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Francobolli di Viaggio

stampparis“Immagina di tenere un diario,” mi si è detto una volta. “E immagina di avere a disposizione, per ogni giorno, soltanto il retro di un francobollo. Uno di quelli grossi e celebrativi, se vuoi – ma tutto quel che puoi fare è scriverci una frase. Un posto, una persona, un’immagine, un’impressione – non importa. Una singola, vivida cosa che vuoi ricordare per quel giorno.”

L’idea mi è sempre piaciuta, in quella maniera vaga e ariosa, in cui piacciono le idee carine – sapete quello che intendo. E ci ho anche provato, una volta o due, e apprezzato la distillazione, la ricerca di vividezza ed efficacia… Ho provato, ho persistito per qualche giorno, una settimana, una volta persino un mese, e poi ho lasciato perdere.

Per un motivo o per l’altro, mi è tornato in mente giusto un anno fa, la prima sera di una piccola spedizione parigina. L’ho proposto ai miei compagni di viaggio, e insieme abbiamo deciso di adottare il gioco: ogni sera, durante la cena, scambiavamo e discutevamo i nostri francobolli.

A volte erano scorci di paesaggio e fette di città, a volte erano terrine di cozze al Quartier Latin, a volte scampoli di musica inaspettata, a volte una libreria speciale, o la popolazione multietnicissima sul Metro, o il profumo del caffè… Stamp

E l’ho riproposto di nuovo ai compagni di viaggio di Londra, qualche settimana fa, e il risultato è stato lo stesso: dagli acquitrini e canali attorno a Roydon al ritratto di John Donne alla Portrait Gallery, dalle colonne dipinte del Globe al fish&chips al Garrick’s Arms… E se me ne dimenticavo io, era il resto della comitiva, quando ci sedevamo a cena, a ricordarmelo: “E i francobolli?”

È stato divertente, è stato interessante, è stato rivelatore sul modo in cui funzionava ciascun francobollatore. Ci ha indotti a osservare, a cercare e a pensare.

Così comincio a domandarmi se non potrei provarci di nuovo. In viaggio – d’ora in poi sempre – ma non solo. Trovare ogni giorno la Singola Cosa, raccoglierla in una singola frase senza perderne la consistenza, scegliere tra le possibilità… A parte tutto il resto, deve, deve, deve essere un buon esercizio di scrittura, non pensate?

 

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Tempeste Cerebrali

Ricordo di avere già accennato alle meraviglie del brainstorming in qualche protopost, ai tempi in cui questo blog era un tentativo ancora molto sperimentale. Oggi vorrei essere più specifica e segnalare qualche strumento utile che si può reperire in rete.

Per cominciare, confesso che sono una scettica convertita. Quando la meravigliosa Holly Lisle cominciò a parlarci del brainstorming come una delle tecniche più utili che uno scrittore potesse imparare, ricordo di avere sollevato un sopracciglio. Cosa? Pensiero disorganizzato per risolvere i problemi? Immaginatemi con un’espressione da we-are-not-amused. Salvo poi capire che lo facevo già, senza nemmeno saperlo, nella maniera istintiva e priva di tecnica che in genere porta risultati insufficientemente cotti. 

Per anni, quando scoprivo di avere incasinato me stessa, la trama e i personaggi, il mio metodo è consistito nello sdraiarmi al buio con le cuffie del lettore cd nelle orecchie, ed esaminare il ginepraio da tutti i possibili punti di vista. Posso aggiungere che la musica che utilizzavo per queste sessioni era invariabilmente Five Variants of Dives and Lazarus di Vaughan-Williams, e che la cosa aveva una certa tendenza a funzionare, se non alla prima, alla seconda o alla terza volta…

Quindi, in definitiva lo facevo, il brainstorming. Solo che lo consideravo una tecnica d’emergenza, tipo respirazione artificiale, da usarsi ad un solo scopo e solo in casi disperati.

Adesso che sono più vecchia e più saggia ho scoperto che non è così. Le tempeste cerebrali (suona semi-epico in Italiano, vero?) sono uno strumento utilissimo e versatile. Sciogliere un nodo della trama, caratterizzare un personaggio, ideare un titolo, individuare un finale, definire una sottotrama, legare tra loro varie sottotrame, pescare l’aggettivo perfetto… non c’è praticamente limite a quello che si può fare con una buona tempesta. L’importante è non farlo come se fosse un compito in classe: lo scopo non è produrre tabelle perfette o cinque paragrafi di prosa squisita, ma piuttosto stimolare il cervello a cercare soluzioni alternative, associazioni nuove, idee inaspettate.

I metodi sono vari.

