musica

Non Hai Mai Ascoltato I Queen?!

Dieci o dodici anni orsono R. veniva a lezione di Latino – una volta ogni tanto.

E non so dire come fosse che, durante una lezione di Latino, R. venisse a nominare i Queen. Io non reagii in modo particolare, e mi limitai a dirle che nessun tentativo di dirottare la conversazione l’avrebbe salvata dal cercare proelior sul Castiglioni Mariotti.

E a R. cercare i verbi sul vocabolario proprio non piaceva, e poi forse era anche davvero stupita dalla mia scarsa reazione al nome dei Queen…

“Ma tu lo sai chi sono i Queen?” domandò con aria sospettosissima.

“Freddy Mercury e compagnia,” risposi vagamente, perché lì si esauriva la mia competenza in materia. “E adesso proelior, alla lettera P…”

R. chiuse il vocabolario con un tonfo e mi guardò con tutta la severità possibile.

“Ma tu hai mai sentito qualche canzone dei Queen?”

E siccome sapevo che, se avessi tentato di barare, R. avrebbe voluto sapere quali, come, dove e quando, mi parve più igienico rispondere di no e cercare di tornare in carreggiata.

“Ah,” disse R., annuendo con l’aria che Guglielmo il Conquistatore doveva avere avuto in vista delle coste inglesi. “Mi sa che qui bisogna allargare i tuoi orizzonti musicali.”

Dopodiché cercò proelior, finì la versione, andò a casa e io non mi preoccupai più. E invece la volta successiva R. si presentò armata di un CD di Greatest Hits.

“E ascoltalo sul serio, perché vedrai che ti piace,” ingiunse. “Non può non piacerti.”

E io non le credetti, perché ero stata tirata su a musica sinfonica prima e poi opera, e l’occasionale musical era più o meno l’unica variazione alla dieta, e così tergiversai fino al pomeriggio in cui R. tornò, e solo allora ascoltai, e…

R. aveva ragione! Mi piaceva. Mi piaceva da matti.

E la morale di tutto ciò è che non so davvero se sono riuscita a fare apprezzare il Latino a R., ma R. può dire di avere fatto apprezzare i Queen a me.

E buona domenica!

 

 

elizabethana · scribblemania

PBN

Neanche una parola in senso stretto – ma ho ripreso in mano piani e progetti, ne ho rivoltato una parte come un guanto e la cosa comincia a prendere una forma non del tutto implausibile.

E la cosa pittoresca si è che l’altra mattina mi sono svegliata con l’impressione di dover usare riguardo all’occhio destro, che fa male non a me ma al mio protagonista.

Per quanto possa suonare squadrellato, credetemi se vi dico che è un buon segno.

elizabethana · Ossessioni

Christopher

andrea Jori, lettoriVolevo presentarvi il mio regalo di Natale…

Sì, lo so, non siamo ancora a metà ottobre, e tuttavia ho ricevuto un regalo di Natale.

Ricordate quando, durante il Festivaletteratura, vi ho raccontato di avere visitato Lettori, la nuova mostra dello scultore Andrea Jori?

Ebbene, è capitato che durante la visita, mentre Andrea spiegava come gli sarebbe piaciuto che i suoi lettori finissero in posti dove si leggeva davvero, dove magari si scriveva, dove potessero essere di compagnia e d’ispirazione, io mi sia un nonulla innamorata di una picola figura maschile in abiti quasi-rinascimentali, intenta a leggere…

E forse vi state già facendo un’idea di dove stia andando a parare, ma vedere questa ceramica e pensare quel che ho pensato è stato tutt’uno.

Voglio dire: così assorto e così cocky al tempo stesso, chi altri poteva essere? E allora…

“Sono in un periodo di ossessioni elisabettiane,” ho confessato. “Marloviane in particolare. Non riesco a fare a meno di vederci un Marlowe che legge Ovidio…”

E Jori ha detto che andava benissimo, che la sua intenzione era che le sue figure assumessero dei significati e delle personalità per ciascun osservatore.

E a quel punto è stato chiaro che la figura in questione doveva venire a casa con me, ed essere Marlowe, e fornire ispirazione e compagnia. Ed è così che è diventato il mio regalo di Natale – e avevo fatto buoni propositi di tenerlo imballato fino alla Vigilia ed aprirlo sotto l’albero. Ero persino piuttosto convinta di poter resistere. Ma naturalmente non c’era la più remota possibilità che andasse così. Avrei potuto saperlo.

