Vitarelle e Rotelle

Quasi Come Scrivere

DuelRRThen a cry rang out, clear and merry with the fierce hope of triumph:

“Nearly! Nearly!”

She knew the voice for Rupert of Hentzau’s, and it was the King who answered calmly:

“Nearly isn’t quite.”

(Anthony Hope, Rupert of Hentzau)

E ciò che vale nei duelli all’arma bianca, vale anche per la scrittura, trovo: “quasi” non basta. Negli anni ho sviluppato un’allergia violenta nei confronti del Quasi.

Un allievo di recente mi ha detto che gli ho trasmesso un tale terrore nei confronti della povera paroletta, che non riesce a usarla in conversazione senza mordersi la lingua… Il che va a mostrare come sia facile sbagliarsi, o ingenuo allievo. Perché Quasi non è una povera paroletta – è qualcosa di tanto subdolo quanto malvagio.

Giratela come volete, ma non c’è niente da fare: dire che qualcosa è “quasi” come qualcos’altro non è una sfumatura, è solo impreciso e sfocato. Se voglio proprio usare una figura retorica, dopo essermi accertata che non sia troppo logora, farò bene ad andare fino in fondo – senza annacquarne l’effetto con dei “quasi”, delle “specie di”, degli “un po’ come”…

Di fronte a questi metodi, nella migliore delle ipotesi il lettore ne riporterà un’impressione meno vivida di quanto potrebbe; nella peggiore, si domanderà perché diamine Piotr Ilic senta “quasi una trafittura/come una trafittura/una specie di trafittura”: che cosa sente in realtà? L’autore non lo sa? O non si è disturbato a cercare qualcosa di più calzante? O sta cercando di essere vago apposta? O crede che io non abbia abbastanza neuroni e consapevolezza linguistica per capire che la trafittura è metaforica? E mentre si fa tutte queste domande, mentre è tentato di irritarsi – ecco che è già uscito dalla storia.

E noi non vogliamo che esca dalla storia, giusto?

Considerando che il mestiere dello scrittore consiste per metà nel tenere il lettore catturato a colpi di efficacia e vividezza, si vede come “quasi” e compagnia siano una forma sottile di suicidio autoriale.

E sì: sappiamo tutti benissimo che in realtà Piotr Ilic non sente nessunissima trafittura fisica, che è solo un uso metaforico per spiegare l’effetto della risposta sprezzante di Nastja Petrovna, ma perbacco, lo sa anche il lettore! Lasciamo che Piotr senta la sua trafittura, e l’immagine sarà più appuntita. E il lettore si morderà il labbro inferiore in simpatia, invece di farsi domande inopportune.

Perché noi siamo gente pessima, siamo manipolatori, siamo metatorturatori: al lettore non vogliamo descrivere il funzionamento di un oggetto acuminato – vogliamo proprio pungerlo. E lo vuoi anche lui, sapete? Otherwise, perché diamine leggerebbe narrativa?

libri, libri e libri

Metti Un Pomeriggio D’Estate Un Lettore

Solstizio torna e l’estate rimena…

No, d’accordo – basta così. Ma ciò non toglie che domani sia estate. Tempo di letture estive,.

Cominciamo col riprendere la nostra buona vecchia definizione:

Non tanto il genere di libro che ci si porta in vacanza, quanto quello che, in qualche modo, costituisce una specie di vacanza di per sé. Cose gaiamente avventurose, improbabili e divertenti che paiono narrate in technicolor. Spensierate avventurone concepite, tutto sommato, come un lungo pomeriggio di make-believe.

E continuiamo riportando i link agli analoghi post dell’anno scorso e di quello prima.

