gente che scrive · Storia&storie

Charlotte Ritrovata

charlotte bronte, constantin hégerDomani Charlotte Brontë avrebbe compiuto 204 anni… no, non c’è modo al mondo in cui avrebbe potuto compierli, e non è nemmeno una data straordinariamente tonda – ma lasciate che colga l’occasione per raccontarvi una storia, volete?

Allora, dovete sapere che le sorelle Brontë avrebbero voluto aprire la loro scuola per fanciulle nella casa parrocchiale di Haworth.

Non so chi pensassero di poter attirare in un posto così isolato, così malsano, così sperduto tra le brughiere – un posto che, a parte tutto, avrebbero perduto alla morte del loro padre. Tra l’altro, a nessuna delle tre piaceva affatto insegnare… Ma d’altra parte, nessuna delle tre faceva gran conto di sposarsi, c’era l’esigenza di guadagnarsi da vivere e non c’erano molte possibilità aperte per una donna della loro situazione sociale. Scartata l’ipotesi di fare le dame di compagnia, se insegnamento doveva essere, che fosse almeno a casa, e per qualche anno tutta la famiglia fece del suo meglio per considerare The Misses Brontë’s School For Young Ladies un’opzione sensata per il futuro delle ragazze.

Ora, per allettare le young ladies con l’offerta di un buon curriculum di studi, era necessario che le future insegnanti parlassero un Francese non troppo eccepibile – magari perfezionato all’estero. Parigi, la scelta ovvia, dovette sembrare troppo lontana, troppo costosa, troppo risqué – ma c’erano alternative: nel 1842, con la benedizione del Reverendo Patrick e il finanziamento della zia Branwell, Charlotte e Emily partirono per Bruxelles con l’intenzione di studiare il Francese al Pensionnat Héger – dove si pagavano parte della retta insegnando a loro volta Inglese e musica.

All’epoca e nelle circostanze generali, non era cosa di tutti i giorni. Era un passo audace e una maniera di costruirsi un futuro che non molte donne dell’epoca, a parità di circostanze, avrebbero anche solo considerato. Purtroppo  non andò a finire nel modo che tutti si aspettavano. A Bruxelles Emily durò poco – come sempre accadeva quando si cercava di allontanarla da Haworth e dalla sua casa. Era un’allieva molto brillante ma, quando la zia Branwell morì pochi mesi più tardi e si rese necessario tornare in Inghilterra, decise che ne aveva avuto abbastanza. Rivoleva la libertà di scrivere, camminare per miglia nelle brughiere e scrivere to her heart’s content. constantin héger, charlotte brontë

Invece Charlotte tornò a Bruxelles nel gennaio del ’43. Ci tornò perché era innamorata del suo professore – incidentalmente il marito della proprietaria della scuola. Constantin Héger era un’omarino brusco, colto e affascinante, mosso a simpatia nei confronti delle due allieve inglesi – eccentriche, quasi adulte e tanto più intelligenti della scolara belga media. Charlotte, intrecciò con lui un’intensa amicizia intellettuale, s’innamorò (letteralmente) come una scolaretta, visse per un anno al pensionato – solitaria, infelice, tormentata dai sensi di colpa e, quando Mme. Héger ebbe il buon senso di metterla alla porta con tutta la grazia e il tatto possibili, se ne tornò a casa con il cuore a pezzetti molto piccoli e treni merci di materiale da romanzo.

Il suo primo romanzo (prima di Jane Eyre, anche se venne pubblicato solo nel 1857) s’intitolava, guarda caso, The Professor. Protagonista un giovane insegnante (celibe) in una scuola femminile di Bruxelles, che s’innamora (ricambiato) della sua giovane allieva anglo-svizzera, nonostante le beghe della perfida direttice della scuola…

Er… yes, well.

