bizzarrie letterarie · libri, libri e libri

Stati Di Scarsa Realtà

Plan.jpgQuesta cosa mi torna in mente dopo aver sentito gente che cercava disperatamente di piazzare la Ruritania nella geografia pre-bellica… Purtroppo non ho sentito la fine della discussione, ma non può essere andata molto bene, perché in realtà la Ruritania non esiste.

È uno staterello immaginario, di cui non si capisce mai se sia piccolo o grande, i cui abitanti e luoghi hanno nomi tra il tedesco e l’operettistico. Non dev’essere lontano dalla Germania, perché c’è un treno che, diretto a Dresda (partendo da non si sa bene dove), ferma a Zenda. O forse a Strelsau. O in entrambi i posti, a dire il vero. Comunque, uno stato mitteleuropeo con due sole città importanti non può essere enorme.

Sono certa che Anthony Hope si è divertito un mondo a creare la Ruritania, e con lui tutti i suoi imitatori ed epigoni. E predecessori, se vogliamo, perché quello di creare stati immaginari è uno sport vecchiotto. Vogliamo citare Utopia di More, che prima di significare quello che intendiamo adesso era un posto immaginario? Vogliamo citare Lilliput, Brobdingnag, Laputa* e Houyhnhnms? Ah sì, e c’è anche Lindalino. Swift faceva della satira, e More… dite quello che volete, io sulla santità, e le intenzioni, e la santità delle intenzioni di Thomas More non finirò mai di avere dei dubbi. Comunque anche lui si era inventato il suo stato immaginario.

Altro caso famoso: Charlotte, Emily, Branwell e Anne Bronte, da piccoli si erano inventati due stati, Angria e Gondal – più o meno colonie inglesi angria.jpgin un’Africa immaginaria, in cui ambientavano ogni genere di avventure. Ciascuno aveva i suoi personaggi, e c’erano guerre, esplorazioni, colpi di stato, matrimoni dinastici, elezioni, missioni diplomatiche… La cosa curiosa (e poco risaputa) è che tutta la poesia di Emily, e molti personaggi della produzione adulta di tutte le sorelle, originano da questi giochi. Ancora più bizzarro e incantevole è l’episodio di un viaggio in treno a York, nel corso del quale una Emily ventisettenne e una Anne venticinquenne giocano ad essere due principesse di Gondal in fuga da una rivoluzione… 

Poi mi viene in mente un giallo di Mary Roberts Rinehart (l’Agatha Christie americana, secondo alcuni…), chiamato Lunga vita al Re!, con tanto di punto esclamativo: stato simil-tedesco con elementi slavi, erede al trono di otto anni, congiure, matrimoni dinastici e tutto, ma proprio tutto, il repertorio. 

Ancora: non ricordo più chi fosse, purtroppo, ma ricordo di avere letto nelle memorie di uno scrittore (direi un Francese, ma non posso giurare…) che da piccolo disegnava francobolli di stati immaginari. Ne aveva un’intera collezione, album su album. E siccome i francobolli commemoravano eventi storici, annessioni, incoronazioni, guerre, vittorie, trattati di pace, nascite e morti di personaggi illustri, scoperte scientifiche e via dicendo, in definitiva che cosa aveva creato questo ragazzino (e futuro scrittore), se non una serie di stati immaginari?

aigle.jpgL’Aquila a Due Teste, di Jean Cocteau, si svolge in una pseudo-Austria immaginaria e piccina, dove una Regina (à la Sissi), vedovata per mano degli anarchici, s’innamora di un giovane rivoluzionario che poi l’accoltella e si accoltella… Personalmente ho sempre trovato Jean Marais in calzoncini di camoscio lievemente ridicolo, ma non è questo il punto. Il punto è che Jean Cocteau non era al di sopra di un po’ di Ruritania glorificata in salsa tragica.

E se è per questo, nemmeno Nabokov lo era del tutto: il suo non notissimo Pale Fire ha un protagonista che si crede (?) il re in esilio di un regno lontano, là su nel nord, detronizzato da una rivoluzione sovieticheggiante…

E se volessimo continuare, potremmo citare parecchi autori dallo specializzato (come G. B. McCutcheon) all’improbabile (Andre Norton), passando per Frances H. Burnett. E potremmo citare anche parodie come Le Armi E L’Uomo di Shaw**, Topolino Sosia di Re Sorcio o vari film di Peter Sellers, primo tra tutti Il Ruggito Del Topo.