Ciiò detto, vediamo un po’…

ZendaInizierei con l’avvocato Anthony Hope, del cui Prigioniero di Zenda abbiamo parlato domenica scorsa. Perché in realtà Hope ha scritto anche un certo numero di altre cose – tra l’altro un seguito, intitolato Rupert of Hentzau, dal nome del villain del primo volume, altre storie ambientate a Zenda, altre cose ruritaniane (vale a dire ambientate in altri staterelli fittizi, come la Kravonia e Aureataland), e i deliziosi Dolly Dialogues, una raccolta di bozzetti sulla vita londinese tardovittoriana – originalmente illustrati da Arthur Rackham nella prima pubblicazione in volume. Ora, direte voi, che cosa si trova? Be’, parecchio sul Project Gutenberg e, con un po’ di fortuna, qualcosa di tradotto. Per esempio, una riedizione De Agostini del Prigioniero, datata ai primi anni Novanta. Magari bisogna dedicarsi al prestito interbibliotecario, ma non dovrebbe essere terribilmente difficile. Se siete mantovani, alla Teresiana hanno edizioni anni Venti de Il Romanzo del Re e Il Romanzo della Regina… 77cc36c622a02f61cf8f7110.L._SY445_

Poi potremmo passare ad A.E.W. Mason, compagno di scuola di Hope a Dulwich College*, parlamentare, playwright di moderato successo, ufficiale nella Prima Guerra Mondiale, agente del constrospionaggio e romanziere avventuroso. Il suo titolo più celebre è senz’altro Le Quattro Piume, storiellona di coraggio, codardia, false apparenze e redenzione da cui ogni decennio qualcuno trae un film. Però ci sono anche i gialli dell’ispettore Hanaud e il mio prediletto, l’elisabettiano** Fire Over England. Per una volta, trovate una certa quantità di traduzioni in giro per biblioteche, compresi quattro gialli raccolti in un volume Mondadori datato 1985. Se volete gli originali, Gutenberg Australia o Gutenberg e basta.

TeyPerò mi viene in mente che non ho mai incluso in queste liste Josephine Tey/Gordon Daviot – e invece ne vale la pena. Ci sono i gialli dell’Ispettore Grant, ma ci sono anche altre cose, come l’incantevole The Privateer, romanzo storico con Henry Morgan come protagonista (che a mio timido avviso è perfetto da leggersi accanto al Captain Blood di Sabatini), il più amaro Kif, il play Richard of Bordeaux, che catapultò al successo un giovane John Gielgud… I gialli li trovate persino in libreria, ripubblicati l’anno scorso da Mondadori. Per tutto il resto, c’è Gutenberg Australia. beau-geste-book

E infine, Percival Christopher Wren, che con questo nome da romanzo, è un personaggio che di per sé meriterebbe una storia. Insegnante e (forse) ufficiale in India, (forse) legionario straniero, ripetutamente e misteriosamente sposato – e sempre straordinariamente riservato su tutto quanto. Se ne avete mai sentito parlare, odds are che sia per via di Beau Geste, avventurona anglo-desertica, con tre orfani di buona famiglia che si arruolano nella Legione in seguito a un furto di gioielli… ah, tutto molto intricato e avventuroso, e magari avreste anche visto il vecchio film con Gary Cooper. Ad ogni modo, questa volta niente Gutenberg. For once and for a wonder, c’è una traduzione Mursia del 2012, che rischia persino di essere ancora in catalogo. Se volete l’originale, lo si trova (insieme ai suoi seguiti) in giro per biblioteche, oppure su Amazon, in genere per una manciatina di centesimi.

E per quest’anno, ecco qui. Regnolini balcanici, Inghilterre passate o inesistenti, mari, deserti… Vi sembra una collezione abbastanza avventurosa per i pomeriggi estivi? E mi raccomando: non dimenticatevi i ghiaccioli.

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* Sì, quello fondato da Ned Alleyn.

** Lo so, lo so… Anche qui c’è un film, con Laurence Olivier e Vivien Leigh.

 

bizzarrie letterarie

Il Prigioniero Di Zenda

Per chi, come M., non ha mai visto/letto IPdZ…

Versione muta 1922 (solo in fotografia, sorry):

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Versione 1937 (la mia preferita):

Versione 1952 (“Il film che sfida ogni paragone”…):

E versione televisiva della BBC, 1984 (di nuovo solo in foto):

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E il link al libro presso il Project Gutenberg.

E. già che ci siamo, una mappa della Ruritania:

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E buona domenica!

cinema

Il Prigioniero Di Zenda

E dopo venerdì, non potevamo non dare un’occhiata a qualche film, giusto?

