Ed eccoci qua. Quando il guareschiano Don Camillo s’infiltra nella spedizione sovietica di Peppone, che opera rappresentano i Russi a beneficio degli ospiti italiani? E quando Richard Gere introduce all’opera la Pretty Woman, che cosa la porta a vedere? E a dire il vero ho sempre pensato che questa seconda fosse una scelta un po’, you know… Non dico che il paralellismo narrativo non abbia il suo perché – ma forse, se fossi un uomo e volessi portare all’opera una graziosa prostituta in via di redenzione, non sceglierei proprio la storia di una graziosa prostituta che cerca di redimersi e ci lascia le penne…
Perché di questo si tratta – e per l’epoca era materia scandalosetta anzichenò. Ma Verdi, si sa, era ansioso di soggetti nuovi, grandi, belli, variati, arditi… e non era la prima volta che andava a cercarseli a teatro – in Francia. Durante uno dei suoi frequenti soggiorni parigini, aveva visto il discusso adattamento teatrale de La Dame aux Camélias, l’ancor più discusso romanzo di Alexandre Dumas fils – e gli era piaciuto da matti.
Tanto da metterci subito al lavoro Piave (povero Piave!), il quale consegnò rapidamente quel che Verdi voleva, da mettersi in scena alla Fenice.
E magari la storia la sappiamo tutti, ma vediamo un po’ che cosa ne aveva fatto il poeta-gatto.
Atto Primo
Allegra soirée a casa di Violetta – e fa presto a venirci il dubbio che non sia l’ambiente più comme-il-faut che si possa immaginare. Si cena, si beve, si parla di piacere, si presentano nuovi e vecchi amici, e scopriamo che il giovane provenzale Alfredo è innamorato perso della bella e disinvolta padrona di casa, che però non se lo fila nemmeno per sbaglio. 
Invitato a proporre un brindisi, il ragazzo si produce nella cosa verdiana più bissata di tutti i tempi – e francamente, se avete assistito anche solo a un gala lirico o due, e a qualche edizione del concerto di Capodanno della Fenice, odds are che ne abbiate fin sopra i capelli di sentirvi invitare a libar nei lieti calici…
Ma tant’è. Sbrigata rapidissimamente la cena, i nostri fanno per passare nel salone da ballo – ma… che accade? Violetta impallidisce, barcolla, deve sedersi, mormora che non è nulla, invita tutti ad avviarsi, che lei li segue subito… Tutti escono tranne Alfredo, che è rimasto per amministrarle un’affettuosa predicuzza su come gli stravizi conducano a una tomba precoce… Il dialogo che segue lo riassumiamo così:
Lei – Tanto peggio. A chi importa?
Lui – A me! A me che v’amo tanto – da un anno intero e in silenzio!
Lei – Sciocchino. Siamo amici, volete?
Lui – Se non si può far di meglio…
Lei – Ecco, bravo. Andate a casa e tornate domani.
Lui – Domani? Oh, estasi!
E se ne va. E d’altra parte se ne vanno tutti, perché non ce ne siamo accorti, ma s’è fatta mattina.
E Violetta, rimasta da sola, è tentata di confessarsi che dopo tutto il ragazzo non le è indifferente… possibile che sia questo l’Amore, quella cosa che sognava da bambina – e poi ha mancato mentre era troppo occupata a fare la cortigiana? Ma queste sono follie. Povera donna sola, abbandonata in quel popoloso deserto che chiamano Parigi, che spera or più? Che far dee lei? Gioire! Di voluttà nei vortici perire! Sempre libera dee lei folleggiar di gioia in gioia, eccetera, eccetera, e sipario.
Atto Secondo
E si vede che Violetta non diceva sul serio, perché a quanto pare i nostri colombi hanno abbandonato il popoloso deserto e vivono in rustica semplicità* da tre mesi. In rustica semplicità e nel peccato – ma questo son dettagli… o forse no? Fatto sta ed è che a frantumare l’idillio campagnuolo di Alfredo provvede la fida Annina, cameriera di Violetta, rivelando che la signora ha appena venduto carrozza e cavalli – e lo stesso è ben lungi dal pareggiare i conti.
Alfredo inorridisce nello scoprire che anche due cuori e una capanna comportano delle spese – e parte di gran carriera nell’intento di sistemare le cose.
Ma mentre lui non c’è, arriva suo padre a far visita alla maliarda che gli ha corrotto il figlio – o almeno così pensa, perché i modi di Violetta non sembrano proprio quelli di una donna perduta… Né è da donna perduta il modo in cui lei sostiene di non voler accettare un franco delle ricchezze di Alfredo, e di essersi lasciata alle spalle il suo peccaminoso passato.
