Cattura

E di questo testo asciutto e intelligente la Campogalliani fa meraviglie. La regia di Mario Zolin (anche sensibile interprete di David Bastion) usa con finezza e grande efficacia linee oblique, colori e le musiche di Nicola Martinelli per restituire il distorcersi del mondo di Helen – una magnifica Francesca Campogalliani. Attorno si muovono, bravissimi, la Barb impaziente e vulnerabile di Eleonora Ghisi, la Samantha ribelle e smarrita della giovanissima Margherita Governi, l’umana dottoressa Dalane di Gabriella Pezzoli e il surreale dottor Bright di Stefano Bonisoli.

Il risultato è un’ora e mezza di splendido teatro, uno spettacolo intenso, lucido e toccante* che, raccontando il dramma di una famiglia come tante, solleva una delle questioni più profonde: che cosa ci rende noi stessi?

Una volta di più: well done, Campogalliani!

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* Oh, va bene – confessiamo pure: ho pianto come una fontana… E appartengo al genere che non piange in pubblico.

 

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il Palcoscenico di Carta

Torna il Palcoscenico di Carta!

E si vede che son giorni di annunci – e annunci shakespeariani, se è per questo…*

Ma non posso non mettervi a parte: ce l’abbiamo fatta. Abbiamo trovato casa – finalmente e felicemente! – alla Libreria IBS+Libraccio in Via Verdi. E appena in tempo per infilare una lettura nell’Anno Shakespeariano…

E dunque, per prima cosa, il PdC si dà alla commedia, con…

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Il Re di Navarra e i suoi amici sono decisi (chi più chi meno) a dedicare tre anni alla filosofia – senza distrazioni… sentimentali di sorta. Ma – guarda a volte il caso e il teatro! – i quattro nobili giovanotti hanno appena sottoscritto il loro voto di studio e casta austerità quando proprio per di lì deve passare la bella Principessa di Francia con le sue tre altrettanto graziose damigelle. Chi vincerà tra filosofia e amore?

Come sempre, ci saranno gli attori dell’Accademia Campogalliani e di Hic Sunt Histriones e, per un colpo di serendipità, ricominceremo assieme ai nostri omologhi d’Oltremanica, che leggeranno Love’s Labour’s Lost lunedì 21 novembre – il giorno prima del nostro debutto.

E come sempre, l’invito è: unitevi a noi!

Se volete assistere, non serve altro che raggiungerci in libreria per tre martedì, a partire dal 22 novembre, alle ore 18. Se invece vi punge l’uzzolo di leggere insieme a noi (e io ve lo consiglio), iscrivetevi sul sito del progetto.  Assegneremo parti fino a esaurimento e vi invieremo il testo.

Giocate con noi, volete?

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* E a ben pensarci, in effetti, non ho ancora finito… Stay tuned.

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Campogalliani70 – Adolfo Vaini (II parte)

Rieccoci qui con Campogalliani70. E riprendiamo la nostra chiacchierata con Adolfo Vaini che, quando ci siamo interrotti, ci stava dicendo di ritenersi soddisfatto della sua carriera…

Carriera  impegnativa, perché voi sarete anche una compagnia amatoriale, ma lavorate a livelli da professionisti – come risultati e come impegno. Come si organizza la vita quotidiana attorno a questo livello di impegno?

