Cinquecentotrentaquattro.
Scena finita.
Mi sono anche lasciata un cliffhangerino per domani.
E adesso è ora di portare in scena qualche fantasma davvero incattivito…
il Blog di Chiara Prezzavento
Cinquecentotrentaquattro.
Scena finita.
Mi sono anche lasciata un cliffhangerino per domani.
E adesso è ora di portare in scena qualche fantasma davvero incattivito…
Millecentodieci parole di una scena che non mi dispiace affatto.
Oddìo, è tutto molto desolato e cupo, ma quella era l’intenzione, per cui va bene così. Gesuiti fantasma, tradimento, rimorso – ma ormai è tutto piuttosto irreparabile, anche se ci vorrà ancora un po’ prima che il mio protagonista se ne faccia una ragione…
E, lasciate che ve lo dica, questa settimana si scrive. Ecco.
Neanche una parola in senso stretto – ma ho ripreso in mano piani e progetti, ne ho rivoltato una parte come un guanto e la cosa comincia a prendere una forma non del tutto implausibile.
E la cosa pittoresca si è che l’altra mattina mi sono svegliata con l’impressione di dover usare riguardo all’occhio destro, che fa male non a me ma al mio protagonista.
Per quanto possa suonare squadrellato, credetemi se vi dico che è un buon segno.
Volevo presentarvi il mio regalo di Natale…
Sì, lo so, non siamo ancora a metà ottobre, e tuttavia ho ricevuto un regalo di Natale.
Ricordate quando, durante il Festivaletteratura, vi ho raccontato di avere visitato Lettori, la nuova mostra dello scultore Andrea Jori?
Ebbene, è capitato che durante la visita, mentre Andrea spiegava come gli sarebbe piaciuto che i suoi lettori finissero in posti dove si leggeva davvero, dove magari si scriveva, dove potessero essere di compagnia e d’ispirazione, io mi sia un nonulla innamorata di una picola figura maschile in abiti quasi-rinascimentali, intenta a leggere…
E forse vi state già facendo un’idea di dove stia andando a parare, ma vedere questa ceramica e pensare quel che ho pensato è stato tutt’uno.
Voglio dire: così assorto e così cocky al tempo stesso, chi altri poteva essere? E allora…
“Sono in un periodo di ossessioni elisabettiane,” ho confessato. “Marloviane in particolare. Non riesco a fare a meno di vederci un Marlowe che legge Ovidio…”
E Jori ha detto che andava benissimo, che la sua intenzione era che le sue figure assumessero dei significati e delle personalità per ciascun osservatore.
E a quel punto è stato chiaro che la figura in questione doveva venire a casa con me, ed essere Marlowe, e fornire ispirazione e compagnia. Ed è così che è diventato il mio regalo di Natale – e avevo fatto buoni propositi di tenerlo imballato fino alla Vigilia ed aprirlo sotto l’albero. Ero persino piuttosto convinta di poter resistere. Ma naturalmente non c’era la più remota possibilità che andasse così. Avrei potuto saperlo.
E quindi vi presento Christopher, la mia scultura nuova, che per ora se ne sta sulla scrivania perché non ho ancora deciso il posto giusto – e intanto facciamo conversazione…
_____________________________________________
E credetemi: vorrei proprio tanto saper fare foto migliori di così…
Milletrecentoquarantuno.
E di queste, ottocentoottanta e rotte le ho scritte arrampicata su una scala durante una sessione di prove di teatro.
È evidente che la mia partecipazione alle prove in questione è stata alquanto nominale, ma sono soddisfatta di poter dire che riesco ancora a scrivere nel mezzo di una notevole confusione.
E, pur con margine di miglioramento, la scena è angosciosa e claustrofobica quasi al punto giusto.
Trecentocinquantatre parole.
Non precisamente un treno merci, ma come suol dirsi: piuttosto che niente…
Il problema è che, pur sapendo che alla fine di questa scena deve farsi vivo un fantasma (oh, the pun!), continuo a cambiare idea su chi di preciso debba essere…
Oh…
Oh…
Oh!
Potrei avere avuto una piccola illuminazione sur-le-camp. E se dapprincipio non fosse chiaro di chi si tratta? Se fosse solo una pallida forma in distanza eccetera eccetera?
Hm, l’idea mi solletica. Slow revelation, and all that…
Vi ricordate di Elizabethan Metaphysicks, il video tratto da Magickal Realism di Alistair Gentry?
Se non ve ne ricordate, dategli un’occhiatina. Sono solo due minuti e tre quarti.
Fatto?
Bene.
Allora magari sotto il post in questione avete letto anche questo commento di S.:
Splendido! All’inizio però c’è un’immagine da un testo di geometria, con tanto di formule. Essendo io un matematico di professione, mi sento inquieto: devo considerarmi affine a spettri, diavoli e magie?
E io ho risposto che era una buona domanda, e che ne avremmo riparlato. E adesso ne riparliamo. E la risposta, o S. è che, se tu fossi stato un matematico alla fine del XVI Secolo, avresti potuto considerare i tuoi studi affini a spettri, diavoli e magie. Quanto meno a magie. E di certo un buon numero dei tuoi contemporanei e varie autorità religiose l’avrebbero pensata così – con possibili conseguenze in vari gradi di pericolosità.