M. Germont è colpito, ma ancora lievemente dubbioso: se Alfredo non contribuisce al ménage, e se lei ha smesso di … er, you know, come diamine fanno a finanziarsi una rustica semplicità così lussuosa?
Violetta spiega al padre angosciato di volersi spogliare non solo di cavalli e carrozza, ma di tutti i suoi beni per amore di Alfredo. Amore, rendenzione, divin perdono, blà, blà…
Monsieur G. – Oh, che brava fanciulla siete in realtà.
Violetta – Oh, come mi fa piacere sentirvelo dire…
Monsieur G. – Sì, e ciò mi consola assai, considerando il sacrificio che vengo a chiedervi.
Capirete che questo raggela un nonnulla l’atmosfera. Perché il fatto è, vedete, che Alfredo non è figlio unico. Dio die’ a M. Germont una figlia pura siccome un angelo e gliela fece anche fidanzare bene. Solo che adesso il fidanzato non è contento di ritrovarsi per futura cognata una demi-mondaine.
Violetta – Capisco. IL colpo è duro, ma l’amore mi rende nobile: chiederò ad Alfredo una pausa di riflessione, e fingeremo tutti che io non esista fino a dopo il matrimonio della sorellina. Contento?
Monsieur G. – Er… no.
Violetta – Cielo, che più cercate? Offersi assai…
Questo Monsieur G. lo ammette, però aveva più in mente una separazione definitiva… Violetta insorge e passa al ricatto morale in rima baciata: sola al mondo, malata, senz’altro che questo amore… come potrebbe rinunciarvi?
Monsieur G. non sembra spaventosamente ricattabile, quando risponde che pish, giovane e bella com’è… E qui segue una partita a scacchi di reciproco ricatto emotivo che è, lo ammetto, un capolavoro:
Violetta – Manco per idea!
Monsieur G. – Oh, fate un po’ voi, ma lo sapete che l’uomo è mobile, qual piuma al vento muta d’accento e di pensier… **
Violetta – Oh…
Monsieur G. – Immaginatevi vecchia, peccatrice, con Alfredo disamorato accanto, peccatrice, amareggiata… e ho già detto peccatrice?
Violetta – E dunque non esiste redenzione?
Monsieur G. – Be’, potreste sempre essere l’angelo consolatore della mia famiglia… È Dio in persona che mi manda ad offrirvene l’opportunità.
Violetta (si aggrappa alle tende) – Dite a M.lle Germont che per la sua felicità una povera ragazza è morta di crepacuore.
Monsieur G. – Come siete nobile, mia cara… piango con voi. E adesso sparite dalla vita di Alfredo.
Violetta (sempre aggrappata alla tenda) – Per riuscirci, devo farmi odiare da lui.
Monsieur G. – Brava, cara. Posso fare qualcosa per voi?
Violetta (c.s) – Quando sarò morta, ditegli quel che ho fatto.
Monsieur G. – Ma no! Voi vivrete felice e lontana, e avrete il vostro premio nella felicità dei miei figli, e non ci sarà bisogno di dir nulla a nessuno.
E come si possa considerare commovente tutto questo mercanteggiamento emotivo, proprio non arrivo a capirlo – ma d’altra parte, si sa che sono cinica.
Ma intanto torna Alfredo, pensieroso perché ha ricevuto dal padre una lettera tutt’altro che incoraggiante. Violetta sorride, trattiene le lacrime, lo esorta ad ammansire il genitore e ad amarla quanto lei lo ama – ed esce.
E Alfredo prende tutto per buono – e quando arrivano in rapida successione il domestico ad annunciare che
Madame è partita in fretta e furia e poi il padre, è ancora convinto che tutto vada bene. Ci vuole la lettera che Violetta gli ha lasciato a farlo scendere dal pero – ma non come si era previsto. Il babbo ha un bel chiedergli chi dal cor gli cancellò di Provenza il mar e il suol, e qual destino lo furò*** al natio fulgente sol… Il ragazzo ha in mente soltanto di raggiungere la supposta fedifraga alla festa di Flora**** – e vendicarsi!
E sì, lo so, di solito sono le figlie che invano supplicano il padre di non vendicarsi del seduttore, e invece qui abbiamo un padre che supplica invano il figlio di non vendicarsi della seduttrice… ma il risultato è lo stesso: zilch.
