Un posterellino unscheduled ed estemporaneo, giusto perché non crediate che me ne stia con le mani in mano…
Autore: la Clarina
Gl’Insorti di Strada Nuova – Il Trailer
Finalmente, dopo innumerevoli rimuginamenti, dopo lungo lavoro in sessioni di durata variabile dai 4 minuti scarsi alla mezza giornata, dopo infiniti accidenti scagliati all’indirizzo di tecnologia di vario genere, dopo la prima crisi ufficiale tra la sottoscritta e l’Innominatino-cum-Steno, Homemade Productions è lieta di presentare…
[roll of drums and fanfare flourish]
…il trailer de Gl’Insorti di Strada Nuova!!!
E ormai manca davvero, davvero poco. Intanto potete leggere l’incipit e saperne di più su www.glinsortidistradanuova.com.
Brigadoon (Con Crudele Disvelamento Di Finale)
Quel che dice il titolo. Se non volete spoiler, guardate il video senza leggere il testo…
Jeffrey Sweet – che ultimamente nomino parecchio – dice che i musical tradizionali (pensate a Broadway o West End) ricadono in due varianti e mezzo di una tipologia sola: c’è una comunità (coro) e c’è un individuo in contrasto con la comunità (solista). E infatti per definizione il solista canta musica diversa da quella del coro, giusto?
Ebbene, le cose possono andare in tre modi: l’individuo si (ri)concilia con la comunità per il vicendevole beneficio, oppure l’individuo muore nell’affermazioneb (o per causa) della sua diversità, oppure le due cose accadono a individui diversi.
The Company, di Stephen Sondheim, appartiene alla prima categoria: Bob alla fine trova l’amore, per la generale soddisfazione dei suoi amici; Il Fantasma dell’Opera, Sweeney Todd e West Side Story sono tre esempi della seconda varietà, in cui i solisti non fanno una bella fine; Brigadoon cade in between, con l’outsider Tommy assorbito dalla comunità, e l’insoddisfatto Harry che la prende nelle costole mentre tenta di tagliare l’angolo…
Questo è il trailer della versione cinematografica, quella celebre del 1954 con Gene Kelly e Cyd Charisse:
Posso confessare di avere sempre avuto simpatia per il povero Harry Beaton? Oltretutto, il film si discosta dal musical quel tanto che serve per fargli fare una fine rimarchevolmente stupida: invece di precipitare da una roccia, viene scambiato per una pernice – povero Harry!
Oh well… buona domenica!
Archivio Caltari – Con Una Digressione Sulle Regole
Grazie ad Anna Laura Morello scopro Archivio Caltari, bel blog di scrittura, letture, libri, posti et similia*… Sì, insomma, ancora un po’ di bieca concorrenza.
L’archivio, tutto bianco e minimalista se non fosse per le belle foto, è un arnese collaborativo con tanto di rivista cartacea a fianco, categorie dai nomi tra il quirky e l’evocativo e una quantità di rubriche.
Funny thing, ci sono arrivata quasi per reazione allergica, dopo aver visto su Twitter la segnalazione di un post intitolato “5 regole per scrivere narrativa: P.D. James.” Ora, per qualche motivo, quanto sento parlare delle regole di [nome di celebre autore] il sopracciglio sinistro parte in automatico verso i piani superiori.
Perché? Voyons. In fatto di scrittura trovo che ci siano regole grammaticali e sintattiche (il verbo transitivo regge il complemento oggetto), regole strutturali (una storia necessita di un inizio, un mezzo e una fine), e tutte quelle faccende semidogmatiche derivate dall’evoluzione del linguaggio e dalla forma mentis umana (e occidentale in particolare) di cui la letteratura è figlia ed espressione.