Nel 1853 Charlotte era ancora abbastanza presa dalle sue esperienze di Bruxelles da riscriverle nella forma di Villette, di nuovo una storia di pensionati, allieve e professori in un Belgio appena velato sotto i nomi fittizi. Interestingly, la protagonista inglese Lucy, la consueta orfana che studia Francese, s’innamora di due uomini diversi – il Prof. Paul, modellato su Héger, e un giovane dottore inglese che era il ritratto di George Smith, l’editore di Jane Eyre. Ora, si dà il caso che il giovane e bel George Smith fosse più che un po’ innamorato di Charlotte e, seguendo la stesura di Villette, fu tanto esplicito quanto le convenzioni del tempo lo permettevano nel suggerire a Charlotte di far convolare Lucy e il Dottor John. Ma Charlotte, incrollabile, tenne Lucy fedele al (defunto?) Professor Paul.

Inutile dire che Smith non la prese particolarmente bene.

Ingratitude.jpgPerché vi racconto tutto questo? Perché qualche anno fa, dagli archivi di un museo belga, è (ri)saltato fuori L’Ingratitude, un compito scritto di Charlotte, datato ai primi mesi di Bruxelles, una sorta di favola ispirata a quelle di La Fontaine. Questo genere di dévoir era parte del metodo del Professor Héger, che credeva nello sviluppo per imitazione. Le allieve dovevano scrivere variazioni su brani di scrittori classici, come si vede tanto in The Professor quanto in Villette. Attraverso questo esercizio, sia Frances Henri* che Lucy Snowe rivelano non solo un’abissale superiorità rispetto alle compagne di classe, ma anche un talento fuori dal comune, attirando così l’attenzione dei rispettivi insegnanti.

Molto autobiografico, anche se, a dire il vero, L’Ingratitude, storia di topini senza lieto fine, scritta in un Francese claudicante, non sembra granché ad occhi moderni. È affascinante vedere la giovane Charlotte che cerca le sue gambe narrative in una lingua che non è la sua – pensando anche alle lettere in cui, in anni più tardi, confessava l’influenza dell’insegnamento di Héger non solo sul suo Francese, ma sulla sua scrittura in generale.

C’è da presumere che, se avesse mai aperto la sua scuola, Charlotte avrebbe applicato lo stesso metodo nell’insegnamento del Francese.

Ma The Misses Brontë’s School For Young Ladies non andò mai oltre lo stadio di una bozza di volantino pubblicitario. La mancanza di denaro, la disgrazia famigliare nella forma del riprovevole fratello Branwell (chi avrebbe mandato una figlia a studiare presso la famiglia di un seduttore di donne sposate?), la malattia e la morte si misero di mezzo.

Il protagonista de L’Ingratitude (di cui potete leggere qui l’originale e una Branwell Brontëtraduzione inglese) è un giovane topo ingrato che finisce male per non avere ascoltato i consigli paterni. Niente più di una cautionary tale ma, col senno di poi, la tentazione di vederci un ritrattino di Branwell, che nel 1842 si stava già attivamente mostrando come un inaffidabile caposcarico, è forte.

E chissà se, dopo che Branwell era morto di tisi, laudano e cattivo gin nel 1848, Charlotte ripensasse mai alla fine del suo topolino ingrato. Non è un’idea allegra.

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* “Composition became the breath of her nostrils…” nota William di Frances, che prima di allora aveva giudicato un nonnulla dull.

 

Vitarelle e Rotelle

Compagnia Di Repertorio

Che sembra – ma non è – un altro post sul teatro. Almeno non del tutto. In realtà parliamo di scrittura in generale, e cominciamo con Gore Vidal. Gore Vidal diceva che…

“Ogni scrittore nasce con una compagnia di repertorio in mente. Shakespeare ne ha una ventina, Tennessee Williams più o meno cinque, e Samuel Becket uno – e un possibile clone di quell’uno. […] L’abilità nell’assegnare i ruoli è qualcosa che migliora con la maturità.”*

Immagine1Non so voi, ma personalmente la trovo un’idea meravigliosa – per le implicazioni teatrali (tutta la narrativa è teatro e lo scrittore diventa anche regista…) e per la faccenda in sé: non personaggi ricorrenti, badate, ma tipi di personaggi. Ruoli. Archetipi personali, se volete, che naturalmente dipendono dalle intenzioni, dai temi prediletti, dal gusto, dalla formazione, dalle paure, dai desideri e dalle ossessioni dell’autore – ma anche dal genere in cui scrive e dal contesto storico, letterario e culturale in cui legge, pensa, lavora.

