teatro

Mito e Psiche: Chorus!

ChorusCoro, stasera.

Quella gente che se ne sta a margine dell’azione – o nel mezzo. Che vede, osserva, commenta, chiede, racconta, inorridisce… O che sghignazza e provoca nella commedia (come le mie predilettissime Rane – brekekekex koàx koàx!) ma, di qualunque colore e predisposizione sia, fa da tramite tra noi spettatori e ciò che accade in scena – o, parlandosi di ciò di cui parliamo, fuori scena.

Coro tragico, stasera. Coro euripideo: le Troiane travolte dal sangue e dal fuoco in cui è crollato il loro mondo, in attesa che il loro lutto collettivo si sgrani in destini individuali di esilio e schiavitù – e, in qualche caso, altro sangue. Qui il coro non è un osservatore: può non aver combattuto, ma era nella città messa a ferro e fuoco, e ne è stato travolto nel meno fisico e più profondo dei modi. Questo coro di superstiti, di vedove, di madri orbate, di orfane e sorelle, è un’incarnazione del lutto universale. Ciò che la storia, la guerra e l’epica si lasciano dietro.

Meno mito, a ben vedere, e più umanità: fidiamoci di Euripide, per questo genere di cose…

attese2E a questo lamento postapocalittico, Mario Zolin accosta e contrappone la quiete sospesa de Il Marinaio di Pessoa.  Una veglia funebre, un sovrapporsi quieto di voci femminili, l’attesa piccola dell’alba e l’attesa indefinita che ha gli echi di un sogno – e, fuori, il mare per confine.

È un gioco raffinato di specchi e di scatole cinesi, di paure speculari, di attese di tutto e nulla, di passato distrutto e futuro indefinito… e tutto è vissuto in coro: da un lato il coro dolorosamente compatto dell’antico Euripide, fuso insieme come le figure di un fregio; dall’altro il coro sciolto del moderno Pessoa, come una manciata di candele accese in una stanza.

A sipario chiuso, poi, la dottoressa Valentina Melli e il dottor Luciano Negrisoli scaveranno con noi quei temi di coscienza e individualità che sono cambiati così tanto e così poco negli ultimi venticinque secoli o giù di lì.

Al solito – e davvero: venite presto, perché il Teatrino si riempie al volo!

grillopensante · teatro

Mito e Psiche: Edipo

E dopo Medea, Edipo.

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Dopo una storia terribile di madri, è la volta di una storia di padri – e di figli. Non meno forte – ma molto diversa.

FireCi sono tragedie che si consumano in un giorno, e altre che invece bruciano lentamente attraverso i decenni e le generazioni. Storie di segreti lentamente rivelati, di menzogne che si scavano lentamente una via verso la luce, di crimini inconsapevoli, di ragione sopraffatta… e sopra tutto il destino e gli dei: può l’uomo sottrarsi, disobbedire, tracciarsi da sé una strada diversa?

Edipo e i suoi ci provano, cercano il modo di aggirare oracoli e maledizioni… Non finisce bene. Non poteva finir bene, una storia così, venticinque secoli orsono – quando gli dei erano vendicativi e il fato irrevocabile, e la ribellione umana prendeva il nome di hybris, combinazione di orgoglio, tracotanza e disobbedienza originaria. Curse

E la prima colpa non è nemmeno quella di Edipo, a ben pensarci. Edipo nasce già maledetto, a causa delle intemperanze di suo padre Laio – che prima si guadagna una maledizione che coinvolge la prole ipotetica, poi sfida gli dei in proposito e poi crede di uscirne con un altro delitto… Avete presente Stevenson, e le storie che iniziano a finir male dalla prima pagina? Ebbene, Edipo inizia a finir male prim’ancora di cominciare – e poi peggiora: parricidio, incesto, fratricidio, stupro, infanticidio, blasfemia, disobbedienza, ribellione… Non c’è legge umana, divina o morale che Edipo e famiglia non infrangano…

Untitled 5Questo mito crudele non poteva sfuggire all’attenzione dei tragediografi, vi pare? E infatti ne scrissero tutti. Eschilo, Sofocle ed Euripide dedicarono una trilogia ciascuno al cosiddetto Ciclo Tebano – solo che non tutto è rimasto. E di quel che abbiamo, ho scelto di fare un collage, una sorta di caleidoscopio tragico, prendendo dall’Edipo Re e dall’Edipo a Colono di Sofocle, dai Sette Contro Tebe di Eschilo, dalle Fenicie di Euripide, da quel che si sa delle tragedie perdute… Il risultato è un succedersi di maledizioni e colpe, orgoglio sfrenato, inganni e vendette e conflitti generazionali che non inizia né finisce con Edipo. La stessa vena di orgoglio, violenza, superbia e irriducibile caparbietà si riconosce in Laio, Edipo e Polinice – ereditata col sangue di padre in figlio, in una simbolica genealogia di ferocia che si snoda sotto gli occhi inorriditi del coro.