Poi ci sono principi operativi che ricadono nell’ambito del rapporto causa/effetto – e già questi fatico a chiamarli regole, perché si sono imposti e funzionano allo stesso modo del diritto consuetudinario: per provata efficacia e lungo uso. Cose come “Show, don’t tell“, oppure “Specifico è meglio di generico”, o le convenzioni di genere. E principi e convenzioni vengono, stanno finché servono, poi vanno. Pensate al Coro Greco, uscito di moda molti, molti secoli fa, benché sembrasse, back in the day, un accessorio irrinunciabile di qualsiasi lavoro teatrale che aspirasse ad essere tale.
Infine ci sono practicalities, preferenze personali, constatazioni, riti propiziatori, scorciatoie, irrinunciabilità e schegge di cinismo che ciascuno scrittore sviluppa per sé nel corso di molti anni di carriera, eredita dai suoi miti e modelli o sceglie dai manuali di scrittura creativa.
E sinceramente, se foste (siete) uno scrittore e vi chiedessero quali sono le Dieci Regole Per Scrivere Narrativa, che fareste? Vi mettereste ad enunciare regole propriamente dette? Iniziereste a dire che in principio era l’arco aristotelico…? No, vero? No, e per tutta una serie di buone ragioni, non ultimo il fatto che l’arco aristotelico si trova in ogni manuale decente – e non è questo che si richiede da voi nel corso di un’intervista.
Quindi, molto più probabilmente, mettereste i consumatori di regole a parte di qualche fenomeno pratico, e cerchereste di farlo in uno stile non del tutto dissimile da quello della vostra narrativa.
Ricorda: quando le persone ti dicono che qualcosa non va o che non la capiscono, hanno quasi sempre ragione. Quando ti dicono precisamente ciò che ritengono sbagliato e come sistemarlo, hanno quasi sempre torto,
dice la Regola n° 5 di Neil Gaiman, e non vi pare che sappia di principio empirico dolorosamente cristallizzato in anni di rapporti con lettori beta?
Margaret Atwood, invece, usa ben due dei suoi dieci punti per ricamare ironicamente su un problema che gli scrittori condividono con la NASA:
1 Porta una matita per scrivere in aereo. Le penne perdono inchiostro, ma se la matita si rompe, non puoi temperarla in volo perché non puoi portare coltelli. Quindi: porta due matite.
2 Se entrambe le matite si rompono, puoi dargli una sommaria temperata con una limetta per le unghie di metallo o di vetro.
E, tra parentesi, il punto uno è più saggio di quanto il tono faccia pensare, ma vorrei vedere le reazioni dell’equipaggio all’applicazione del punto due, in quest’era di aerei dirottati con un temperino… Ma il fatto che MA cominci il suo elenco in questo modo la dice lunga sulla sua fede nelle liste di dieci regole, don’t you think?
Solo apparentemente diverso è il caso di Jeanette Winterson, che invece distilla un trattatello in dieci punti su come combinare umiltà, rigore e autostima – condito con appena un tocco di femminismo.
Ricordate che cosa disse W.S. Maugham di fronte a una domanda in questa vena? Che ci sono tre regole infallibili per la scrittura di un romanzo – sfortunatamente nessuno sa quali siano…
Col che, sia chiaro, non voglio affatto dire che in scrittura non ci siano regole**: le regole ci sono e sono fondamentali. Solo che, sollecitati a dichiarare le proprie in dieci punti, sono pochi gli scrittori che si metteranno a discettare di sintassi del periodo o ingegneria narrativa. Principi, consigli, saggezza distillata, dichiarazioni ideali, pratica spicciola e ogni tanto qualche regola – non Regole.
Ma qui scherziamo e giochiamo al rant semantico, e invece io volevo proprio consigliarvi l’Archivio Caltari – i cui post in materia sono una delizia, perché tutti in fila come sono diventano una galleria di istantanee di scrittori (istantanee in words, almeno tanto efficaci quanto le fotografie che li accompagnano). E che è un gran bel blog: seguirò con pari attenzione e diletto.
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* O anche non del tutto similia, come questo post sulle cartoline a rilievo del vecchio Corriere dei Piccoli.
