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Il Ritorno Della Scultrice Misteriosa

Ricordate le meravigliose sculture di carta di Edimburgo? Ne avevamo parlato qui, diffusamente e con abbondanza d’immagini.

Ebbene, a un anno e mezzo di distanza sono felice di dirvi che l’anonima creatrice di meraviglie non se n’è rimasta con le mani in mano.

Per cominciare, le dieci sculture magicamente comparse nel corso del 2011 non erano tutta la storia. Alla fine di novembre, un pacco misterioso arrivò allo Edinburgh Bookshop per Ian Rankin, lo scrittore che aveva ispirato la scultrice.

Naturalmente era un altro libro-scultura, dedicato a The Impossible Dead, l’ultimo romanzo di Rankin:

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L’etichetta diceva:

“Qualcosa dentro di noi non muore mai…” (R. Burns, 1790) A sostegno di coloro che trasformano le idee in parole, le parole in libri e, naturalmente, i libri in biblioteche.

edinburgh mystery sculptor, oscar wilde, sculture di carta, biblioteche, edinburgh international book festivalPoi passò una decina di mesi, uscì un bel libro su questa storia, illustrato con le fotografie di Chris Scott, e le sculture girarono la Scozia in una visitatissima mostra itinerante e poi tornarono là dove la loro autrice le aveva destinate – e nessuno seppe più nulla fino all’agosto del 2012, quando i visitatori dell’Edinburgh International Book Festival cominciarono a trovare in giro per i padiglioni delle rose di carta. Ce n’erano cinquanta, ciascuna accompagnata da una citazione di Wilde che dice “Libertà, libri, fiori – e la luna”, ciascuna in regalo per il fortunato che la trovava.

Ma non era finita.

A novembre, Book Week Scotland annunciò di avere contattato la Scultrice in via anonima, convincendola a realizzare altre cinque sculture per una specie di caccia al tesoro. Nel corso della settimana del libro, tutta la Scozia leggente si mise in cerca, e trovò dapprima…

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Lanark, di Alisdair Gray

E il secondo giorno…

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Tam O’Shanter, di Robert Burns

E il terzo…

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Whisky Galore, di Compton Mackenzie

E poi il quarto…

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Peter Pan, di J.M. Barrie

E infine…

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Treasure Island, di R.L. Stevenson.

E per i cinque cacciatori di tesori e risolutori d’indovinelli la Scultrice aveva preparato cinque piccole sculture – cinque tazze da tè di carta da tenere.

Ma se questo era un gioco, prima della fine dell’anno la nostra donna del mistero tornò a fare sul serio, facendo recapitare per posta un pacco alla Scottish Poetry Library, dove tutto era cominciato quasi due anni prima. Il pacco, da non aprirsi fino al 7 dicembre, conteneva un’altra scultura ispirata alla raccolta A Child’s Garden of Verses, le poesie per fanciulli di R.L. Stevenson:

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E l’etichetta diceva:

Per amore dei libri. Ogni fine segna un nuovo inizio.

Il che sembrava promettere che non fosse finita, giusto?

E infatti…

Tra la primavera e l’estante di quest’anno è stata la volta di una nuova serie di tre sculture intitolata Preparing To Fly. In maggio…

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1) Uova, di nuovo alla Scottish Poetry Library,

Poi in giugno:

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2) nidiacei alla Leith Library

E in luglio:

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3) tutto per il volo (in un magnifico piccolo baule) alla EUCL

Perché, tiene a ripetere la Scultrice Misteriosa, biblioteche, libri, conoscenza, lettura – sono tutti sinonimi di libertà.

E il gioco non è ancora finito. Domenica, disseminate per l’Edinburgh International Book Festival, sono saltati fuori trenta uccelli in gabbia come questo:

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“Liberami,” dice l’etichetta. “Scegli tu dove…”

Qui potete vedere tutte le immagini a cura di Paper, Scissors, Stone, e a giudicare dal “coming soon” su @_freetofly_, l’attuale profilo Twitter della Scultrice, possiamo aspettarci altre meraviglie a breve termine…

 

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Pirati, Corsari, Bucanieri

Mail:

Certo che, per essere una cui le storie di pirati non piacciono alla follia, ne hai lette un sacco…

scrive R., in riferimento alla nota alle illustrazioni di questo post.

Mah, non saprei dire se ne abbia lette davvero un sacco. Di sicuro sono vagamente irritata dal diluvio di piratitudini innescato da Jack Sparrow & compagnia* – ma quella tutto sommato potrebbe essere una reazione dovuta alla mia scarsa simpatia per i fads più che al genere in sé…

Oh, e poi c’è Sandokan. Da bambina ho destestato Sandokan e, a ben pensarci, anche i Corsari Variopinti. Li ho detestati con una certa energia – ma ne abbiamo già parlato, credo.

Per cui no: le storie di pirati non mi piacciono alla follia come genere. Non vado a cercarmele. Non ho mai fatto il pirata giocando a make-believe. Per di più, non sono affatto certa che non siano spesso minestroni di biechi luoghi comuni confezionati secondo formula…

Ciò detto, ci sono alcuni libri che mi sono piaciuti molto… benché parlassero di pirati. E incidentalmente parlavano di pirati. Oppure per il modo in cui parlavano di pirati.

Per dire…

pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck1) L’Isola del Tesoro, che poi non è nemmeno il mio Stevenson preferito, ma di sicuro il primo che ho letto – ed è il genere d’incontro che non si dimentica. Anche solo l’inizio, con la locanda sulla costa ventosa, il misterioso ospite spaventato, la Macchia Nera… E poi vogliamo parlare di Silver? Fasullo, manipolatore, affascinante, contastorie e crudele… Tra l’altro, con il suo pappagallo sulla spalla e la sua gamba di legno, è Il pirata per eccellenza. D’altra parte, con questo romanzo (scritto, vuole la leggenda, in due settimane di vacanze piovose), Stevenson arredò buona parte del genere. pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck

