scribblemania

PBD

E intanto che si rimette a piovere per l’ennesima volta (ma se non altro tuona almeno un po’…), vi posso dire che oggi è una giornata di conflitto interiore.

E benché ce ne fosse già una certa quantità, ammetto che aggiungerne ancora un po’ e affilare quel che c’è sta producendo tutto un fiorire di interessanti possibilità per la seconda parte – con germogli diretti e collaterali…

So far, so good, Mr. Maass.

E adesso mettiamo da parte i fantasmi per un paio d’ore, mentre mi occupo di acqua salata & inchiostro.

scribblemania

PBN

E va bene.

Ho ricominciato a lavorare ai fantasmi.

Sul serio.

Niente parole nuove, ancora – ma un sacco di appunti. Ho ripreso in mano the damn thing, e lo sto passando al tritacarne con l’aiuto di Writing the Breakout Novel Workbook, di Donald Maass.

E no, non punto a scrivere the breakout novel, ma WtBN è pieno di seri esercizi intesi per dissezionare, approfondire, complicare e arricchire una storia.

Fin qui tutto bene.

Vi farò sapere.

Anno Verdiano · musica

Librettitudini Verdiane: Nabucco

Ricordate? Dopo il disastro di Un Giorno di Regno, il Giovane Verdi aveva fatto tempestoso voto di non comporre mai più. L’opera, aveva detto a Gaetano Merelli, non era la sua strada…

Merelli, il direttore della Scala, per un po’ lo lasciò dire. Forse aspettava di avere in mano il libretto giusto. E il libretto giusto arrivò nella forma di Nabucodonosor, che Temistocle Solera (quello dell’Oberto) aveva scritto a partire da un intricatissimo dramma francese e dall’argomento del balletto che ne era stato tratto.

giuseppe verdi, temistocle solera, nabuccoSì, il balletto: personaggi ridotti in numero e semplificati in carattere, trama sfrondata e resa più lineare… quel che ci voleva per l’opera. E Solera (una volta o l’altra parleremo anche di lui) era un buon verseggiatore, capace di graziosi nonnulla da salotto come di una certa grandiosità facile e martellante. Il libretto, insomma, funzionava – ma Verdi non voleva nemmeno dargli un’occhiata per accertarsene, perché con l’opera aveva chiuso. Merelli, che non era tipo da prendere no come risposta, glielo cacciò in mano lo stesso, e il compositore se ne andò stizzito e depresso. Una volta a casa, se stiamo a sentir lui, in depressione e stizza scaraventa il manoscritto sul tavolo, e quello si apre a una pagina che comincia con un certo verso:

Va, pensiero, sull’ali dorate…

Verdi legge tutta la parafrasi biblica verseggiata per coro, e ne riporta, parole sue, una grande impressione. Doppdiché si mette a letto con l’intento di dimenticare tutto – ma non c’è verso. Le parole di Solera lo tormentano e lo tengono sveglio. Si alza una volta, due, tre, e ogni volta legge e rilegge il libretto. L’indomani, prima che i suoi ferrei propositi comincino a scricchiolare troppo, si affretta a restituire il manoscritto.

“Bello, eh?” dice Merelli, con un sorriso sornione.
“Bellissimo.”
“Eh! Dunque mettilo in musica.”
“Neanche per sogno,” protesta Verdi. “Non ne voglio sapere.”
“Mettilo in musica, mettilo in musica!” e Merelli spinge Verdi fuori dalla porta con il manoscritto in tasca.

E che potevo fare? domanda Verdi, nel raccontare tanti anni dopo l’episodio a Giulio Ricordi. Oddìo, tante cose, a ben vedere. Per esempio, lasciare il Nabucodonosor sul primo tavolino e non pensarci più. Invece se lo porta a casa e… un giorno un verso, un giorno l’altro, una nota una volta, un’altra volta una frase, a poco a poco l’opera fu composta.

E non so se la gente di teatro vada mai presa del tutto sul serio quando racconta di genesi, miracoli e folgorazioni, ma fatto sta che il 9 marzo del 1842, a fine stagione, Nabucodonosor debuttò alla Scala e, nonostante i costumi riciclati dal famoso balletto, nonostante una Strepponi in crisi di salute e d’ugola, fu un successo travolgente.giuseppe verdi, temistocle solera, nabucco

Di che si trattava? Be’, di una disinvolta rivisitazione di vicende bibliche. 

Siamo nel VI Secolo avanti Cristo, e gli Assiri hanno appena amministrato una sonora sconfitta alle truppe israelite. Il coro che apre le danze, per una volta, non è intento a gioire di un matrimonio imminente… anzi. Leviti & Vergini se ne stanno rifugiati nel tempio in tremante attesa, perché

Di barbare schiere l’atroce ululato
Nel santo delùbro del Nume tuonò!