** A commento di uno dei post in questione non manca – e come potrebbe? – il peana alla scrittura come Arte Spontanea E Creativa Eccetera Eccetera…
Due Scuole Della Notte
Basterebbero le copertine a mostrare il genere di differenza che corre tra The School Of Night di Alan Wall e The School Of Night di Louis Bayard: un passaggio semi-illuminato su sfondo nero per Wall; per Bayard una figura scura sul viale in pieno sole che conduce a una magione inglese. Oh, e non dimentichiamo il documento antico in primo piano. Cupo e claustrofobico mistero contro mistero pittoresco e avventuroso – perché sempre di mistero si tratta: lo stesso mistero, in larga parte.
Vediamo un po’: l’inglese Sean Tallow e
l’americano Henry Cavendish sono due fallimenti accademici – l’uno per cacciare una sua chimera personale, l’altro per essersi screditato con un giovanile peccato d’entusiasmo. Entrambi sono di estrazione modesta e provvisti di un amico facoltoso e brillantissimo. Entrambi sono ossessionati dalla Scuola della Notte, il (supposto) gruppo di liberi pensatori che (forse) disputava in segreto di argomenti proibitissimi nella Londra elisabettiana, a cavallo tra Cinque e Seicento. Tanto in segreto, incidentalmente, che l’esistenza del gruppo è del tutto ipotetica, e persino il nome viene da un riferimento shakespeariano piuttosto oscuro*. Detto ciò, Sean e Henry si ritrovano coinvolti in attività considerevolmente illecite incentrate attorno alla figura di Thomas Har(r)iot, il Galileo inglese, amico di Sir Walter Ralegh**, forse alchimista, e anima scientifica della Scuola. Entrambi si ritrovano in mano documenti che non dovrebbero esistere. In entrambe le storie si snoda un parallelo tra il protagonista nei guai e Har(r)iot (ma nel caso di Sean forse anche Marlowe), con l’amico facoltoso e brillante nei panni di Ralegh, un sacco di denaro in circolazione e una storia d’amore irrisolta. In entrambe le storie la posta in gioco non è affatto quel che sembra…
Dopodiché iniziano le differenze. Sean è introverso, passivo, taciturno e un po’ grim, elargisce al lettore tonnellate di speculazioni filosofiche ed erudizione elisabettiana, sempre col tono di chi si scusa per un dato di fatto – mentre si aggira tra uno Yorkshire grigissimo e una Londra notturna. Henry è ironico, meno rassegnato di quanto voglia sembrare, perspicace e pronto all’azione. E di essere pronto all’azione ha bisogno, visto che, a differenza di Sean, gli tocca galoppare su e giù per l’America estiva e poi across the Pond in Inghilterra, tra omicidi, feste in costume, dubbi contatti medianici e rapimenti.
Ora, come pensare che le notevoli somiglianze siano del tutto casuali? Chiariamo una cosa: ho diretta e malinconica esperienza del fatto che le coincidenze capitano, e che si può, in piena innocenza, scrivere lo stesso libro che ha già scritto qualcun altro. Il fatto che il romanzo di Wall sia uscito nel 2001 e quello di Bayard nell’Undici non significa molto. Quel che mi dà da pensare non è tanto il numero delle somiglianze, quanto la natura delle differenze. 
Sotto più di un aspetto, è come se Bayard avesse preso le ossa della storia di Wall, ne avesse tolto tutta la filosofia e ci avesse aggiunto luce, colore e tutte quelle cose che portano una storia sulle scrivanie giuste a Hollywood: un’ambientazione glamourous tra la Washington bene e il mondo del collezionismo, un malvagio inglese con accento upper-class ed enorme gorilla taciturno al seguito, un coprotagonista che somiglia a Peter Ustinov, una tosta fanciulla dalle gambe lunghissime e dal passato misterioso, un certo numero di omicidi, una spruzzatina di alchimia, giusto quel pochino di sesso, una voce narrante un po’ hard-boiled… avete capito che cosa intendo.