Untitled 16Ho la fortuna di essere libero professionista. Io non lavoro otto ore in miniera, e quindi anche se lavoro mezza giornata, il resto è dedicato al teatro, allo studio delle parti e poi alle prove qui, la sera. Le due cose non s’intralciano. Quando studiavo, al Liceo, e andavamo in trasferta e tornavamo alle due di notte, poi la mattina a scuola dormivo sui banchi, letteralmente – e non potevo dire a mio padre: sto a casa perché sono andato a recitare. Mi uccideva. Ma non ho mai pensato di smettere perché facevo fatica a scuola. Ho sospeso per un anno, quando ho finito la quarta ginnasio con un quattro e due cinque in pagella,  e mio padre mi ha detto: quest’anno tu non reciti. Ho saltato quell’anno – soffrendo moltissimo – però poi ho ripreso ad andare bene a scuola, e sono tornato a recitare.  E a dire il vero io avrei voluto fare il professionista, però i miei non volevano. Ho di dire che potevo fare Scienze politiche – mezza giornata di scuola e metà di università – ma ero osteggiato in modo radicale…. e d’altra parte ai miei tempi il pezzo di carta era importantissimo. Allora ho scelto Medicina e ho abbandonato l’idea. E dire che gli anni Settanta sarebbero stati il periodo d’oro, se avevi qualità, sia in teatro che nel doppiaggio. Adesso sarei non dico un nome, ma uno di quelli consolidati, perché era un momento favorevolissimo. Adesso c’è la pletora: tutti vogliono fare i professionisti, basta che siano appena bravini, ed è un disastro. Troppi non hanno le qualità. Qui da noi, tra le centinaia di allievi che abbiamo avuto, conto due persone a cui avrei consigliato di provarci. Il fatto è che essere bravi non basta, e pochi hanno le qualità e il carattere. Ci vuole un sacco di pelo sullo stomaco e un sacco di determinazione, perché se si perde un ingaggio non si mangia per due mesi. Quando mi chiedono consiglio, mi viene sempre da dire di non provare la via del professionismo. Poi non lo faccio, perché al loro posto io ci proverei – ma vanno incontro a grandi delusioni. C’è posto per pochi. A parte tutto il resto, mancano i fondi e si fanno produzioni piccole e con poche persone. E poi c’è da dire che adesso dalle scuole escono tutti un po’ uguali. Sento gli attori, e sembrano tutti fatti con lo stampino…

Ah, bravissimo: gli allievi. Parliamo della scuola di teatro, di cui tu sei presidente. Com’è strutturata? Che cosa ha di speciale?Untitled 15

Sì, sono il presidente – quello che taglia i nastri e mangia le torte… Non ho diretta esperienza di altre scuole, a parte uno stage di una settimana che Diego [Fusari] e io abbiamo fatto in Toscana. Noi ricalchiamo il curriculum delle scuole italiane classiche – come il Piccolo di Milano o lo Stabile di Genova. Facciamo teatro impostato sulla parola: recitazione, mimica, dizione, respirazione… le cose classiche – a differenza di altre scuole che si concentrano di più sulla gestualità e sull’improvvisazione. Ecco, il famoso corso in Toscana era un lavoro di ricerca e improvvisazione su un Riccardo III completamente stravolto. È servito ad arricchirci, è stato un’esperienza nuova – ma noi facciamo altro. Come all’Accademia, solo che invece di otto ore al giorno, noi ne facciamo due alla settimana. Mentre è sempre stato sottinteso che i migliori sarebbero stati inseriti nella compagnia, adesso è un principio base della scuola: chi ha le qualità entra. E non è solo questione di recitazione: abbiamo introdotto qualcosa che si fa di rado: l’insegnamento degli aspetti tecnici. Fonica, luci, costumi… Ed è una cosa utile per dilettanti e professionisti. Conosco un professionista che non solo recita, ma ha imparato a fare l’addetto alle luci e alla fonica – e di conseguenza lavora sempre, anche di questi tempi in cui c’è lavoro per pochi. E poi non tutti possono essere prim’attori. Chi è scarsino può dedicarsi anche ad altre cose, e alcuni si sono appassionati al lavoro dietro le quinte e continuano a frequentare facendo i tecnici. Un suggeritore, qualche fonico… e di questo siamo molto contenti. Poi è chiaro che, per entrare nella compagnia, serve la capacità d’impegnarsi quanto noi. Quelli che vengono ogni tanto, che non hanno tempo, che devono andare al mare… tanti saluti! E ti dico una cosa: la maggior parte di quelli che rinunciano a una parte lo fanno perché non sono disposti a impegnarsi, oppure per una certa presunzione. Non voglio dire che è una cosa di oggigiorno – perché poi sembro vecchio – ma vogliono subito delle parti importanti. E invece la gavetta si deve fare. Si comincia dalla particina e poi, se si merita, si va su. Per carità, il teatro è anche così. Chi dice che recita per  fare cultura… bah. Sì, c’è anche quello, ma si va sul palco per narcisismo e vanità. Io, per lo meno, sono fatto così. Però serve anche l’umiltà di imparare – però l’umiltà non è sempre facile.