Entra Zaccaria, Gran Pontefice degli Ebrei e basso profondo, ed esorta il suo popolo ad avere fede. Dopo tutto, Dio li ha sempre guidati e protetti, giusto? Non guasta poi il fatto che Zaccaria abbia convenientemente sottomano Fenena, soprano e principessa assira: l’ostaggio perfetto. Che se ne occupi Ismaele, comandante e nipote del re Sedecia, mentre Zaccaria & C. se ne vanno per un ultima resistenza contro gli Assiri.

E adesso, dite la verità: vi sembra saggio affidare il soprano alla custodia del tenore?* Nel giro di pochi versi biecamente espositivi, scopriamo che Ismaele e Fenena s’amano di tenero affetto dacché lei a Babilonia lo liberò dopo una missione diplomatica andata male – nonostante la feroce gelosia della sorella di lei, Abigaille, una specie di ur-stalker in abiti regali.

E naturalmente, parli del diavolo e… chi deve arrivare a bloccare gli innamorati fuggitivi? Ma Abigaille, si capisce, come principessa guerriera alla testa di un commando di Assiri celati in ebraiche vesti. Segue una scena un po’ confusa, in cui Abigaille si dichiara disposta a salvare gli Israeliti se Ismaele le cede, Ismaele rifiuta e Fenena, per nessuna ragione in particolare, sente pruderle in cuore l’impulso di convertirsi alla fede nel Dio verace d’Israello.

Rientrano Zaccaria e gli Israeliti, che tentavano, ricordate? di fermare Nabucodonosor e non ci sono riusciti. Ma se cercavano rifiuto nel tempio, una brutta sorpresa li accoglie, nella forma di Abigaille e nei suoi.

Chi passo agli empi apriva?

s’infuria Zaccaria. E Ismaele, invece di starsene zitto, si lagna del fatto che sono entrati sotto mentite spoglie. Oh, i tenori!

giuseppe verdi, temistocle solera, nabuccoMa irrompe Nabucodonosor alla testa dei suoi Assiro-Babilonesi, e Zaccaria afferra Fenena e le punta un coltello alla gola in una di quelle situazioni-ostaggio…** Tutti supplicano Nabucodonosor di avere pietà  – tranne la ferocissima Abigaille che, se la sorellina morisse a questo punto, saprebbe farsene una ragione. Chi rompe l’impasse è il consueto Ismaele, che libera Fenena – senza pensare che questo consente a Nabucodonosor di decretare strage, saccheggio e distruzione senza più remore.

Non incomprensibilmente, Zaccaria e compagnia cantante maledicono il giovinotto, e finisce l’atto primo.

Il secondo atto, che s’intitola L’Empio (mentre il primo era Gerusalemme), si svolge a Babilonia e comincia con Abigaille che legge una pergamena sottratta al padre. Ora tutti sappiamo che le pergamene nascoste andrebbero lasciate dove sono… sennò si rischia di scoprire di non essere principesse affatto, ma schiave adottate*** e, come tali destinate ad essere escluse dalla successione. Con l’equivalente musicale della schiuma alla bocca, Abigaille promette vendetta indistinta a sorella, padre, regno di Babilonia, Israele… E dire che ero una cara ragazza, si duole, prima di essere rifiutata da Ismaele e scoprirmi illegittima!

Ed ecco che, con tempismo perfetto, giunge il Gran Sacerdote di Belo (che sarebbe poi Baal), indignato perché Fenena, reggente in assenza del padre, sta liberando gli Ebrei. Perché non spargiamo la voce che il re è morto in battaglia e proclamiamo te regina? Abigaille non se lo fa ripetere due volte. giuseppe verdi, temistocle solera, nabucco

Salgo già del trono aurato
Lo sgabello insanguinato,

proclama, e si avvia per mettere in atto il suo simpatico piccolo coup.

Segue ancora una certa quantità di confusione: Zaccaria, deportato insieme al resto degli Israeliti, si prepara a solennizzare la conversione di Fenena, e quando i leviti tentano di cacciare Ismaele, ammette che dopo tutto il ragazzo ha qualche merito nella conversione – al confronto della quale, ci si lascia capire, un duplice tradimento perde molta della sua gravità.

Ma la commovente riunione è interrotta da Abigaille con i suoi golpisti. Le due sorelle si accapigliano un po’ per la corona ma – colpo di scena nel colpo di stato! – piomba su di loro Nabucodonosor, che non solo non è affatto morto (cosa che noi sapevamo), ma si proclama dio.

Zaccaria, ce lo potevamo immaginare, non è contento e contesta l’autopromozione. Il neodivino re di Babilonia decreta la morte per tutti gli Ebrei – cui si unisce la convertita Fenena.

Nabucodonosor pesta i piedi, strattona la figlia, si dichiara un’altra volta dio e… un fulmine lo colpisce, strappandogli dal capo la corona che si era appena rimesso. E fisicamente sta abbastanza bene, considerando – ma diventa subito chiaro che gli si è fritto il ben dell’intelletto.