Allora, per cominciare, la coloratissima versione 1952:

Ah, The Motion Picture That Defies Comparison… ve l’ho già detto che adoro i vecchi trailer? E bisogna che lo dica: Kerr è una Flavia perfetta, Granger… mah. Ma James Mason come Rupert non mi piace, non mi piace e non mi piace. E tuttavia, chi avrebbe potuto esserci al suo posto?

Ammetto che sarebbe stato difficile fare meglio della versione 1937, con Ronald Colman nei panni di Rudolf e il meraviglioso Rupert di Douglas Fairbanks Jr.

Badate a questa conversazione – che, se ben ricordo, è presa pari pari dal libro:

E già che ci siamo, anche il duello. Non badate ai sottotitoli olandesi e all’effetto mal di mare…

Ah… non è un peccato che non abbiano fatto anche il seguito?

Buona domenica a tutti.

gente che scrive · libri, libri e libri

L’Uomo Di Zenda

anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceDomani, Mesdames et Messieurs, sarebbe il centocinquantesimo compleanno di Anthony Hope.

Centocinquantesimo, sì. Avete letto bene – ma non allarmatevi. E non allarmatevi nemmeno nello scoprire che a luglio cadrà l’ottantesimo anniversario della morte di Hope… Questo è in effetti un anno hopiano quanto è possibile esserlo, ma davvero, non è necessario che vi allarmiate: un pochino di Hope forse ve lo infliggerò, qua e là, ma nulla di paragonabile alle dosi di Dickens che vi siete sorbiti l’anno passato…

Anche perché, a parte tutto il resto, Hope non è Dickens.

Non perché non ci abbia provato, sia chiaro: gentiluomo di famiglia ecclesiastico-accademico-intellettuale, educato a Oxford e avvocato, Hope in vita sua scrisse… boh, una trentina di romanzi, un buon numero di racconti e, da solo o in compagnia, un diluvio di drammi – qualcuno originale, qualcuno adattato dai suoi lavori. E fu anche estremamente celebre su entrambi i lati della Tinozza, ai suoi tempi, e baronetto, e presidente della Society of Authors

E adesso noi lo ricordiamo soltanto per due titoli – anzi no, mi correggo: per un titolo. E mi correggo ancora: ad ovest della Manica la faccenda è diversa, ma qui lo ricordiamo (quando lo ricordiamo affatto) per il film tratto da uno dei suoi libri: Il Prigioniero di Zenda.anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romance

Per alzata di mano: chi ha visto IPdZ, versione 1952, con Stewart Granger, Deborah Kerr e (sigh) James Mason? Andiamo: technicolor abbacinante, uniformi piene di alamari, incoronazioni, duelli, intrighi, salvataggi dell’undicesima ora, algide principesse dai capelli rossi e avventuriere brune… Non è la versione cinematografica migliore, ma di sicuro è la più celebre… davvero non l’avete visto? No? Oh.

Be’, se l’aveste visto, avreste potuto divertirvi alla pittoresca improbabilità e a una certa tendenza a masticare lo scenario e poi, anni più tardi, in una libreria londinese, avreste potuto scoprire con qualche sorpresa che il film è tratto da un libro. Un libro molto divertente, pieno di scambi d’identità e intrighi di corte in un immaginario staterello mitteleuropeo… E dopo averlo letto, avreste scoperto l’esistenza di un seguito dedicato all’affascinante vilain Rupert von Hentzau – e avreste potuto leggere anche quello, sempre in una piccola edizione Penguin, dotata di abbastanza introduzione da scoprire che Sir Anthony Hope, anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceoltre a scrivere eccellenti piccole avventure, aveva creato un genere. Perché c’è un nome per tutto quel che si ambienta in uno staterello immaginario in età contemporanea (ma non solo, o almeno non troppo rigorosamente) – e questo nome è, Mesdames et Messieurs, Ruritanian Romance*.