Secondo te le cose sono diverse nel mondo anglosassone?

Untitled 17Ah, sai – là fanno sul serio. Là è una religione, il teatro. Ci mettono dentro il meglio di tutto: soldi, impegno… – e vanno avanti quelli davvero bravi. Forse è un segno di una civiltà diversa, e il risultato è che anche nelle parti piccole sono tutti bravissimi. È raro vedere un cane che recita, là. Per me il teatro londinese è il massimo. Il mio sogno sarebbe dire “Il pranzo è servito” su un palcoscenico a Londra. Mi accontenterei di una battuta così, qualcosa che possa imparare in un Inglese decente.  Sarebbe la gioia più grande della mia vita.

Che dire? Ti auguro che possa succedere.

Grazie, cara. E adesso non mi chiedi il mio ricordo preferito della mia vita teatrale?

Ma sì che te lo chiedo: qual è il tuo ricordo preferito…?

Per essere sinceri, non è una parte o un momento sul palcoscenico. Il mio ricordo più bello è diagbynight una sera tardi, ad Agrigento. L’indomani recitavamo davanti alla casa di Pirandello, in Contrada Caos, e c’era un caldo bestiale. Di montare le scene di giorno non se ne parlava nemmeno. Così ci siamo andati dopo cena – e sai com’è la Sicilia… Diciamo che avevamo ben mangiato e ben bevuto, e nessuno aveva voglia di tornare in albergo. Dev’essere stata l’unica volta in vita mia in cui ho aiutato a montare le scene… Ero piuttosto allegro, e mi ricordo che giravo per il palco con la livella, controllando di qua e di là e chiedendo “È a bolla?” a nessuno in particolare – in questa notte siciliana calda e bellissima, nei posti di Pirandello, con l’idea di recitare lì il giorno dopo… Ecco, quello è davvero un ricordo meraviglioso.

E su questa immagine dell’attore ebbro d’arte, dello spirito di Pirandello e di buon vino siculo che si aggira nella notte brandendo una livella, ci congediamo per questa settimana. Campogalliani70 ritorna mercoledì prossimo.

 

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Campogalliani70: Adolfo Vaini

Rieccoci qui con i membri  dell’Accademia Campogalliani. Dopo la presidente e la regista nonché direttore artistico, oggi è la volta di un attore. Andiamo a incominciar…

FofoAdolfo Vaini, cominciamo con la domanda di rito: che cosa ti ha portato al teatro in generale e alla Campogalliani in particolare?

Io ho cominciato a fare teatro a nove anni. Recita scolastica importantissima, che coinvolgeva tutte le scuole di Mantova, circa 400 allievi. Abbiamo fatto due o tre recite al Sociale, e si chiamava Le Diavolerie del Mago Zurlì. Io ero il mago Zurlì, e il maestro mi ha detto: tu quest’anno non studiare, perché devi imparare la parte – e già questo era un’investitura rispetto agli altri. Abbiamo debuttato, e alla prima battuta ho detto “scusate” e sono tornato indietro. Applauso clamoroso. E quello che mi ha colpito di più era che, mentre le comparse erano tutte nei cameroni, io che ero il protagonista avevo un camerino tutto mio, con le caramelle. E poi gli applausi… ah! Che cosa mi ha portato a teatro? La vanità. Poi, quando ho avuto quattordici anni, in parrocchia si sono ricordati di me e mi hanno chiamato in compagnia a fare una parte in una commedia tipica dei repertori parrocchiali: Ho Ucciso Mio Figlio, di tale Pazzaglia, su una vocazione mancata, osteggiata dalla famiglia… Una roba di una drammaticità spaventosa. Cast tutto maschile, perché le donne non erano ammesse. E quello è stato il mio debutto “serio”. Il guaio è che non avevamo un regista vero e proprio, e  quindi non riuscivamo mai a combinare nulla, finché non è arrivato Bissoni della Campogalliani. Poi ho fatto teatro dialettale fino a vent’anni, ma mi andava stretto, perché volevo recitare in lingua. E già quelli della Campogalliani erano venuti a vederci e mi avevano notato, e io avevo chiesto di poter entrare. Prima, in realtà, sono andato al Teatro Minimo da Garilli, perché mi piaceva l’idea di questo teatro impegnato e moderno… Dopo tre mesi sono scappato via, perché erano di una serietà mortale, di una tristezza… sembrava sempre che ci fosse il morto in casa. E invece a me piaceva la compagnia, così dopo tre mesi sono  scappato dalle prove di un testo sui Nazisti, e sono entrato in Campogalliani. Avevo 21 anni – e il bello è che sono uscito dai Nuovi perché non volevo più fare dialettale, e la prima commedia che mi han fatto fare qui è stato Viva Al Cine – in dialetto. Però poi ho fatto gli Innamorati, e ho cominciato ad avere delle parti un po’ importanti. E questo è l’inizio.