Ma probabilmente lo avresti pensato anche tu.
Mi viene in mente, per prima cosa, Ian Mortimer, che in The Time Traveler’s Guide To Elizabethan England lo spiega molto bene:
Proprio l’idea che tutto sia possibile consente tanta apertura mentale nei confronti della sperimentazione. Si esplorano i fenomeni superstiziosi nella convinzione di investigare il mondo reale. Se non si fa distinzione tra verità scientifica e credenze superstizione, non è irrazionale investigare ogni fenomeno cose se potesse essere scientificamente vero.*
Quando il Doctor Faustus di Marlowe entra in scena passando in rassegna le branche della conoscenza alla ricerca di un campo su cui esercitare le sue notevoli qualità, elenca nell’ordine la filosofia, la medicina, il diritto, la teologia – e poi la magia. Vero, la magia non è disciplina universitaria, ed è decisamente più pericolosa delle altre, come non noteranno di fargli notare gli altri eruditi che metterà a parte delle sue intenzioni. Ma questa gente cauta non obbietta alla natura dei nuovi studi del Dottore, bensì alla loro pericolosità. Il problema non è che i contatti con il diavolo siano un’idea ridicola, bensì che siano una faccenda praticabile e pericolosissima. 
Ma senza bisogno di cercare su un palcoscenico, John Dee è un matematico e astronomo di tutto rispetto, docente di algebra euclidea alla Sorbona a vent’anni, conteso dalle università del Continente – ma ciò non gl’impedisce una carriera parallela di (regio) astrologo e negromante, né decenni di sforzi per comunicare con gli angeli**.
Dopodiché ci sono piccoli problemi di sicurezza personale, come il fatto che fuori d’Inghilterra le pratiche magiche sono materia per l’Inquisizione, e in Inghilterra sono tradimento – ma d’altra parte, per semplificare, diciamo che entrambi i tipi di autorità diffidano abbondantemente di ogni tentativo di indagare oltre la versione della verità stabilita dalle Scritture.
Per dire, Galileo. O la lista di accuse di blasfemia redatta per Marlowe, che comprendeva, senza particolare distinzione di gravità, l’evocazione del diavolo nei boschi in quel di Cambridge e un tentativo di cronologia pre-biblica. E tra parentesi, la cronologia non era farina del sacco di Marlowe, ma del matematico Thomas Harriot.
Per cui, o S., credo che tu possa ritenerti un discendente ideale di questa gente che indagava la realtà cercando di sbirciare oltre le costrizioni religiose – qualche volta a rischio della reputazione e/o del collo. Il fatto che questa indagine talvolta sconfinasse in campi che adesso reputiamo eminentemente non-scientifici è dovuta alla diversa percezione di quel che è vero e possibile.
Tutto considerato, è molto possibile che adesso non crediamo a spettri, diavoli e magie anche perché i tuoi precursori elisabettiani hanno cominciato a indagare in proposito con mentalità scientifica – mentre si occupavano di Euclide e di leggi della rifrazione.
Per cui direi che non hai ragione di sentirti inquieto.
__________________________________________________
* Pag. 125, traduzione mia.
** Per mezzo di un medium che si rivelerà un grandioso truffatore, ma questo è un altro discorso.
E ottocentosettantasette parole, con cui abbiamo finito la scena cardine.
Cardine nel senso che adesso cambia tutto.
Cambia il posto, cambia la gente, cambia la prospettiva – e il protagonista cambia… diciamo che cambia consistenza.
Prima era vivo…
Che poi, detto fra noi, la scena è troppo lunga così com’è, ma sono saltati fuori dei germogli inaspettati, e li ho lasciati dov’erano. Più avanti si vedrà quali rose saranno fiorite e che cosa invece si può potare.
Giungemmo, è il fine. O sacro araldo, squilla!
4678 parole.
Fine dell’Atto I, o quasi. In realtà non ho finito l’ultima scena e non ho commesso il mio omicidio, ma ho passato il traguardo delle 25000 che mi ero prefissa, e cedo.
Non basta affatto, ma la trasvolata è fatta. Tocchiamo felicemente terra eccetera eccetera…
Che poi, pensandoci bene, la citazione in cima non è la più lieta che potessi pescare. C’è di buono che non è la fine di niente: non più allo stesso ritmo, ma domani si continua.
E intanto c’è un quarto di romanzo…
*Heaves contented sigh*
Mentre vagabondavo per la rete in cerca di qualche altro particolare in fatto di spettri elisabettiani, mi sono imbattuta in Magickal Realism, il sito in cui Alastair Gentry racconta del suo omonimo spettacolo teatrale incentrato su John Dee e il soprannaturale dell’epoca.
MR combina narrazione, divulgazione, musica, video e tradizioni teatrali piuttosto disparate per parlare di superstizioni, credenze, credulità, fiducia, verità e finzione. Visto da lontano, sembra notevole – e un nonnulla inquietante.
Per dire, nello spettacolo questo video, chiamato Elizabethan Metaphysicks, fa da sfondo a un’infarinatura sulle credenze dell’epoca in fatto di magia, fantasmi, diavoli e compagnia…
D’atmosfera, non c’è che dire…
Buona domenica.