A dar vita e voce a tutto ciò saranno Diego Fusari, Nicholas Ghion, Alessandra Mattioli, Loredana Sartorello e Adolfo Vaini, con le musiche originali di Nicola Martinelli e le luci di Giorgio Codognola. E dopo la lettura, il dottor Alberto Romitti, di Freudiana Libera Associazione, analizzerà quei tormenti, impulsi e paure che, da quest’antichissima saga familiare, sono giunti a noi attraverso i millenni.

Che ne dite, vi aspettiamo questa sera al Teatrino? La serata inizia alle 21 – ma vi consiglio vivamente di arrivare per tempo, perché i posti non sono tantissimi e si riempiono presto. L’ingresso è gratuito senza prenotazione.

A stasera – a caccia di quelle cose che non cambiano troppo attraverso i secoli…

 

 

il Palcoscenico di Carta · teatro

E Stavolta, Pirandello

LocSmallMaggio torna e il PdC rimena…

Yes, well – I know, ma non mi sono trattenuta. E comunque è del tutto vero: torna il Palcoscenico di Carta, e questa volta festeggiamo il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Pirandello.

Dal 2 al 16 maggio, alla libreria IBS+Libraccio di Via Verdi a Mantova, leggeremo I Giganti della Montagna, dramma incompiuto a cavallo tra fiaba e teatro nel teatro…

Per il PdC è un altro esperimento: per la prima volta ci avventuriamo  fuori dal repertorio elisabettiano – come d’altra parte ci eravamo sempre ripromessi di fare. Una volta di più, ci saranno gli attori dell’Accademia Campogalliani e quelli di Hic Sunt Histriones, e un’abbondanza di parti, grandi e piccole, per chiunque voglia lanciarsi e leggere con noi.15193449_1104584129658135_891963327258587953_n

Perché questa è l’idea del PdC: leggere teatro ad alta voce, in gruppo, sperimentando in modo diverso testi che non si vedono tutti i giorni…

Volete provare? E allora iscrivetevi usando il form che trovate a questo link. Vi assegneremo una parte e vi manderemo il testo. Se invece volte ascoltare (e magari decidere di provare la prossima volta, perché le parti vengono riassegnate a ogni lettura), dovete solo raggiungerci in libreria – martedì 2, 9 e 16 maggio, appena prima delle 18.

teatro

Fantasmi e Spiriti

E ci siamo: venerdì 7 aprile debutta al Teatrino d’Arco il nuovo Fantasma di Canterville dell’Accademia Campogalliani*.

Il Fantasma Tormentato che si aggira per l’Antica Magione nella Campagna Inglese è un classico tra i classici, giusto? Ma che succede quando lo spettro, con le sue catene rugginose e macchie di sangue, si scontra con l’indomito (e più che un pochino stolido) positivismo americano?

Venite a scoprire che cosa ne pensa Oscar Wilde – adattato e tradotto per le scene dalla vostra affezionatissima:

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Le date sono il 7, 8, 9, 21, 22 e 23 di aprile – un breve giro di repliche – ma Sir Simon, l’irrepressibile famiglia Otis e lo staff molto gotico di Canterville Chase torneranno quest’estate al Parco delle Bertone e poi di nuovo nella stagione 2017-2018.

Prenotazioni dal mercoledì al sabato, tra le 17 e le 18.30, al numero 0376 325363, oppure via mail all’indirizzo biglietteria@teatro-campogallian.it.

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IMG-20170318-WA0001Oh – e per restare in tema di spiriti, questa sera c’è Inchiostro & Vino.

“I popoli del Mediterraneo cominciarono a uscire dalla barbarie con la coltivazione dell’ulivo e della vite,” diceva Tucidide – e diceva molto sul serio. Basta vedere quanto e come scrive di vino Omero. E basta pensare che Roma consumava 180 milioni di litri di vino l’anno – senza contare gli schiavi…

Ne parliamo questa sera all’Enoteca di Porto Catena.