E quindi vi presento Christopher, la mia scultura nuova, che per ora se ne sta sulla scrivania perché non ho ancora deciso il posto giusto – e intanto facciamo conversazione…andrea Jori, lettori, christopher marlowe

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E credetemi: vorrei proprio tanto saper fare foto migliori di così…

elizabethana · scribblemania

PBN

Milletrecentoquarantuno.

E di queste, ottocentoottanta e rotte le ho scritte arrampicata su una scala durante una sessione di prove di teatro.

È evidente che la mia partecipazione alle prove in questione è stata alquanto nominale, ma sono soddisfatta di poter dire che riesco ancora a scrivere nel mezzo di una notevole confusione.

E, pur con margine di miglioramento, la scena è angosciosa e claustrofobica quasi al punto giusto.

elizabethana · scribblemania

PBN

Trecentocinquantatre parole.

Non precisamente un treno merci, ma come suol dirsi: piuttosto che niente…

Il problema è che, pur sapendo che alla fine di questa scena deve farsi vivo un fantasma (oh, the pun!), continuo a cambiare idea su chi di preciso debba essere…

Oh… 

Oh…

Oh!

Potrei avere avuto una piccola illuminazione sur-le-camp. E se dapprincipio non fosse chiaro di chi si tratta? Se fosse solo una pallida forma in distanza eccetera eccetera? 

Hm, l’idea mi solletica. Slow revelation, and all that

 

scribblemania · Vitarelle e Rotelle

Parliamo Di Numeri

Avrete notato che i Piccoli Bollettini – notturni, diurni e tutto quanto – si sono diradati.

Che devo dire? Non è come se scrivessi a carrettate, ultimamente. E qui potrei lanciarmi in alti lai sul Blocco dello Scrittore – ma non lo faccio, e invece vi mando a leggere un articolo sull’eterodosso psichiatra junghiano che sblocca gli sceneggiatori holliwoodiani. È improbabile che la lettura vi sblocchi, ma è pittoresca.

Invece vi metto a parte dei rimuginamenti indotti in proposito da un commento lasciato qui su SEdS.

Posso darti un suggerimento stupido? Smettila di contare. Se continui a contare, pensi di più ai numeri che non a quello che devi scrivere…

Ho considerato la questione, perché riconosco l’esistenza del rischio di scrivere come se si fosse a cottimo. Ma, dopo accurata considerazione, sono giunta a concludere che non è così. Che i numeri non sono una distrazione o una forma di paraocchi, ma parte del mio metodo.

E guardate, lo dico con una certa meraviglia perché sono davvero poco portata, e in via generale non riesco a contare nulla con un minimo di precisione. Eppure i numeri fanno parte del mio metodo in almeno due modi.

Da un lato, scoprire la possibilità di misurare ciò che si scrive in parole* è stato non poco liberatorio. Esiste un criterio semplice e convenzionale – per stabilire la lunghezza di pagine, capitoli e storie, e non devo occuparmene io. Eugé.

Sto facendo quel che devo fare all’interno della scena? Sto perdendo troppo tempo in convenevoli? Ho spazio per una piccola deviazione? Mi sono lasciata prendere la mano da una discussione sui massimi sistemi? Una rapida occhiata al contatore e so con ragionevole certezza se sono ancora sul sentiero che mi ero prefissa o sono andata per prati. E i numeri assomigliano a quel che dovrebbero essere, non ho bisogno di fermarmi a chiarire i dubbi. 

Poi è ovvio che le prime stesure sono prime stesure, e ci si allarga, si eccede, si ricama, si arriva alle questioni importanti non in linea retta ma di arabesco in arabesco… In prima stesura non mi sento obbligata ad essere tremendamente rigorosa – dopo tutto, per condensare c’è la revisione. Però a livello tattico avere una vaga idea di quanto si sta bighellonando per iscritto è già qualcosa. O almeno lo è per me.

E poi c’è l’altra questione, quella dei bollettini, del wordometer, dei conteggi serali. Questa è più strategica. Durante la WW mi ero prefissa un certo numero di parole in una settimana ed era importante vedere se stessi tendendo il ritmo. Adesso che non ho più questa scadenza, i numeri sono semmai ancora più utili come metodo anti-procrastinazione.

Se non ho una scadenza, è più facile che, invece di scrivere, mi metta a far lanterne. Se non c’è una scadenza effettiva, posso sempre fissarmene una da sola. Una versione tascabile della scadenza è un wordcount quotidiano, magari piccoletto. Raggiungere il wordcount è di soddisfazione. Superare il wordcount è di soddisfazione maggiore. 