Zaccaria gongola cupamente, ma farebbe meglio a preoccuparsi di Abigaille, che si affretta a proclamarsi regina. E dopo questa grandinata di colpi di scena, sipario!

Whew.

giuseppe verdi, temistocle solera, nabucco

Parte terza – La Profezia. Abigaille siede in trono nei celebri orti pensili, sviolinata dal coro e fingendosi riluttante a firmare la condanna a morte della sorellastra. Entra Nabucodonosor, vaneggiante ma non troppo. Tra uno sprazzo di lucidità e l’altro, Abigaille riesce a fargli condannare tutti gli Ebrei. Tutti, capite? Troppo tardi l’ex re si rende conto che quel “tutti” comprende anche Fenena. Cerca di revocare l’ordine, di intimidire Abigaille rinfacciandole le sue origini – ma noi sappiamo chi ha la pergamena. Abigaille la fa a pezzettini davanti agli occhi inorriditi di quello che non è affatto suo padre. E se Nabucodonosor crede d’intenerirla supplicandola di risparmiare il suo cuore di padre, mi sa tanto che abbia sbagliato i suoi calcoli in una maniera epica.

Ed è a questo punto che, sulle rive dell’Eufrate, il coro degl Ebrei esorta il pensiero ad andare sulle ali dorate, a posarsi sui clivi e sui colli dove olezzano tepide e molli l’aure dolci del suolo natal, eccetera eccetera.

E sapete? Checché se ne pensi da centosettantuno anni a questa parte, a Zaccaria il Va Pensiero non piace nemmeno un po’. Che si riscuotano, anziché fissare le arpe appese ai salici!

O qual foco nel veglio balena!

E la parte terza si chiude con gli Ebrei decisi a rompere l’indegna catena. Sipario.

giuseppe verdi, temistocle solera, nabuccoLa parte quarta, L’Idolo Infranto, comincia con Nabucodonosor svegliato dalle grida che preludono all’esecuzione di Fenena. Deciso a salvarla, prega il dio degli Ebrei e così riacquista la ragione – oppure riacquista la ragione e si rivolge al dio degli Ebrei. Non è chiaro. Ad ogni modo,

Rischiarata è l’egra mente,

e i soldati rimasti fedeli sono fin troppo felici di aiutarlo a riprendersi il soglio. Fade to gli orti pensili. E adesso io non so quale fosse il concetto ebraico di rompere l’indegna catena, ma quel che succede è che Fenena va al macello e Zaccaria la sollecita ad affrettarsi al martirio e al cielo…

Ma irrompe Nabucodonosor risanato, che ferma l’esecuzione, fa abbattere la statua di Belo, libera gli Ebrei, promette un nuovo tempio, annuncia la sua conversione, informa tutti quanti che Abigaille ha perso la testa e si è avvelenata**** e tutto va bene.

Mentre tutti esultano, entra Abigaille, avvelenata, pentita, implorante perdono, ansiosa di ricongiungere Fenena e Ismaele (il quale, ci avete badato? non canta una nota tutta sua dalla metà della parte seconda)…

Or chi mi toglie… al ferreo
Pondo del… mio… delitto?

Singulta la poveretta – e tutti quei puntini Solera li mette per indicare che Abigaille non sta affatto bene. Ed essendo questa l’opera che è, anche lei trova conforto ultimo nel convertirsi un istante prima di cadere con due punti esclamativi e altri tre puntini di sospensione.

Spirò…

costatano tutti, con l’aria generale di chi se ne fa una ragione.  giuseppe verdi, temistocle solera, nabucco

Zaccaria rende la corona a Nabucodonosor, perché adesso sì che è un re degno del nome.

Sipario.

E che volete mai? Il finale del dramma è, se possibile anche peggiore, con Abigaille che fa uccidere Fenena, Nabucodonosor che accoltella Abigaille e poi piange, si pente e si converte – e allora un raggio celeste resuscita Fenena per il gaudio generale…

Ma fa nulla. La cosa rilevante è che alla stagione successiva il Nabucodonosor – ribattezzato Nabucco perché il pubblico aveva adottato con entusiasmo la versione apocopata richiesta dalle dimensioni delle locandine – raggiunse il record di cinquantasette repliche consecutive.

E Verdi, dopo tutto, non era più così sicuro che l’opera non fosse la sua strada.

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* Scopriremo, con l’andar delle settimane, che il tenore medio, quali che siano il suo grado, la sua clearance, i suoi legami famigliari, la responsabilità di cui è investito, non spende mai un singolo pensiero prima di tradire patria, amici, famiglia, esercito, missione di una vita e chi più ne ha più ne metta – basta che il soprano gli si pari davanti.