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* Cui, tra l’altro, vanno i complimenti per il recentissimo Premio Maschera d’Oro a Vicenza…

il Palcoscenico di Carta · Shakespeare Year

Il PdC: considerazioni a sipario chiuso

pogany_labour3-417E allora, com’è andato il Palcoscenico di Carta?

Benissimo, if you ask me – sotto tutti gli aspetti.

La nuova casa, la Libreria Ibs+Libraccio ci ha accolti con entusiasmo e disponibilità. Confesso di avere avuto qualche patema preliminare, perché eravamo in uno spazio aperto nel bel mezzo del passaggio generale – ma sbagliavo: come mi si rassicurava dall’Isoletta, questa si è rivelata un’ottima cosa, e più di una persona di passaggio si è fermata per curiosità. Credo anche che, tra un episodio e l’altro, abbiamo acquisito così almeno due ascoltatori.

E un altro patema infondato riguardava i lettori: a qualche giorno dal primo incontro sembrava che 15241245_1104583899658158_8267561275462816382_nnon dovessimo averne a sufficienza – e invece presto ci siamo ritrovati con un’abbondanza di entusiasti. Persino questo martedì, quando influenza e prove improcrastinabili hanno aperto vaste lacune nelle nostre file, abbiamo coperto tutto quanto con soddisfazione generale. Anche i coraggiosi che si sono buttati senza preavviso hanno avuto l’aria di divertirsi molto – e bisogna che lo dica: persino la mia non, non, non teatrale mamma ha letto, e non tenta nemmeno di negare che le sia piaciuto.

15202719_1097885743661307_5937925147939833596_nA proposito di prove, vorrei davvero ringraziare gli attori dell’Accademia Campogalliani, che hanno trovato il tempo per partecipare nonostante stagione e settantesimo in pieno corso, e gli Histriones (Hic Sunt), che si sono fatti, martedì dopo martedì, tutta la strada da Ostiglia per venire a leggere con noi.

E veniamo a Shakespeare himself. Pene d’Amor Perdute è una commedia deliziosa, con un sacco di battibecchi amorosi, parodie, giochi linguistici – e un finale… bizzarro. Gaia, pungente e spassosa, si è rivelata davvero una buona scelta – tanto che… ma no, non diciamo nulla. È ancora tutto talmente in grembo agli dei, che non mi azzardo. Però mettiamola così: se in futuro doveste sentir parlare ancora di Pene d’Amor Perdute, non stupitevi troppissimo, d’accordo? Pollock's 4

In generale, credo che abbiamo trovato la nostra formula: la suddivisione in tre parti a cadenza settimanale, la redistribuzione delle parti di volta in volta… Temo che l’orario tardo-pomeridiano precluda la possibilità di partecipare a una certa quantità di gente – ma, alas, dopo cena non potremmo avere la libreria. Però, così com’è, funziona decisamente. O così parrebbe, a giudicare dall’entusiasmo con cui i paperstagers hanno chiesto lumi sulla prossima lettura…

Quindi sì: siamo soddisfatti su tutta la linea, abbiamo celebrato debitamente ‘anno shakespeariano e il Palcoscenico di Carta tornerà in primavera. Ancora non sappiamo cosa si leggerà. Idee? Desiderata? Suggerimenti?

Oh – e le fotografie si trovano qui.

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Storia&storie · teatro · virgilitudini

Il Testamento di Virgilio al d’Arco

Se le ultime richieste di Virgilio fossero state onorate, il poema che conosciamo come Eneide non sarebbe mai giunto fino a noi. Ma Augusto e il poeta Lucio Vario Rufo decisero di non consegnarlo alle fiamme e all’oblio, e noi, venti secoli più tardi, associamo il nome di Virgilio prima di tutto agli esuli troiani, alla fondazione mitica di Roma, alla guerra nel Lazio… Un’ombra lunghissima e una visione della Romanitas mai tramontata del tutto – contro la volontà del suo stesso autore. Che cosa resta di chi muore? Chi decide davvero che cosa ciascuno di noi si lascia dietro? Quanto pesa l’eredità di un poeta?

Questa sera, per i Lunedì del d’Arco, ritorna Il Testamento di Virgilio (che un tempo si chiamava Di Uomini e Poeti), con la regia di Maria Grazia Bettini.

Ci sono Adolfo Vaini, Diego Fusari, Andrea Flora, Francesca Campogalliani, Rossella Avanzi, Riccardo Fornoni, Mario Zolin, Valentina Durantini, Stefano Bonisoli, Alessandra Mattioli, Annalaura Melotti, Melissa Carretta, Anna Bianchi, Chiara Benazzi e Serena Zerbetto.