La scoperta recente, invece, è che il genere è tutt’altro che defunto. È appena uscito in Australia un romanzo per ragazzi intitolato A brief history of Montmaray, in cui Montmaray è un minuscolo regno immaginario, su un’isola posizionata in modo tale da poter risentire degli effetti delle due guerre mondiali. Non ne so molto di più, se non che i protagonisti sono principi e principesse della casa regnante, e quindi siamo in pieno ruritarian romance.

Senz’ombra di dubbio, l’ambientazione immaginaria permette una maggiore libertà sotto molti punti di vista. The sainted More (come lo chiama con un filo di sarcasmo Josephine Tey, nel suo bellissimo Figlia del Tempo), faceva di Utopia una critica molto amara dello stato delle cose al suo tempo; Swift, si è già detto, faceva della satira; i piccoli Bronte potevano far vivere ai loro eroi ogni genere di avventura negli spazi sconfinati di Angria e Gondal; Nabokov esplorava il labile confine tra capacità d’ingannarsi e incapacità di distinguere realtà e immaginazione. Hope, Stevenson, Mary Rinehart, e tutti i Ruritaniani di ogni epoca potevano ambientare in questi staterelli vicende pittoresche e romantiche e allegramente anacronistiche. Ma non credo che sia tutto qui.

817220.jpg J.R.R. Tolkien, che di stati immaginari sapeva qualcosa (della sua Terra di Mezzo aveva calcolato persino le fasi lunari…) definiva questa tendenza di tanti scrittori come “complesso della subcreazione”. Lo scrittore, in definitiva, è un creatore di mondi in seconda. Non è proprio come Dio, all’interno delle sue creazioni, perché lo scrittore è limitato dalle leggi interne di coerenza narrativa del mondo che ha creato, ma ci va vicino. E più la creazione è dettagliata e precisa, maggiore è la soddisfazione del creatore. Maggiore è il suo senso di onnipotenza, immagino. E questo mi porta a citare un caso cinematografico tratto da una storia vera: la Borovnia dell’inquietante Creature del Cielo, di Peter Jackson, che parrebbe mostrare come immaginare staterelli non sia sempre il più sano dei passatempi.

Ciò detto (e forse non sarebbe il paragrafo migliore per ammetterlo), confession time: ce l’ho anch’io, il mio stato immaginario. Oh, va bene, ne ho più d’uno, tutti con i loro guai, ma il mio prediletto, quello che per parte della sua storia è stato anche in Europa ed è dunque più ruritaniano di altri, è il Bishopstein. “Per parte della sua storia”, e non parte della sua Storia, perché tecnicamente ci sono due Bishopstein, quello che sta da un’altra parte, e quello mitteleuropeo, evolutosi dai territori di un Principe Vescovo (ma va’?), ingranditosi e rimpicciolitosi, passato da marca a signoria, a granducato, a repubblica, a regno, a repubblica ancora e poi sparito con la I Guerra Mondiale… Giusto perché si sappia quanto sono malata, dirò anche che il Bishopstein ha avuto sovrani di ben tre dinastie diverse, ha un secolare conflitto interno tra elemento tedesco ed elemento slavo, e persino un inno nazionale, composto nel 1848***.

E perché ho creato il Bishopstein? Perché potevo ambientarci qualsiasi cosa mi passasse per la testa, perché potevo manipolare la storia e servirmene a fini narrativi, perché potevo avere colpi di stato e rivoluzioni to my heart’s content, perché potevo passare pomeriggi interi a redigere cronologie di sovrani, pessimi versi per l’inno, rapporti diplomatici di ambasciatori di varia provenienza… potevo fare tutto questo invece di studiare Diritto Pubblico Comparato, ed era glorioso!

 E quindi posso dirlo con cognizione di causa: la Ruritanite è una malattia certificabile, cronica e invalidante.

Chiudo con un link del tutto dissennato. Non avevo idea che ci fosse gente che passa il suo tempo a censire stati immaginari in letteratura, e a ordinarli alfabeticamente, ma ho come l’impressione che non dovrei stupirmene troppissimo…

E voi? Suvvia, non siate timidi: sono certa che qualcuno, prima o poi, ha scritto, disegnato o altrimenti messo insieme qualche stato immaginario. And, failing that, quali sono i vostri stati immaginari prediletti in letteratura?

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* Er… sì. E no, non lo so.

