teatro

Campogalliani 2020/21

E come avevamo promesso, come speravamo, come abbiamo voluto fortissimamente, ecco qui la nuova stagione!

Abbiamo lavorato – e ancora stiamo lavorando – proprio tanto per questa stagione insolita, tutta nuova, che concilia le nuove necessità con la curiosità e l’integrità artistica di sempre… Come vedete, la faccenda è varia, in tutta la gamma tra il drammatico e il brillante, passando per il thriller psicologico di Amélie Nothomb, la memoria di Germaine Tillion e la storia natalizia di Forsyth. E (ma ne riparleremo a suo tempo), c’è anche la vostra affezionatissima… Ci sarà da ridere, sorridere, commuoversi e pensare; ci saranno genitrici terribili, sogni perseguiti a dispetto di tutto, paure profonde, miracoli, bugie, rovelli, e la volontà di vivere… a ben pensarci, ci sarà la vita, sul nostro piccolo palco, non trovate?

E, in questi tempi incerti, non c’è nulla di meglio da celebrare. È ora di ricominciare, o Spettatori. Noi ci siamo. Volete unirvi a noi?

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Da un punto di vista pratico, si prenota:

1) Per telefono allo 0376325263 oppure via email all’indirizzo info@teatro-campogalliani.it – pagando con bonifico o direttamente alla biglietteria, almeno 4 giorni prima dello spettacolo;

2) Direttamente alla biglietteria, dal mercoledì al sabato, tra le 17 e le 18.30.

Temo che non sia più possibile prenotare e poi pagare la sera stessa dello spettacolo – e la terza opzione, la biglietteria online, dovrebbe essere disponibile a giorni, ma vi faremo sapere.

Tutto ciò, naturalmente, è conseguenza delle misure anti-Covid vigenti, e per lo stesso motivo il numero di posti in platea è limitato rispetto agli anni scorsi. Vi consiglio di prenotare per tempo!

Se volete informazioni più dettagliate, trovate tutto sul nostro sito.

Vi aspettiamo in Teatrino!

 

 

Storia&storie · teatro

La Memoria in Scena

Quest’anno in Campogalliani attorno alla Giornata della Memoria abbiamo costruito un progetto più “lungo” del consueto – qualcosa che, tra gennaio e marzo, intreccia due testi diversissimi tra loro per tono, per idea, per origine. Diversissimi – eppure…

Da un lato c’è Processo a Dio, la spietata riflessione di Stefano Massini sulla domanda che, sotto molti aspetti, è La Domanda di tutta l’umanità.

Dov’era Dio, mentre tutto ciò accadeva?

“Dio è sotto processo da cinquemila anni,” dice il Rabbino Bidermann, in uno dei tanti momenti memorabili di questo dramma terso e tagliente. Non aspettatevi di uscire da teatro con delle risposte – e d’altra parte offrirne non è il mestiere del teatro. “Il posto delle domande è sul palcoscenico,” dice Jeffrey Sweet, “Ma le risposte si devono trovare in platea.” Ed è precisamente quello che fa la storia di Elga Firsch: solleva questioni vitali e potenti, e poi ci manda fuori scossi e pensanti. Il resto del lavoro è nostro.

Se non avete ancora visto Processo a Dio, c’è ancora tempo fino al 31: restano pochissimi posti – ma vale la pena di provare.

E poi ci sono le Donne di Ravensbrück, tratto dall’operetta-pastiche che l’antropologa francese Germaine Tillion scrisse per le sue compagne di blocco durante la prigionia nel campo di Ravensbrück… Un’operetta, sì. Perché di fronte all’orrore quotidiano, alla morte incombente, alla crudeltà insensata, Germaine e le altre si tenevano vive strappando al buio un sorriso, una canzone… Ne riparleremo più avanti, quando questo singolarissimo lavoro sarà pronto per la scena – ma per ora diciamo questo: il Processo e Ravensbrück, nella loro enorme diversità, si accostano alla perfezione. Non le due facce di una medaglia – perché la cosa è molto più complessa di così. Diciamo due tra le facce dello stesso prisma, piuttosto. E lavorare all’uno e assistere all’altro è stata (sta essendo) un’esperienza piena di fermenti e di commozione – e, una volta di più, di domande.

Ma anche un motivo di… ecco, è difficile parlare di ottimismo e di speranza a proposito di questo argomento – ma resta il fatto: attraverso le sue ore più buie, lo spirito umano continua a voler capire e a voler sorridere. L’umanità, o almeno parte di essa, non smette di pensare. E quindi, direbbe Cartesio, non smette di essere.

C’è consolazione in questo, non trovate?