Per cui, ecco dove risiede l’immortalità di Hope – be’, quella fettina d’immortalità che gli spetta: nella geografia immaginaria che attraversa la narrativa di genere, e di cui Zenda è la capitale, dal (pre-Zenda) Grunewald di Stevenson alla Laurania di Churchill**, dalla Zembla di Nabokov al Graustark di McCutcheon, fino alla Syldavia di Tin Tin e alla Latveria dei Fumetti Marvel, passando per un diluvio di imitazioni, parodie, deviazioni digressioni cinematografiche. Avete presente, che so, Il Ruggito del Topo, in cui la squattrinata Granduchessa Gloriana, interpretata da Peter Sellers, decide di dichiarare guerra agli Stati Uniti, tanto per fare un po’ di cassa? Il Ruritarian Express fa un sacco di fermate – e qualcuna in regioni improbabili.anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romance

Ed essendo praticamente cresciuta in Ruritania senza saperlo***, sento un debito di gratitudine nei confronti di di Sir Anthony, cui dobbiamo il più pittoresco e bel nome che categoria narrativa abbia mai avuto****. È vero, tutto l’armamentario potrebbe anche chiamarsi political fantasy, ma volete mettere?

A questo punto, semmai voleste leggere qualcosa, fate una capatina alla relativa pagina del Project Gutenberg, e ci troverete parecchio – incluso, naturalmente The Prisoner of Zenda. In Inglese, si capisce, ma che volete farci?

E poi vi segnalo questo bizzarro sito chiamato The Ruritanian Resistance, dove si trova un po’ di tutto, comprese vecchie foto di scena, illustrazioni riprodotte e informazioni su qualcuno dei numerosi adattamenti cinematografici.

anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceRoger Lancelyn Green ha scritto – un nonnulla acidamente – che Hope era un dilettante di prima classe, ma un mediocre autore di professione. Mah… sarà – e tuttavia il giudizio mi sa tanto di genre-snobbishness: dubito molto che Hope abbia mai preteso di essere un Sacerdote delle Arti, ma è riuscito a vivere agiatamente della sua scrittura, ha scritto, pubblicato e messo in scena parecchio e con successo, si è lasciato dietro almeno un titolo amatissimo, lettissimo, tradottissimo, imitatissimo, parodiatissimo, sceneggiatissimo e rappresentatissimo, e ha, se non proprio creato, dato forma a un genere. Non so immaginale molte carriere più professionali di così.

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* E adesso, per favore, non levate il sopracciglio: ne abbiamo già parlato, ma “romance” non è sinonimo di “romanzo rosa”. È una questione di pittoresco romanticizzato, non di fiori d’arancio all’ultima pagina.

** Sì, Winston Churchill. No, really.

*** M., magari non te ne ricordi, ma io sì: mi ricordo del pomeriggio di trent’anni fa in cui hai cercato di ribellarti mentre giocavamo con le bambole e io dirottavo l’ennesima trama in una direzione che non sapevo essere quella della Ruritania… Tu hai tentato di ribellarti, ma io avevo un anno di più ed ero prepotente… “Se non vuoi, non occorre che i tuoi personaggi partecipino al colpo di stato,” ho concesso – e siamo andate avanti per la mia strada. A trent’anni di distanza, M., puoi perdonarmi?

**** Be’, poi naturalmente gli dobbiamo Rupert von Hentzau. Che posso dire? Non sono necessariamente vulnerabile al fascino del Cattivo Ragazzo, ma Rupert è un’altra cosa. Rupert è persino entrato a pieno titolo nel Rimembranzese – che è la lingua ufficiale di casa mia: quando qualcuno fa del suo deliberato meglio per essere indisponente, si dice che sta facendo Rupert. “Stop playing Rupert, will you?” E col tempo si è evoluto anche in un verbo: “Piantala di rupertare/rupertarmi”, o… “Stop ruperting (me)!”

grilloleggente · libri, libri e libri · Vitarelle e Rotelle

Alas, Poor Mercutio…

Spoilers Ahead: finali rivelati e cose del genere. Lettore avvertito – con quel che segue.

