considerazioni sparse · pennivendolerie

Battaglia Navale

Questa bella foto è opera di Claudio Gobbetti, e ritrae l’affondamento della flotta viscontea a Governolo nel giorno di S.Agostino del 1398 – ricostruito per il son-et-lumière “La Notabile Fabbrica”: i Viscontei andarono all’assalto del borgo fortificato di Governolo, lungo il fiume Mincio, nell’intenzione di muovere su Mantova, ma – come racconta l’ingegnere seicentesco Gabriele Bertazzolo, “i difensori mandando loro addosso le acque per mezzo della Chiusa, gli affogarono quasi tutti nelle fosse, e la maggior parte de’ principali soldati e capitani […] Ed alla fine il Visconti vi perdé si può dire tutto l’esercito, con 34 pezzi di bombarde, forse 50 galeoni, ed altre barche armate, con tutti i i padiglioni, baliste, catapulte, carriaggi, vettovaglie, ed altri armamenti di guerra, con tanti migliaia d’uomini e soldati a piedi ed a cavallo, poiché anche quelli, che si trovarono in luoghi, ove non arrivarono le acque, furono presi e morti.W%20-%20DSC04511b.jpg

 

Lo spettacolo (di cui ho curato testi e regia) è andato in scena nell’estate del 2008, per celebrare l’inaugurazione del restaurato Manufatto del Bertazzolo-Pitentino.

grillopensante · pennivendolerie · scrittura

Arte & Mestiere

Più o meno sapevo che questo post avrebbe avviato un principio di dibattito, perché l’argomento tocca corde tese (molto tese) tra l’immaginario collettivo e la cruda realtà, o almeno una certa percezione della cruda realtà.

L’idea generale sembra essere che la scrittura consista nell’aprire il proprio cuore e versare il contenuto sulla carta. Messy, se lo chiedete a me, e del tutto irrealistico, ma profondamente radicato. Per contro, il concetto che scrivere sia un mestiere che s’impara, che ha i suoi principi, le sue teorie, le sue astuzie, le sue tecniche e i suoi strumenti, fa inorridire molta gente. Addirittura, come si evince dai commenti a questo post altrui, l’uso di strategie viene visto come qualcosa di sleale o disonesto.

Credo che sia necessario fare una distinzione: da un lato c’è la tecnica della scrittura propriamente detta, dall’altro c’è il mercato editoriale.

La tecnica è la cosa che, quando abbiamo sedici anni e riempiamo vecchie agende di racconti scritti a biro, ci fa rabbrividire. Non c’è da stupirsi visto che viviamo in una temperie culturale istericamente ansiosa di porre tutta l’enfasi possibile su spontaneità, istinto, ispirazione e natura. Poi qualcuno dovrebbe prendersi la briga di spiegarci, mentre cresciamo, che spontaneità, istinto, ispirazione e natura da soli non bastano. Nemmeno il talento basta, se vogliamo perché, come l’elettricità, se non è incanalato, disciplinato e convogliato attraverso i giusti strumenti, non accenderà mai nessuna lampadina. Qui, badate bene, non stiamo parlando di genio, che segue regole tutte sue e non è classificabile. Parliamo invece di una combinazione di attitudine, gusto e immaginazione, che deve essere educata e disciplinata. Disciplina, altro tabù culturale: guai a dire che la pratica dell’arte richiede disciplina… o meglio, questo non è del tutto vero. E’ generalmente accettato che eseguire lavori altrui richieda applicazione e fatica. Tutti si aspettano grandi quantità di pratica e di sforzo da una ballerina classica o da un pianista, ma quando dall’esecuzione si passa alla creazione, ecco che torna alla ribalta l’immagine dell’artista libero, spontaneo e spettinato che lavora febbrilmente sotto la spinta irresistibile dell’ispirazione. Ebbene, sorpresa: l’immagine è carina, ma fasulla. Narrare una storia è una questione di logica, di causa ed effetto, di conseguenze e di estrema consapevolezza. Narrarla bene, poi, richiede di saper calcolare con accettabile precisione l’effetto di ogni singola parola, figura retorica e frase. E questi sono strumenti che s’imparano. S’imparano leggendo molto, provando a riprodurre, sperimentando strade nuove, leggendo ancora, studiando, scrivendo e riscrivendo, rileggendo ad alta voce, leggendo ancora un po’ studiando ancora di più… E’ il lavoro di una vita, se si fa sul serio. Ma, così come c’è differenza tra chi strimpella il pianoforte per il proprio piacere e chi si esibisce come concertista, allo stesso modo c’è differenza – una differenza nettissima – tra l’impegno richiesto a chi scrive per sé e chi pubblica.

