cinema · musica

Cerf-Volant

Les Choristes è uno di quei film che voglio vedere da secoli e poi, per un motivo o per l’altro, non vedo mai.

Di sicuro ha un’incantevole colonna sonora. Il genere di musica che si ascolta volentieri con le finestre aperte la prima domenica di primavera, per dire…

Et donc, buona prima domenica di primavera a tutti.

cinema

ABCinema

E oggi un alfabeto cinematografico. Un film per ogni lettera – ma bisogna essere molto pronti, perchéparliamo di un paio di secondi a film, e alcuni sono proprio difficili…

Ok, se non sapete che altro fare di domenica pomeriggio, provate a vedere quanti film riuscite a individuare*.

Attention… préts**… Fiii!

Oh, e sempre in questo spirito cineludico, nessuno si cimenta con l’indovinello della nota *** di questo post? Caramelle virtuali in palio.

E buona domenica.

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* Io mi sono miseramente fermata a una decina… comincio a temere di avere gravi lacune.

** Sì, lo so: non è l’accento giusto. Non ho voglia di andare a cercare lo shortcut. Sono pigerrima. Ho avuto una settimana complicata. Ecco.

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All About Eve

Gran bel film, detto tra noi. Ero convinta che originasse da una pièce teatrale, ma lo scopro invece basato su un racconto di Mary Orr, a sua volta ispirato a una storia vera. Ah, teatro, teatro…

Anyway

Trailer originale (con tanto di intervista a Bette Davis):

E trailer italiano d’epoca:

Confesso che non mi è mai piaciuto granché il titolo tradotto, ma tant’è…

Buona domenica!

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E questo è un ripensamento del lunedì: la mia deprecabile abitudine a vedere secondi fini e significati reconditi in ogni parola scritta o pronunciata, combinata con la mia ossessione elisabettiana, m’induce a chiedermi se il nome del critico-narratore DeWitt non sia un cenno al DeWitt ai cui appunti di viaggio dobbiamo l’unica immagine d’epoca di un teatro elisabettiano. Ok, be’, Jacobean. Ma voglio dire, un disvelatore di com’è fatto il teatro in realtà e come funziona… O dite che io soffra di qualcosa di irreparabile?

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L’Eleganza Del Bardo

Questa settimana va così – abbiate pazienza: Shakespeare in ogni dove e in tutte le salse.

Le prime recensioni di Anonymous sono (prevedibilmente) così così.

Cate mi segnala il non esaltante parere in proposito di Rotten Tomatoes (sito generalmente degno di fiducia), mentre Massimo Bertarelli dice che è sontuosamente noioso e tagliato con l’accetta. Hm. A quanto pare, fa rimpiangere la grazia di Shakespeare in Love – e d’altra parte Stoppard è Stoppard, giusto?

Così credo che posterò qui una piccola scena di SiL, a riprova del fatto che a volte, quando si è davvero strepitosamente bravi e si sa fino in fondo quel che si fa, l’accuratezza storica si può allegramente sacrificare – purché lo si faccia in superlativa e intelligente scrittura.

Buona domenica!

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Brigadoon (Con Crudele Disvelamento Di Finale)

Quel che dice il titolo. Se non volete spoiler, guardate il video senza leggere il testo…

Jeffrey Sweet – che ultimamente nomino parecchio – dice che i musical tradizionali (pensate a Broadway o West End)  ricadono in due varianti e mezzo di una tipologia sola: c’è una comunità (coro) e c’è un individuo in contrasto con la comunità (solista). E infatti per definizione il solista canta musica diversa da quella del coro, giusto?

Ebbene, le cose possono andare in tre modi: l’individuo si (ri)concilia con la comunità per il vicendevole beneficio, oppure l’individuo muore nell’affermazioneb (o per causa) della sua diversità, oppure le due cose accadono a individui diversi.

The Company, di Stephen Sondheim, appartiene alla prima categoria: Bob alla fine trova l’amore, per la generale soddisfazione dei suoi amici; Il Fantasma dell’Opera, Sweeney Todd e West Side Story sono tre esempi della seconda varietà, in cui i solisti non fanno una bella fine; Brigadoon cade in between, con l’outsider Tommy assorbito dalla comunità, e l’insoddisfatto Harry che la prende nelle costole mentre tenta di tagliare l’angolo…

Questo è il trailer della versione cinematografica, quella celebre del 1954 con Gene Kelly e Cyd Charisse:

Posso confessare di avere sempre avuto simpatia per il povero Harry Beaton? Oltretutto, il film si discosta dal musical quel tanto che serve per fargli fare una fine rimarchevolmente stupida: invece di precipitare da una roccia, viene scambiato per una pernice – povero Harry!