E infatti chez Flora, dove si discutono gli ultimi pettegolezzi e ci si maschera alla spagnuola da zingarelle venute di lontano che leggono la mano e da mattadori di Madride, Alfredo ci arriva di umor pericoloso. Quando Violetta ci arriva a sua volta*****, accompagnata da un antipaticissimo barone, il ragazzo fa commenti cripticamente sgradevoli, batte il barone a carte, scambia con lui una velata sfida a duello… Quando tutti escono per cenare dietro le quinte, Violetta fa ritorno e c’informa di avere convocato Alfredo. Verrà? Non verrà? Certo che viene – o come potremmo concludere l’atto?
Violetta supplica, Alfredo fa del sarcasmo, Violetta sussurra di avere giurato di troncare, Alfredo chiede a chi, Violetta mente e dichiara di amare il barone… Non l’avesse mai fatto!
Alfredo convoca il coro tutto, racconta di essere stato mantenuto da Violetta perché era cieco, vile, misero – ma adesso la ripaga, perbacco! E getta addosso alla poveretta “una borsa” – che nella maggior parte delle produzioni diventa una mazzetta di banconote.
Putiferio. Violetta sviene, il coro s’indigna, entra Germont padre che rimbrotta il figlio, Alfredo è preso dal rimorso, il barone reitera la sfida a duello, Violetta rinviene e, ricattatoria anche nel deliquio, informa Alfredo che, quando lei sarà morta, lui capirà quanto è stato amato.
Dio dai rimorsi ti salvi allora;
Io spenta ancora – pur t’amerò,
canta – il che, oltre ad essere ricattatorio, non è proprio quel che ci vuole per convincerlo ad andarsene a casa e salvare l’onore della famiglia… non pare anche a voi? Ma il sipario si chiude, e non ci si lascia il tempo di dubitare.
Atto Terzo
È passato un po’ di tempo, e troviamo Violetta male in arnese, tisica, impoverita, dedita alla religione e alla beneficenza, assistita dalla fida Annina e dal buon dottore che al primo atto frequentava le sue feste. Ha per talismano una lettera di Germont père, in cui la s’informa che il duello è andato benone, col barone ferito non troppo gravemente e Alfredo illeso e fuggito all’estero – e informato dei fatti. Tornerà da voi, riguardatevi, eccetera.
Ma il fatto è che a Violetta, c’informa il dottore, la tisi non lascia che poche ore… E lei un po’ si vuole illudere, un po’ si rende conto di essere al capolinea, un po’ rimpiange l’amore perduto, un po’ supplica il Cielo d’accoglierla benevolo…
Ed è proprio a questo punto che, mentre fuori impazza il carnevale, arriva Alfredo – contrito, commosso e più innamorato che mai. E fanno piani per lasciare Parigi o cara, e Violetta vuol vestirsi, vuol andare al tempio (matrimonio lampo?) – solo che non può e, a dire il vero, a differenza della maggior parte delle eroine d’opera non è per niente contenta di morir sì giovane, e proprio adesso che ha recuperato Alfredo…
Giusto per rendere la faccenda ancora un pochino più strappalacrime, arrivano anche il dottore e Germont père (che per il rimorso si dà del malcauto vegliardo) e la fida Annina…
Violetta munge la scena quanto si può: regala una sua miniatura ad Alfredo, perché la passi alla sua futura e ipotetica virtuosa mogliettina spiegando che è l’immagine di un defunto amore che ormai tra gli angeli prega per entrambi…
E mentre tutti si commuovono e lacrimano…
È strano,
mormora. E gli altri quattro, in un coretto un po’ à la Braccobaldo, sobbalzano: Che?
Il fatto è, vedete, che cessarono gli spasmi del dolore, e in lei rinasce e s’agita insolito vigore. Ah, lei ritorna a vivere – oh gioia–
Ma noi, gente smaliziata e opera-goers, riconosciamo la spes tisica****** quando la vediamo – così che quando Violetta si abbatte sul canapé non abbiamo nemmeno bisogno che il dottore le tasti il polso e annunci che è spenta. E infatti, per lo più i registi quell’è spenta lo cassano.
O mio dolor,
gemono tutti – e il sipario cala.
Ecco qui. Scandalosissimo, vero? E in effetti la censura ci si fece una giornata campale. Dopo il passaggio della Brigata Sforbiciatori, asfaltata la critica alla borghesia contemporanea con lo spostare la storia tra Sei e Settecento,******* sfrondata la scarsa virtù della Violetta – resa pura e innocente! – saccarinato il titolo in Amore e Morte, della storia originale rimaneva ben poco. Figuratevi Verdi.