E questo ci porta al mercato. Il mercato è molto, molto competitivo. Il mercato dovrebbe fornire una forma di selezione naturale. Il mercato non sempre funziona come dovrebbe, almeno non dappertutto e non a tutti i livelli. Il mercato non è una sudicia invenzione dei nostri tempi barbari e globalizzati – il mercato è sempre stato recipiente e stimolatore dell’arte, fin dalla prima occasione in cui qualcuno è stato pagato per una creazione artistica. Provate a contare quanti Caravaggio sono stati dipinti su commissione, e quanti perché il pittore si era svegliato in preda una piena alluvionale di spontaneità, istinto, ispirazione e natura.  Ma non divaghiamo e torniamo alla scrittura. Il mercato essendo quello che è, gli scrittori sviluppano strategie che integrano nella scrittura forme, diciamo così, di marketing. I Tre Ganci sono una di queste strategie, e il loro scopo non è quello di costringere con l’inganno l’ignaro lettore-pastorello a spendere i suoi sudati quattrinelli una porcheriola rilegata in brossura, ma di catturare l’attenzione di un potenziale acquirente bombardato da un’enorme quantità di offerte. L’onestà in scrittura è questione dai molteplici livelli, perché se non mi piacesse essere condotta in tondo per un po’, non leggerei romanzi, ma mi aspetto di essere condotta in tondo con finezza, grazie. Tuttavia, è onesto offrire sempre la migliore scrittura che si è in grado di produrre, in termini di struttura e di stile. Ciò detto, però, l’attenzione del lettore va guadagnata e mantenuta. Catturare il lettore, trascinarlo dentro la mia storia, tenercelo fino alla fine e lasciarlo andare desideroso di averne ancora, non è disonesto: è il mio mestiere. Cosa mi fa presumere che il mio stile, per quanto mi sforzi, sia così superiore a quello di chiunque altro da darmi l’incondizionata attenzione del lettore senza nessuno sforzo? Beata ingenuità, direi, e forse un soffio di presunzione.

Insomma, nel momento in cui decido di pubblicare una storia, essa assume una sua forma di vita indipendente da me. Dal punto di vista di questa vita, quanta gente legge la mia storia, quanta gente la legge fino in fondo, quanta gente la apprezza davvero, non sono questioni irrilevanti: sono rilevantissimi numeri che il mio libro dovrà contendere ad altri libri a colpi di molti tipi di superiorità e di appeal. E dunque, se voglio mandarlo Là Fuori, devo anche equipaggiarlo per la lotta.

pennivendolerie

Epistolario MetaDickensiano Mignon

Ed ecco Nebbia, Pioggia, Tempeste & Aria Fresca (completo di un naufragio e un interludio svizzero) – Premio Speciale della Giuria a Stagionalia 2010.

Caro Mr. Dickens,

il mio amico Steerforth mi ha consigliato di scriverLe. Dice che, essendo il nostro Autore, Lei può far succedere le cose. Sarebbe di troppo disturbo per Lei farmi tornare a casa con la Mamma? Non è che non mi trovi bene a Salem House (anche se piove sempre, non tutti i maestri sono gentili, e il preside mi fa portare sulla schiena un cartello che dice “Attenti, morde!”), ma…

Il resto della storia è qui

Buona lettura!

pennivendolerie

Premio Speciale della Giuria

La scena è stata un tantino surreale:

– Allora viene alla premiazione, domenica?

