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La Battaglia delle Battaglie – II Parte

Rieccoci qui. Waterloo, dicevamo. Waterloo di carta, precisa e dettagliatissima per Hugo, impressionistica e confusa secondo Stendhal. E fin qui, Waterloo francese, dunque. Ma in Inghilterra? Ebbene, in Inghilterra Napoleone ha lasciato una traccia profonda. Possono negarlo fin che vogliono, ma provate a guardare quanto è alta la colonna di Nelson a Trafalgar Square. Oppure provate a vedere quanta narrativa storica è incentrata sulle guerre napoleoniche… Noi oggi ovviamente ci concentriamo su Waterloo, e cerchiamo di attenerci (more or less) a quel che si trova di tradotto. E allora vediamo un po’…

WaterlooHeyerNon è della scuola Stendhaliana Georgette Heyer, che in An Infamous Army (in Italiano L’incomparabile Barbara) subordina la vicenda sentimentale tra Audley e Barbara (ispirata a Lady Caro Lamb) a una descrizione della battaglia così rigorosa e interessante al tempo stesso da essere stata per anni lettura obbligatoria per i cadetti dell’accademia militare di Sandhurst. Ms. Heyer, indipendentemente dal fatto che in Italia sia tradotta in genere così così e classificata come autrice di romanzetti rosa, era una romanziera storica di tutto rispetto, non aveva simpatia per la ricerca approssimativa di Thackeray, secondo cui i cannoni di Waterloo si potevano sentire fin da Bruxelles.WaterlooThackeray

Ma d’altra parte a Thackeray la battaglia interessava pochino dal punto di vista militare. Lui voleva l’impatto sulle vite dei suoi personaggi, le ironie del fato, le reazioni individuali. Così in Vanity Fair (La fiera delle vanità) la notizia arriva durante il celebre ballo, e tutti partono di corsa, e il fatuo George Osborne muore in battaglia lasciandosi dietro una vedovella adorante e ignara, e il fido Dobbin sopravvive, così come Rawdon Crawley, alla cui moglie, l’irrepressibile Becky, la vedovanza non sarebbe dispiaciuta poi troppo. A Thackeray interessano i suoi individui più che i destini continentali, e quindi il carattere di spartiacque di Waterloo varia alquanto in base alle aspettative di ciascun personaggio.

WaterlooDoyleDiverse sono le cose per l’irresistibile Gérard, il protagonista napoleonico di Arthur Conan Doyle, (qui e qui in originale e qui in Italiano): la battaglia diventa un’avventura molto personale quando il nostro spavaldo giovanotto s’impadronisce del cappello dell’Imperatore per distrarre nove ferocissimi cavalieri prussiani decisi a cambiare la storia a modo loro – ma persino l’egocentrico e vanitoso Gérard si rende conto di che terremoto stia accadendo tutt’attorno a lui – e, come spesso accade in questi libri, l’allegra avventura assume un vago colore amarognolo.WaterlooCornwell

E poi c’è l’avventura-avventura di Bernard Cornwell. In Sharpe’s Waterloo (non ancora tradotto, credo) Richard Sharpe si ritrova, dopo un pessimo inizio, a ricacciare indietro la Guardia Imperiale – e scusate se è poco. D’altra parte questo modo di reclamare per i propri personaggi fittizi l’una o l’altra azione chiave è una delle colonne portanti della narrativa storica. Basta vedere che cosa ne ha  fatto Susanna Clarke in Jonathan Strange & Mr. Norrell, il cui protagonista semieponimo, mago tattico di Wellington, sposta strade, villaggi e conformazione del terreno a beneficio degli Inglesi, ma soprattutto procura quella pioggia secondo cui, a sentire Victor Hugo, Napoleone avrebbe vinto.

E così siamo tornati all’inizio – e siamo tornati in Francia, perché è facile e piacevole immaginare che Ms. Clarke, leggendo questa frase di Hugo, abbia cominciato a domandarsi: e se non fosse piovuto? oppure, se la pioggia non fosse stata naturale? Il che fa di JS&MrN quasi una seconda generazione, una Waterloo di carta (parzialmente) ispirata da un’altra Waterloo di carta…

E questa è la punta dell’iceberg, perché ripeto: ci sarebbe molto di più, ma non in traduzione. Epperò è evidente già così, direi, che duecento anni più tardi Waterloo è ancora, nell’immaginazione generale e in quella degli scrittori in particolare, una di Quelle Battaglie.