Mercutio'sDeath.jpgChi è il vostro personaggio preferito in Romeo e Giulietta? Se, come la Clarina, avete un debole per Mercuzio, sappiate che siamo in buona e numerosa compagnia. Il poeta John Dryden scrisse nel 1672: “Shakespeare aveva profuso tutta la sua abilità nel creare il suo Mercuzio, e diceva che, al terzo atto, era questione di ucciderlo o esserne ucciso.” Non abbiamo idea di quanto sia plausibile o spuria l’affermazione riportata, ma stando a Dryden, Mercuzio aveva un tantino preso la mano al suo autore, che lo aveva eliminato per l’equilibrio della tragedia e il bene di Romeo. Siamo sinceri: Romeo sospira, Romeo lamenta, Romeo mormora teneri nonnulla alla ragazzina del suo cuore – e appare generalmente stupido ogni volta che il suo amico è nei paraggi. Mercuzio fa battute ciniche, capisce la politica di Verona, duella verbalmente e alla spada, discetta di linguistica e di fate. E quando le cose si mettono male, Romeo non trova di meglio che mettersi di mezzo, dando a Tebaldo il destro di ferire a morte Mercuzio. Oh certo, la morte di Mercuzio è un punto cardine, segna la promozione di R&G da commedia a tragedia, e scuote Romeo dalla sua estasi amorosa, mostrandogli come funziona il rapporto di causa ed effetto e spingendolo a uccidere Tebaldo. Non si può negare che la faccenda copra una serie di valide ed oggettive funzioni narrative. E però… Bisogna considerare che Mercuzio è largamente una creazione di Shakespeare: nelle fonti è poco più che un nome, e non ha nulla a che fare con Tebaldo, che riesce benissimo a farsi spacciare da solo. Shakespeare lo prende e gli dà una personalità ben definita e attraente – forse persino più attraente di quella del coprotagonista eponimo. Perché Romeo, pur scritto con tutta la finezza, è creato come un Primo Amoroso da commedia italiana, standard fare, mentre Mercuzio, volatile, attaccabrighe, sognatore, irriverente e filatore di parole, è un perfetto poeta elisabettiano. Diciamo, addirittura, il tipo di poeta elisabettiano che Shakespeare avrebbe tanto voluto essere? Salvo poi assassinarlo al terz’atto. Ora, se Dryden ha torto o troppa fantasia, va bene lo stesso: quando Mercuzio muore, tutti siamo abbastanza affascinati da/affezionati a lui per simpatizzare con l’ira funesta e vindice di Romeo. Ma se Dryden ha ragione, allora Shakespeare si è accorto che Mercuzio stava rubando la scena a Romeo e lo ha dovuto eliminare, perché non sta bene che un comprimario sia sempre più brillante, più attraente e più affascinante del protagonista. Se dovessi pronunciarmi, però, azzarderei una combinazione delle due motivazioni: da un lato, è vero che Mercuzio ruba tutte le scene in cui compare, e dall’altro, la morte dell’amico, meglio se cum sensi di colpa, è una motivazione vecchia come le colline* e sempre efficace: perché non prendere due piccioni con una fava?

Gli scrittori sono gente fatta così, d’altra parte. Non si butta mai via l’occasione di far pittorescamente morire qualcuno, e se quel qualcuno poi intralcia il lieto fine o occupa più luce di quella che gli spetta, lo si può considerare storia passata. È il caso del povero Lord Evandale in Old Mortality, di Sir Walter Scott. Old Mortality è una storiellona secentesca** con un giovane protagonista di nome Henry Morton, leader fittizio e riluttante di una sollevazione presbiteriana. Naturalmente Henry è innamorato di una nobile fanciulla di famiglia molto, molto cattolica, e il suo rivale per il cuore della bionda Edith è il cavalier cattolico Lord Evandale. Solo che Lord Evandale non ha trent’anni più di Edith, non è spregevole, cinico o malvagio: è un bravo, leale, coraggioso ragazzo, un buon comandante e un ammirevole avversario, con debolezze molto umane e le migliori intenzioni. Mrs. Oliphant, romanziera e critica letteraria contemporanea di Scott, racconta che le ragazze che leggevano il romanzo tendevano a dividere le loro simpatie tra Morton ed Evandale, e non c’è da sorprendersi. Quando alla fine ritroviamo Edith findanzata a Lord Evandale, è difficile dispiacersi troppo: Scott ha fatto un buon lavoro con lui, lo ha reso quasi più simpatico di Henry. Ma naturalmente non può finire così: nell’ultimo capitolo, Henry rientra dall’esilio appena prima del matrimonio… e se pensate che sarebbe meschino da parte sua interferire nell’imminente imene, never fear, ci pensa Sir Walter! Lord Evandale riesce a farsi sparare da un malvagio capitato apposta per l’occasione, e muore tra le braccia di Edith e Morton, non prima di averli ricongiunti. Si capisce, tutti sono molto, molto addolorati – e tuttavia, come diceva la mia guida russa a Mosca, molto dispiacie, sì, ma insomma, così è la viiiiiita.