2) The Privateer, di Josephine Tey. Brillante, ironico, scritto in quella maniera sciolta e vivace che è marchio di fabbrica di Ms. Tey, con dei dialoghi da manuale. Ci sono arrivata perché l’autrice mi piace tanto e questo è, credo, il suo unico romanzo storico vero e proprio. C’è il consueto lavoro di smontaggio di miti, perché questo Henry Morgan non è il mostro di cartone di Exquemelin, ma un giovanotto ambizioso e desideroso di rivalsa, dotato di una mente tattica, un senso dell’umorismo e un temperamento fiammeggiante. C’è il mare, ci sono un sacco di avventure, c’è un corteggiamento tutt’altro che convenzionale – e c’è un’introduzione sul linguaggio nei romanzi storici che vale da sola il prezzo del biglietto. 

pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck3) La Coppa d’Oro, che talvolta si traduce – chissà perché – come La Santa Rossa. John Steinbeck. Primo romanzo. Unico romanzo storico. Ancora Henry Morgan, ma tutt’altro mood. Una specie di monumento al narratore inaffidabile – e nemmeno in prima persona… Ma non si può mai essere certi nemmeno di quel che questo Morgan pensa, men che mai di quel che racconta. È il tipo che si reinventa le vite (più d’una) ogni volta che le racconta, aggiustandole per dare loro una simmetria narrativa e una profondità di significato che il lettore è invitato a sospettare non abbiano. E però, chi può dire che cosa rimanga di vero sotto le incrostazioni di menzogne, ritocchi e aggiustamenti? Con la beffa aggiuntiva che gli ascoltatori smettono di credergli abbastanza presto – ma non è detto che a Morgan importi granché. Per il discendente dei bardi gallesi, in fondo, l’importante è raccontarsi… pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck

4) Captain Blood, perché sì. No, davvero: in fatto di avventura con Sabatini è difficile sbagliare. Un po’ il paradigma di quel che si diceva in fatto di letture estive, ricordate? Pittoresche avventure nei secoli passati. E Peter Blood che, con il suo passato turbolento, sarebbe felicissimo di restarsene a fare il medico e coltivar gerani – se non si ritrovasse impigliato nella Monmouth Rebellion e non finisse venduto schiavo a Barbados – è un personaggio perfetto. Una volta di più, è ispirato in parte a Morgan, la cui carriera da deportato a pirata a governatore, ammettiamolo, sembra fatta apposta da romanzare.

Quindi no, le storie di pirati non mi piacciono alla follia, ma l’occasionale pirata ben scritto e significativo, a patto che sia ambientato come si deve e non nuoti in una zuppa di clichés, è ammesso alla compagnia. 

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* Di cui ho visto soltanto il primo film. Il fatto che lo abbia visto seduta praticamente sotto lo schermo e all’estremità laterale della fila, con grave pregiudizio dei miei cervicali, non ha contribuito a farmelo apprezzare, ma di sicuro non ho sentito il bisogno di vederne altri episodi.

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Il Diavolo È Bianco

william palmer, the devil is white, romanzo storicoAvviso ai naviganti: Libro Non Tradotto ahead.

Non avevo mai letto nulla di William Palmer, fino al giorno in cui mi è capitato fra le mani, a fini di HNR, il suo The Devil is White.

Ed è stata una sorpresa. 

La storia comincia in Inghilterra, nel 1792, con un gruppo di entusiasti decisi a fondare la loro utopia coloniale su un’isola vicina alla costa occidentale dell’Africa.

Una società libera e democratica, senza schiavitù, basata sul duro lavoro, sul merito e sull’onesta interazione con le tribù della costa.

E sì, è vero, le tribù della costa praticano il commercio degli schiavi con lucroso entusiasmo – ma solo per mancanza di solida guida morale. L’esempio degli isolani liberi&felici e la conversione al Cristianesimo sono destinati a cambiare tutto… 

E sì: ingenui fino a questo punto.

Almeno alcuni di loro.

Perché noi non tardiamo ad accorgerci che accanto agli idealisti in perfetta buona fede, come il Capitano Coupland, l’aristocratico poeta Caspar Jeavons e il Reverendo Tolchard, ci sono anche sogetti meno disinteressati, come il futuro governatore Sir George, più ansioso di gloria personale che di duro lavoro, o i Meares, in fuga dalla prigione per debiti…

E ci accorgiamo anche che tutti – candidi e profittatori alike – vanno alla ventura nella più superficiale delle maniere. Nessuno ha mai messo piede sull’isola, nessuno si preoccupa del perché i precedenti coloni portoghesi abbiano rinunciato dopo pochi anni, nessuno ha pensato di selezionare in qualche modo gli aspiranti isolani, nessuno si preoccupa della stagione delle piogge.

A pagina 7 sappiamo già che l’impresa è destinata al disastro. Ma i personaggi non lo sanno, e noi li seguiamo, con affascinato orrore, mentre precipitano. Leggiamo le lettere senza destinatario di Caspar, alternate alla voce onnisciente e a una manciata di altri punti di vista. E simpatizziamo viepiù con Mr. Knox, il disincantato mercante (di non si sa troppo bene cosa) che fa da interprete e balia a questi sconsiderati. E guardiamo i nodi venire al pettine, l’uno dopo l’altro. E ci domandiamo a quale punto idealismo e perseveranza diventino follia…

E il tutto in un linguaggio asciutto ed elegante e apparentemente distaccato persino nel descrivere la ferocia dell’isola nei confronti dei suoi would-be colonizzatori. Ma dietro l’eleganza, è l’incrociarsi dei punti di vista a costruire spessore e ironia drammatica.

E no, non è tradotto – né potrei giurare che lo sarà mai. Però è una storia crudele, intelligente, aguzza e scritta magnificamente, e vale del tutto la pena.

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Breve Storia Dei Libri Immaginari

libro.jpgDunque, non è per prenderla alla lontana, ma da un po’ di tempo volevo postare su un vago ricordo: la recensione, letta chissà quando, di un catalogo ragionato di libri immaginari. Non ricordo il titolo, non ricordo l’autore, figurarsi se ricordo l’edizione… però ricordo che uno dei libri elencati nel catalogo era la supposta storia di un ordine di clausura i cui membri non parlavano proprio mai, limitandosi a comunicare con un insieme di schiocchi di labbra, moti della glottide e borborigmi, che nei secoli si erano sviluppati in qualcosa di comparabile a una lingua.

