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1815-2015: La Battaglia delle Battaglie – I Parte

Waterloo

Forse no – o quanto meno non solo questa. Però quando si parla di battaglie, Waterloo è una di quelle cose che funzionano – di fatto o idealmente – da spartiacque. È difficile negare che ci sia stato un Prima di Waterloo e un Dopo Waterloo, proprio come c’è stato un Prima di Canne e un Dopo Canne* e, a un livello più circoscritto, un Prima di Hastings e un Dopo Hastings…

Voglio dire: anche i Campi Catalaunici furono una significativa battaglia, segnarono una battuta d’arresto nell’avanzata degli Unni, cambiarono – o quanto meno misero in luce inequivocabilmente – la dipendenza di Roma dai barbari… però dopo Chalons il mondo non cambiò – tanto è vero che un po’ di mesi più tardi Attila ricominciò daccapo in Italia…**

Canne è tutta un’altra faccenda. E Hastings. E Waterloo… È l’irreparabilità, credo.

MiserablesE questi scontri in cui si decidono i destini di un mondo, di un continente, di un regno, di un’isola, queste giornate dopo le quali non si torna indietro, gettano ombre lunghe in una quantità di campi, compresa – ed è qui che noi andiamo a parare – la narrativa. È inevitabile, se ci pensate: la narrativa vuole conflitto, giusto? E allora una battaglia, una terribile, epocale battaglia che Cambia il Mondo Come lo Conosciamo è qualcosa che supplica di essere narrato, uno sfondo ideale per le vicende individuali, un punto di non ritorno perfetto sotto la maggior parte dei punti di vista. Per cui nessuna sorpresa che Victor Hugo, in Les Misérables (I Miserabili) dedichi molte pagine a una dettagliata e vivida descrizione della battaglia, piazzando in mezzo al fuoco, al sangue e ai destini d’Europa l’incontro accidentale tra il saccheggiatore Thénardier e l’aristocratico babbo di Marius. La faccenda, accaduta molti anni prima e destinata ad avere sproporzionate ripercussioni sulla storia, si sarebbe potuta risolvere in un paio di pagine – ma tale era l’attrazione di Waterloo che Hugo ne cavò il pretesto per tutto il Libro Primo del Tomo II.Chartreuse

Un quarto di secolo prima, e in modo più pertinente da un punto di vista narrativo, Stendhal a Waterloo ci manda il suo protagonista. Ne La Chartreuse de Parme (La Certosa di Parma), Fabrizio del Dongo, cresciuto in adorazione di Napoleone, ha diciassette anni quando scappa di casa per unirsi all’avventura  fiammeggiante dei Cento Giorni. Poi però Stendhal è Stendhal, e per una combinazione di sfortuna e ingenuità Fabrizio si mette in tanti guai che solo a Waterloo riesce a trovare i Francesi… Non solo ormai è un pochino tardi, ma il nostro ragazzo ne cava un’esperienza terrificante e sconcertante quando scopre che trovarsi in mezzo a una battaglia vera e leggerne dei libri sono due cavalli di diversissimo colore. E gloria sia alla descrizione impressionistica di Stendhal, padre dell’idea narrativa di Confusione della Battaglia…

E forse, in qualche modo, questi due sono i capostipiti narrativi in fatto di Waterloo, e di sicuro i sue esempi francesi più celebri. Ma sull’altro lato della Manica? Perché naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia: Waterloo vista dall’Isoletta. Ebbene, per questo bisognerà avere pazienza fino a lunedì, quando arriverà la seconda parte de La Battaglia delle Battaglie – uno sguardo a Waterloo in narrativa negli ultimi duecento anni.

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* Sapevate che l’avrei citata, vero?

** In realtà, se vogliamo, il fatto stesso che Ezio avesse troppa paura dei suoi inaffidabili alleati per permettere loro di dare agli Unni il fatto loro fino in fondo è segno di un cambiamento molto, molto irreparabile, but bear with me: non è questo che intendo qui e adesso.

7 risposte a "1815-2015: La Battaglia delle Battaglie – I Parte"

  1. 😀 Quasi, quasi… Ma, come dice Rudolf Rassendyll, “Nearly is not enough.” E poi magari non è abbastanza per fare la storia – però è abbastanzissima per giocare a What If.

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  2. Anche i trilobiti ce l’avevano quasi fatta.
    E i dinosauri.
    E gli uomini di neanderthal.
    La storia è costellata di gente che ce l’ha quasi fatta.
    Per questo esistono i premi di consolazione.

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  3. Uh, questi gelidi scienziati insensibili al fascino degli sconfitti!

    E non è forse possibile che i trilobiti, i dinosauri, l’uomo di Neanderthal, Annibale, Manfredi di Svevia, Napoleone et similes caeteri considerino un premio di consolazione il fatto di avere ancora devoti della loro causa nel XXI secolo?

    (Che poi non so: ci sono devoti della causa dei trilobiti? )

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  4. Conosco persone che hanno dedicato la propria vita allos tudio dei trilobiti, per cui immagino si possano definire “devoti alla causa”.
    E d’altra parte, sia Thackeray, che Trollope, che Dickens, citano dei trilobiti nei propri romanzi… e Dickens cita anche un dinosauro a passeggio per il centro di Londra (I kid you not).
    Ma non mancano i detrattori, come ad esempio Howell: “Romance is as inferior to realism as the trilobite is to the trout”.
    Come se le trote fossero poi questa gran cosa (e Howell di evoluzione non aveva capito nulla).

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  5. @Dr.Dee: perché le trote, of all things? Non mi pare il più luminoso dei complimenti nemmeno per il realismo… Forse Mr. Howell aveva una passione di qualche tipo per le trote? Allevava trote da compagnia? Ci faceva conversazione? Perché voglio immaginare che la faccenda non abbia implicazioni culinarie, right? Anche se forse, da un uomo che fa affermazioni del genere, c’è da aspettarsi di tutto…

    @ Andrea: hm… il che però non sembra nulla di cui andare terribilmente soddisfatti, a leggere l’articolo…

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