Alla fine, nella più permissiva Venezia, la cosa andò in scena come Verdi e Piave l’avevano voluta – e fu un fiasco. D’altra parte, quando a Roma andò in scena nella versione riveduta e corretta, fece fiasco del pari. Segno che, se la censura non volva scandali, al pubblico non piacevano troppo i salotti e le casette di campagna e i casi amorosi delle cortigiane contemporanee… dove diamine erano le spade, le guerre, i tradimenti, l’esotismo pittoresco?
Ma Verdi difese sempre la sua Traviata – si direbbe che non avesse tutti i torti. Magari era avanti sui tempi, magari scriveva per la posterità, e la posterità gli ha dato ragione, perché dopo un secolo e mezzo abbondante la Traviata è amatissima, eseguitissima, conosciutissima, bissatissima e citatissima – anche fuori dai territori abituali della musica lirica.
Una bella rivincita, non c’è che dire.
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* Che poi, ve la raccomando, la rustica semplicità! Il décor dell’atto secondo sembra sempre uscito da Country Living, e mi par di ricordare che nella Traviata televisiva live, un paio d’anni fa, l’atto fosse significativamente ambientato attorno al Petit Trianon, nel villaggio make-believe di Maria Antonietta.
** Opera sbagliata, I know – ma il senso è quello.
*** Queste sono le cose con cui Piave mi abbacina: il metricamente identico “rubò” era troppo terra-terra?
**** Già, perché voi non sapete che Violetta aveva giusto ricevuto e accantonato con disprezzo un invito di Flora – che poi invece ha accettato come parte del suo machiavellico piano, lasciando la lettera in bella vista sul tavolo.
***** Forse vi ho già raccontato della produzione parigina in cui Monserrat Caballé sbagliò ingresso ed entrò in scena dal caminetto?
****** Sarà poi vero? Ogni tanto si legge di sì, poi si legge che è un mito romantico, poi di nuovo si rivaluta l’idea. Va’ a sapere – e tuttavia… C’è un medico in sala? Se c’è, ci piacerebbero lumi nei commenti, grazie.
******* Il che, a ben pensarci, spiega le assurde figurine Liebig…
Ma intanto che aspettiamo l’orario delle battaglie, guarda chi ti arriva catturata: una vecchia zingara. E chi sarà mai? Che domande: è Azucena che, trascinata davanti al Conte, cerca d’impietosirlo con la storia del figlio ingrato e vagabondo che è venuta a cercare a piedi fin dai monti della Biscaglia. Biscaglia? Il Conte drizza subito le antenne, e chiede alla vecchia se ricordi la storia di un contino ammaliato e rapito… Azucena nega, ma si confonde – e il fido Ferrando fa due più due…
Ed eccola, Leonora, che si fa avanti per supplicare la grazia. Ora, vedete, di Baritoni Rivali In Amore ce ne sono due tipi. C’è il genere che di fronte alle suppliche del soprano si commuove e cede, e c’è quello che più lei supplica, più s’ingelosisce. Leonora impiega un po’ a costatare che il Conte appartiene alla varietà tetragona, e solo allora mette in atto il suo piano: si promette in cambio della grazia e, appena l’incredulo Conte si distrae un istante, beve (anzi, sugge) il non precisamente salutare contenuto dell’anello.
Entra il Conte, Leonora muore e poi, nel giro di dodici brevissimi versi, Manrico viene portato via***, il Conte costringe Azucena a guardare la decapitazione dalla finestra, Azucena rivela che l’ormai defunto Manrico era il fratello rapito, il Conte inorridisce, Azucena si dichiara vendicata, cala il sipario.
Non c’è nulla da fare: il Trovatore, che Cammarano cominciò a trarre da un drammone spagnolo appena un mese dopo il debutto veneziano del Rigoletto, comunica un certo qual senso di frenesia.
E così siamo arrivati alla cosiddetta trilogia popolare – e lasciate che vi dica che la cosiddetta trilogia popolare non mi piace. Chiarito questo, parliamo di Rigoletto, che in origine era Triboulet ne Le Roi s’amuse, di Victor Hugo.
E cominciamo con una festa a Palazzo Ducale, e il Duca che confida allegramente a un cortigiano di avere a) un intrallazzo sotto mentite spoglie con una misteriosa fanciulla di basso rango, gelosamente custodita da un amante altrettanto misterioso; b) un interesse più che teorico per la bella moglie del conte Ceprano. 