Naturalmente, la simil-lingua era immaginaria, l’ordine era immaginario, why, il libro stesso era immaginario, come tutti quelli contenuti nel “catalogo”… e assolutamente affascinante. Sarà perché l’idea di libri che non esistono mi intriga da matti, sarà perché è una cosa che faccio per gioco fin da bambina*, qualche che sia il motivo, la faccenda mi è rimasta impressa in mente.

E facendo una ricerchina in rete, non ho ritrovato quello che cercavo, ma mi sono imbattuta nel sito di Paolo Albani** che contiene un sacco di cose deliziosamente bizzarre – compresa una storia dei cataloghi immaginari. Perché si tratta di un genere antico, la cui nascita risale al XVI Secolo.

Il babbo e nume ispiratore del genere è Rabélais, con l’elenco dei libri dell’Abbazia di San Vittore nel Gargantua et Pantagruel. Considerando autore ed opera, non avrete difficoltà ad immaginare. E in effetti, il primo Catalogum Catalogorum durabile et perpetuo, che esce a stampa nel 1590, è opera di un traduttore tedesco di Rabélais****, che riprende in pieno il tono del suo modello: quello di uno sberleffo alla pedanteria della cultura contemporanea.

Questo è lo spirito con cui il genere viene coltivato per tutto il XVII e XVIII Secolo, da vari autori tedeschi, francesi, italiani e inglesi (tra cui persino John Donne): ci si fa gioco del sussiego che circonda la gestione della cultura giuridica, scientifica e – divertimento più rischioso – teologica, parodiando titoli esistenti o inventandone di sana pianta, come un trattato che dimostra come il 66 e il 99 siano uguali se si rovescia il foglio, una proposta per l’abbreviazione del Paternoster attribuito a Lutero, o un manoscritto groenlandese sulla febbre quartana delle balene.

Dal XIX Secolo, a quanto pare, la produzione di questi cataloghi comincia ad assumere il carattere di beffa vera e propria, come l’annuncio della vendita all’asta della biblioteca di esemplari unici del defunto conte di Fortsas, recapitata a librerie antiquarie, biblioteche e collezionisti di Francia e Belgio nel 1840. Ci fu chi gridò al millantatore, affermando di possedere a sua volta esemplari dei supposti “unici”, ci fu chi chiese al Ministero dei Lavori Pubblici un credito per l’acquisto di alcuni volumi, ci fu una famiglia aristocratica che prese contatti per acquistare discretamente le scandalose memorie di un avo donnaiolo, ci furono richieste di trattative private… E a quel punto, sconcertati dalle reazioni, gli ideatori della beffa, il presidente della Società Bibliofila Belga***** e i suoi sodali, misero fine alla faccenda con tatto e discrezione, dichiarando che l’asta non poteva tenersi, perché la città natale del conte aveva acquistato tutto quanto in blocco.

Cito ancora, più tardi, un catalogo francese del 1910 che, ai titoli immaginari, affiancava indicazioni sullo stato e le caratteristiche del volume, in questo spirito: Abelardo, scompleto – tagliato; Fenimore Cooper, L’Ultimo dei Mohicani, pelle rossa; Beaumont, Il bel Colonnello, perfettamente conservato, e via dicendo. Anche questo fu stampato come un catalogo d’asta, ma suppongo che il tenore delle indicazioni accessorie fosse un dead give-away.

Nel 1928, un Americano pubblica il catalogo di una supposta biblioteca del XVII Secolo, contenente titoli come un trattato di Magia Naturalis dedicato alla fabbricazione dei pipistrelli, e riceve richieste di informazioni e addirittura cifre in acconto… e questo lo cito a dimostrazione del fatto che i bibliofili possono abboccare a bizzarre esche, alle volte.

In realtà non esistono soltanto i cataloghi: potrei citare autori come Solber o Kostova, che corredano la loro storia immaginaria/alternativa/con elementi fantastici di elaborate bibliografie immaginarie. O, un passo oltre, Rodney Bolt, con la sua biografia immaginaria di Shakespeare/Marlowe, che mette in parodia le teorie neomarloviane e cita un misto di fonti reali e fasulle. Tutti libri assolutamente brillanti. Un caso meno innocente, magari, è quello di William Henry Ireland – che all’inizio del XIX Secolo cominciò col voler impressionare suo padre, e finì col produrre nientemeno che una falsa tragedia shakespeariana. Sembrava il ritrovamento del secolo… solo  che non lo era.

Ma Ireland era probabilmente squilibrato, e la sua era una truffa. Niente a che vedere con quel gioco letterario che consiste nell’inventare libri inesistenti per parodia, per beffa o per il puro gusto dell’invenzione.

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* Ebbene sì, lo confesso: possiedo elenchi su elenchi di titoli immaginari. Per lo più riguardano la storia, la letteratura, le leggi, la flora&fauna et caetera similia dei miei stati immaginari.

** Ricordate l’OuLiPO? Ecco, Albani è un esponente della parente OpLePo.

*** A quanto pare, i traduttori di Rabélais sono sempre gente notevolmente eccentrica. Tipo Sir Thomas, per capirci.

**** Maggiore dell’Esercito belga in pensione. E poi dicono che i militari non hanno sense of humour.

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Marinerie, Storie, Avventure – Ed Altra Merce Da Pomeriggio Estivo

Caspiterina Poffarbacco*, ma vi par possibile che sia già passato un anno da quando parlavamo di letture estive?

Direi che è tempo di ripetere il giochino. Estate, remember? Gaie avventure storiche d’altri tempi, pittoresche e improbabili come un film in technicolor…

Allora, vediamo un po’.

letture estive, james fenimore cooper, john masefield, samuel shellabarger, emilio salgariCominciamo con un po’ di marinerie. James Fenimore Cooper.

“Quello dei Mohicani?” mi par di udire dimandato in coro.

Sì, o Lettori. Quello dei Mohicani – ma non solo. Perché JFC è anche – e con più rilevanza, se lo chiedete a me – il creatore del Sea Novel sul lato americano della Tinozza. Americano, di buona famiglia, arruolato a forza nella Royal Navy per qualche mese, poi ufficiale di Marina in America, Cooper cominciò a scrivere romanzi a trent’anni per scommessa con la moglie – e non si fermò più. Mohicani a parte, scrisse un sacco di storie di mare e un certo numero di romanzi storici – tra cui la cosiddetta “Eurletture estive, james fenimore cooper, john masefield, samuel shellabarger, emilio salgariopean Trilogy”, tre romanzi ambientati rispettivamente a Venezia, in Germania e in Francia, concepiti durante il Grand Tour.

