Storia&storie · teatro

Vertigini Metashakespeariane

Poster - Julius Caesar (1953)_09È capitato di recente che rivedessi il vecchio Giulio Cesare – Shakespeare secondo Mankievicz, con James Mason, Marlon Brando e John Gielgud. Teatro filmato in grande, per lo più, molto vecchia maniera, con menzione speciale per la prima scena dell’Atto II, che funziona davvero bene con il vento e le torce – ma non è questo il punto, o almeno non oggi.

Il punto è che l’esperienza (ancora in corso) di Shakespeare in Words ha dato un luccichio particolare a quel meraviglioso pezzettino dell’Atto III in cui, dopo aver assassinato Cesare, i congiurati s’inginocchiano per immergere le mani nel suo sangue. È per metà un rituale semibarbarico e per metà la preparazione prima di presentarsi alla folla irrequieta, con le spade e le mani insanguinate, a gridare “Pace e libertà!”

E mentre Bruto e compagnia se ne stanno lì con le mani nel  sangue, Cassio ha uno di quei momenti in cui ci si vede dall’esterno – e nella storia:

In quali età a venire si reciterà questa nostra scena solenne, in nazioni ancor non nate, in lingue mai udite ancora?

Mi sono sempre chiesta se chi compie atti storici se ne renda conto, se si fermi mai a meditare sulla propria JCHowManyAgesnachleben… apparentemente se lo chiedeva anche Shakespeare – e ne ricavò questo favoloso squarcio metateatrale. Non ricordo più dove ne ho letto la definizione come “un evento storico che si immagina scena teatrale all’interno di un’opera teatrale a proposito dell’evento stesso”… E l’ironia naturalmente sta nel fatto che il Cassio di Shakespeare pone la domanda a un pubblico non ancor nato, in una nazione e in una lingua che ancora non esistevano nel 44 avanti Cristo… Anzi, a ben pensarci, lo fa da secoli in nazioni che non esistevano nemmeno nel 1599…

Ma Cassio non ha intenzioni ironiche. Anzi, si prende talmente sul serio che mi domando se non intenda il verbo “to act over” nel senso di “compiere ancora”, piuttosto che in quello teatrale di “recitare”… È possibile che, più che come eroe tragico delle scene future, s’immagini come l’ispiratore di generazioni di tirannicidi a venire? È un’impressione che non posso fare a meno di avere ogni volta che vedo questa scena – almeno fino a quando Bruto non risponde così:

Quante volte dovrà sanguinare su un palcoscenico Cesare, che ora giace come polvere davanti alla statua di Pompeo?

E rieccoci fermamente ricondotti a teatro… E forse m’immagino cose che non ci sono, ma non posso fare a meno di sentire un che di seccato nella replica di Cassio:

Per quante volte sia, sarà sempre per dare a noi il nome di liberatori della patria!

CassiusBrutusA Cassio proprio non va che gli strappino il suo momento di storia – men che mai per darlo al cadavere di Cesare – e, se teatro dev’essere, almeno si riprende le luci della ribalta, per sé e per i suoi compagni, i liberatori di Roma. Il che, badateci, noi vediamo in una tragedia intitolata Giulio Cesare

Dopodiché gli altri congiurati cominciano a innervosirsi, e arriva il messaggero di Antonio, e avanti si va – Cassio e Bruto su binari separati – e la finestra metateatrale è chiusa, con la sua prospettiva vertiginosa di domande che contengono domande, e ironie speculari, e scontri di personalità, e secoli che passano, e complessità stratificate… E tutto questo, nell’originale, in nove versi. Nove.

Capite perché adoro Shakespeare? E perché non posso più andare alle prove senza un’eco di quel luccichio che vi dicevo sul diaframma?

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grillopensante · Shakespeare Year · Storia&storie · teatro

Chiavi di Lettura

chiaveanticaEcco, e quindi domani è il gran giorno, e Shakespeare in Words va in scena…

Ma oggi non vi racconto nulla del dietro le quinte. Oggi vi metto a parte di una piccola epifania shakespeariana occorsa qualche settimana fa, all’indomani del fallito colpo di stato in Turchia.

Stavamo provando il terz’atto del Giulio Cesare, e in particolare la scena III, in cui Bruto e poi Antonio parlano alla folla – e all’improvviso… folgorazione! La Roma di Shakespeare e la nostra Istanbul… JC3

Fateci caso, se domani sera venite a teatro: gli ufficiali kemalisti/Bruto, con l’atto di forza e, a titolo di giustificazione, tutta una serie di gelide e astratte virtù civiche – che si tratti della laicità o della prevenzione degli ipotetici mali dell’ambizione di Cesare. E poi Antonio/Erdogan entra in scena, perché chi dovrebbe e potrebbe impedirglielo, non lo fa – e arringa la folla (dai rostri nel Foro o attraverso un cellulare) puntando alla paura dell’ignoto, alle emozioni, all’avidità, chiamando a raccolta, incitando alla violenza… E la folla risponde agli argomenti di Antonio/Erdogan, più viscerali e più concreti, e si scatena: grida, minacce, sangue versato, linciaggi nelle strade…

E lo so che è una lettura molto parziale sia di Shakespeare che della situazione turca – ma i paralleli ci sono, e ce ne siamo serviti per lavorare su motivazioni e dinamiche all’interno della scena in questione. È parte della grandezza di Shakespeare: non perché leggesse il futuro nella sfera di cristallo, ma perché sapeva cogliere certi aspetti della natura umana che, apparentemente, non cambiano granché da Roma antica all’Inghilterra elisabettiana alla Turchia del XXI secolo. Se ne può concludere che non trascurare la comunicazione non è affatto sufficiente: bisogna anche saperne padroneggiare i meccanismi. Un’idea adatta a un uomo che, quattrocento anni e rotti orsono, è uscito dalla bottega di calzolaio di suo padre per diventare forse il poeta più citato, studiato e rappresentato al mondo. E se ne può concludere anche che i poeti morti non sono poi così morti, dopo tutto – qualcosa di cui in Italia, ogni tanto, abbiamo bisogno di ricordarci.

E possiamo anche trovarci un buon motivo per venire a teatro, domani sera, a vedere Shakespeare in Words, l’Immortalità delle Parole. Vi aspetto a Ostiglia, domani sera.