È un fatto: se conto procrastino meno. Non è che smetta miracolosamente di procrastinare da un giorno all’altro, ma le cose migliorano abbastanza perché lo possa considerare un buon metodo.

E tuttavia, lo dicevo, la ragionevolezza di un bollettino quotidiano comincia a sembrarmi un pochino dubbia, per cui… Non so, per ora ho smesso di postare quando non scrivo affatto**. Probabilmente posterò un bollettino la prossima volta in cui scriverò qualcosa – perché, visto come stanno andando le cose, sarà un avvenimento degno di menzione. 

Dopodiché staremo a vedere, ma per contare, si conta.

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* Scoperta avvenuta a Cardiff, la prima volta in cui mi è stato richiesto un essay di 2000 parole. E posso anche confessare di avere consegnato il mio primo essay di diritto CEE scritto a mano, contando le parole e annotando i numerini a matita sui margini del foglio. Se avesse potuto, il mio tutor mi avrebbe tirato il collo.

** Come ieri: nemmeno una parola. Però ho fatto due lanterne di cui non sono del tutto insoddisfatta…

Furore Tremendo

Tutti Gli Omicidi Che Voglio Ma Non Il Matrimonio

Rant ahead.

Non è buffo che nessuno dubiti della mia capacità di scrivere di omicidi, battaglie, viaggi nel tempo, morte, allevamento di chimere – ma se scrivo di matrimonio o maternità, allora all’improvviso divento scarsamente qualificata?

E dico buffo per non dire altro.

È vero, non sono sposata e non ho figli, ma non ho mai nemmeno combattuto in battaglia, viaggiato nel tempo o allevato bestie mitologiche, non sono mai morta e, per quanto a volte possa averne la tentazione, non ho mai assassinato nessuno.

Però nessuno mi dice che non sono qualificata per scrivere di omicidi – e ci mancherebbe altro, perché you know, lo scrittore non ha bisogno di avere fatto, visto, sperimentato e assaggiato tutto quel che descrive. Lo scrittore osserva, astrae, estrapola e ricrea…

È, dannazione, il suo mestiere.

Il che apparentemente va benone per tutto il resto, e anzi è prova di immaginazione, sensibilità, capacità e whatnot – ma quando si viene a parlare di matrimonio e di maternità, ah no, quelle son cose che se non le hai provate non puoi sapere.

E mi rifiuto di credere che uccidere sia un’esperienza meno viscerale che partorire. Così come dubito che chi mi fa questi discorsi mi creda davvero più affine alla mentalità omicida che a quella materna.

Ma allora?

Allora ci sono esperienze ed Esperienze?

Allora c’è una sorta di casta sacerdotale di Madri&Spose*, sagge e onniscienti vestali con la penna cui è riservata la capacità di scrivere in proposito?

O è solo perché in giro ci sono più madri&spose che assassini a lamentare la mia triste presunzione?

Perché mi si dicesse che i miei (admittedly non tantissimi) rapporti genitori-figli o i miei matrimoni sono scritti male, non mi farebbe piacere, ma mi darebbe da pensare. E invece no: me lo si dice in via di principio, a volte senza nemmeno aver letto i miei libri. Manco dell’Esperienza, e allora poco importa come scrivo – non può andare bene. 

E lo so, ne abbiamo già parlato, ma è capitato di nuovo, e allora…

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* E dico madri e spose, ma in realtà immagino che i celibi senza figli subiscano lo stesso genere di “Ma tu…” da parte dei padri e sposi?

scribblemania

Piccolo Bollettino Notturno

E sono lieta d’informarvi che dopo sei giorni di siccità completa, oggi finalmente sono piovute 737 parole.

Non molte, d’accordo, e forse anche un po’ dissennate, perché non è che abbia risolto tutti i miei problemi di centro cascante, ma se non altro, invece di starmene seduta a lamentarmi per iscritto, sono stata seduta a scrivere qualcosa di vagamente costruttivo.

Magari non è un granché, ma di sicuro è un miglioramento.

E forse sarebbe andata anche meglio se alla gatta non fosse parso il caso di rendere la serata memorabile producendosi in un attacco epilettico…

No, dico sul serio. Davvero.

But never mind: 737 parole.

Ecco.

libri, libri e libri

Il Narratore Antipatico

Un po’ di tempo fa si parlava di narrazioni in prima persona, ricordate?