E mi piacerebbe dirvi che si trova granché in Italiano, ma indovinate un po’? Mentirei. In realtà ogni tanto qualcuno ripubblica i dannatissimi Mohicani come libri per ragazzi, ma il resto si legge in originale.

Il Project Gutenberg ha un bel po’ di robetta qui, compresi The Spy (Guerra d’Indipendenza Americana), Ned Myers (mare), The Red Rover (pirati), The Water-Witch (mare), The Bravo (Venezia) e altre cose dai titoli pittoreschi.

Poi c’è John Masefield, sottufficiale di marina mercantile per pochissimo tempo, vagabondo, giornalista, poet laureate of England, romanziere storico e poeta marinaro. Ne letture estive, james fenimore cooper, john masefield, samuel shellabarger, emilio salgariavevamo già parlato, a dire il vero, e se seguite il link trovate un link** alle sue Salt-Water Ballads – un equivalente marinaro delle Barrack-Room Ballads di Kipling. In originale, sia chiaro: di traduzioni, nemmeno a parlarne. In fatto di prosa, invece, potreste provare con On the Spanish Main oppure Captain Margaret o i racconti di The Mainsail Haul. I racconti li trovate qui su Internet Archive, insieme a una certa quantità di teatro e poesie [E proprio mentre inserivo gaiamente link, IA è entrato in maintenance. Che carino. Tornerò a sistemare, giuro…] Di Masefield mi si raccomandano in particolare altri due romanzi: Dead Ned e Ned alive and kicking. Sto ancora aspettando la mia copia del primo – PosteItaliane permettendo… vi farò sapere.letture estive, james fenimore cooper, john masefield, samuel shellabarger, emilio salgari

Per terzo, parlando di Poste&Telegrafi, c’è Samuel Shellabarger, accademico di Princeton (e anche Harvard e Yale, a dire il vero), che pubblicava avventurone storiche sotto pseudonimo – quelle cose in cui succede davvero di tutto. Essendo più recente degli altri, i suoi lavori non sono ancora di pubblico dominio, e quindi bisogna procurarseli su Amazon – dove di solito si trovano per una manciata di centesimi. Si può provare con i conquistadores di Captain from Castile, il Rinascimento di Prince of Foxes, il Cinquecento francese di The King’s Cavalier o il Settecento veneziano di Lord Vanity. E sapete che cosa? Qualche traduzione c’è, ma nessuna è più recente del 1969. Si trovano in una manciatina di biblioteche – e sennò ci sono sempre le bancarelle dei libri usati.

“Ma in Italiano proprio nulla, o Clarina?” mi par di udire. “Nulla che sia stato pensato e scritto in Italiano?”

letture estive, james fenimore cooper, john masefield, samuel shellabarger, emilio salgariE allora faccio qualcosa che non avrei mai creduto di fare… Ma d’altra parte questa è un’estate di cose che non avrei mai creduto di fare (figuratevi che, per la prima volta in venticinque anni, vado al mare per una settimana!) e allora, che diamine: vi aggiungo un link salgariano. Qui trovate… be’, non so se proprio tutto, ma parecchio senz’altro. Il che significa che, invece di essere limitati a Sandokan e ai Corsari multicolori, potete trovare cose più eterodosse – come Le figlie dei faraoni, o Cartagine in fiamme, o i fantasmi marinare de le Novelle di Mastro Catrame – o persino la fantascienza più che un tantino distopica de Le Meraviglie del Duemila.

Ecco qui.

E non è che vi consigli di passare tutta l’estate con questa lista – ma un paio… perché no? Sono letture di un pomeriggio o di una serata afosa. Senza impegno e senza pensieri. Letture che sono, di per sé, una piccola vacanza.

 

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* Ultimamente dicevo, mi si dice, “caspiterina” abbastanza spesso. Mi si è chiesto se sapevo che, dicendolo, citavo il Piccolo Lord Fauntleroy. Ho smesso al volo.

** Link come scatole cinesi… Oggi non ci facciamo mancare nulla.

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Dieci Libri Ridanciani

Quando E. mi ha chiesto di consigliargli un libro allegro, uno di quelli che ti fanno scoppiare a ridere ad alta voce in treno e tutti ti guardano male, qualcosa che risollevi il morale per pura ridancianeria, gli ho raccontato di Wagner che diceva di avere sghignazzato per tutto il tempo che era servito a comporre i Maestri Cantori di Norimberga.

“Mi stai consigliando di leggere il libretto dei Maestri Cantori di Norimberga?” ha domandato E., scoccandomi di traverso un’occhiata dubbiosetta anzichenò.

E no, naturalmente non gli stavo consigliando nulla del genere. Era solo una piccola storia cautelativa, atta a mostrare che va’ a sapere che cosa farà ridere chi…

Ciò detto, E., eccoti 10 libri che hanno mi hanno fatta esplodere in cachinni in luoghi e casi del tutto inappropriati. In nessun ordine particolare:

1) Gerald Durrell. E qui non si tratta affatto di un libro solo. La mia famiglia e altri animali, L’uccello beffardo, Un albero pieno di koala, Luoghi sotto spirito, e una mezza dozzina di altri. Memorie, romanzi e raccolte di racconti – uno più nonsense e spassoso dell’altro.

2) Tre uomini in barca e a zonzo (per tacer del cane). Di J.K. Jerome. Con una predilezione speciale per il cane Montmorency, per George e per la scena dei bagagli. Ma a dire il vero, anche le uova strapazzate di Harris. Oh, e J. alle prese con l’enciclopedia medica… e come dimenticare i formaggi? Ecco, appunto. Il che mi porta a…

3) To say nothing of the dog, di Connie Willis. Che al precedente è ispirato. Non è tradotto, temo, e forse la lingua non è delle più accessibili – tanto più che, oltre ad essere divertente, è un’intricatissima storia di viaggio nel tempo. Ma credete, ne vale la pena. Oh se ne vale la pena. I think I have difficulty distinguishing sounds

4) The wooden overcoat, di Pamela Branch. Nemmeno questo è tradotto – ma è l’ultimo, prometto. È qualcosa di simile a un giallo, ma più che altro… Immaginatevi La congiura degli innocenti spostato nella Londra postbellica, con una ridda di personaggi equivoci, figlie di colonnelli*, ballerini classici, immigrati ungheresi, derattizzatori, giallisti/fotografi – con le tessere per il razionamento e cadaveri che spuntano da tutte le parti.