Sei qui dal Settantuno – mezza vita. Ruolo preferito in tutto questo tempo?rs_0006_03

In assoluto, sia perché mi permette di dare sfogo alla mia mimica e alla mia voce, e anche filosoficamente come personaggio, Dolittle in Pigmalione. Sono innamorato di Dolittle. L’ho ripreso in mano per la rappresentazione al Sociale, e ho goduto nel ripassare. D’altra parte, sono così, io: nella vita godo con poco o con tanto – l’importante è che non abbia vincoli. Nemmeno il vincolo dei soldi: i soldi li spendo, ne godo, proprio come Dolittle. Mi ci riconosco e mi dà l’occasione di sfoggiare le mie qualità.

E il ruolo che vorresti tanto recitare?

No, mai avuto questo genere di pensieri. L’importante è avere un personaggio che mi obblighi a soffrire per entrarci. Quella è la grande soddisfazione. Se è facile, se è troppo nelle mio corde, non mi soddisfa. Dev’essere qualcosa che mi trasforma, arrivando a capire psicologicamente il personaggio. È qualcosa che mi ha insegnato Grazia (Bettini). Aldo (Signoretti) era un grande regista, ma dirigeva in tutt’altro modo, usava gli attori per cliché: attore comico, attore brillante, attore drammatico… E per tutta la vita si faceva quello, senza cambiare più. Grazia invece no. Presenta personaggi diversi e ci fa lavorare sulla psicologia di ciascuno. Non dice mai di fare l’una o l’altra intonazione, come le scimmie. Bisogna arrivarci, capirlo. Penso che la parte con cui Grazia mi ha cambiato come attore sia stata in Sei Donne Appassionate – praticamente Otto e Mezzo di Fellini. Avevo un personaggio radicalmente diverso da me, per cui ci ho messo molto, mi sono impegnato molto, e alla fine ce l’ho fatta ed è uscito un personaggio meraviglioso. Da quel momento ho cominciato ad amare Grazia non solo come donna e moglie, ma anche come regista, Ma, per rispondere, non ho desideri di fare personaggi particolari. Sono aperto alle scoperte. Spesso, davanti a un personaggio nuovo, mi capita di dirmi che non ho mai fatto niente del genere, che non sarò capace… Ma Grazia mi ha insegnato a superare questi ostacoli e raggiungere buoni risultati.

E invece qual è in personaggio che ti ha dato più difficoltà? Il più faticoso, oppure quello di cui sei meno soddisfatto…

Malvolio-Adolfo-Vaini-369x450Il tuo Virgilio è stato difficilissimo da un punto di vista mnemonico – ma forse… Ecco, nella Finta Ammalata dovevo fare il sordo e renderlo comico. Processo molto lungo e molto difficile, perché non è facile far ridere con la sordità. Difficile. Poi non mi ha dato gran soddisfazione il mio personaggio in Rebecca. Parte secondaria, senza spessore, senza niente… bah. E invece un personaggio che detesto è Malvolio. Non lo vedo, non riesco ad avere simpatia, non ho feeling. Lo faccio, sì – ma non me lo sento addosso. Poi all’inizio ho toppato qualche interpretazione, magari perché diretto male. La direzione è importante, perché raramente un attore riesce a essere anche regista di se stesso, e quindi forse do più la colpa a chi mi ha diretto male. Però posso dire di essere soddisfatto della mia carriera.

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Il che è un’ottima cosa… anche se devo confessare che a me il Malvolio di Adolfo piace proprio tanto. Per oggi ci fermiamo, ma venerdì Adolfo torna, per parlare ancora un po’ di teatro.