Oh well… buona domenica!

cinema · musica

Mosè Supponeva Che Le Rose…

Tutte le volte che Gabri La Regista ci* sgrida per qualche orroretto fonetico, mi viene in mente questa spassosa scena di Cantando Sotto La Pioggia… Povero professore di dizione!

* Col che non voglio dire che io reciti, ma ogni tanto mi capita di coprire qualche buchetto, e allora beneficio anch’io della mia razione di rose mosaiche…

Buona domenica!

cinema · grillopensante

Noi Credevamo

Noi credevamo, A., M., e io, di passare una serata interessante al cinema. Noi credevamo di avere a che fare con una lettura non oleografica della storia risorgimentale, presentata attraverso gli occhi di personaggi fittizi di cui condividere il punto di vista. Noi credevamo anche di capire quel che veniva fatto e detto sullo schermo.

Invece ci siamo ritrovati davanti a un arnese girato, recitato, fotografato e montato così così – a voler essere clementi – punteggiato di musiche verdiane piazzate un po’ a caso, con un passo narrativo che alternava frantic choppiness (la prima parte) e quel genere di fissità che un tempo si definiva, con una certa impazienza, teatrale (la sezione del carcere). Della qualità della scrittura a livello tattico non ho avuto una grande impressione, ma preferirei sospendere il giudizio, perché capivo ben poco – il film essendo recitato per lo più* in un dialetto campano troppo stretto per me**. Quindi, se l’intento di Martone era quello di creare attorno al Risorgimento un senso di gelida lontananza, lieve isterismo e completa estraneità, sono impressionata dalla perfezione e completezza con cui ha centrato l’obiettivo. Oso confessare che al (primo?) intervallo, A., M. e io ci siamo guardati e, con simultanea e inespressa decisione esecutiva, abbiamo preso la fuga?

E però il punto non è nemmeno questo. Il punto è che noi credevamo, tra varie altre cose, di essere (ed essere considerati) tre adulti con un briciolo di conoscenza della storia e menti ragionevolmente sviluppate e funzionali. Siamo stati assaliti da qualche dubbio in proposito quando, prima del film, una soave e meticolosissima signora ha preso il microfono e, col tono di chi racconta la fiaba della buonanotte in una prima elementare, ha esordito dicendo: “E ora una breve introduzione per inquadrare il film nel suo contesto storico e nella sua struttura narrativa.”

L’impressione si è rafforzata quando il “contesto storico” si è rivelato limitarsi a “la storia si svolge durante il Risorgimento – il Ri-sor-gi-men-to – ovvero nella prima metà dell’Ottocento”. Poi, per il quarto d’ora succesivo, la soave e meticolosissima signora ci ha narrato il film scena per scena, con didattica, onnicomprensiva puntigliosità e una certa quantità di pathos, spiegandoci le parole difficili e talvolta sillabandocele…

“Ma perché tutto ciò?” chiede non senza perplessità A.

“Nel caso fossimo una platea di cretini, suppongo,” sussurro io. E forse non sussurro tanto sottovoce quanto dovrei, perché non solo M., ma tutta la fila dietro erompe in cachinni.

E con questo siamo giunti dove volevo arrivare. I happen to know che la soave e meticolosissima signora è un’insegnante in pensione – con ambizioni di scrittrice. Se questo è il suo atteggiamento nei confronti del lettore, sta fresca. Trattare i lettori come una prima elementare non è mai una buona idea, per il non incomprensibile motivo che a nessuno piace sentirsi considerato stupido. Per quanto la trasmissione di conoscenze sia ovvia parte del gioco, bisogna essere in età prescolare per apprezzare che Mary Poppins elargisca la conoscenza in questione in comode pillole rivestite di zucchero – e corredate di rime che sottolineano il ruolo dello zucchero. Il lettore anche solo vagamente adulto (o convinto di esserlo) si irriterà, spazientirà e sentirà trattato con condiscendenza. A posteriori, forse, data l’incomprensibilità dei dialoghi di Noi Credevamo, il riassunto scena per scena poteva anche essere utile, ma il tono della soave e meticolosissima signora era così irritante che confesso di avere a mala pena ascoltato quel che diceva: ero troppo occupata a chiedermi se ci stesse insultando tutti con intenzione deliberata o per malguidato eccesso di zelo.