5) La sovrana lettrice, di Alan Bennet. C’è sempre un pelino di amarezza, con Bennet, ma questa è una delle sue storie più sorridenti, con un’adorabile regina Elisabetta in primo piano e tutto intorno una fauna protocollare facile allo sconcerto. Oh, e una sorpresa finale.

6) I racconti di Kipling. E qui parliamo, lo ammetto di a mixed bag. Il fatto è che le raccolte – con la possibile eccezione delle ultime che tendono al cupo – sono caratterizzate da una varietà estrema. Quando s’inizia un racconto non si sa mai che cosa aspettarsi, e quando lo si finisce non si sa mai che cosa verrà dopo. India britannica, desolati fantasmi, verde Inghilterra, secoli passati, lacrime, risate, partite di polo, massoneria, ur-steampunk con le macchine volanti? Ma quando si ride, si ride sul serio.

7) Guareschi. Oh, guarda: un autore italiano! Lo so, lo so… Ma sul serio, Guareschi. Cose come il Corrierino delle famiglie, oppure Vita in famiglia, e l’irresistibile Vita con Giò. Sarà perché lo trovo così nonsense, certe volte… oh. Ci sono ricascata.

8) La Diva Julia, di Somerset Maugham. Ok, torniamo sull’Isoletta e non ne parliamo più. Julia è una meraviglia. Cinica, lucida, spietata con se stessa e con tutti, vanitosa e irragionevole, primadonna in tutto e per tutto, perennemente occupata a studiare l’effetto che produce sul prossimo – e a commentarlo tra sé… Adorabile.

9) Talismano d’amore, di Georgette Heyer. E per favore non fatevi sviare dal titolo tradotto (l’originale, per la cronaca, è l’assai meno purpureo The talisman ring). Ci saranno, è vero, due matrimoni in vista all’ultima pagina, ma c’è ben poco di sentimentale in questa sarabanda di francesine melodrammatiche, contrabbandieri dilettanti e gentildonne di campagna con un senso dell’umorismo.

10) Lampi d’estate, di P.G. Wodehouse. Ma anche Intrigo a Blandings… e sì, preferisco il ciclo di Blandings a quello di Jeeves. Anche solo per l’uso del linguaggio e l’umorismo vagamente stralunato. Non so, per esempio Lord Emsworth, che conosce a menadito la genealogia dei suoi maiali da competizione, ma tende a farsi sfuggire piccoli particolari come prole e nipoti. Oppure la divagazione sulle orecchie di Ronnie Fish che non sembrano conchiglie di alabastro…

Ecco qui. Nove Isolani su dieci – mi rendo conto, ma non so troppo bene che cosa farci. Sono stata tirata su così.

E voi? Che cosa vi fa scoppiare a ridere a voce alta in treno – e poi tutti vi guardano male?

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* Onestamente, una delle categorie più bistrattate da scrittori e sceneggiatori…

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Sei, Sette, Otto – Ovvero, Teso Con Finezza

kate morton, the forgotten garden, tecniche narrative, tensioneSto leggendo The Forgotten Garden, di Kate Morton – che è un massiccio librone e un’ottima lettura, ben scritto, con una struttura interessante, personaggi attraenti,  vivide ambientazioni (plurale), misteri e segreti che si svelano lentamente e varie storie interconnesse a molti livelli.

E per una volta, udite udite, si trova anche in traduzione italiana, come Il Giardino dei Segreti, facilmente reperibile su Amazon.it.

Ma questa non è una recensione. Quella semmai verrà dopo, quando l’avrò finito.

Oggi volevo parlare di tecnica, perché Kate Morton è un’autrice sottile, e usa tutta una varietà di maniere per tenere desta la curiosità del lettore, per generare sospensione e per tenere tesa la storia.

Una tecnica che mi piace particolarmente è l’uso dell’interruzione. Si dà l’impressione di fare qualcosa, si monta un qualche grado di tensione e poi, mentre il meccanismo si avvia alla sua conclusione naturale, lo si interrompe con qualcosa di diverso – qualcosa che distrae il lettore, ma lascia aperta la questione originale. E naturalmente la questione originale tornerà in superficie in seguito, e il lettore si batterà la fronte nel vedersi compiere qualcosa che era rimasto sottilmente irrisolto, e mormorerà tra sé: ah, diavoletto di una scrittrice! 

A titolo di esempio, lasciate che vi descriva una scena in cui apparentemente non succede granché.

La piccola Cassandra, una delle tre protagoniste di questa storia, è stata… be’, forse abbandonata non è la parola giusta. La sua bellissima, svagata e risposata madre l’ha lasciata senza cerimonie a casa di una nonna che Cass conosce a malapena. Gliel’ha lasciata per un tempo indefinito. Certo, mamma ha parlato di una settimana, o forse due, ma i precedenti non sono incoraggiantissimi, e Cassandra si sente abbandonata a tutti gli effetti.kate morton, the forgotten garden, il giardino dei segreti, tecniche narrative, tensione

Non aiuta il fatto che tutto ciò sia capitato come un fulmine a ciel sereno, con un bagaglio minimo fatto di nascosto e contrabbandanto nel bagagliaio, e con il pretesto di una visita alla nonna… E per di più, nella fretta di mettere in atto il suo piano, mamma non ha nemmeno messo in valigia lo spazzolino da denti.

A sera, nella sua camera di fortuna, Cassandra se ne sta rannicchiata sotto le coperte, sperando che il temporale lontano non scoppi, e che mamma torni presto. La casa e la via sono silenziose. Si sentono i tuoni in lontananza e, ogni tanto, una macchina sulla strada. A un certo punto, Cassandra fa uno di quei piccoli rituali: se riesce a contare fino a dieci prima che passi un’altra automobile, sarà un segno che tutt è destinato ad aggiustarsi, compreso il temporale e il ritorno di mamma.