** Arms And The Man, in realtà, è ambientato in Bulgaria – e quindi tecnicamente non sarebbe ruritania – ma anche la lettura più distratta basta a notare che si tratta di una Bulgaria largamente immaginaria. Aggiungete poi l’irriverente rilettura dell’Eneide che fa da ossatura al tutto, e saremo tutti d’accordo che non occorre prendere l’ambientazione troppo sul serio.

*** Per essere del tutto sinceri, la musica è una lieve variazione di un tema preso da “La Peregrina”, il ballettone Grand-Opéra del Don Carlos di Verdi, ma tanto fa lo stesso, perché nessuno esegue mai La Peregrina…

Adotta Una Parola

Custode Del Cinabro

Suona bene, vero? Ma andiamo con ordine.

Qualche giorno fa, quando ero in piena battaglia, Alessandro Forlani (che conosce i suoi polli) mi ha segnalato una cosa chiamata “Adotta una Parola.” Al momento, lo sapete, mi stavo dividendo fra Virgilio e Seamus Heaney, così ho accantonato la segnalazione ripromettendomi di indagare alla prima occasione.

E la prima occasione è stata ieri, quando ho seguito le mollichine fino a scoprire un’irresistibile iniziativa della Società Dante Alighieri. Si tratta, appunto di Adotta una Parola, ed è proprio quel che dice l’etichetta.

Cito verbatim dalla pagina rilevante del sito de La Dante:

Ogni iscritto potrà adottare la sua parola preferita selezionandola dalla lista disponibile sulla pagina dedicata al progetto , indicare la motivazione della scelta e la sua citazione preferita, sottoscrivere una dichiarazione simbolica nella quale si impegna a promuovere la parola quando ne ha l’occasione, invitare gli amici a partecipare, monitorare l’uso proposto della parola attraverso vari canali, segnalandone usi non appropriati o nuovi significati rispetto a quanto documentato dai dizionari. In questo modo chi partecipa al gioco diventa custode della parola, riceve un certificato elettronico e mantiene questa qualifica per un anno.

E vi pareva possibile che potessi resistere? Naturalmente no, e quindi mi sono precipitata qui, in cerca di una parola orfana da adottare e custodire per un anno.

Per prima cosa, lo confesso, ho cercato il gozzaniano color Gridellino, una delle mie bizzarrie lessicali preferite – e ho scoperto che ero stata battuta. Qualcun altro ha già provveduto, lasciandomi solo la consolazione di contarmi tra i sostenitori dell’aggettivo. Chiunque sia il custode, ha tutta la mia stima. Poi ho tentato con Iridescenza, Elisabettiano, Novellatore, Sesquipedale, Versipelle, Dragomanno, Siderale – tutte parole che mi piacciono tanto per bellezza del suono, per significato, per forza evocativa, per memorie o associazioni*, o presenze letterarie… Solo che erano tutte già adottate. Così mi sono affidata agli elenchi forniti dal sito, e ho cominciato a cercare.

Dapprima ho esitato lungamente tra Mistoforo (Pascoli non è la mia passione, ma Alexandros è un’altra cosa), Anglomane (per motivi puramente autobiografici), Balteo (perché ho ancora tracce di Eneide impigliate tra i capelli), Paracqua (in vista di Strada Nuova), Gnaulìo, Vesperare, Radiodramma, Cenerognola e altre meraviglie per tutta una serie di motivi, ma quando mi sono imbattuta in Cinabro, è stata fatta.

Il Cinabro è un pigmento capace di coprire ogni genere di sfumatura di rosso, dal vermiglio più proprio, fino al marrone rossiccio. Ha parentele col mercurio, ramificazioni kantiane, riverberi alchemici, connessioni ideali con l’immaginazione e un nome di etimologia greca che è una sinfonia in miniatura. Per me ha una distinzione aggiuntiva nel fatto che l’ho usato nel Somnium Hannibalis e in un paio di altre occasioni.

E adesso, per un anno a partire da oggi, sono la custode del Cinabro – cosa che già di per sé suona come un titolo da romanzo. Mi sono impegnata ad usare la parola ogni volta che se ne presenta l’occasione, a segnalarne usi impropri e scivolamenti semantici, a postare in proposito almeno due volte e a farne uso per almeno un titolo durante la mia wardenship.

Poi confesso che ho fatto domanda per alcune altre adozioni, e un po’ per volta sto raccogliendo altri orfanelli che mi piacerebbe adottare. Vi terrò aggiornati sull’eventuale espandersi della mia famigliola di lemmi.

