Ossessioni · scribblemania · Somnium Hannibalis · teatro

Annibale, Di Nuovo?

“Non ti andrebbe di riscrivere un po’ il Somnium?” mi domanda allegramente G.-La-Regista.

Me lo domanda così, come se niente fosse, mentre camminiamo sotto la neve dopo che ho fatto una visita a sorpresa alla compagnia.

“Perché sai, ho ripreso in mano il romanzo proprio ieri pomeriggio, e anche solo spulciando qua e là ci ho ritrovato tante cose che mi piacciono da matti, e che sono rimaste fuori dalla versione teatrale… Adesso che non abbiamo più il problema delle scuole e il limite di tempo, perché non lo riprendi in mano?”

E io non so se G. abbia ben chiaro che razza di bomba abbia sganciato, perché…

Ma cominciamo dall’inizio – e poi no, nemmeno quello. Cominciamo di lato.

Se avete mai presentato un libro, o se avete mai avuto la ventura di lasciarvi scappare che scrivete, odds are che qualcuno prima o poi vi abbia chiesto quanto impiegate a scrivere un libro. Quanto meno, a me capita tutto il tempo, e rispondere a proposito del Somnium Hannibalis può essere divertente o imbarazzante, a seconda dell’interlocutore. Perché l’ineludibile verità è che a scrivere SH ho impiegato più o meno vent’anni.

E adesso sì che cominciamo dall’inizio, e dalla Clarina sedicenne che, dopo avere divorato tutto il G.B. Shaw della ben fornita libreria di casa, decide di provarci e scrive a matita su fogli gialli a quadretti… Annibale – dramma storico in un prologo, tre atti e un epilogo.

Sì, davvero. E no, non ridete. Oppure ridete pure – a distanza di vent’anni e rotti ci rido anch’io, e all’epoca mio padre non finiva di divertircisi. Io però lo prendevo molto sul serio. E lo finii, sapete? Fu la prima cosa più lunga di un raccontino che finii sul serio.

Che dire? Se davvero l’imitazione è la forma più sincera di adulazione, lo spirito di Shaw aveva di che sentirsi molto lusingato. E da qualche parte devo averli ancora, i foglietti gialli a quadretti con il mio primo dramma scritto a matita. Quel che ricordo con vera felicità di quella stesura è che ero capace di lavoraci, in piena concentrazione, nel bel mezzo di qualsiasi grado di casino. E adesso smetto di sdilinquirmici, ma abbiate pazienza: è un bel ricordo.

Poi, in sporadici e successivi sussulti di buon senso, eliminai l’epilogo. E poi il prologo. E poi un atto. E poi un altro. Arrivando a Pavia da matricoletta, mi portai dietro un atto unico. Ed era ancora un atto unico quando partii per Cardiff – solo che era stato trascritto su foglietti azzurri. Sempre a quadretti. E si svolgeva tutto la sera dopo la battaglia di Canne.

Maarbale, e la vittoria, e nimini dii nimirum dederunt, e perché diavolo dopo Canne non aveva attaccato Roma? Perché il punto era quello: sapevo bene che c’erano tutte le buone e solide ragioni strategiche del mondo per non cacciarsi ad assediare una città murata in territorio ostile, eppure l’idea che la tentazione dovesse pur essersi presentata, e poi nulla, mi dava i brividini alla schiena.

Avete presente quando sapete, proprio sapete con assoluta certezza di avere una buona idea per le mani – solo che sappiate darle la forma giusta? Ecco, così. Peccato che la forma giusta continuasse a sfuggirmi. Ho perso il conto delle stesure di quell’atto unico. Ho anche quelle, da qualche parte. Foglietti azzurri in una copertina ad anelli azzurra, pieni di cancellature e correzioni. Sapevo quel che volevo, solo che non riuscivo a dargli la forma che avevo in mente.

E immaginatevi gli anni che passano, le stagioni che si succedono e la Clarina che, tra Cardiff, Pavia, la Vandea e Londra, decide che forse dopo tutto la sua strada non è il teatro, ma il romanzo storico. Fast forward un certo numero di anni, mentre scrivo tutt’altro, eppure, eppure… Annibale resta sempre lì, tra le quinte, in attesa che mi decida a farne qualcosa.