Stesso discorso per il protagonista: Sean e Henry sono piuttosto simili, con il loro passato accademico, la loro ossessione storica, la loro triste incapacità di adattarsi al mondo reale, una buona dose di self-deprecating humour… però Sean è il genere di persona con cui non vorreste ritrovarvi da sole in un vagone della metro, mentre Henrì è simpatico.
Insomma, è del tutto possibile che non ci sia relazione tra le due Scuole della Notte. Ma se saltasse fuori che Bayard ha letto il libro di Wall, trovato che l’idea non fosse stata sfruttata nel modo giusto e deciso di rifare tutto a modo suo, non ne sarei enormemente stupita.
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* Ed è di necessità, ammesso che sia un riferimento at all, il riferimento di un osservatore esterno, perché di sicuro Shakespeare non era un membro della Scuola.
** O Raleigh – ma a quanto pare l’ultimo grido in fatto di spelling è senza la -i. Dopodiché va’ a sapere, perché una certezza costante in fatto di Elisabettiani è che nessuno di loro aveva la più pallida idea di come scrivere il proprio nome.
Mosè Supponeva Che Le Rose…
Tutte le volte che Gabri La Regista ci* sgrida per qualche orroretto fonetico, mi viene in mente questa spassosa scena di Cantando Sotto La Pioggia… Povero professore di dizione!
* Col che non voglio dire che io reciti, ma ogni tanto mi capita di coprire qualche buchetto, e allora beneficio anch’io della mia razione di rose mosaiche…
Buona domenica!
Trascrivi… Ed Essi Verranno
“Essi” nel senso di “personaggi con una voce propria.”
Nel corso di un seminario sul dialogo narrativo, Elizabeth Sims consigliava di sedersi in luoghi pubblici e ascoltare la gente che parla. E di trascrivere, magari.
“Io lo faccio spesso,” dice. “Mi siedo da solo in qualche Starbucks affollato, fingo di lavorare e in realtà ascolto e annoto. Ho trovato delle gemme, in questa maniera…”
E badate che non si riferisce a gemme di storie, ma gemme di usi colloquiali, espressioni, giri di frase e cose del genere. Il tipo di gemme che, opportunamente lucidate e incastonate nel posto giusto, servono a dare a un personaggio una “voce” individuale e credibile.
Qualcosa del genere consiglia anche Jeffrey Sweet in fatto di teatro: “Non potrò mai raccomandare abbastanza l’utilità di registrare conversazioni e trascriverle.”*
Perché entrambi cominciano col raccomandare di leggere trascrizioni: libri di storia orale, raccolte di interviste, trascrizioni di processi e tutto quello su cui si possono mettere le mani – e non so bene che cosa e quanto si trovi in giro in Italiano. Oddìo, tutte le trascrizioni giudiziarie che si possono volere e anche molte di più, apparentemente, ma pensavo alla storia orale e alle interviste senza interventi cosmetici…
Tolto questo, e al di sopra e al di là, però, Sims e Sweet cantano separatamente le lodi dell’ascoltare conversazione spontanea e trascriverla. Sweet propone un’alternativa per la gente che, come la sottoscritta, è un po’ terrorizzata dall’idea di farsi beccare a trascrivere la conversazione altrui: registrare un talk show e – you guess it – trascriverlo. L’idea di base è, suppongo, che in un talk show non si parli in modo particolarmente sorvegliato… ed è quello che si vuole: conversazione per quanto possibile spontanea**, in cui la gente s’interrompe, usa intercalari, ellissi, sgrammaticature, espressioni peculiari, digressioni.
E, dice Sweet, sarà particolarmente istruttivo notare la scarsità di aggettivi ed avverbi che si usano davvero in conversazione. Gli aggettivi che Twain consiglia di sterminare. Gli avverbi che secondo King lastricano la strada per l’inferno… Questo è un esperimento interessante: ascoltatevi e ascoltate altra gente, e vedrete che parlando si usano altri mezzi per far passare intenzioni, sfumature e colori – tutta la roba che, in un romanzo (e nel teatro di autori inesperti), viene affidata alle bestioline infestanti.