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L’ingresso – come per tutti i Lunedì – è gratuito. Vi aspettiamo.

teatro

Delitto e Castigo

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Immagini c/o Teatro Campogalliani

Dostoevskij a teatro? Quegli enormi, intricati romanzi fatti per lo più d’interiorità tormentata?  Sembra un’idea da far tremare i polsi, nevvero?

Ebbene, sono vagamente (e piacevolmente) stupita di scoprire che in Italia esistono ben due versioni teatrali di Delitto e Castigo, nientemeno. E su una delle due, quella di Glauco Mauri, è caduta la scelta di Maria Grazia Bettini, regista e direttore artistico dell’Accademia Campogalliani, per l’apertura della stagione regolare nel settantesimo anniversario della compagnia.

Scelta audace – per la difficoltà del testo e perché, diciamolo, non è facile portarsi in giro Dostoevskij. Ma Grazia era affascinata dall’attualità di certi temi – un certo superomismo alla russa, l’idea che qualche forma di superiorità intrinseca giustifichi il crimine… – e dalla natura teatrale del rapporto tra il protagonista Raskol’nikov e il Giudice Porfirij, fatto di dialoghi, silenzi, menzogne e reti tese. E così ha scommesso sull’autore “difficile”, sulla riduzione di Mauri, sulle sue idee, sui suoi attori… E ha vinto. ASI

Questo Delitto e Castigo è uno spettacolo teso, denso, asciutto, pieno di ritmo e di tensione. Raskol’nikov e il Giudice si girano attorno, si studiano, si attirano allo scoperto, si tendono trappole a vicenda – ma è chiaro fin da subito che Porfirij sa esattamente dov’è diretto, mentre Raskol’nikov annaspa nel suo stesso buio, spaventato e delirante, aggrappato alle sue teorie ma inconsciamente bisognoso di essere scoperto, perso tra un’arroganza maldestra e il disgusto per la meschinità di tutto.

È una partita a scacchi ineguale, in cui uno dei giocatori si sfilaccia – mente e nervi – scena dopo scena.

CatturaE gli interpreti sono superlativi. Diego Fusari è tutto scatti, terrori, impeti, controllo che sfugge, con una gradualità, una finezza e una profondità meravigliose. E Adolfo Vaini disegna alla perfezione l’umanità amara e lucida del giudice, e l’apparenza di bonomia non perde mai il suo filo malinconico. Menzione d’onore anche ad Alessandra Mattioli, Sonja dolente e luminosa.

Questi tre e pochi altri bravi Daniele Pizzoli, Michele Romualdi e Andrea Frignani) Maria Grazia Bettini muove con raffinata sobrietà nel riquadro grigio di muri cadenti e porte polverose, che le belle luci di Giorgio Codognola trasformano di volta in volta in stanzette d’affitto, stazioni di polizia, strade notturne e luoghi della mente… Il meccanismo è perfetto, la tensione non cala mai un attimo, e due ore volano in questa esplorazione delle regioni cupe dell’animo umano. Uno spettacolo magnifico.

(Delitto e Castigo resta in cartellone al Teatrino d’Arco fino al 18 dicembre).

 

 

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il Palcoscenico di Carta · Shakespeare Year

Cose Pratiche

Immaginatevi la Clarina che saltella attorno, grillon-grillerelloni, preparando l’ultima conferenza di Malvagi, Amici, Amanti e il primo incontro del Palcoscenico di Carta…*

Perché sì, per una combinazione di caso e necessità, accade tutto insieme – solo non alla stessa ora. Per fortuna. Ad ogni modo, martedì 22 sarà uno di quei giorni campali, ecco.

Detto ciò, parliamo di cose pratiche. State esitando se leggere con noi oppure no? Vi piacerebbe ma non siete sicuri, e poi ci sarà ancora posto…? Ebbene, c’è ancora qualche parte scoperta – una consistente e un paio piccoline. Lanciatevi – contattandoci nel modo che è spiegato qui. Vi assegneremo una parte e vi invieremo il testo.

Testo che potete scaricare al link qui sopra, anche se preferite ascoltare e basta. E sapete una cosa? Pene d’Amor Perdute non capita tutti i giorni: si rappresenta pochino, e men che meno in Italia. È un’occasione per far conoscenza con uno Shakespeare meno noto… un buon modo per concludere l’Anno Shakespeariano, non credete? E per di più, è una commedia deliziosa, piena di scintillanti schermaglie fra non meno di quattro coppie d’innamorati, per non parlare di cavalieri spagnoli, paggi impertinenti, eruditi di campagna, rustici, connestabili, contadinelle…

Unitevi a noi: vi aspettiamo nella nostra nuova bellissima sede, la Libreria Ibs+Libraccio, al n° 50 di Via Verdi, martedì 22 novembre alle ore 18.