E se per caso aveste voglia di adottar parole anche voi, eccovi di nuovo il link per cominciare. E magari, se vi va, passate di qui a raccontarmi che parole avete adottato e perché.

Oh, e c’è persino un attestato…

società dante alighieri, adotta una parola, cinabro,

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* Centocinquanta punti a chi indovina perché “Dragomanno”… 🙂

considerazioni sparse

Piccole Cronache Virgiliane

* Non avrei mai creduto che un convegno di virgilianisti potesse essere così entusiasmante. Interessante sì, stimolante anche, ma entusiasmante? E credevo male.

* Credevo di averne avuto più che abbastanza di Virgilio con il Liceo. Sbagliavo: ero solo in attesa di qualcuno che me ne mostrasse davvero la bellezza invece di infliggermene in insipide quantità.

* Forse, dopo tutto, la metempsicosi non è da escludere a cuor leggero. Ditemi una volta o due che Seamus Heaney è Virgilio redivivo, e non mi troverete incredula.

* Si può mangiare in tre giorni e mezzo l’equivalente di un pasto leggero ed essere perfettamente felici. Intenso lavoro, tensione e giubilo rendono i pasti ridondanti.

* Tradurre simultaneamente à l’impromptu il discorso a braccio di un Nobel è come fare delle evoluzioni sul trapezio. Senza rete. 

* Mantova si è perdutamente innamorata di Seamus Heaney. E sarebbe stato difficile il contrario.

* Da parte mia, I have a bad case of hero-worship.

* Per l’autostima, non c’è niente come un teatro stracolmo di gente intenta ad applaudire il tuo lavoro.

* A un certo punto ho avuto l’impressione di vedermi da fuori: dopo il teatro, a cena con la compagnia, molto limitatamente lucida per la combinazione di applausi, calo di tensione e vino bianco, vestita di chiffon grigio… era una scena di quello che non mi azzardo a chiamare il mio primo romanzo, scritto quindici anni fa. A volte succede.

* La cucina antico-romana è deliziosa. Lo dico per sentito dire, perché è stata la sera di Di Uomini E Poeti e francamente non ho nessun ricordo di quel che ho mangiato. Mi limito a riportare l’opinione di tre Irlandesi di buon appetito.

* “Ti abbiamo nominata spesso, durante le prove,” mi dice Virgilio con occhiata significativa. “Non ti fischiavano le orecchie?” A quanto pare, le prove sono state… er, interessanti.

* Quando si è cominciato a parlare di questo fine settimana, più di un anno fa, sembrava incredibilmente lontano – ed è già passato.

* Franz Liszt aveva una passione per Virgilio, e spargeva motti virgiliani per i suoi spartiti. Va’ a sapere.

 * È possibile che questo post contenga più errori di stumpa del consueto. Siate indulgenti: sono ancora un po’ dream-lagged.

* Credevo che avrei avuto molto di cui bloggare a proposito di Heaney… e in effetti molto ci sarebbe, ma in gran parte è diventata una faccenda così personale e profonda che mi scopro molto protettiva e gelosa riguardo a quel che è stato in questi giorni. Yeats (se davvero era lui – potrei sbagliarmi…) aveva ragione: la poesia ha una sua sacralità. E non intendo offenderla facendo rumore.

* Ritornare alla normalità sarà… be’, vi saprò dire.

 

 

musica

Rakoczy March

Ieri sera, a coronare quello che Mrs. Heaney ha giustamente definito a day to remember, abbiamo avuto un magnifico, trascinante concerto di Michele Campanella, con un programma interamente Lisztiano. Sapevate che Liszt (di cui tra l’altro si celebra il bicentenario) aveva una passione per Virgilio? Io no, but there we are.

E qui c’è quello che è stato il nostro bis: la Rapsodia Ungherese n°15 con la Marcia Rakoczy, che era il jingle, per così dire, dei sergenti reclutatori ungheresi dell’epoca.

Ecco, non posso portarvi qui Seamus Heaney (oggi Premio Virgilio e presto cittadino onorario di Mantova), ma un po’ di Campanella – questo sì.

Adesso vado a recuperare il mio mirabile gruppetto per un’altra intensa giornata. Buona domenica a tutti!