Either way, non ero ben disposta nei confronti della sua presentazione, né del film che presentava. Perché dovrei esserlo nei confronti del suo libro – o dei suoi lavori teatrali?

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* E qualcuno poi mi spiegherà perché gli accenti meridionali dovessero essere accurati, mentre i settentrionali Mazzini e Cristina di Belgioioso parlavano un Italiano standard con, if anything, una lieve coloritura centro-sud.

** Direi che era come guardare un film in una lingua straniera, se non fosse che le sequenze in Francese erano quelle che capivo meglio.

anacronismi · cinema · teorie

Il Barone Rosso Meets La Bambinaia Francese

barone rosso, manfred von richtofen, scrittura cinematografica, anacronismiIl Barone Rosso è uno di quei personaggi su cui potrebbero esserci più romanzi e più film di quanti ce ne siano. O forse no.

Junker prussiano, asso per antonomasia della I Guerra Mondiale, un genio nel suo campo, morto giovanissimo in battaglia… sembrerebbe perfetto, no? Solo che poi leggi i suoi diari. Persino attraverso il lavoro del protoeditor che gli fu affiancato, la personalità che emerge è singolare: un rimuginatore introverso, con una passione e un’etica delle battaglie aeree, un rigore quasi monacale nel comando, delle intuizioni tattiche fulminanti e un misto di spavalderia, riservatezza e spleen che è molto attraente ma niente affatto cinematografico.

Quindi non è del tutto sorprendente che gli sceneggiatori non sappiano bene che cosa fare di lui – e i risultati dei rari tentativi tendono ad essere deprimenti.

barone rosso, manfred von richtofen, sceneggiatura, filmDi Richtofen, film muto del 1929 non so proprio nulla, ma mi documenterò. Intanto però posso dirvi che nel grigio Von Richtofen And Brown, del 1971, il Barone è ritratto con una gelida cautela che sconsola. Difficile anche solo interessarsi al suo personaggio. Ma d’altra parte il suo (supposto e probabilmente anche sbugiardato) abbattitore, il canadese Roy Brown, è abrasivamente antipatico. L’intenzione di contrastare il cavaliere del cielo con il rustico ragazzo coloniale che dice pane al pane è assai poco sottile e l’inespressività degli attori, in particolare l’allucinato spilungone John Phillip Law, non giova affatto. Alla fin fine ci si ritrova con un certo numero di duelli aerei (bellini ma anacronistici nella scelta degli apparecchi) e due protagonisti con tanto fascino e tanto spessore combinati quanti ne starebbero sulla punta di un coltello. 

Dopo questo, il Barone compare come figura di contorno in un certo numero di film e telefilm – ora inavvicinabile leggenda vivente, ora mezzo matto sanguinario – e poi più nulla fino al 2008. barone rosso, manfred von richtofen, sceneggiatura, scrittura cinematografica

Nel 2008 esce Der Rote Baron, maxiproduzione tedesca girata in Inglese, in un tentativo di raggiungere un mercato più vasto. Tentativo fallito grandiosamente, visto che dopo essere stato un fiasco in Germania, il film ha avuto pochissimo successo altrove. Non so se in Italia sia mai arrivato nei cinema, ma le recensioni che si leggevano su IMDb erano tali da non far rimpiangere particolarmente il fatto. Ciò non toglie che, vedendolo passare in televisione qualche sera fa, gli abbia dato un’occhiata. Ebbene, c’è un motivo se ha fatto fiasco – e questo motivo è, signore e signori, la Cattiva Scrittura. Cominciamo col dire che, visivamente, il film non è del tutto male. Immagino che il sostanzioso budget sia andato tutto in effetti speciali, perché gli esterni girati nei teatri di posa sono un tantino evidenti, e le scene di massa sono… er, masse piccole. Gli effetti speciali, dal canto loro, sono persino un po’ troppo, con i bi/triplani di tela e legno che fanno acrobazie da F16 e combattono in formazione iperserrata… Dopodiché, onore al merito là dove spetta: costumi e ambientazioni sono molto curati e anche accurati, gli aerei finti a terra sono una bellezza (nonostante siano, ancora una volta, gli aerei sbagliati in più di un caso), e la fotografia fa qualche sforzo per creare un’atmosfera di crescente desolazione e claustrofobia – but more on that later. Gli attori… Il casting è un misto di scelte ragionevolmente felici, approssimazione e nomi stranieri finalizzati alla cassetta ma, a dire il vero, gli attori sono difficili da giudicare, costretti come sono in una sceneggiatura che soffre di molti mali in vari stadi di gravità.