Sweet dice addirittura che l’attore americano medio, quando trova un aggettivo altisonante o un avverbio decorativo, ingrana un riflesso automatico e inserisce un’impercettibile esitazione. Come se il personaggio stesse cercando l’aggettivo o l’avverbio in questione. Affascinante teoria – e istruttiva.
Badate: con questo nessuno vuol dire che si possa ascoltare la conversazione dei vicini di tavolo e piazzarla così com’è in una pagina scritta. Il buon dialogo narrativo (e teatrale), si sa, è pesce già sfilettato: solo le parti buone, accuratamente ripulite da tutto ciò che è innecessario o non significativo.
Jon Dorf propone una versione “per sottrazione” dell’esercizio: ascoltare una conversazione*** e badare tutti gli “Er…” e “Ah,” tutte le ripetizioni, tutte le frasi non terminate, tutto ciò che non aggiunge nulla alla conversazione. E tutti sappiamo che, scrivendo, ogni parola deve servire ad almeno una di due cose: avanzare la trama e/o caratterizzare il personaggio.
E quindi? E quindi la sfida consiste nel bilanciare tra essenzialità dell’informazione e individualità della voce, e il segreto potrebbe risiedere proprio in quei patterns of speech, quelle costruzioni peculiari, quei modi d’interrompersi a vicenda o di implicare strati di conoscenza in comune – quelle gemme che Sims raccoglie da Starbucks.
Insomma, ecco un gioco: ascoltare, annotare, trascrivere. Perché in fondo in scrittura, come in alchimia, nihil ex nihilo fit. Le voci ci sono già, basta catturarle, sfilettarle e combinarle per la bisogna dei personaggi e delle storie.
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* Da The Dramatist’s Toolkit – trad. mia.
** Col che non intendo dire che ci sia alcunché di spontaneo in un talk show dal punto di vista del contenuto, ma la forma dovrebbe essere uncensored e brada quanto basta. E poi non lo so per certo, perché parlo da platanicola poco meglio che ignara. dubito di avere mai davvero guardato un TS per più di un paio di minuti…
*** “La prossima volta che uscite con gli amici, passate un po’ di tempo ad ascoltare davvero, senza dire nulla, e prendete mentalmente nota…” Oh sì, fatelo: è un po’ meno imbarazzante che farsi sorprendere con un taccuino o un registratore, ma è il genere di cose che vi fa considerare distratti e inclini ad attacchi di vaghezza. Then again, i vostri amici non ci faranno caso, perché vi considerano già così. In fondo siete scrittori – vale a dire gente un pochino strana.
Indulgenze Letterarie
Sto leggendo due libri dall’identico titolo di The School Of Night – del che riparleremo, perché insieme costituiscono un’affascinante lettura comparata e portano a farsi più di una domanda – e, nell’approssimarmi all’ultima pagina del primo, mi sono sorpresa a sorprendermi che mi piacesse, pur pieno com’era di difetti che in genere mi irritano parecchio.
La sorpresa veniva, prima di tutto, da un certo qual senso di déjà-vu, perché nel dirmelo mi sono ricordata di aver pensato qualcosa di simile a proposito di Entered From The Sun di George Garret e, seppure in misura minore, di Christoferus, or Tom Kyd’s Revenge. Ora, una volta capita e due sono una coincidenza, ma in tre volte comincia ad emergere un fenomeno – e i fenomeni vanno studiati.
Così la prima domanda è se l’età mi stia rendendo soffice. E può anche essere. Forse sto diventando un po’ meno intransigente in fatto di fabula, e questa potrebbe non essere una cattiva evoluzione. E tuttavia resta il fatto che, in diversi gradi nei diversi casi, stiamo parlando di finali flosci o mancanti, di sovrano disprezzo del punto di vista, di acrobazie linguistiche, di erudizione letteraria e filosofica sparsa a manciate… tutti peccati abbastanza capitali. E allora?