 

 

gente che scrive

In Buona Compagnia

“Ma ti vedo agitata,” mi dice ieri il tassista mentre andiamo a Bologna a recuperare la comitiva dall’Irlanda, “sta’ tranquilla: in fondo sono persone come noi…”

E invece no: Seamus Heaney non è una persona come noi.

Oh, non fraintendetemi: è un delizioso anziano signore, cortese e spiritoso, disponibile e curioso di tutto. E Mrs. Heaney è effervescente e simpaticissima, e Peter Fallon ha un’aria sorniona e battute irresistibili… Solo che poi cammini per Mantova con loro, e siedi a cena con loro e traduci in Inglese il menu di tortelli e luccio in salsa, e intanto la conversazione è a dir poco scintillante, mentre ricordano lezioni, pubblicazioni, prime teatrali, e amici di casa dai nomi semi-leggendari come Friel e Guthrie… E poi a un tratto ricordano il matrimonio italiano della sorella di Mrs. Heaney, e il viaggio solitario che Heaney fece per raggiungere tutti quanti in Toscana…

“Oh, Professor, isn’t there this beautiful poem of yours, about coming to Italy with a grey wedding-guest suit, and etruscan sepulchres, and climbing up a hill… Might this be…?”

E lui s’illumina come un ragazzino, e dice che sì, ma allora ho proprio letto i suoi lavori! E poi procede a raccontare come, tanti anni fa, aveva distillato le impressioni del viaggio in quella poesia…

“And whole lots of Chianti wine, you know…” dice Fallon a un certo punto.

E Heaney fa finta di pensare per un attimo e poi dice che sì, anche quello, in effetti…

E da quello si passa all’Antigone che Heaney ha tradotto, alle Georgiche che invece ha tradotto Fallon, e della volta in cui, passeggiando per Battery Park a New York, Mrs. Heaney trovò una poesia del marito incisa nel bordo di un sentiero…

Quindi no: sono incantevoli persone, ma non sono – proprio non sono – persone come noi.

Oh, e stasera è la gran sera. Pensatemi…

gente che scrive · Poesia

Seamus Heaney

Ogni tanto scopro un poeta e resto folgorata.

È successo anche con Seamus Heaney, straordinario poeta irlandese, premio Nobel per la Letteratura nel 1995, cantore di un’Irlanda amara, nebbiosa e verdissima, di schegge di pietra e pattuglie inglesi, di personaggi mitici reincarnati in viandanti nelle campagne, di leggende mediterranee e celtiche inestricabilmente annodate tra di loro. Ma soprattutto, Heaney canta l’anima, la coscienza e il tormento di chi non ha combattuto, di chi è rimasto a guardare con sgomento mentre IRA, orangisti e “occupanti” inglesi insanguinavano l’Irlanda. E qual è il ruolo del poeta in tutto ciò? Questo è il rovello che Heaney esplora e scava da decenni, venendo gradualmente a patti con la sua posizione di osservatore e distillatore, novello Virgilio estromesso dalla sua terra e forgiatore di versi per se stesso e per l’umanità.

Il risultato è una poesia asciutta, possente, che mescola questioni metafisiche, mito, rugiada sui campi e dettagli quotidiani.

Questa è una delle sue poesie miliari, in cui accosta scrittura e lavoro dei campi, se stesso e la sua famiglia di contadini: una diversa fatica, altrettanto scavare…

DIGGING

Between my finger and my thumb   
The squat pen rests; snug as a gun.

Under my window, a clean rasping sound   
When the spade sinks into gravelly ground:   
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds   
Bends low, comes up twenty years away   
Stooping in rhythm through potato drills   
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft   
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked,
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade.   
Just like his old man.

My grandfather cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, going down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mould, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

Solo in Inglese, abbiate pazienza. La recente full immersion nell’opera di Heaney mi ha fatto perdere ancora un po’ di fede nella traduzione letteraria – specialmente in fatto di poesia, e più di tutto una poesia densa come quella di Heaney, dove ogni parola intreccia fasci di significati. Vale la pena di fare qualche sforzo con l’originale, credete.

Ecco, domani vado a Bologna ad accogliere Seamus Heaney che arriva per ricevere sabato mattina il Premio Internazionale Virgilio. Fino a lunedì sarò la sua interprete e, se tutto va molto, molto, molto bene, assisterà anche a Di Uomini E Poeti venerdì sera. Non so dirvi quanto sia emozionata in proposito. Heaney è il più grande scrittore che abbia mai avuto il privilegio d’incontrare.