Musica e buio – a patto di usare sempre la stessa musica ben conosciuta (deve fare da sfondo e aiutare la concentrazione, non provvedere l’esperienza d’ascolto della vita) e di poter accendere la luce e prendere appunti in qualsiasi momento. E sia chiaro, lo cito qui come citerei la mongolfiera tra i mezzi di locomozione: bello e pittoresco, ma non si è affatto sicuri di arrivare dove si vuole (o da qualche parte affatto).

Clustering – per gente visually oriented. Si disegna un rettangolo in mezzo al foglio e ci si scrive dentro la domanda o il problema, e poi si comincia a buttar giù quello che viene in mente. Tutto – ma proprio tutto – va bene. Singole parole, idee, domande, pensieri compiuti, schizzi, disegnini… Chiudere ogni singolo articolo in un ovale aiuta a limitare la confusione. E poi si tracciano collegamenti, paralleli, ramificazioni, e da ciascun ovale si può ripartire con altre associazioni, e via così… L’importante è procedere, procedere, procedere… magari darsi un tempo limite, diciamo dieci minuti, e per quei dieci minuti continuare senza pensarci troppo, seguendo anche le direzioni più strambe, senza preoccuparsi di ortografia, grammatica e logica. Funziona bene con carta e penna (e magari qualche pennarello colorato per stabilire visivamente certe parentele o gerarchie), ma è meglio usare fogli grandi. Per chi vuole provare a farlo al computer, ci sono, crederci o no, software appositi. Il più celebre è Buzan’s iMindMap, ma esistono buone alternative gratuite. Una è Freemind, piuttosto semplice da usare e senza particolari fronzoli; oppure c’è Cayra, molto colorato, e con il non trascurabile vantaggio di poter rendere le mappe virtualmente tridimensionali, ma un po’ macchinoso nell’uso. Personalmente preferisco carta e penna (forse non ho mai imparato come si deve a usare Cayra), con una notevole eccezione. A suo tempo avevo scaricato la versione gratuita di ConceptDraw Mindmap, che sembrerebbe semplicemente un mindmapping software un pochino scarno se non fosse per la funzione “brainstorming”: c’è un timer e c’è una box in cui si digita, come detto sopra, tutto quello che viene in mente. Ogni volta che si schiaccia invio, il programma crea un ovale nuovo nella mappa. A tempo terminato, si può procedere a sistemare, spostare, collegare… E’ così che sono arrivata al titolo del mio ultimo romanzo. Il link conduce al sito ufficiale, dove si può scaricare la versione completa per 30 giorni di prova gratuita… mi par di ricordare che, trascorsi i 30 giorni, rimanga solo la versione limitata gratuita, ma sinceramente non mi ricordo: non c’è altro che provare, temo.

Freewriting – e questo è il mio preferito, perché ho stabilito da lungo tempo che non sono una persona visiva (o visuale? mah…), ma trovo che scrivere sempre d’aiuto. In un certo senso è più intuitivo del clustering, un po’ come pensare per iscritto. Ci si pone una domanda, e si cerca di rispondere, anche se lo si fa con altre domande. Perchè? Che cosa? Chi? Come? e soprattutto, l’impareggiabile, insostituibile, meravigliosa E se invece…? accompagnata da suo cugino germano Oppure? La regola è sempre la stessa: sono solo appunti che nessuno vedrà, quindi non stiamo a preoccuparci di ortografia, grammatica e sintassi. Per dirla tutta, non stiamo nemmeno a preoccuparci soverchiamente della logica, per il momento. L’importante è buttar giù idee, principii di idee, idee potenziali… qualcosa di buono nel mucchio si trova sempre. Spesso e volentieri più di qualcosa. Qualche volta lo faccio in forma di dialogo, qualche volta lo faccio in Inglese, spesso mi ritrovo con più opzioni di quante me ne servano, e allora segue la deliziosa agonia di scegliere fra due (o più) possibilità, tutte allettanti, tutte promettenti… può essere difficile, ma è cieli interi al di sopra di non sapere come continuare! Naturalmente, l’opzione prima è di farlo con carta e penna (su un quaderno apposito, magari rilegato in pelle, fa tanto artista al lavoro…). Personalmente, la maggior parte delle volte lo faccio al computer. E siccome mi secca avere file di Word disseminati per tutto l’hard disk, ho scaricato My Simple Friend, un journaling software che salva da sé quello che scrivo e che tiene tutto insieme, facilitando il reperimento e la consultazione di appunti, tempeste cerebrali, annotazioni, esperimenti e qualsivoglia altro straccetto di scrittura estemporanea. Tutto nello stesso posto: chiunque sia disordinato come lo sono io capirà il pathos della faccenda.

Sembra fumoso? Lo è meno di quanto sembri, ed è maledettamente utile. Siete scettici? Lo ero anch’io, finché non ho provato. O meglio, finché non ho imparato a farlo con qualche rilassatezza. Come detto più sopra, non c’è altro che provare.