Gente che ritorna.

La fanciulla preternaturalmente perfetta di Dickens, memoria della defunta cognata Mary Hograth, ripetut(issim)amente idealizzata nelle varie Nell, Rose, Emma, Florence, e con lei l’Orfanello/a, il Padre Inutile, il Giovane di Belle Speranze Intralciato dai Postumi di un’Infanzia Infelice, l’Amico Inaffidabile… Poi c’è l’ambizioso di umili origini, inarrestabile e amorale, di Marlowe, combinazione di autoritratto e wishful thinking. Il marinaio sradicato e inquieto di Conrad, sempre affiancato da una donna che cerca di ancorarlo a sé e da un amico-mentore-figura semipaterna.  Il byroniano bello, spregiudicato e tragico della giovane Charlotte Brontë, cui fanno da contrappunto da un lato il professore spigoloso e intelligente modellato sul suo amore impossibile, e dall’altro l’essenziale mascalzone che occupa sempre il centro nelle storie di suo fratello Branwell…

Col che non voglio dire che tutti costoro scrivano sempre la stessa storia o lo stesso personaggio – anzi. Guardate Tamerlano, Barabbas e Faustus: sono personaggi molto diversi tra loro, ma incarnano diversamente un certo tipo di preoccupazioni, una certa visione dell’umanità, un certo attrito con un ambito sociale e culturale. Una voce. E se cito Marlowe non è perché Marlowe sia una mia ossessione… Oh, d’accordo – anche per quello, ma il fatto è che Marlowe è perfetto per illustrare il tema, perché è meno condizionato di altri dalle convenzioni di genere, e perché i tre personaggi in questione furono interpretati per la prima volta dallo stesso attore – Edward Alleyn – in un elegante parallelismo tra metafora e realtà. 55105408

Il fatto che Shakespeare invece di questi “attori” ne abbia a decine, ce lo fa immaginare meno ossessionato da se stesso e dalla sua vita, più interessato di altri all’osservazione dell’umanità at large. Una compagnia talmente numerosa e variegata che l’autore sparisce e si confonde tra i suoi attori…

Così adesso ho deciso di mettermi a fare un piccolo inventario, e vedere chi ho nei camerini del mio teatro immaginario. Chi è che mando in scena e come. Magari ne parleremo. E intanto, ditemi, o Lettori: da chi è costituita la vostra compagnia di repertorio?

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* E a dire il vero mi è capitato d’incontrare anche un’altra versione, in cui gli “attori” di Shakespeare sono ben cinquanta, e ad averne uno solo è Hemingway… sospetto che sia inaccurata, ma la cito lo stesso, seppure in nota, perché mi piace la parte su Hemingway.

gente che scrive · scribblemania

E Fu La Scintilla

stephen king,alba de cespedes,branwell brontë,patrick rambaud,scritturaNel suo On Writing – quella cosa a metà strada tra una biografia e un manuale di scrittura, l’unico suo libro cui sia stata capace di accostarmi – Stephen King dice che c’è sempre un incidente scatenante, il momento in cui, leggendo qualcosa di altrui e pubblicato, l’aspirante scrittore viene colto dalla folgorazione: ma io posso fare meglio di così!

Quanto meno, così è stato per lui. Da ragazzino leggeva storie a puntate sulle riviste pulp, e a un tratto ha deciso che era capace anche lui. Non passava metà della sua vita a raccontarsene di simili?