** Nel dramma francese era un Assiro che cercava di uccidere Ismaele, e Fenena lo salvava. Solera rimescola le carte.

*** Evidentemente una figlia adulterina (come nel dramma) doveva sembrare indigesta per un pubblico d’opera…

**** Nella mia edizione Ricordi del libretto, la sinossi c’informa invece che Abigaille il veleno l’ha bevuto per sbaglio. Affascinante.

cinema · musica

Il Concerto di Varsavia

Questo post parte da una conversazione con T. Una conversazione a proposito di vecchi film, di colonne sonore, di compositori, di Korngold e di Addinsell. Ed è così che è saltato fuori il Concerto di Varsavia.

Allora, Richard Addinsell era un compositore inglese che scriveva principalmente per il teatro e qualche volta per il cinema. Non vi piace l’idea di un compositore che fa carriera scrivendo per il teatro? A me tanto…

richard addinsell, concerto di varsavia, warsaw concert, dangerous moonlight, suicide squadron, rachmaninovMa non divaghiamo. Nonostante il teatro (riviste nel West End, una Alice in Wonderland e una lunga collaborazione con Clemence Dane, tra molte altre cose…), il brano più celebre di Addinsell resta il Warsaw Concert, tratto dalla colonna sonora di un film del 1941 chiamato, a scelta, Dangerous Moonlight oppure Suicide Squadron.

No, davvero.

Comunque vogliamo chiamarlo, il film è una storiellona di guerra, piloti polacchi e pianoforti. Il protagonista è un concertista e compositore polacco diventato pilota in tempo di guerra – l’epitome del romanticismo inglese Anni Quaranta. E per il capolavoro di costui, il regista Brian Desmond Hurst voleva qualcosa à la Rachmaninov. Peccato che Rachmaninov, contattato in proposito, non volesse saperne. Allora Hurst pescò Addinsell, che scrisse la colonna sonora e l’effettivamente rachmaninoviano concerto:

E questo era Laszlo Kovacs, con l’Orchestra Sinfonica Ungherese – perché sì: oggidì il film è dimenticatissimo, ma il concerto no. Più di settant’anni dopo, a est e a ovest d’Italia lo si esegue ancora nei concerti con una certa frequenza. Mica male, non credete, per un calco di Rachmaninov, scritto per un finto compositore?

E buona domenica.

Storia&storie

Il Tesoro Di Attila

Ogni tanto mi capita di lamentare la sconsolante prosaicità dell’immaginario mantovano. Niente folletti, niente fate, una misera manciatina di fantasmi…

Siamo gente quadrata, siamo.

Però ho scoperto di recente una storia notevole proprio nei pressi del mio villaggio. 

Allora, qua attorno, sperduta in mezzo alla campagna, trovavasi un tempo una specie di elevazione del terreno. Un’inesplicabile montagnuola. Un tumulo, se volete – non fosse che non c’è tumulato nessuno. Però, scavandoci attorno, si rinvenivano punte di freccia, monete, ferri di lancia, cocci ed altre archeominutaglie. 

tesoro di attila, forte d'attila, governolo, mauro calzolariE che potevano mai essere, questi relitti – quel che avevamo in luogo di rovine? Ebbene, dovete sapere che, secondo tradizione, a Governolo, nel 452, Papa Leone Magno avrebbe fermato Attila e i suoi Unni. E sì, lo so, non c’è nulla di certo, e né Paolo Diacono né Flavio Biondo possono considerarsi inappellabili, e ci sono altre ipotesi almeno altrettanto valide, e in tutta probabilità non lo sapremo mai – ma vi secca, per il momento, appendere la vostra incredulità? A noi di qui piace tanto dire che è successo nel nostro angolo di mondo, e di sicuro ci credevano fermamente i nostri avi nel Seicento, quando l’inesplicabile montagnuola cominciò ad apparire nelle mappe col nome di Forte d’Attila. attila, tesoro di attila, governolo, storie e leggende, mauro calzolari

Perché, è chiaro come il giorno, distruzione = Unni – e non ci piove.

Oddio, vero è che nulla di unnico è mai emerso, nemmeno per sbaglio, dal supposto forte. Medievalia, sì; romanitudini, anche; roba dell’Età del Ferro, in copia & abbondanza – ma gli Unni… E tuttavia il toponimo è rimasto e vige tutt’ora, e per di più si è portato dietro una storia.

State a sentire.