Insomma, non si può interferire con il lieto fine e, siccome Lord Evandale non era malvagio, stappargli la sposa per restituirla a Morton sarebbe RupertVSRassendyll.jpgparso brutto. Meglio sparargli, no?

Un caso un po’ diverso è quello di Rupert von Hentzau, l’affascinante malvagio de Il Prigioniero di Zenda, nonché del seguito di cui è addirittura villain eponimo. Ecco, Rupert mi sembra un caso eclatante di personaggio  felicemente sfuggito di mano all’autore. Sono certa che Hope si sia accorto del deragliamento e abbia deciso di lasciar andare il treno per la sua strada: Rupert e la Ruritania sono le due maggiori attrattive della storia, e sarebbe stato suicida potarne una. D’altro canto, stile a parte, Hope non era uno scrittore del tutto convenzionale: aveva creato un genere, e all’interno del suo genere era molto rigoroso. Dopo aver fatto predicare*** i suoi protagonisti di onore e lealtà per due volumi, non aveva la minima intenzione di ricompensare le loro deroghe alle regole. Defunto il vero Re, non sarebbe affatto inglese da parte di Rudolf Rassendyll godersi la corona e la moglie di un altro uomo, e così (mentre i suoi fidi amici mitteleuropei cercano di convincerlo a restare per il bene della Ruritania), il nostro gentiluomo britannico la prende nelle costole. Però non sarebbe stato bello nemmeno che fossero i malvagi a trionfare, e quindi a questo punto Rupert è morto già da un capitolo o due, ucciso più o meno in duello da Rassendyll. Nonostante abbia barato (peccato imperdonabile) Rupert esce di scena in una maniera che oscilla tra il semitragico e l’eroico. Smiling to the end, he never bent his proud head, eccetera eccetera. Persino il Fritz narrante, guardando il giovane cugino di Rupert che singhiozza disperato sul cadavere, si commuove alquanto, e ritiene di doverci informare che, even in death, he [Rupert] was the handsomest fellow in Ruritania.**** Insomma, per ragioni di simmetria e di morale, l’affascinante, bellissimo, allegramente immorale Rupert andava proprio fatto fuori, e non poteva che essere in duello. Ma che peccato, ha l’aria di dirci Hope. E non è un caso che la morte di Rassendyll sia opera postuma di Rupert, tramite leale servitore in cerca di vendetta per la morte del suo adorato padrone.

Morale, ci sono comprimari, antagonisti o malvagi che sfuggono di penna, germogliano a loro piacere e rubano la scena al supposto protagonista. Presto o tardi, se non si vuole che scappino via con tutta la storia, vanno eliminati. Mercuzio muore perché fa ombra a Romeo, Lord Evandale muore per permettere a Morton di sposare Edith, e Rupert muore perché muore Rassendyll – con qualche chagrin dei rispettivi autori, si direbbe. In un certo senso, è un’altra versione di Muore Giovane Chi È Caro Al Suo Creatore. Se fossi un comprimario, un antagonista o un villain, cercherei di non catturare troppo la simpatia di chi mi scrive…

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* Achille e Patroclo, anyone?

** Per i melomani, I Puritani di Bellini è ispirata a questo romanzo, passando però per il dramma francese Tètes Rondes Et Cavaliers, di Ancelot e Saintine. Il dramma non lo conosco, ma nell’opera ho sempre simpatizzato per il povero Riccardo, la cui unica colpa in definitiva è quella di essere un baritono – e il baritono, si sa, deve sempre farsi da parte per il tenore, e considerarsi fortunato se è ancora vivo al calare del sipario.

*** Predicare pittorescamente, never fear.

**** Ssssì, e non è solo Fritz. Si può dire che in due volumi non ci sia personaggio, uomo o donna, che non abbia a thing per Rupert, in qualche grado.

Senza categoria

Don’t try this at home!