LocTeatrino

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* Probabilmente non è del tutto un caso che, come raccontavo ieri sera a Gabri la Regista, i miei sogni notturni siano, per due terzi almeno, di argomento teatrale. Su cosa esattamente questo dica di me… non indaghiamo, volete?

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Shakespeare Year

Amici (Shakespeariani) al Museo

Esiste davvero, l’amicizia? L’amicizia perfetta e virtuosa di Cicerone, l’amicizia complementare di Aristotele, l’amicizia idealizzata di Montaigne…

A Shakespeare non interessavano le dispute filosofiche – ma le loro applicazioni nella vita e su un palcoscenico. E in un mondo che ancora si provava addosso il nuovo concetto d’amicizia post-feudale quando già era diventato (forse) un idillio fittizio, le opere del Bardo sono piene di amici che si perdono e ritrovano, si tradiscono e si uccidono, si contendono una donna e se la cedono a vicenda, rischiano la vita l’uno per l’altro. Veri e falsi amici, legati da uncini d’acciaio – come Polonio raccomanda a Laerte. Legati nel bene e nel male da vincoli che salvano, mettono nei guai o uccidono, né più né meno dell’amore…

Oh – e a proposito: in tutto questo le donne dove sono?

Ne parliamo questa sera al Museo Virgiliano di Pietole – alle ore 21, con Andrea Flora, Mauro Missimi, Riccardo Fornoni e Stefano Bonisoli, dell’Accademia Teatrale Campogalliani.

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teatro

Campogalliani70: Alle Luci con Giorgio Codognola (II Parte)

Rieccoci qui, ad esplorare il lato tecnico del teatro – e in particolare dell’Accademia Campogalliani – con Giorgio Codognola. Gli abbiamo chiesto dei suoi inizi, dei suoi spettacoli prediletti e dei momenti più avventurosi. E adesso…

Com’è cambiata la vita dietro le quinte attraverso gli anni, nel rapporto tra palcoscenico e tecnologia?

TeatroPer tanti anni ho fatto anche il sonoro, finché non è arrivato Nicola [Martinelli]. C’erano commedie più semplici, con pochi cambi di scena, facili da gestire. Poi abbiamo cominciato a fare cose più complesse – addirittura una con settantadue cambi di scena… gente che entra ed esce in continuazione, cambi luci… Non si riusciva a fare con un piccolo regolatore. Allora abbiamo comprato un regolatore a ventiquattro canali con le memorie. Era il primo di quel tipo che usciva. l’abbiamo acquistato da una ditta locale che lo importava dall’Inghilterra e, a metà anni Novanta, costava tre milioni. Erano apparecchiature nuove e costosissime, all’epoca, a livello professionistico. Costava una cifra spropositata, ma ci ha consentito di mettere in scena cose molto complesse. Sono dell’idea che valga sempre la pena di avere il meglio, in fatto di tecnologia, e ho sempre cercato di averlo. Il fatto che anche per il mio lavoro mi occupassi di cercare impianti, materiali e macchinari era d’aiuto: sapevo dove andare a cercare. Ho sempre voluto le cose più moderne, e adesso saranno vent’anni che non abbiamo problemi con le luci. Poi quando andiamo in giro e incontriamo dei service vado subito a curiosare, e vedo che le mie attrezzature sono uguali a quelle dei professionisti. Ho speso tanto, ma alla fine ne è valsa la pena. Quel che costa poco va a catafascio presto. Naturalmente tutto questo vale anche per il sonoro. È facile trovarsi nei guai con la musica… Quando siamo andati a Nevers con gli Innamorati avevamo un registratore a nastro a otto piste. Il mio predecessore era abituato a tenere su quelle enormi bobine, in un senso e nell’altro,  tutte le commedie… Quindi va’ a pescare quella giusta! E quando siamo arrivati a Nevers, mentre scaricavamo dal pullman il cassone del registratore è caduto per terra. Mamma mia…! Per fortuna si è rotto solo il coperchio, ma non t’immagini la paura.
Una delle cose più paurose – e ridicole, perché dopo ci abbiamo riso su – è stata una volta a Pesaro, dove facevamo una commedia con un gruppo di ragazze che dovevano ballare. E al momento di partire… la musica non c’era. Allora loro si sono messe a cantare per accompagnarsi, e dopo abbiamo scoperto che si era staccata una spina. Capita. Adesso abbiamo imparato a stare molto attenti, leghiamo tutto… si impara da queste tragedie.