Ma in realtà nel frattempo è diventato difficile. Non che sia mai terribilmente facile, ma Annibale è peggio della media. Se non fosse buffo, direi quasi che non riesco ad essere debitamente lucida…

Finché, dopo due volumi di Vandea e il Rinascimento mantovano, dopo la Francia seicentesca e Costantinopoli moribonda, ecco che arriva la folgorazione: Annibale, sì, ma in forma di romanzo. E comincio a strologarci su, e prendo… come chiamarla? Una deviazione? Immagino di sì. Una consistente deviazione: un metaromanzo su… er, gente che non scrive su Annibale. 

I know, I know... Eppure anche quello aiuta. Mentre scrivo di gente che esplora l’idea da vari punti di vista e poi rinuncia per un motivo o per l’altro, in qualche modo mi convinco. Prima di tutto, mi convinco a leggere e studiare di più in proposito, perché a teatro non c’è davvero bisogno di ricostruire minutamente un mondo – basta suggerirlo – ma un romanzo è un’altra faccenda. 

E così si legge in abbondanza e in varie lingue, ci si documenta e si strologa, e si scoprono varie cose. Come la vecchiaia passata presso Re Antioco, ospite di lusso, pericoloso e inascoltato. O come il probabilmente apocrifo episodio del giavellotto scagliato dentro le mura prima di allontanarsi per sempre da Roma… Apocrifo finché si vuole, ma indicibilmente bello.

E allora…

Ma no, che diavolo. È tardi, devo precipitarmi al seggio, da brava piccola segretaria. Mi perdonate se per oggi mi fermo qui?

Ci sarà una seconda puntata di questa storia: giungerà la nostra eroina alla conclusione di riscrivere il Somnium? Staremo a vedere. 

Staremo a vedere tutti, credetemi…

scribblemania

Piccolo Bollettino Notturno

E no, non è che 213 parole siano un gran progresso, ma:

I. Sono le prime duecentotredici parole da qualche giorno a questa parte, per cui è tutta glassa. E poi…

II. Erano duecentotredici parole piuttosto intense. Credo che trovandosi in un posto buio e freddo, e con la prospettiva di restarci più o meno indefinitamente, per il calore del fuoco si possa avere una nostalgia davvero feroce, don’t you think?

E, a parte questo, qualcosa- qualcosa è sul punto di succedere…

scribblemania

PBN

E vogliamo parlare degli incantevoli momenti in cui, dopo avere deciso che per stasera avete finito, e state facendo tutt’altro, e vi siete convinti a non pensarci più fino a domani mattina, la soluzione vi si presenta alla mente, con l’improvvisa e illuminante qualità di una folgorazione?

Oh, una piccola folgorazione, e anche la soluzione è solo una soluzione, non la Soluzione – ma nondimeno, un attimo fa non eravate poi troppo convinti della chiusura di questa scena e non avevate le idee troppo chiare sulla scena successiva, e all’improvviso ecco che avete chiusura, transizione e direzione per la scena successiva, confezionate in un unico pacco regalo, con tanto di nastro rosso. Be’ magari grigio, nelle circostanze. Con tanto di nastro grigio.

Son soddisfazioni.

scribblemania

PBN

Milletrecento parole e qualcosa.

Fantasmi, questa volta e finalmente. E con tanto di piccola folgorazione. Se fosse una partita di ramino, direi che ho cambiato gioco.

Cambiato voce. Ripristinato una voce. Whatever, ma funziona, funziona, funziona.

E per una volta vado a dormire così presto che non sembro nemmeno io, ma lasciate che ve lo dica: non sono del tutto insoddisfatta.

scribblemania · teatro

PBD

Mi piacerebbe dire che, approfittando dell’influenza, scrivo, scrivo, scrivo…

Mi piacerebbe molto dirlo, ma mentirei.

Mal di testa, doloretti, queasiness generale… non è la situazione migliore per fissare uno schermo con un minimo grado di concentrazione.

Per cui, tutto quel che ho fatto è stato finir di lucidare un po’ Alta Diplomazia.

Che devo dire? Passerà.

scribblemania · teatro

PBN

Uh, d’accordo: rapida divagazione non ectoplasmatica per una rapidissima revisione ad Alta Diplomazia – altro atto unico su richiesta.

Rivisto 12mila e rotte parole in una sera. Se è procrastinazione, almeno è una forma produttiva.

Ma con questo domani dovrei finire, e poi son fantasmi, giuro.

scribblemania · teatro

PBN

Gioite con me: Happy Ends, il mio atto unico meta-shakespeariano, è finito, finito, finito.

Ho scritto SIPARIO (sette meravigliose lettere!) in fondo all’ultima stesura.

Domani dò un’ultima lucidatina alla formattazione, e poi HE parte per altri lidi.

teatro, happy ends