980419.jpgLa citazione di qualche post fa era tratta da “Rupert di Hentzau”, che è il seguito de “Il Prigioniero di Zenda”. Non so voi, ma a suo tempo per me era stato uno choc scoprire che, prima di essere un film, IPdZ era un romanzo di Anthony Hope, tanto celebre da avere dato il suo nome a un (sotto)genere letterario: il Ruritarian Romance, incentrato sulle vicende di piccoli regni immaginari, colpi di stato, monarchie in pericolo et caetera similia. Vietato sghignazzare: ci si sono cimentati, seppur con intenti vari, anche Stevenson, G.B. Shaw e Nabokov, solo per citarne qualcuno.

Ad ogni modo, tutti abbiamo visto il film: la versione del 1952, con Stewart Granger e Deborah Kerr, che ricompare in televisione con una certa frequenza, è romantica, rutilante nel suo technicolor, e vagamente imparentata con il libro da cui è tratta. A parte l’allegra semplificazione della trama, a parte le spade e pallottole emostatiche (varia gente ci lascia le penne, ma non si vede mai una goccia di sangue), a parte il finale molto più lieto di quello originale, il malvagio Rupert von Hentzau è interpretato da James Mason, tremendamente fuori parte per temperamento e per età.

Perché nel libro, vedete, Rupert è un giovinastro traboccante fascino e cinismo, allegramente immorale, pronto a tradire re, patria, complici, famiglia, amanti, e anche un caso eclatante di pessima mira autoriale. Insomma, quando un co-antagonista è il personaggio meglio riuscito di tutto il libro, quando sovrasta in personalità non solo tutti i suoi meschini complici, non solo le brave persone, ma anche il coraggioso e leale protagonista, allora qualcosa non va.

“The Prisoner of Zenda” è narrato in prima persona dal protagonista, Rudolf Rassendyll, gentiluomo inglese quintessenziale; “Rupert of Hentzau”, il seguito, è narrato in prima persona dal fedele amico di Rudolf, Fritz von Tarlenheim, quintessenziale ufficiale&gentiluomo mitteleuropeo. (Tra parentesi, un cambiamento di questo genere tende a non promettere bene per l’ex narratore, e in effetti… ma non divaghiamo). Entrambi passano un terzo del loro tempo a commentare l’intelligenza, il coraggio, il fascino, l’astuzia, la bellezza, l’abilità a cavallo e con la spada del giovane Rupert. Sì, c’informano anche che Rupert è spregevole, bugiardo, sleale, che ha fatto morire di crepacuore sua madre, che ha dissipato la fortuna di famiglia, che bara a carte, che è passato nei letti di tutte le nobildonne di Ruritania (tranne l’insipida principessa Flavia e la fidanzata di Fritz, si capisce!). E in effetti lo vediamo anche all’opera, mentre tradisce ripetutamente (e qualche volta fatalmente) i suoi accoliti, mentre assassina il re, mentre si comporta slealmente durante un duello. Epperò le donne cadono ai suoi piedi, i suoi servitori si butterebbero nel fuoco per lui, il suo giovane cugino lo adora, Rassendyll e i suoi, pur detestandolo di cuore, lo trovano simpatico, e anche noi lettori lo troviamo simpatico. Subiamo il suo fascino persino quando Hope calca troppo la mano sul fascino in questione, il che è tutto dire…

E sapete perché? Perché ad Anthony Hope per primo non importava un bottone dell’inglesissimo Rassendyll, della palliduccia Flavia, del leale (e non troppo sveglio) Fritz… no, a lui importava di Rupert. Rupert ha più vitalità di tutti gli altri messi insieme, ha le battute di dialogo migliori, ha i momenti di caratterizzazione più azzeccati, “un sorriso che sembra un raggio di sole”, e il senso morale di un attaccapanni… Tutto ciò crea un personaggio favoloso e un libro narrativamente squilibrato. Lo ripeto: quando un personaggio fa scomparire tutti gli altri, c’è qualcosa che non va; quando questo personaggio non è nemmeno il protagonista, allora siamo davvero nei guai.

Poi, a riprova del fatto che tutto è relativo, e consolandomi con il fatto che Hope non è Tolstoj: vorrei davvero che Hope avesse potato Rupert in favore di un maggiore equilibrio narrativo? No, che diamine! Vorrei solo che la MGM avesse pensato a qualcuno di più adatto al ruolo!