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1815-2015: La Battaglia delle Battaglie – I Parte

Waterloo

Forse no – o quanto meno non solo questa. Però quando si parla di battaglie, Waterloo è una di quelle cose che funzionano – di fatto o idealmente – da spartiacque. È difficile negare che ci sia stato un Prima di Waterloo e un Dopo Waterloo, proprio come c’è stato un Prima di Canne e un Dopo Canne* e, a un livello più circoscritto, un Prima di Hastings e un Dopo Hastings…

Voglio dire: anche i Campi Catalaunici furono una significativa battaglia, segnarono una battuta d’arresto nell’avanzata degli Unni, cambiarono – o quanto meno misero in luce inequivocabilmente – la dipendenza di Roma dai barbari… però dopo Chalons il mondo non cambiò – tanto è vero che un po’ di mesi più tardi Attila ricominciò daccapo in Italia…**

Canne è tutta un’altra faccenda. E Hastings. E Waterloo… È l’irreparabilità, credo.

MiserablesE questi scontri in cui si decidono i destini di un mondo, di un continente, di un regno, di un’isola, queste giornate dopo le quali non si torna indietro, gettano ombre lunghe in una quantità di campi, compresa – ed è qui che noi andiamo a parare – la narrativa. È inevitabile, se ci pensate: la narrativa vuole conflitto, giusto? E allora una battaglia, una terribile, epocale battaglia che Cambia il Mondo Come lo Conosciamo è qualcosa che supplica di essere narrato, uno sfondo ideale per le vicende individuali, un punto di non ritorno perfetto sotto la maggior parte dei punti di vista. Per cui nessuna sorpresa che Victor Hugo, in Les Misérables (I Miserabili) dedichi molte pagine a una dettagliata e vivida descrizione della battaglia, piazzando in mezzo al fuoco, al sangue e ai destini d’Europa l’incontro accidentale tra il saccheggiatore Thénardier e l’aristocratico babbo di Marius. La faccenda, accaduta molti anni prima e destinata ad avere sproporzionate ripercussioni sulla storia, si sarebbe potuta risolvere in un paio di pagine – ma tale era l’attrazione di Waterloo che Hugo ne cavò il pretesto per tutto il Libro Primo del Tomo II.Chartreuse

Un quarto di secolo prima, e in modo più pertinente da un punto di vista narrativo, Stendhal a Waterloo ci manda il suo protagonista. Ne La Chartreuse de Parme (La Certosa di Parma), Fabrizio del Dongo, cresciuto in adorazione di Napoleone, ha diciassette anni quando scappa di casa per unirsi all’avventura  fiammeggiante dei Cento Giorni. Poi però Stendhal è Stendhal, e per una combinazione di sfortuna e ingenuità Fabrizio si mette in tanti guai che solo a Waterloo riesce a trovare i Francesi… Non solo ormai è un pochino tardi, ma il nostro ragazzo ne cava un’esperienza terrificante e sconcertante quando scopre che trovarsi in mezzo a una battaglia vera e leggerne dei libri sono due cavalli di diversissimo colore. E gloria sia alla descrizione impressionistica di Stendhal, padre dell’idea narrativa di Confusione della Battaglia…

E forse, in qualche modo, questi due sono i capostipiti narrativi in fatto di Waterloo, e di sicuro i sue esempi francesi più celebri. Ma sull’altro lato della Manica? Perché naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia: Waterloo vista dall’Isoletta. Ebbene, per questo bisognerà avere pazienza fino a lunedì, quando arriverà la seconda parte de La Battaglia delle Battaglie – uno sguardo a Waterloo in narrativa negli ultimi duecento anni.

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* Sapevate che l’avrei citata, vero?

** In realtà, se vogliamo, il fatto stesso che Ezio avesse troppa paura dei suoi inaffidabili alleati per permettere loro di dare agli Unni il fatto loro fino in fondo è segno di un cambiamento molto, molto irreparabile, but bear with me: non è questo che intendo qui e adesso.