Cass comincia a contare. Conta lentamente, non ha intenzione di barare per non compromettere il responso.* Per un paio di paragrafi, seguiamo il conteggio e il batticuore della bambina. Arriviamo a cinque (metà strada e tutto va bene!), a sei, a sette (ci siamo quasi, ci siamo quasi…), a otto…

E a questo punto Cassandra si ricorda di colpo che la sua borsa da viaggio ha delle tasche. Magari mamma non si è dimenticata affatto. Magari lo spazzolino è in una delle tasche.

Dimentica del suo giochino oracolare, Cass balza dal letto e, alla luce dei lampi,** si precipita a frugare nelle tasche della borsa da viaggio, in cerca di quello spazzolino da denti che è diventato così significativo.

Dopodiché la scena vira in un’altra direzione, e la domanda di Cass – si sistemerà tutto? – rimane senza risposta. Sarà un buon segno? si domanda il lettore. La mancata risposta è un sì o un no? In realtà, a questo punto, il lettore può credere di avere già parte della risposta, ma è solo una parte, e può molto darsi che non sia nemmeno la parte giusta.

Risposte più complesse cominciano ad apparire solo molte, molte pagine più tardi, e al punto in cui sono è chiaro che è tutt’altro che finita.

E quindi, ecco qualcosa che si può fare: prendere una tecnica classica per creare tensione, e interrompersi a un passo dal compimento – per far succedere qualcosa d’altro, e ritardare il compimento. Quando la faccenda rispunterà, molte pagine più avanti, quando quella tensione interrotta, se saremo stati bravi, avrà assunto un altro colore e un altro significato, il lettore si batterà la fronte nel vedersi riannodato il filo narrativo irrisolto, e mormorerà tra sé: ah, diavoletto di uno scrittore!

O magari non mormorerà nulla, e non si accorgerà di come funziona il giocattolo – ma lo troverà di grande soddisfazione, e proseguirà avidamente la lettura, in cerca di altre sorprese a orologeria.

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* Incidentalmente, questo pezzettino di caratterizzazione tornerà, in tutt’altra veste e in tutt’altra luce, per un altro personaggio. Come diceva George Eliot a proposito di Daniel Deronda, in questo libro tutto è connesso a tutto il resto.

** Un’altra cosa destinata a riemergere…

grilloleggente · libri, libri e libri

Ad Alta Voce

Mettete un martedì sera in biblioteca.

Una decina di persone, otto libri. Nessun tema in particolare: ciascuno porta un libro che sta leggendo, ha letto, ricorda con piacere, predilige… 

E poi si legge. Dieci minuti a testa. Due parole d’introduzione e qualche pagina. E poi un paio di minuti per le domande – se ci sono.

Poi si passa al prossimo lettore, al prossimo libro.

Una fetta di torta a metà strada non guasta. Noi ieri sera avevamo le rose del deserto. Perché ieri sera abbiamo sperimentato, in un gruppo ristretto, la formula di un’idea per rivitalizzare la biblioteca locale. Ed è andata benissimo. Tra otto libri diversissimi, scelti in base ai criteri più vari, è quasi impossibile non trovare di che incuriosirsi o interessarsi almeno un paio di volte.

E l’idea dell’assaggio di lettura è geniale nella sua semplicità, perché sentire qualcuno che descrive un libro, pur con tutto l’entusiasmo del mondo – e talvolta a causa di tutto l’entusiasmo del mondo – non sarà mai la stessa cosa che assaggiarne un pezzetto.

Per dire, ho deciso che devo leggere Il più grande uomo scimmia del Pleistocene e Zia Mame. E sapete la cosa migliore? Nessuno dei due è proprio il genere di libro che leggo in questo periodo, e avrei potuto ignorarli beatamente entrambi*, e invece ho tanto idea che mi piaceranno.

E chissà, magari a mia volta ho risvegliato in qualcuno l’uzzolo di leggere Lord Jim?

Dopodiché la questione è aperta su una serie di punti: introdurre o non introdurre le letture? Discutere o non discutere? Ma questi sono particolari che definiremo col tempo e con la pratica, e intanto due cose sono certe: otto libri con una piccola pausa sono una scaletta ragionevole, e una cadenza mensile ha l’aria di poter funzionare.

Perché continueremo, oh se continueremo. Intanto a marzo apriamo al pubblico, e stiamo a vedere come funziona – ma nutro speranze. È più agile di un gruppo di lettura, porta a interessanti scoperte e buona conversazione, e le rose del deserto erano ottime. Promettente, no? 

Staremo a vedere. Vi terrò informati.

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* No, d’accordo: di Roy Lewis mi è stato parlato assai bene altrove (you know who you are!), per cui magari ci sarei potuta arrivare anche per altre vie – ma indubbiamente sentir leggere di Griselda che, obliquamente e senza troppo parere, ipotizza l’omicidio del capobranco/suocero mi ha decisa ad agire.

gente che scrive · libri, libri e libri

L’Uomo Di Zenda

anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceDomani, Mesdames et Messieurs, sarebbe il centocinquantesimo compleanno di Anthony Hope.

Centocinquantesimo, sì. Avete letto bene – ma non allarmatevi. E non allarmatevi nemmeno nello scoprire che a luglio cadrà l’ottantesimo anniversario della morte di Hope… Questo è in effetti un anno hopiano quanto è possibile esserlo, ma davvero, non è necessario che vi allarmiate: un pochino di Hope forse ve lo infliggerò, qua e là, ma nulla di paragonabile alle dosi di Dickens che vi siete sorbiti l’anno passato…

Anche perché, a parte tutto il resto, Hope non è Dickens.