È chiaro che hai da fare in abbondanza dietro le quinte – ma in tutti questi anni non hai mai, ma proprio mai recitato?

Sì, una volta. In una trasferta dalle parti di Casalmaggiore. Facevamo una commedia in dialetto, Trenta Secondi d’Amore. Uno non era venuto, e dovevo fare la sua parte, e poi correre a fare le luci. All’apertura del sipario del secondo tempo, dovevo fare il paziente del dentista, che era Adolfo. Allora ero là, girato di spalle. Si apre il sipario, e io… Che cosa devo dire? Non mi ricordo più nulla. Passa un’eternità, entra Adolfo e mi dice “Va bene, va bene, se ne vada.” Io esco con il cuore in gola, la pressione non so dove, sudato come una bestia… “Ma cosa dovevo dire?” “Niente!” E ho capito che lì sopra non ci sarei andato mai più. L’esperienza mi è bastata: mi sembrava di morire. Che poi fuori fai cose più critiche che star seduto su una poltrona senza sapere che cosa dire. A volte ci sono emergenze, imprevisti, lampade che non funzionano… Ho sempre avuto la fortuna di restare calmo e trovare la soluzione immediata senza troppi problemi. Quello è sempre stato, e me lo dico da solo, un mio pregio: non perdo la testa. Il che è un bene, perché è facile sbagliarsi, e gli errori capitano – ma una delle cose che impari è minimizzare gli errori. Quello mi piace – ma sul palcoscenico… mai più!

Voi vi spostate spesso, frequentate rassegne e concorsi in tutta l’Italia e all’estero, e portate in giro i vostri spettacoli in ogni genere di posto. Questo complica molto la vita, immagino… Gioie e dolori del tecnico delle luci itinerante?Cattura

Ti dirò che da un po’ di tempo abbiamo preso l’abitudine di andare a vedere che cosa c’è nei posti, giusto per sapere che cosa ci aspetta – ma andiamo sempre attrezzati per essere autosufficienti, con il nostro materiale che ho progettato come un meccano, da potersi montare senza usare attrezzi. Anche quando andiamo nei teatri grossi, come Pesaro o Macerata, dove ci sono grandi impianti e tanto personale tecnico, ci portiamo sempre il regolatore – perché il mio lo so usare, ma il loro… chi lo sa? Un anno siamo andati a Imperia: bel teatro grosso, un sacco di fari e un banco luci da qui fin là. E l’operatore non lo conosceva e non sapeva usarlo. Ma abbiamo fatto presto: abbiamo tolto il cavetto – benedetto il digitale! – abbiamo attaccato il mio regolatore, e via così. L’importante è avere buon senso in fatto di sicurezza, stare molto attenti e provare tutto. Se lo spettacolo dura due ore, bisogna far andare tutto per due ore – e mai spegnere prima di cominciare – perché quel che è acceso va, ma se spegni non sai mai se si riaccende. Sono cose che impari piano piano. Bisogna essere sempre preparati a tutto, e così non ci siamo mai trovati in guai che non potessimo risolvere, nemmeno nei teatri più strampalati, nemmeno nei teatri parrocchiali dove non c’è una spina nell’angolo in tutto e per tutto. Però andando per teatri grossi, c’è sempre da imparare dai macchinisti, la gente che monta le scene e le quinte, le attrezzature. Soprattutto dove ci sono i tecnici di una certa età, gente che ha la tecnica, falegnami e macchinisti eccezionali da cui abbiamo imparato tante, tante cose. Poi se vedono arrivare gente non del tutto sprovveduta, che sa come muoversi, condividono volentieri. A Pesaro è capitata per la prima volta una compagnia di Livorno, abituata a lavorare con sei fari. Al Rossini ce ne sono duecento. Sono andati in crisi, poverini. Non sapevano più dove andare… Noi ci siamo fatti la fama di gente che lavora a livello professionale e per lo più ci lasciano fare, e ci siamo trovati bene – quasi sempre.

Grazie, Giorgio. È stato molto interessante scoprire un aspetto della vita teatrale inconsueto e intrigante. La settimana prossima andremo a curiosare tra gli allievi della Scuola.

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