Allora, domanda successiva: i tre libri in questione sono in Inglese – non sarà che sono sfacciatamente parziale nei confronti di tutto ciò che è scritto in Inglese? Perché per esempio, l’erudizione esibita è una magagna maiuscola che The School Of Night (I) ha in comune con il detestatissimo e francese L’Eleganza Del Riccio…
Ma tutto sommato mi sento la coscienza pulita, visto che ho praticamente stroncato gli ultimi tre libri (in Inglese, of course) che ho recensito per HNR. Tre di fila. Vero è che tutti e tre esibivano peccati di natura ben diversa, peccati d’incompetenza e inaccuratezza… E vero è che in Alan Wall non c’è la minima traccia della complice superiorità con cui Mme Barbery tratta il lettore (“lascia, O Lettore, che ti elargisca il segreto della Cultura e dell’Eleganza, lascia che ti mostri come salvarti da questo Gretto e Meschino Occidente!”)*…
Domanda numero tre: sono forse portata a una colpevole indulgenza per tutto ciò che è elisabettiano – specie se vi compare il nome di Christopher Marlowe? Ammetto che potrebbe essere.
Ma, e lo dico con un certo sollievo, forse sono abbastanza innocente anche di questo. Dopo tutto, ho detestato lo shakespeariano (e ben scritto ma self-complacent) The Book Of Air And Shadows e i marloviani The Slicing Edge Of Death e The Intelligencer.
Ciò detto: e allora?
E allora si direbbe che la qualità della scrittura redima molte cose ai miei cinici occhi. La qualità dell scrittura, personaggi con cui riesco a identificarmi, qualche genere di ironia** e un’impressione di deliberata competenza. Wall, Chapman e Garret scrivono da molto bene a divinamente, fanno cose sorprendenti con l’aria di farlo apposta e senza troppo sforzo, non annaspano e, se mi conducono in tondo, lo fanno in una maniera che sembra calcolata per il mio diletto, e non per gratificare il loro ego. E riescono a farmi affezionare ai loro personaggi anche se non voglio. E riescono a farmi ingoiare difetti che normalmente detesterei, e che anche in loro considero difetti, ma che sono compensati da altre qualità o dalla efficace spudoratezza con cui sono perseguiti.
Forse sto diventando soffice con l’età, ma con un barlume di coerenza: in fondo ho sempre pensato che scrivendo si possa fare tutto e rompere qualsiasi regola – a patto di sapere molto bene quel che si fa.
E voi? Con quali peccati linguistico-narrativi siete indulgenti? Qual è l’autore a cui perdonate tutto? Quali sono state le vostre sorprese di lettura – libri che in teoria avreste dovuto detestare, e invece…?
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* Would you believe quanto sono ancora acida a proposito di questo libro? Cattiva, cattiva Clarina!
** Alan Wall e il suo protagonista accatastano elizabethiana e rimuginamenti storico-filosofici in quantità massicce alla maniera di un malinconico dato di fatto. Sembra quasi di vederli dare una scrollatina di spalle con fare di scuse…
Gl’Insorti di Strada Nuova – Il Sito
Frammezzo agli ultimi accadimenti, poteva sembrare che mi fossi dimenticata di Strada Nuova, e invece no. Il lavoro procede tra le quinte, alacre e silente…
Da oggi un po’ meno silente, visto che si vara il sito de Gl’Insorti di Strada Nuova: lo trovate qui.
Ci troverete notizie, gallerie di personaggi, la nuova copertina, un sostanzioso incipit da leggere o scaricare*, qualche piccola bizzarria, qualche considerazione sul self-publishing, un nonnulla di dietro le quinte e qualche po’ di work in progress.
Spero che darete un’occhiata attorno, che ne verrete via incuriositi, che ne parlerete ad amici e parenti, che ci tornerete per le novità – perché novità ci saranno, tra oggi e l’uscita del libro.
Intanto buona lettura: Gl’Insorti di Strada Nuova.
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* Lo prende qui o glielo incarto da portar via?
Coro A Mucche Chiuse
Perché la musica è magnifica, e perché l’idea è adorabilmente nonsense. Che posso dire, ho una criminale passione per i puns…
E buona domenica a tutti!