Vi farò sapere.

teatro

Di Uomini E Poeti – Il Debutto

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di uomini e poeti, virgilio, eneide, accademia campogalliani, teatro bibiena, premio virgilio

Tradizione vuole che, in punto di morte, Virgilio abbia chiesto con insistenza la distruzione della sua opera incompiuta, il poema epico che ancora non si chiamava Eneide. Ma il poema era una straordinaria celebrazione – e ancor più un’edificazione del mito di Roma, bella nella sua incompiutezza: Vario Rufo, poeta a sua volta e amico di Virgilio, non ebbe cuore di obbedire alla richiesta e in seguito ebbe da Augusto l’incarico di curare la pubblicazione dell’Eneide così come Virgilio l’aveva lasciata.

È per una disobbedienza alla volontà di un amico defunto che il poema è giunto a noi attraverso venti secoli, con l’occasionale verso imperfetto, con qualche incoerenza, con le sue asimmetrie narrative e con un eroe cui forse – forse! – l’autore non ha fatto in tempo a instillare, a completamento delle virtù romane, la scintilla vitale.

I latinisti si sono interrogati a non finire sul brusco finale del Libro XII, e innumerevoli generazioni di studenti ginnasiali, me compresa, hanno storto il naso davanti al Pio Enea, più paradigma di obbedienza e abnegazione che essere umano. Rileggendo il poema con occhi adulti, e con la libertà e il gusto di cui non avevo beneficiato sui banchi di scuola, mi sono trovata a meditare, più che sulle vicende di Enea e dei suoi, su ciò che Virgilio non ebbe tempo di compiere prima di morire. La tentazione di considerare la gelida caratterizzazione di Enea un difetto da prima stesura era irresistibile – e non ho resistito. Il mio Virgilio, che torna nei sogni di Vario Rufo per deciderlo a bruciare il manoscritto incompiuto, non si preoccupa tanto dell’imperfezione dei versi, quanto di non avere avuto il tempo di tratteggiare compiutamente i significati e i messaggi che voleva nella sua opera.

Ma a complicare il dilemma di Vario, lacerato tra la lealtà all’amico e l’ammirazione per il poema, irrompono nel sogno i personaggi dell’Eneide – non l’eroe eponimo e vincitore, ma gli sconfitti: Creusa, Turno, Amata, colmi di risentimento e certi che solo la distruzione del manoscritto li libererà dalla sorte cui Virgilio li ha condannati. Ed ecco che la lotta per il rogo dell’Eneide diventa una metafora per l’intrecciarsi di arte e vita, dovere e istinti primari, libero arbitrio e destino, amore, sconfitta, giustizia e memoria – in una parola, l’umanità.

Difficilmente la questione di che cosa davvero mancasse al compimento dell’Eneide troverà una risposta inoppugnabile. Dove storiografia e filologia non possono giungere, tuttavia, al teatro è consentito tessere, con le incertezze di Virgilio e il rifiuto di Vario, una riflessione sul rapporto tra l’autore e la sua opera.

_______________________________________

Di Uomini E Poeti – ovvero Il Testamento di Virgilio – debutta venerdì 14 ottobre alle ore 21 al Teatro Bibiena di Mantova.

Ingresso gratuito e niente prenotazioni – a quanto pare, l’unica è non arrivare troppo tardi…

E se non potete venire, wish me luck! (ma non in questi termini!!)    

Londra · musica

The Music Of The Night

Ho scoperto The Phantom Of The Opera quando mi ero trasferita da poco a Londra e, siccome ero homesick, mi consolavo col teatro. E i libri. E i concerti… oh, nevermind.

Comunque ho ricordi di questa canzone, ascoltata mentre veniva il buio, barricata con una tazzona di tè nella mia bruttissima stanza in una meravigliosa casa georgiana a Southwark. Era la versione di Michael Crawford, ma non se la cava male nemmeno Sarah Brightman. Ed è così adatta ai crepuscoli autunnali, trovo…

Se la state ascoltando in pieno giorno, riprovateci stasera al calare del buio – e sappiatemi dire.

Intanto buona domenica.


commercials

Il Profumo Dei Sogni

Da un po’ non parlavamo di pubblicità, vero?

Meditavo sul fatto che le campagne pubblicitarie dei profumi tendono ad appartenere a due categorie: lo chic sognante e il richiamo sessuale (dal malizioso all’esplicito) – con occasionali combinazioni delle due cose.