Non perché non ci abbia provato, sia chiaro: gentiluomo di famiglia ecclesiastico-accademico-intellettuale, educato a Oxford e avvocato, Hope in vita sua scrisse… boh, una trentina di romanzi, un buon numero di racconti e, da solo o in compagnia, un diluvio di drammi – qualcuno originale, qualcuno adattato dai suoi lavori. E fu anche estremamente celebre su entrambi i lati della Tinozza, ai suoi tempi, e baronetto, e presidente della Society of Authors

E adesso noi lo ricordiamo soltanto per due titoli – anzi no, mi correggo: per un titolo. E mi correggo ancora: ad ovest della Manica la faccenda è diversa, ma qui lo ricordiamo (quando lo ricordiamo affatto) per il film tratto da uno dei suoi libri: Il Prigioniero di Zenda.anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romance

Per alzata di mano: chi ha visto IPdZ, versione 1952, con Stewart Granger, Deborah Kerr e (sigh) James Mason? Andiamo: technicolor abbacinante, uniformi piene di alamari, incoronazioni, duelli, intrighi, salvataggi dell’undicesima ora, algide principesse dai capelli rossi e avventuriere brune… Non è la versione cinematografica migliore, ma di sicuro è la più celebre… davvero non l’avete visto? No? Oh.

Be’, se l’aveste visto, avreste potuto divertirvi alla pittoresca improbabilità e a una certa tendenza a masticare lo scenario e poi, anni più tardi, in una libreria londinese, avreste potuto scoprire con qualche sorpresa che il film è tratto da un libro. Un libro molto divertente, pieno di scambi d’identità e intrighi di corte in un immaginario staterello mitteleuropeo… E dopo averlo letto, avreste scoperto l’esistenza di un seguito dedicato all’affascinante vilain Rupert von Hentzau – e avreste potuto leggere anche quello, sempre in una piccola edizione Penguin, dotata di abbastanza introduzione da scoprire che Sir Anthony Hope, anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceoltre a scrivere eccellenti piccole avventure, aveva creato un genere. Perché c’è un nome per tutto quel che si ambienta in uno staterello immaginario in età contemporanea (ma non solo, o almeno non troppo rigorosamente) – e questo nome è, Mesdames et Messieurs, Ruritanian Romance*.

Per cui, ecco dove risiede l’immortalità di Hope – be’, quella fettina d’immortalità che gli spetta: nella geografia immaginaria che attraversa la narrativa di genere, e di cui Zenda è la capitale, dal (pre-Zenda) Grunewald di Stevenson alla Laurania di Churchill**, dalla Zembla di Nabokov al Graustark di McCutcheon, fino alla Syldavia di Tin Tin e alla Latveria dei Fumetti Marvel, passando per un diluvio di imitazioni, parodie, deviazioni digressioni cinematografiche. Avete presente, che so, Il Ruggito del Topo, in cui la squattrinata Granduchessa Gloriana, interpretata da Peter Sellers, decide di dichiarare guerra agli Stati Uniti, tanto per fare un po’ di cassa? Il Ruritarian Express fa un sacco di fermate – e qualcuna in regioni improbabili.anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romance

Ed essendo praticamente cresciuta in Ruritania senza saperlo***, sento un debito di gratitudine nei confronti di di Sir Anthony, cui dobbiamo il più pittoresco e bel nome che categoria narrativa abbia mai avuto****. È vero, tutto l’armamentario potrebbe anche chiamarsi political fantasy, ma volete mettere?

A questo punto, semmai voleste leggere qualcosa, fate una capatina alla relativa pagina del Project Gutenberg, e ci troverete parecchio – incluso, naturalmente The Prisoner of Zenda. In Inglese, si capisce, ma che volete farci?

E poi vi segnalo questo bizzarro sito chiamato The Ruritanian Resistance, dove si trova un po’ di tutto, comprese vecchie foto di scena, illustrazioni riprodotte e informazioni su qualcuno dei numerosi adattamenti cinematografici.

anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceRoger Lancelyn Green ha scritto – un nonnulla acidamente – che Hope era un dilettante di prima classe, ma un mediocre autore di professione. Mah… sarà – e tuttavia il giudizio mi sa tanto di genre-snobbishness: dubito molto che Hope abbia mai preteso di essere un Sacerdote delle Arti, ma è riuscito a vivere agiatamente della sua scrittura, ha scritto, pubblicato e messo in scena parecchio e con successo, si è lasciato dietro almeno un titolo amatissimo, lettissimo, tradottissimo, imitatissimo, parodiatissimo, sceneggiatissimo e rappresentatissimo, e ha, se non proprio creato, dato forma a un genere. Non so immaginale molte carriere più professionali di così.

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* E adesso, per favore, non levate il sopracciglio: ne abbiamo già parlato, ma “romance” non è sinonimo di “romanzo rosa”. È una questione di pittoresco romanticizzato, non di fiori d’arancio all’ultima pagina.

** Sì, Winston Churchill. No, really.

*** M., magari non te ne ricordi, ma io sì: mi ricordo del pomeriggio di trent’anni fa in cui hai cercato di ribellarti mentre giocavamo con le bambole e io dirottavo l’ennesima trama in una direzione che non sapevo essere quella della Ruritania… Tu hai tentato di ribellarti, ma io avevo un anno di più ed ero prepotente… “Se non vuoi, non occorre che i tuoi personaggi partecipino al colpo di stato,” ho concesso – e siamo andate avanti per la mia strada. A trent’anni di distanza, M., puoi perdonarmi?

**** Be’, poi naturalmente gli dobbiamo Rupert von Hentzau. Che posso dire? Non sono necessariamente vulnerabile al fascino del Cattivo Ragazzo, ma Rupert è un’altra cosa. Rupert è persino entrato a pieno titolo nel Rimembranzese – che è la lingua ufficiale di casa mia: quando qualcuno fa del suo deliberato meglio per essere indisponente, si dice che sta facendo Rupert. “Stop playing Rupert, will you?” E col tempo si è evoluto anche in un verbo: “Piantala di rupertare/rupertarmi”, o… “Stop ruperting (me)!”

grilloleggente · libri, libri e libri

Lord Jim Propinato Ai Fanciulli

lord jim,fabbri,narrativa per ragazzi,joseph conradQuando ho scoperto che c’era questa edizione italiana di Lord Jim in una collana per ragazzi – età consigliata dai dieci anni in su, non ho avuto pace finché non ci ho messo sopra le mani.