Sgombriamo il campo dalle magagne ovvie: il passo della narrazione è di fatto un saltellon-saltelloni di scene episodiche, mal legate tra loro e in una sequenza che immagino incomprensibile per chi non arrivi con qualche conoscenza della vita del Barone e dello Jasta 11. La caratterizzazione dei personaggi è minima e grossolana – vedansi i quasi macchiettistici Kaiser e Hindenburg, per non parlare del Brown di Joseph Fiennes, che sembra uscito da Cambridge. La storia d’amore fittizia è convenzionale fino alle lacrime, e parrebbe stock Hollywood fare cucinato in salsa tedesca, se non fosse in realtà parte di una colpevole strategia di fondo. Idem per le spaventose libertà storiche – e con questo veniamo alla malattia più grave di questa sceneggiatura: la Sindrome della Bambinaia Francese.

Ne avevamo già parlato, ricordate? La SdBF è la forma più grave e più colpevole di anacronismo: prestare sensibilità del nostro tempo a personaggi di un’altra epoca, ritraendo automaticamente come malvagi i loro contemporanei non anacronistici. Nella sua ansia di mostrare che il Barone era “un ragazzo come noi”, e nel suo zelo missionario antibellico, l’autore/regista Nikolai Muellershoen rende il suo film fasullo, preachy e intellettualmente disonesto.

Ecco che il Barone diventa un improbabile proto-pacifista allegro e compagnone, che ordina ai suoi di abbattere gli aerei nemici rigorosamente senza uccidere il pilota, che va matto per le acrobazie aeree, che fa amicizia con Brown, che matura quando la sua dolce infermiera gli ammannisce un fervorino sulle atrocità della guerra e sulle ingiustizie sociali, che suggerisce a Hindenburg di arrendersi e occasionalmente rimbecca il Kaiser. Ora, non solo nulla di tutto questo è vero, ma tutto ciò travisa completamente la personalità e la mentalità del Barone nell’intento di far passare un messaggio pacifista e un’immagine più “simpatica” dei Tedeschi in guerra. Nel film il Barone e la sua infermiera ragionano come gente del XXI Secolo, e qualsiasi altro punto di vista è trattato come stupido, retrivo e guerrafondaio. Come dicevasi, Sindrome della Bambinaia Francese a uno stadio grave.

E la cosa si traduce in cattiva scrittura perché tutto è sacrificato alla predicazione e alla storia d’amore – ma proprio tutto: accuratezza storica, ritmo, caratterizzazione, tutta una serie di avvenimenti fondamentali della vita del Barone e, incredibilmente per un film su un asso dell’aviazione, persino i duelli aerei, di cui vengono mostrati solo generici spizzichi e bocconi qua e là, senza troppo capo né gran coda.

Ricordo di avere pensato, a suo tempo, che forse una produzione tedesca avrebbe saputo rendere meglio il personaggio. Sbagliavo e non tenevo conto dell’ansia di riabilitazione della Germania. Muellerschoen avrebbe potuto fidarsi dello spettatore, mostrandogli la parabola tragica di un giovanotto che entra in guerra pieno di entusiasmo e spirito patriottico, e continua ad ingoiare lealmente i suoi dubbi mentre il mondo che vuole difendere gli crolla attorno. Invece ha deciso di sbattercelo in testa ripetutamente, il suo messaggio, e al diavolo la storia.

Peccato.

Riuscirà qualcuno, prima o poi, a scrivere il Barone per quello che era – come un uomo del suo tempo, con le sue complessità e non quelle di qualcun altro?  

cinema · musica

Piccioni & Lacrime

Ci sono tre cose che mi fanno lacrimare senza fallo.

Una è il V Atto del Cyrano de Bergerac, l’altra è il finale de La Cripta dei Cappuccini di Roth, e la terza, più incomprensibilmente, è questa ninna-nanna che Julie Andrews canta in Mary Poppins. Non so che farci, si vede che tocca qualche centro nervoso, ma fin da bambina, appena Julie-Mary comincia a tubare colla vecchietta, coi piccioni e colla cattedrale, I open the waterworks. 

Ci credete se vi dico che per postare qui ho aperto il filmato su YouTube, ne ho ascoltati forse venti secondi per accertarmi che fosse quel che volevo e ho già i lucciconi? Sì, secondo me ci credete, e vi divertite anche…

E voi? Non avete niente che vi faccia venire gli occhi lustri in maniera del tutto irragionevole?

Buona domenica, va’…