Nattila, tesoro di attila, storie e leggende, mauro calzolariarrasi dunque, che che una volta ogni secolo – o giù di lì – la gente dei paraggi ricevesse la visita di un misterioso sconosciuto dalla barba bianca, in abiti di foggia un nonnulla inconsueta. Costui arrivava a un’osteria, chiedeva del vino, si guardava attorno, poi chiamava da parte l’oste e gli chiedeva l’assistenza di due persone dabbene. Persone di coraggio e d’onestà. Ad essere saldi d’animo e di principi, c’era da diventare ricchi…

Erano pochi gli osti capaci di resistere alla prospettiva e così, sul far della mezzanotte, lo sconosciuto si ritrovava a condurre per i campi bui l’oste e un compagno – in genere qualche ragazzo sveglio del contado. E quale non era la sopresa dei due nel raggiungere il Forte d’Attila e trovarci, invece dell’inesplicabile montagnuola, un gran palazzo, che sembrava splendere nel buio per la dovizia di torce, candele e bracieri con cui era illuminato. attila, tesoro di attila, governolo, storie e leggende, mauro calzolari

Lo sconosciuto conduceva i nostri due per saloni parati a figure mai viste, scaloni di marmo e corridoi lunghissimi, fino a una gran sala sfavillante. Nel centro del pavimento c’era un enorme mucchio d’oro.

“Io sono il tesoriere di Attila,” rivelava allora lo sconosciuto. “Questi sono i tesori che il mio re ha razziato in queste terre e, una volta ogni cento anni, ho licenza di tornare qui per riparare ai miei peccati cercando di restituirne un po’ alle genti del luogo. Tutto quello che dovete fare è camminare lenti lenti intorno al tesoro per dodici volte. Compiuto il dodicesimo giro, e non un istante prima, potrete gettarvi sul mucchio – e tutto l’oro che riuscirete a coprire con il vostro corpo vi apparterrà.”

Pur un nonnulla scombussolati, l’oste e il garzoncello non se lo facevano ripetere e, tenendosi per le falde del vestito, cominciavano a camminare in cerchio. Un giro, due giri… Ciascuno dei due dubitava tra sé, cercando di tenere d’occhio il compagno.

Tre giri, quattro giri… E se questo bel tomo di tesoriere volsse turlupinarci? si domandava l’oste.

Cinque giri… Bisogna che badi a saltare bene, pensava il ragazzo. Se son bravo, sposo la mia Ninetta, e poi faccio la dote a mia sorella, e poi compro quel campicello verso Poletto, e poi una mucca – anzi, no: due mucche…

Sei giri… L’oste già s’immaginava padrone di mezzo paese. Purché non fosse tutto un imbroglio.

Sette giri… E a questo punto uno dei due – in genere il ragazzo – cedeva alla tentazione e, a titolo di assicurazione, tentava di mettersi in tasca una manciatella di quelle monete luccicanti.

E si sa come vanno queste cose. Nell’istante stesso in cui lo scervellato allungava la mano… puf! Le luci si spegnevano e tesoro, salone, palazzo e tutto sparivano nel nulla.

I due compagni si ritrovavano a sbattere gli occhi come due civette frastornate nel buio improvviso.

“Ah,” sospirava la voce disincarnata del tesoriere d’Attila. “Nemmeno questa volta ci sono riuscito. Dovrò riprovarci da qui a cent’anni – sperando di trovar gente più saggia di voi due!”

E questa è la leggenda, e mi domando se non l’avesse in mente almeno un po’ quel Giuseppe Bellini cui, intorno al 1845, un cugino che faceva il meccanico dentista rivelò d’aver trovato il tesoro di Attila. Forse no, dopo tutto – o almeno non ne aveva tratto le giuste conclusioni perché, insieme a un dipendente, si lasciò condurre per i campi di notte fino a un punto segnato con un chiodo in un albero. I tre, accompagnati da un misterioso forestiero, si misero a scavare finché dal terreno emerse una decina di verghe di metallo.

“Oro!” esclamò il cugino dentista. “L’oro di Attila!”

Con la sensazione di essere nel bel mezzo della leggenda, Bellini grattò un truciolo di metallo da una delle verghe e lo diede al cugino, per portarlo a saggiare. Poi nascosero tutto, e l’indomani si precipitarono da un orefice. L’orefice era del tutto in buona fede, ma il cugino dentista, invece di consegnarli il pezzettino di verga, lo sostituì con un frammento di un anello.

“Oro,” sentenziò l’orefice. E Bellini pagò sull’unghia al cugino cento bavare in cambio delle verghe – convinto di aver concluso l’affare della sua vita, e senza domandarsi perché al dentista fosse saltato per il capo di metterlo a parte dell’avventura, invece di tenere il tesoro per sé…

Inutile dire che il responso dell’orefice sulle verghe fu ben diverso: ottone e nient’altro che vilissimo ottone. Raggiunto e interrogato, il cugino dentista si dichiarò in buona fede e imbrogliato a sua volta dal forestiero. Dopodiché le verghe d’ottone scomparvero, il forestiero non si trovò più e, una quindicina d’anni dopo, i due cugini andarono a processo. Il dentista fu condannato per truffa – ma sono certa che Bellini dovette sentirsi non poco stupido, certo non meno del ragazzo che, nella leggenda, si rovinava per aver voluto afferrare il tesoro.