Ma distraiamoci un momento dalla maledizione, perché è giunta l’ora di scoprire il segreto del nostro antieroe. Ebbene, i cortigiani si sbagliavano di grosso: il buffone non ha un’amante, ma un’adoratissima figlia, che vive da reclusa, ignora nome, provenienza e professione del suo malinconico padre, non ha idea di chi fosse la sua defunta madre, non esce mai di casa se non per andare al tempio, ha una governante con le istruzioni più severe – e per di più, povera ragazza, si chiama Gilda**. 
Rigoletto caccia via i cortigiani e conforta la figlia – e si vede che questo è un atto così, perché anche Gilda si dà all’esposizione, ri-raccontando la faccenda del corteggiamento in chiesa e in giardino, che noi abbiamo in parte già sentito raccontare, e in parte visto succedere.
di Sparafucile” in cima al ponte di San Giorgio. In realtà una volta era la dogana, e adesso è un ostello. Abbiamo anche una “Casa di Rigoletto” che, altrettanto ovviamente, non è nulla del genere, ma i nomi sono entrati nell’immaginario cittadino e nella toponomastica, perché sì – e se il merito è più della censura asburgica che della ditta Verdi&Piave, pazienza.
“Quando vede tutto ciò, si ravvede,” direte voi. “O meglio, dovrebbe ravvedersi, ma essendosi questa un’opera…”
parte sui suoi passi: Rigoletto è un borghese intento a difendere la figlia, ma il vilain è un sovran(ell)o, la scena distribuita tra feste ducali e taverne diroccate, la trama piena di agnizioni, amori segreti, scambi di persona… il pubblico ne andò matto – per la storia e per la musica.
Era il terzo campanello, questo? Sarà meglio che ci affrettiamo a tornare alle nostre poltroncine di velluto rosso. Scusi, signora, dovrei… Grazie. No, scusi lei. È suo questo programma? Prego…
E di difenderla forse non c’è poi tutto questo bisogno, perché a entrare è Stankar, che una volta di più frustra le intenzioni di confessione della figlia, e poi la caccia via. Ha due spade, Stankar, e l’intenzione di sfidare a duello il ben più giovane Raffaele – il quale è preso da scrupoli di coscienza* e non ha poi tutta questa voglia di battersi con un anziano signore pieno di gotta e di artrite che, per di più, non ha tutti i torti.
Siamo tornati al castello, dove Stankar contempla disonore, rovina, delusione e suicidio***. Ha già la pistola puntata alla tempia quando arriva Jorg ad annunciare l’imminente arrivo di Raffaele – e la sete di vendetta oblitera l’impulso autodistruttivo. 
Credo che Stiffelio sia l’unica opera di Verdi di cui non ho mai sentito nemmeno una nota.
Era il 1848, e tutti sappiamo che razza di tempi fossero.
Poi arrivano i Consoli di Milano a dare il benvenuto ai nuovi arrivati, e tutti cantano ancora un po’ di roba incendiaria come:
Giuriam d’Italia por fine ai danni,
Arrivano i Consoli ad annunciare che il Barbarossa le ha prese di santa ragione in senso lato e in senso stretto, visto che il veronese Arrigo lo ha anche disarcionato… 
Ed ecco che, a Masnadieri archiviati (e non strabene), Lucca si rifà vivo. E Verdi gli propone con entusiasmo il byroniano The Corsair. Sia chiaro che l’entusiasmo era tutto per il drammone – storia iperromantica di vendetta, amore & morte, popolata di pirati tragici, emiri malvagi, fanciulle greche e almee pugnaci – e niente affatto per l’editore, l’esosissimo e indelicatissimo sig. Lucca. Avendo avuto tempo di pensarci su, non è improbabile che Verdi si fosse pentito di essersi legato a un soggetto del genere per far dispetto a Ricordi, ma tant’è. 
Ma precediamoli all’isola sull’Egeo, dove Medora se ne sta a piagnucolare sul molo, dicendo al coro che sa che Corrado è morto, e che è contentissima di seguirlo nella tomba… Ma che appare là lontan sul mare? Una nave! E che nave sarà? È una nave amica! E chi mai ci sarà a bordo? È Corrado! 

E le cose cominciarono male fin dal libretto, che Andrea Maffei trasse dallo Schilleriano Die Räuber. Con Maffei Verdi non ebbe la voglia o il coraggio di far la voce grossa come con Piave – povero Piave! – e il risultato si fu che, lasciato a se stesso, il librettista addomesticò la tumultuosa e moralmente grigia tragedia tedesca in una storiellona blanda nonostante le tinte forti. 