– No, sono a Cuneo…

– ??

– A un battesimo…

– !!??

– Il battesimo del mio figlioccio… voglio dire: sono la madrina, non posso proprio manc…

– E non può almeno mandare qualcuno a ritirare il premio?

– Premio? Quale premio? Ho vinto un premio?

Er… ricordate il Premio Stagionalia?

Ebbene, la notizia era andata smarrita ad opera delle Poste e Telegrafi, ma pare che il mio raccontino meta-dickensiano Nebbia, Pioggia, Tempeste & Aria Fresca (completo di un naufragio e di un interludio svizzero) abbia ricevuto il Premio Speciale della Giuria.

Eugé! (O forse Eugè? Non mi ricordo mai…)

Premiazione Domenica 25 Aprile, ore 16.00, a Villa Schiavi – Sermide (MN). E magari, dalla prossima edizione, ai vincitori una raccomandata.

pennivendolerie

Il mio nuovo sito

A quanto pare, dopo tutto, ce l’ho fatta!

Il mio nuovo sito è online, qui.

Ci sono dei colori inattesi, delle  informazioni sulla sottoscritta, su libri, romanzi, racconti, teatro, progetti vari, sulla mia attività di editor e un certo numero di altre cose. E c’è un pizzico di nonsense, anche… Non so come troverete i bottoni, ma non mi sono tenuta. Qualcuno ha presente le fontane del Mirabell Garten a Salisburgo? Ecco, una cosa così.

Sappiatemi dire che cosa ve ne pare, volete?

pennivendolerie

Qualcosa di Contemporaneo

van-eyck-ritratto-di-giovanni-arnolfini-con-la-mogliea.jpgHo presentato il libro tre volte in cinque giorni.

No, veramente stasera non si parlava solo del Somnium, ma di tutti e tre i miei libri, il che è stato divertente: erano secoli che non tiravo in ballo Strada Nuova o Lo Specchio. Ho persino riesumato le diapositive del Ritratto Arnolfini per la bisogna, e c’erano gli Histriones a farmi il reading. Mi è piaciuto.

Comunque la costante, la domanda che tutte le volte arriva, anche se non sempre in pubblico, è: perché non provi a cimentarti con qualcosa di contemporaneo? E quando ho l’aria di implicare che ciò avvenga solo in occasione delle presentazioni, sto dando un’impressione fasulla. Ho perso il conto delle persone che leggono qualcosa di mio e poi mi dicono che dovrei scrivere qualcosa di contemporaneo…

E il bello è che, per lo più, lo dicono come se fosse un complimento.

Come se scrivere historicals fosse una specie di ripiego, un genere minore, una specie di apprendistato dal quale, prima o poi, mi dovrò pur emancipare. Oh, che bel libro! Adesso sei pronta, bambina: puoi passare a scrivere cose serie.

 Ed è perfettamente inutile dire che sto già scrivendo quello che voglio scrivere, grazie. Che la gente più contemporanea che ho scritto (i venti lettori de Gl’Insorti di Strada Nuova), è stata una faccenda faticosa e di limitata soddisfazione. Non perché i venti lettori siano venuti male, ma perché non mi è piaciuto granché scriverli.

In fondo, c’è un motivo se mi occupo di storia. Più di un motivo, a dire la verità: l’inafferrabilità degli eventi passati, il fascino di quello che non sappiamo più, il modo in cui, per gradi e per strati, si formano leggende e luoghi comuni -e letteratura, – l’evolversi della lingua e dei linguaggi, il sovrapporsi e contraddirsi dei punti di vista, le menzogne che durano secoli, la tensione fra resa antiquaria e reinterpretazione… flora e fauna che si coltivano assai meglio nei romanzi storici, con l’occasionale scampagnata in terreno metaletterario.