Quindi sì, qualche leggenda c’è. Ed essendo da queste parti la gente pratica che siamo, c’è stato chi ha pensato di metterla a frutto…

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E se vi pungesse vaghezza di saperne di più sugli strascichi leggendari e tradizionali del passaggio di Attila nel Mantovano, c’è questo bel librino recente di Mauro Calzolari: Papa Leone e Attila al Mincio, il percorso di una tradizione (Sometti, 2013).

 

 

scribblemania

PBN

Storia di fantasmi.

No, non la storia di fantasmi. Una storia di fantasmi.

Un’altra. Altra epoca, altri spettri, altro mood. Storia talmente tradizionale che è quasi antiquaria. Storia già scritta.

Revisione in corso, nell’intento di mandare tutto all’altro capo del mondo – e stiamo a vedere.

E sembrerà balengo a dirsi, ma la revisione è inceppata su un dubbio di quelli che levati: meglio ambientare una certa scena nella casa padronale o nella casetta dei custodi? Yes, well

E prima che lo diciate – lo so: sono una delinquente procrastinatrice che trascura i suoi altri fantasmi in tutte le maniere possibili.

Lo so. Che posso farci?

 

Anno Verdiano · musica

Librettitudini Verdiane: Un Giorno Di Regno

giuseppe verdi, felice romani, un giorno di regno, teatro alla scalaRicordate Oberto? Ebbene, Oberto fu un considerevole successo, tale da valere al suo autore un contratto per altre tre opere.

La prima doveva essere, dopo la storiellona medieval-veneta dell’Oberto, una storiellona medieval-scozzese chiamata Il Proscritto. Non è che a Verdi il libretto piacesse alla follia, ma ebbe modo di rimpiangerlo quando, del tutto fuori dal blu, il direttore della Scala Brtolomeo Merelli se ne uscì con un contrordine e quattro alternative: dopo tutto, pensandoci bene, voleva un’opera buffa. E casualmente aveva sottomano quattro libretti buffi del celeberrimo Felice Romani. 

Ora, dovete capire: Verdi, uomo d’umore poco lieto per natura, si era fatto addirittura lugubre dopo avere perduto due bambini piccoli e la giovane moglie in rapida successione. L’idea di scrivere un’opera buffa non lo allettava nemmeno da lontano, e dei libretti non ce n’era uno che gli piacesse… E tuttavia, la Scala era la Scala, il contratto era un contratto, e i tempi erano strettini anzichenò. Nella necessità di scegliere il meno peggio, il povero Verdi si rassegnò a Un Giorno di Regno – ovvero Il Finto Stanislao che, già dal titolo, si rivelava per un relitto di un’altra epoca.* 

E in effetti, UGdR il buon Romani ce l’aveva pronto dal 1818 e, lui che era stato il librettista di Rossini, Donizetti e Mayr tra molti altri, non si disturbò certo a rinfrescarlo per questo compositore semisconosciuto. Potete immaginare che l’opera non nascesse proprio sotto i migliori auspici. Lontano dal suo genere e assai poco in vena, Verdi la compose distrattamente, rifacendosi a Rossini e Donizetti a piene mani. Il risultato, discontinuo dal punto di vista musicale e zoppicante sul lato drammatico, debuttò alla Scala agli inizi di settembre del ’40, con un cast svogliato, un’orchestra incerta e un pubblico scettico.

E che storia si ritrovò davanti questo pubblico scettico?

Vediamo un po: quando il sipario si alza, ci ritroviamo ad ascoltare un coro che rapsodizza sulle nozze imminenti al castello… dite che suona familiare?

No, fermi – aspettate. Non è di nuovo l’Oberto. Vero: è un’altra faccenda di matrimoni imminenti, mentite spoglie, giuramenti traditi, innamorati divisi, regnanti longanimi e paraninfi, padri decisi a vendicare in duello l’onore delle figliuole rifiutate… solo che qui è tutto in chiave buffa e, per quanto gli ingredienti possano sembrare gli stessi, le cose non sono quel che sembrano.

Per esempio, il coro di camerieri e vassalli è di animo più prosaico, e si compiace dei doppi sponsali in vista sì della gloria del casato, ma ancora di più per le mance che i servitori possono aspettarsi e l’abbondanza culinaria in arrivo.

Perché, vedete, al bretone Barone di Kelbar non par vero di maritare la figlia Giulietta al ricchissimo Tesoriere reale e, nel contempo, la nipote vedova al Conte d’Ivrea, comandante della piazza di Brest – il tutto sotto la benevola egida di Stanislao, re di Polonia in esilio. giuseppe verdi, felice romani, un giorno di regno, teatro alla scala

Ma noi sappiamo dal sottotitolo che qualcosa non va proprio come il Barone crede – e in effetti, al primo aside, il baritono quasi eponimo provvede ad informarci** di essere in realtà uno scapestrato giovane ufficiale, incaricato di lasciar credere a tutti che il Re di Polonia se ne stia quieto e inoffensivo in Bretagna. In realtà, Stanislao è segretamente in viaggio per Varsavia per reclamare il suo trono, ma questo nessuno lo deve sapere, e così il finto Re/Cavalier Belfiore deve mantenere la finzione ad ogni costo. 