Ma come, dieci anni? mi domandavo incredula. Dieci? E me lo domandavo perché, leggendolo per la prima volta alla più matura età di sedici, l’avevo trovato duro. Me ne sono anche innamorata, ed è stata una lettura fondamentale, ma benedetto cielo quanto ci sono stata male. E questi, mi chiedevo, lo propongono agl’implumi decenni?

Sarà abbreviato, mi dicevo, mentre esaminavo gli scaffali della sala-fanciulli alla biblioteca Baratta. Sarà abbreviato, tagliuzzato, sfrondato, sanitizzato… E rabbrividivo un po’, e ci ho anche messo il mio tempo, perché cercavo un libretto alto un dito, due dita – che poteva essere, per farlo leggere ai decenni?

E invece poi l’occhio mi è caduto su un tomo spesso tre dita. Possibile?

Joseph Conrad. Lord Jim. Fabbri – I Delfini. Classici. Da dieci anni.

Sarà stampato in grande, mi son detta, estraendo il libro dallo scaffale. E avrà un sacco di apparato, di note, di…

E invece è stampato a caratteri del tutto normali, e di apparato non c’è nemmeno l’ombra. Non una nota, non un’introduzione, non una prefazione. Ci sono, è vero, la celebre Nota dell’Autore all’edizione 1917 e, in fondo, quattro paginette di postfazione in corsivo, di Antonio Faeti, ma… possibile?

Eppure, così a prima vista, la traduzione di Alessandro Gallone sembrava proprio integrale. Possibile?

Sconcertata anzichenò, me ne sono tornata in zona adulti con il mio ritrovamento, e mi sono messa a leggere. La Nota dell’Autore la conosco pressoché a memoria – e francamente, con la sardonica risposta alle accuse d’implausibilità e la discussione su che cosa sia o non sia morboso, non mi pare nulla che possa attrarre un bambino di dieci anni. Così ho cominciato dalla postfazione di Faeti, l’unica parte di questo volume che potesse davvero essere diretta a un pubblico decenne.

E Faeti apre le danze spiegandoci come, a chi consideri l’avventura semplicistica o diseducativa, si possa rispondere citando il nome di Joseph Conrad, nei cui romanzi “esistenze tormentate e contraddittorie si trascinano entro scenari che sono attraversati da brividi e lambiti da delizie.” Hm. Poi prosegue con le “fangose stradine dell’abiezione”, i “porti ove si compiono nequizie” e ci promette un “tortuoso, affascinante percorso” in un racconto che “si frammenta, si colloca nell’oralità appassionata di Marlow, si nutre di tracce, si specifica secondo linee molto intricate.” Dite la verità: se aveste dieci anni, non vedreste l’ora, vero? Per fortuna è una postfazione…

E a dire il vero, qualche obiezione alla postfazione ce l’ho anche da adulta, per la patina di politically correct e per una certa confusa altisonanza*, ma in tutta probabilità si tratta di peeves personali. Forse la postfazione non avrebbe poi troppo di male, se non fosse affissa, come unico scampolo di apparato, a un’edizione per ragazzini…

Ma il fatto è che ho serie obiezioni a tutta l’operazione, compresa la traduzione di Alessandro Gallone. Confesso di non averne letto granché, ma aprire a pagina 568 in cerca del finale, e scoprire che Doramin spara e colpisce “in pieno petto il figlio dell’amico morto”, non me ne ha fatto concepire un’opinione straordinariamente elevata. Magari questa non è colpa di Gallone, magari è un altro dei (non infrequentissimi) errori di stumpa, ma resta il fatto che Jim è l’amico del figlio morto di Doramin – not the other way round.

D’altronde, non credo che molti dieci- undici- o dodicenni arriveranno a pagina 568, quelli che ci arriveranno saranno troppo confusi e annoiati per preoccuparsi davvero di chi sia figlio o amico di chi. Confusi e annoiati, perché Marlow narra nella meno lineare delle maniere, divaga, considera, specula e rimugina e rimescola le carte in continuazione. Perché il linguaggio è una rete di complessità stratificate. Perché l’amarezza disperata della storia Perché l’avventura vera e propria, quella di Patusan, arriva dopo trecento pagine di tormenti, inchieste, divagazioni sulla natura umana, nottate di attesa, ripensamenti e dubbi. Perché, sperabilmente, pochi bambini sanno identificarsi con questo rimorso angoscioso e questa ossessione di riscatto – per non parlare dell’amarissimo finale. 

E allora, che avrebbe dovuto fare Fabbri? Abbreviare, tagliuzzare, sfrondare, sanitizzare? Perish the thought. Quanta gente conoscete che, venti, trenta, quarant’anni dopo avere letto un adattamento siffatto, è ancora convinta di avere letto il libro in questione? Quante volte avete concepito un’avversione per un autore sulla base di un adattamento siffatto?

Perché, credo, ci si deve arrendere all’idea che ci sono libri del tutto inadatti ai bambini – anche se sono classici, anche se ci sono le navi e la jungla e i pirati. Volendo far leggere Lord Jim a un implume preadolescente, le possibilità sono due soltanto: propinargli una versione annacquata e predigerita, spogliata dell’angoscia e della vertiginosa complessità narrativa, oppure accollargli un’infelicità di noia e incomprensione. Nel primo caso si perderà tutta la bellezza del romanzo (o, quanto meno, la possibilità di trovarci della bellezza), e nel secondo è estremamente probabile che concepisca un’avversione per il libro e per il suo autore. Nella peggiore delle ipotesi, con l’aiuto della prefazione, potrebbe persino giungere alla conclusione che, quando è ricca, complessa e profonda, l’avventura sia pallosissima. E non so a voi, ma a me pare che nulla di tutto ciò prometta bene per il futuro di lettore del fanciullo.

E allora, che avrebbe dovuto fare Fabbri con LJ? If you ask me, assolutamente nulla. Avrebbe dovuto lasciare che i bambini crescessero con Salgari, e conservare Conrad per gli adulti – o almeno per gli adolescenti – equipaggiati per apprezzare una storia così intensa, desolata e complessa.

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* Non conoscessi bene la trama, dalla postfazione mi farei l’idea che qualcuno chiami Jim con la versione inglese ed eponima del suo aristocratico sobriquet prima di Patusan – mentre la faccenda è significativamente diversa.