Non scandalizzatevi, per favore, se dico che potremmo considerarli due sottogeneri narrativi. La pubblictà è storytelling allo stato puro: personaggi, qualcosa che i personaggi vogliono ma non possono avere, e La Soluzione, costituita dall’oggetto della pubblicità. Quel che cambia è dove viene situata l’identificazione del lettore… ops, volevo dire “del consumatore”.

Per restare in ambito di profumi, il genere Erotica va abbastanza diritto: quali che siano i crucci momentanei della bellissima donna o del bellissimo uomo del momento, la spettatrice e lo spettatore non devono tanto identificarsi in loro, quanto supporre che il profumo in questione li doterebbe di almeno un po’ dello stesso sex appeal (o, in alternativa, li metterebbe idealmente nella stessa lega di gente siffatta). La storia, oltre ad essere semplice, è una delle due più vecchie del mondo.

Sul versante chic-sognante, le cose sono un pochino più sottili, perché si aggiungono all’equazione raffinatezza, luoghi esotici, romanticismo, irrealtà… Il profumo è ancora più miracoloso: una fata madrina à la Cendrillon, che promette una specie di Bellezza in Astratto, tanto diversa dalla quotidianità quanto la si può immaginare.

C’è una campagna di Chanel che spinge su questo tasto  in modo quasi meta-pubblicitario: pensiamo a due spot che hanno per protagoniste altrettante bellissime dive, ciascuna diretta dallo stesso regista del suo film più celebre.

Nicole Kidman con Baz Luhrmann:

E Audrey Tautou con Jean-Pierre Jeunet:

Anche se forse questo lo trovo più efficace nella versione short:

Ad ogni modo, l’idea di fondo è la stessa: una storia d’amore sfiorato in circostanze fuori dall’ordinario – storia non del tutto correlata al prodotto, che appare solo in discreti cenni qua e là prima di essere nominato alla fine. C’è sempre un pizzico di leggenda (la celeberrima attrice in fuga, l’Orient Express), e tutti aspirano a qualcosa che forse non possono avere. L’essenza del messaggio non è “Chanel N° 5 ti fa ottenere qualcosa di specifico”, bensì “Chanel N° 5 porta con sé un alone di classe e di romantica eccezionalità”.

Qualcosa di simile accadeva con uno spot di qualche anno fa, di cui non sono riuscita a trovare traccia. Forse qualcuno se ne ricorda: un uomo e una donna, belli, gelidi e perfetti, sedevano in una stanza algida, in silenzio sotto un orologio ticchettante. Arrivava un secondo uomo dall’aria trasandata-chic, accolto con sorpresa dalla coppia. Seguiva il racconto dei viaggi di lui – per immagini in toni di seppia: lo si vedeva felice in un’Asia di fantasia, insieme a una deliziosa fanciulla locale. Poi lei moriva in qualche modo, e il suo corpo veniva affidato alle acque su una zattera in fiamme* tra il virile strazio di lui. Brusco ritorno all’algida stanza bianca, e alla lacrima che luccicava sulla guancia della padrona di casa… Non credo che lo spot appartenesse a Chanel, ma il principio era lo stesso, reso in modo ancor più radicale: la romantica eccezionalità era qualcosa che andava ben oltre ricchezza e bellezza – e se comprendeva un tocco di tragedia, tant mieux. Ancora più eccezionale, ancora più romantico. Quest’ultima era un’idea più narrativa che pubblicitaria, se vogliamo – e in effetti non è che la si sia rivista molto in giro.

Ma restano la componente narrativa e l’identificazione obliqua, nonché le aspettative sublimate. O Donna** che entri in profumeria per comprare Chanel N°5, sappi che in quella boccetta, tu porti a casa non un’essenza profumata, e nemmeno un banale elisir d’amore (o sesso), bensì un Sogno.

Particolarmente irresistibile, don’t you think?

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* Rito che avevo sempre associato più ai Vikinghi che a una qualsiasi parte d’Asia, ma era indubbiamente pittoresco a vedersi.

** Notate che il concetto di Consumatrice qui è eluso con eleganza o almeno spinto dietro un paravento per mezzo delle scarse e discrete apparizioni del prodotto all’interno della storia.