I guai cominciano subito, nella forma della seconda sposa imminente: si dà il caso che la nipote del Barone sia la Marchesa del Poggio, l’innamorata di Belfiore. Il nostro eroe si affretta a scrivere a corte, chiedendo di essere rimosso dall’incarico, se possibile, prima che la Marchesa arrivi e lo scopra… Ma è raro che all’opera qualcuno arrivi a scrivere una lettera in pace, e infatti enter Edoardo di Sanval che è: a)un giovane ufficiale squattrinato; b)l’innamorato di Giulietta; c)il nipote del Tesoriere. 

Stanislao poteva non sapere chi fosse la nipote del suo ospite ma, senza che nessuno glielo dica, è informatissimo dei tristi casi di Edoardo, di cui sposa la causa senza un filo di esitazione. E quando il nostro tenorino chiede di poter seguire il Re in Polonia per annegare nel sangue e nell’alloro le sue pene d’amore, Belfiore lo prende come scudiero, e risolve privatamente di approfittare del suo giorno di regno per far trionfare l’amore sul vile calcolo mercenario.

Arriva poi la Marchesa, che riconosce il Cavaliere (di cui, presumiamo senza che il libretto sia molto chiaro in proposito, non aveva notizie dacché aveva intrapreso la sua missione segreta) e decide di metterlo alla prova fingendo di accettare le nozze con l’anziano comandante di Brest. 

Poi, con un altro passaggio limitatamente logico, ci ritroviamo in giardino, ad ascoltare Giulietta che apre il suo cuore a beneficio di un coro di contadinelle e servette, e poi si dichiara d’umor malinconico in presenza del padre e dello sgradevole fidanzato… ma niente paura, Giulietta: giunge infatti il Re con il suo nuovo scudiero. Fingendo di richiedere l’opinione del Barone e del Tesoriere su questioni di politica polacca, Belfiore fa in modo da lasciare Edoardo in compagnia di Giulietta. Gl’innamorati cinguettano, i consiglieri consigliano – fino all’ingresso della Marchesa, che si stupisce di trovare Belfiore riverito come Re di Polonia e pieno di (finta) indifferenza nei suoi confronti. 

Cosicché, rimasta sola con Edoardo e Giulietta, la povera e frastornata Marchesa fatica alquanto a concentrarsi sui loro casi. E assicura sì il suo aiuto ai due giovani, ma è chiaro che ha altro per la testa.

Più promettente sembra il piano di Belfiore che, fingendosi colpito dall’acume politico del Tesoriere, gli offre un ministero, un titolo, terre, la mano di una principessa – tutto in Polonia, e a patto che rompa il fidanzamento con Giulietta. Il Tesoriere accetta al volo ma, inutile dirlo, il Barone è men che elettrizzato dalla rottura del cogiuseppe verdi, felice romani, un giorno di regno, teatro alla scalantratto matrimoniale. La faccenda degenererebbe in una sfida a duello, se non intervenissero Edoardo e le due donne. La Marchesa suggerisce di vendicarsi dell’affronto dando subito in sposa Giulietta a un altro – magari proprio il nipote del tesoriere che, guarda caso, è proprio sottomano… Ma ormai lo sappiamo come sono i padri di sangue blu, vero? Il Barone non intende farsi sottrarre la sua vendetta. Ci vuole l’intervento del finto sovrano per placare le acque – almeno per il tempo dell’intervallo.

L’atto secondo si apre con un coro perplesso, un Edoardo speranzoso e un Tesoriere e una Giulietta che cercano il consiglio del Re. Come convincere il Barone a dare la figlia in sposa a Edoardo – che, a parte tutto, è uno spiantato? Facilissimo, spiega Belfiore. Basterà che il Tesoriere ceda al nipote un castello e una rendita. Il sacrificio è grosso e il Tesoriere nicchia, ma poi chiude gli occhi e pensa alla Polonia -e questa faccenda sembrerebbe sistemata – se non fosse che al Barone, proibizione regia o meno, interessa assai meno delle sostanze di Edoardo che della macchia sul suo onore. Suona familiare? Però qui siamo in territorio buffo, e il Tesoriere se la cava pretendendo un duello a colpi di barile di polvere da sparo. Il Barone s’infuria, ritira la sfida e promette una buona  bastonatura – il che sarebbe un’offesa sanguinosa, ma il Tesoriere è uomo pratico: di offese, dopo tutto, non si muore…