Dopodiché, King non finge che dalla rivelazione in poi sia tutta una strada in discesa – anzi. Dopo la prima fiammata di entusiasmo cominciano le docce fredde, l’apprendimento dell’umiltà, i rifiuti, il duro lavoro… Però intanto la scintilla c’è stata, e ha spinto l’aspirante oltre la scogliera. L’aspirante ha smesso di aspirare e basta, e ci si è messo sul serio – tanto sul serio da mandare i suoi sforzi Là Fuori in cerca di fortuna.

blackwood's magazine, stephen king, branwell brontë, alba de cespedes, patrick rambaudQualcosa del genere avvenne a Branwell Brontë, noto a tutti come lo sciagurato fratello delle sue sorelle, ma con aspirazioni letterarie sue, in gioventù. A giudicare dalle lettere, fu leggendo le poesie sulla Edinburgh Review e su Blackwood Magazine che, ancora adolescente, Branwell decise che i suoi giochi letterari* meritavano platea più ampia delle sue tre sorelle. In realtà inclino a credere che il ragazzo coltivasse già un’ottima opinione di sé stesso e delle sue poesie: il confronto con quelle pubblicate sulle riviste non fece altro che spingerlo all’azione. Allora cominciò a tormentare i redattori di quelle che erano tra le maggiori riviste letterarie del tempo, sommergendoli di componimenti accompagnati da lettere introduttive in cui si definiva da sé un genio. In realtà nessuno gli diede mai retta** e col tempo Branwell abbassò il tiro: in vita sua non pubblicò mai più in grande che sulla stampa locale dello Yorkshire. stephen king, alba de cespedes, branwell brontë, patrick rambaud, scrittura

La storia di un incidente del tutto diverso, invece, ricordo di averla letta a proposito di Alba de Cespedes. Storia narrata in prima persona, letta più di vent’anni fa in un’antologia scolastica – of all places – e davvero non ricordo se fosse tratta da un romanzo o da qualcosa di più personale, ma all’epoca ebbi l’impressione di qualcosa di molto autobiografico. Ricordo con una certa precisione questa bambina sola in un salotto all’imbrunire, accoccolata sul “divanetto di seta celeste”, immalinconita per qualche motivo. E a un certo punto le “belle parole” cominciano ad eromperle dentro “dolorosamente”. La piccola Alba scoppia a piangere per l’impatto della rivelazione, e non sa come spiegare quel che succede al padre che l’ha trovata in lacrime. E da quel giorno comincia a scrivere. Nulla a che fare col confronto, e non ho idea di quanto la storia sia romanticizzata, ma ci siamo capiti.

stephen king, alba de cespedes, branwell brontë, patrick rambaud, scritturaE a dire il vero, un incidente scatenante l’ho avuto anch’io – composito. La lettura de La Bataille, di Patrick Rambaud, non scatenò nessuna certezza di poter fare di meglio***, ma mi fece domandare se non potessi fare altrettanto, e mi spedì in Francia a visitare possibili ambientazioni per una storia d’epoca napoleonica. Come poi invece finii in Vandea e cambiai periodo è un’altra storia, ma ancora mi si levano stormi di lepidotteri nello stomaco al ricordo di una certa notte insonne in una stanza d’albergo in una cittadina chiamata Cholet. La stanza era tutta bianca e verde, faceva un caldo assassino e io avevo una certezza nuova: avrei scritto un romanzo sulle guerre di Vandea. Sapevo farlo. Potevo farlo. L’avrei fatto. And sure enough, appena tornata a casa cominciai il romanzo e – cosa più rilevante – lo finii. Cosa ancor più rilevante, quindici anni più tardi sono ancora su quella strada.

Quindi, quando concordo con Stephen King in fatto d’incidenti scatenanti lo faccio per una commistione di fiducia, precedenti letterari ed esperienza diretta dell’esaltante, prometeico momento in cui la scintilla scocca e i sogni allo stato gassoso prendono fuoco****. Non è detto che funzioni, non è detto che bruci a lungo e non è nemmeno detto che conduca da qualche parte – ma a parte tutto, è un momento felice nella vita di uno scrittore.

 

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* Molta della poesia dei Brontë aveva a che fare con i mondi immaginari di Angria e Gondal – prima o poi ne parleremo.

** E a volte viene da domandarsi se qualcuno dei rifiuti non fosse motivato anche dalle lettere, perché il ragazzo poteva essere davvero obnoxious, quando voleva.

*** A parte tutto, è proprio un bel libro – battaglia di Essling con sottile taglio meta-letterario. A quanto pare la traduzione italiana non è più in commercio. Tocca cercare copie di seconda mano – o leggere in originale, che è sempre una buona idea.

*** Waxin’ lyrical, am I?