 

 

 

 

 

anacronismi · romanzo storico · Utter Serendipity

L’Invasione Degli Ultra-Anacronismi

La mia fede nell’editoria anglosassone sta vacillando un nonnulla. Quando pensavo ai produttori di parallelepipedi over the Channel e Over the Pond, li facevo spudorati e spregiudicati quanto quelli nostrani, ma attenti. Accurati, se capite quel che intendo.

Ma la messe di anacronismi che ho mietuto nel corso dell’ultimo giro di recensioni per HNR mi lascia in una selva di angosciosi dubbi, almeno per quel che riguarda l’Isoletta. La messe copre senza pregiudizi e omissioni molte delle anacronocategorie possibili.

Pensieri: se siamo nel III Secolo a. C., se la narrazione è in terza persona limitata, se si suppone che il punto di vista sia quello di un giovane aristocratico cartaginese, può la Voce Narrante definire una particolare vicenda col medievalissimo termine “ordalia”? Ripetete con me: Bizmillah, no! Mamma mia, mamma mia!

Parole: non sarò certo io a negare che Annibale avesse ogni genere di straordinaria qualità, ma persino nella mia cieca adorazione dubito che fosse un veggente. O un precursore del Vangelo. Per cui, quando definisce il giovane protagonista scomparso e ricomparso un “figliol prodigo”, mi si allappano i denti. Davvero. Idem quando un ufficiale settecentesco parla di “serendipità” vari decenni prima che Horace Walpole nasca, cresca e conii la parola. Anacronismo a parte, poi, ce lo vedete l’ufficiale in questione che parla di “serendipità” con il suo sergente e una vivandiera – e quelli lo capiscono al volo? Ma questo è un peccato di plausibilità, non un anacronismo, per cui stiamo sconfinando. E però lasciatemi anche osservare che un ufficiale di carriera (specialmente uno particolarmente sveglio) non dovrebbe proprio confondere tattica con strategia…

Opere: scrivere un romanzo storico implica il disturbo di farsi un’idea degli usi sociali dell’epoca – e renderli in forma narrativa per il lettore. La gente nel Cinquecento non si presentava a casa della rispettabile giovane vedova conosciuta la sera prima portandole un cesto di frutta; non la conduceva pubblicamente da una sarta per regalarle un vestito nuovo; meno ancora la invitava a cena a casa propria per un tète à tète o la conduceva fuori città in una romantica gita a due. Non faceva nulla di tutto ciò se non intendeva comprometterla – e certo non se aveva intenzione di chiederla in moglie. Se poi la rispettabilità vera o presunta della signora in questione è uno dei cardini della vicenda, trattarne in questo modo disinvolto ottiene un risultato solo: spingere the discerning reader a dimandarsi perché, perché, perché ambientare a metà Cinquecento quella che in definitiva è una storia contemporanea…

Omissioni – as in “omissioni di ricerca”. Perché, nella Napoli del 1564, far mangiare ai protagonisti pomodori a tutti pasti e mettere il calico sugli scaffali dei mercanti di stoffe, quando entrambi non sono documentati nell’Italia meridionale prima del tardo Seicento? E perché mettere in mano a uno scriba del III Secolo a. C. una penna d’oca – svariati secoli prima che l’arnese venga in uso? Anche ammesso di non saperlo, non sono particolari difficili da scoprire…

L’unica cosa che manca (o quanto meno è largamente evitata) è il peccato mortale: quel genere di travesty in cui i personaggi che pensano period sono tutti malvagi e osteggiano l’eroina “appassionata e anticonvenzionale” e, in generale, tutti i buoni che pensano, agiscono e sentono come gente dei giorni nostri*. E questo è già qualcosa, ma non abbastanza. Bisognerebbe che gli autori fossero più attenti – anche se Clio sa che l’anacronismo è una bestiaccia subdola e facile a sfuggire. E però non c’è romanzo storico che non si concluda con una o più pagine di Acknowledgements, in cui l’autore ringrazia legioni di amici, altri scrittori, agnati e cognati, agenti letterari, editor, vecchi professori di storia, esperti, archivisti, bibliotecari e storici di varia natura – tutta gente che “ha letto il libro con lusinghiero entusiasmo e offerto preziose osservazioni.” Possibile che mai nessuno in questo diluvio di gente qualificata in vari gradi e a vari livelli, faccia caso al figliol prodigo o alla penna d’oca? 

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* In realtà questa è una specialità più diffusa al di fuori del mondo anglosassone – ma non sconosciuta over the Channel & over the Pond. Purtroppo l’idiozia da politically correct è un morbo che non conosce confini.