Nel frattempo il nostro eroe ha altre gatte da pelare. La Marchesa torna a minacciare di sposare il Conte. Belfiore freme, ma non può scoprirsi. Indispettita, la Marchesa accoglie il Conte come suo sposo – sempre che Belfiore non si presenti entro un’ora…

E parrebbe proprio di no, visto che Edoardo se ne arriva per annunciare a Giulietta che il Re parte e lui, come suo scudiero, deve seguirlo. La nostra fanciulla non la prende affatto bene, e nemmeno la Marchesa… ma fa male a dubitare. Il finto Re in partenza reclama la presenza al suo fianco del Conte d’Ivrea per segretissimi motivi di stato. Quali? Non si sa, ma dopo tutto l’importante è che la Marchesa non si sposi, giusto? giuseppe verdi, felice romani, un giorno di regno, teatro alla scala

Ed è a questo punto, con operistico sense of timing, che arriva il corriere da Parigi con LA lettera. Belfiore legge, esulta, sospira di sollievo. Poi ordina, come ultimo atto del finto Re di Polonia, il matrimonio tra Edoardo e Giulietta. Il Barone accetta – che può fare? E poi, a titolo di dénouement, il nostro eroe dà lettura della missiva, svelando l’arcano, annunciando l’avvenuta incoronazione a Varsavia del vero Stanislao e, ça va sans dire, chiedendo la mano della Marchesa.

Gaudio generale… o quasi. Perché a ben pensarci, il Tesoriere, il Barone e il Conte, raggirati, usati e beffati, potrebbero avere qualcosa da dire, potrebbero rimangiarsi le promesse estorte, potrebbero sfidare a duello il millantatore patentato… ma forse non è del tutto prudente – tanto più che Belfiore è appena stato ricompensato delle sue prodezze col bastone di maresciallo di Francia. E poi, che diamine, siamo all’opera! serve forse una ragione logica per concludere un’opera buffa in un diluvio di fiori d’arancio?

Facciamo l’uom di spirito… tacere converrà,

mugugnano in coro i nostri tre. Doppie nozze, esultanza generale, sipario.

E, alla prima scaligera, più fischi che applausi. Insomma, ricapitoliamo: il libretto era antiquato, la musica così così, gli interpreti approssimativi, il pubblico scontento… A quanto pare, di questa povera operina non importava un bottone a nessuno – tanto che, dopo l’accoglienza fredda incontrata dalla prima, Merelli si affrettò a disdire le cinque repliche previste, e Verdi, amareggiato e disgustato, decise che non avrebbe composto mai più…

Ma sappiamo tutti come va a finire, giusto? Merelli scioglie Verdi dal contratto, poi torna alla carica con tatto, diplomazia e un gran bel libretto – ma ne parleremo la settimana prossima. Però una cosa è certa: scottato dal Finto Stanislao, Verdi impiegherà cinquant’anni e rotti a decidersi a mettere mano di nuovo a un’opera buffa!

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* Per bizzarro che sembri, la commedia da cui Romani trasse il libretto, poggia su un granello di verità storica. Stanislao Leszczynski, Re di Polonia on and off nella prima metà del XVIII secolo, nel 1733 se ne tornò avventurosamente in patria travestito da cocchiere, nell’intento di farsi (ri)incoronare dalla Dieta. Intanto, in Francia, c’era questo ufficiale incaricato di spacciarsi per lui, così che i suoi nemici lo credessero inoffensivo e lontano… In realtà al vero-vero Stanislao non andò terribilmente bene. Niente elezione, fuga, nuovo esilio e, tanto per dire, Guerra di Successione Polacca.

** Dite la verità: voi non adorate la maniera in cui, al grido di “non sappia il ver!”, la gente ulula i suoi segreti con tutti i suoi decibel, a un metro e mezzo di distanza dalla gente che non deve sapere il ver? Ah, l’opera…

musica

Going Home

A dire la verità, questo post era previsto per domenica scorsa, per mia madre e la sua predilezione per Leonard Cohen… Poi le cose sono andate in altro modo, ma fa nulla, dice la genitrice. Dice che è abituata ai miei ritardi… 

E allora, in ritardo di una settimana, Going Home:

Er… buona non-festa della mamma.

E buona domenica.

concorsi · scrittura

In Viaggio – Un Concorso

Oggi vi segnalo la seconda edizione del concorso letterario indetto dal Comune di Roncoferraro (MN).

Quest’anno il tema è, per l’appunto, In Viaggio – nel più lato o nel più stretto dei sensi… E in realtà, a ben pensarci, le possibilità sono pressoché infinite. 

comune di roncoferraro, concorso letterario

Il termine per l’invio dei testi (in prosa o in poesia) è il 29 giugno, e della giuria fa parte anche la vostra affezionatissima – per cui, se decidete di partecipare, non ditemelo.

Per informazioni, dettagli e practicalities in generale, scaricate il regolamento.pdf e la locandina.pdf.

Bonne chance!