Nel post in questione dicevo che…

Mi piace condividere lo sguardo del narratore. Mi piacciono le voci narrative individuali che si creano, con i quirks espressivi, le considerazioni personali, gli errori di valutazione e le menzogne.

Ebbene, proprio in questi giorni, E. mi diceva che proprio tutto ciò tende a respingerla anzichenò. Perché, a parte tutto, una voce narrante antipatica è capace di rovinarle anche un libro che altrimenti potrebbe piacerle… 

E. sostiene che il rischio d’insopportabilità scende a livelli minimi con le voci narranti in III – sul che si può discutere – e che un narratore in I, che gliela conta direttamente e lo fa con tutti i suoi quirks e ammenicoli individuali, ha più possibilità di starle sull’anima…

Suppongo che non abbia tutti i torti, perché la forte caratterizzazione può tagliare da entrambi i lati – e devo ammettere che, pur nella mia risaputa debolezza nei confronti delle storie raccontate in I, ho avuto la mia dose di difficoltà con i singoli narratori. Ne ho avute in diversa forma, a ben pensarci. Vediamo un po’ – una piccola fenomenologia del Narratore Antipatico*. lawrence d'arabia

1) Il Guastafeste. Questo è il caso che cita E.: un libro che di suo mi piacerebbe, ma a pagina 10 ho già una tale voglia di strangolare il narratore che la lettura diventa faticosa. Passo troppo tempo a sospirare un narratore e/o protagonista diverso per apprezzare davvero il libro. A me è capitato con La Rivolta nel Deserto. Voglio dire, un Inglese che raccoglie queste tribù litigiose e inefficaci e le conduce attraverso il deserto, da una follia all’altra fino a Damasco – e intanto perde il senso della realtà… È il mio genere di storia. Peccato per Lawrence. Dimenticatevi il Peter O’Toole ingenuo e viepiù allucinato del film: l’originale è puntiglioso, compiaciuto di sé ed egocentrico oltre ogni dire. “Auda disse, Ali suggerì, e il Principe Feisal riteneva, ma poi si fece come volevo io.” In tutto il libro, nessun altro che abbia mai uno straccio di buona idea… Il libro l’ho letto – e più di una volta** – ma mai con il gusto che avrei potuto trovarci, grazie al buon Lawrence. l'eleganza del riccio, muriel barbery

2) La Pioggia Sul Bagnato. Il libro non mi piace affatto, e il narratore in I è solo uno degli aspetti che mi rendono infelice, acida o idrofoba. Come ne L’Eleganza del Riccio. Non so immaginare una voce narrante capace di farmelo piacere, ma di sicuro né la piccola Paloma, finta bambina supponente e finto-ingenua,  né la portinaia Renée, perla di donna mascherata di finto rude candore, hanno fatto alcunché per ammorbidire la mia avversione. Cribbio, son passati più di due anni e detesto ancora libro e narratrici con un livore che sconsola… david balfour, r.l. stevenson, kidnapped

3) Il Guastafeste Apparente. Il narratore non mi piace, ma non è tanto odioso da eclissare i meriti del libro. Come il povero David, che di Kidnapped sarà anche il protagonista nominale, ma è talmente blando, ottuso e benpensante, da indurre nel lettore un forte desiderio di amministrargli un paio di scrolloni per capitolo. E però fa nulla, perché l’avventura in sé, la sgambata attraverso le Highlands e, soprattutto, l’impagabile Alan compensano tutto quanto. D’altra parte qui stiamo parlando di Stevenson, e possiamo tranquillamente assumere che l’effetto sia voluto. O Fanciulli, guardate David, the nice lad che, ci si dice, tutti dobbiamo aspirare ad essere. E poi guardate l’affascinante, pittoresco, temerario, irragionevole, squadrellato Alan…

Dopodiché è chiaro che nessun personaggio può essere simpatico a tutti, e nessun libro può piacere a tutti i lettori, e avversioni e amicizie di carta sono parte integrante del gusto di leggere.

Però è difficile negare che il narratore in I, metaforicamente seduto di fronte al lettore, sia più esposto al rischio di essere a serious nuisance.

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* Involontariamente Antipatico – quello la cui antipatia non è un device narrativo a sé. Quello è un altro discorso.

** Non per autolesionismo, vorrei precisare. Seminario di filosofia della guerra, tesina sul rapporto tra tattica e strategia nella Rivolta…