Quindi, mi sembra di avere le idee abbastanza chiare su quello che faccio e sul perché lo faccio… ma no: perché non scrivo nulla di contemporaneo? Non saprei… perché non mi viene bene? Perché non ho granché da dire in materia? Perché ci sono altre cose che so fare meglio? Perché non m’interessa terribilmente? E sia chiaro: non sono mai contraria a sperimentare generi nuovi, ma appunto: sperimentare. Buttare giù qualche pagina per provare un punto di vista, una tecnica, una voce, un soggetto. Esercitarmi. Vedere come funziona. Ma questo è un altro conto, e non è quel che intendono le anime benintenzionate secondo cui dovrei scrivere qualcosa di contemporaneo.

Non dico che non lo farò mai, perché si cambia. Magari verrà il giorno in cui vorrò provarci, per un motivo o per l’altro, ma per il momento va benissimo così, grazie.

Niente di contemporaneo. O il meno possibile. E senza zucchero.

 

grillopensante · pennivendolerie · Somnium Hannibalis

Didattica – Teatro 0-0

L’ennesima richiesta richiesta di modifiche al testo da parte degli Histriones è degenerata in weekend (lungo) di massiccia riscrittura. Confesso di avere dormito assai poco, da giovedì a questa parte.

E’ andata a finire che ci eravamo lasciati con una pièce funzionale, molto didattica e rigorosamente cronologica, e la notte scorsa alle quattro meno venti ho spedito alla compagnia un testo alquanto modificato: niente più elefanti, niente più Alpi, niente più Capua, niente più Taranto, niente più veterani numidi e colonne d’oro… Il tutto asciugato a una domanda (perché Annibale non ha preso Roma dopo la battaglia di Canne?) e a una risposta che non è storica, ma è poetica.

Stasera, alle prove, sono arrivata in ritardo apposta, e ho trovato gli Histriones schierati attorno al tavolo, che rimuginavano sul testo nuovo e, palesemente, nutrivano propositi omicidi. Be’, la regista no: la regista è entusiasta. Dice che adesso è teatro. Il committente (sì, c’è un committente) non è felice. Dice che sarà anche teatro, ma non è più un’esperienza didattica. Gli attori sono divisi: per lo più preferiscono la stesura nuova, ma mi odiano un pochino perché credevano di dover studiare qualche modifica, non un testo nuovo…

Ora, io so benissimo che il committente ha ragione. Il progetto contemplava fin dal principio una fruizione scolastica, e quindi richiedeva una narrazione della storia di Annibale che fosse cronologica e di facile comprensione. Lo so bene, e lo sapevo anche mentre scrivevo la mia nuova stesura. Lo sapevo al punto che, negli intervalli ho anche preparato le modifiche che mi erano state richieste sulla versione vecchia.

Diciamocelo: la stesura nuova è stata una piccola follia, fatta perché è più bella, perché è come l’avrei voluta dall’inizio. E fatta anche per dimostrare che non era colpa mia se la versione originaria suonava come una versione dal Latino. Se in quaranta minuti devo comprimere una dozzina di scene cum voce narrante, è ovvio che non posso ambire a vette di profondità e scavo psicologico, ma non mi sentivo molto creduta. E allora ho fatto questa cosa con meno scene, meno gente, meno proiezioni alle spalle, meno orpelli in generale, e più Annibale.

Ora non so come andrà a finire: ci siamo lasciati discutendo, e il committente deve interpellare altra gente coinvolta nel progetto, e comunque c’è sempre la versione modificata. Però… Suono molto perfida se dico che sono contenta di avere scritto la nuova stesura, di avere gettato nel panico la compagnia e il committente? Forse non se ne farà nulla, ma ho visto molte occhiate concupiscenti piovere sulla mia stesura scritta di notte. Quella non didattica, quella teatrale. Quella bella.

 

pennivendolerie · Somnium Hannibalis

A Scuola

E così apprendo, per vie traverse ed inattese, che in un Liceo locale un’insegnante di lettere ha citato me e il mio Somnium come esempio di caratterizzazione letteraria di Annibale che si discosta parzialmente da Livio per abbracciare altre fonti…

Il mio libro. A scuola. E, mi par di capire, in termini non particolarmente denigratori. Posso dire che la cosa mi lusinga ed elettrizza enormemente?