elizabethana · teatro

Mettendo In Scena Marlowe – Atto IV

MarloweAtto Quarto e probabilmente ultimo… non perché abbiamo esaurito i plays d’argomento marloviano, ma perché a questo punto ci siamo fatti un’idea, giusto? E per farcela più completa, oggi (alla maniera di certo teatro contemporaneo) chiudiamo tornando indietro nel tempo, quasi in un metaflashback, ai primi del Novecento – che, Marlowe-wise, era davvero un’altra epoca.

Perché vedete, già allora l’interesse metateatrale nei confronti di Kit era discreto – ma da un punto di vista storico, a chi scriveva in proposito mancavano parecchie tessere del mosaico – soprattutto quella maiuscola scoperta da Leslie Hotson, storico americano della letteratura il cui The Death of Christopher Marlowe è uno spartiacque assoluto.

Anche prima di Hotson si sapeva che Marlowe era morto accoltellato in giovane età – ma, grazie a un’affascinante serie di contorsioni dimostrative, errori di trascrizione e distorsioni varie* la storia che girava era quella di una specie di duello improvvisato tra rivali in amore in una taverna di pessima fama – tutto molto sordido. Frugando per archivi elisabettiani, invece, Hotson scoprì il verbale dell’inchiesta del Coroner – e un litigio tra strani commensali, talmente bizzarro da poter essere solo dubbio, con tanto di perdono reale a tempo di record.

Le scoperte di Hotson diedero la stura a un diluvio di ipotesi di natura spionistico-politica sulla morte di Kit  – tutte eminentemente romanzabili e/o teatrabili – ma come se la cavavano in proposito, prima del 1925?Why, con l’intrigo amoroso, ovviamente – e i pentametri giambici pseudoelisabettiani!

Josephine_Preston_PeabodyA cominciare da Josephine Preston Peabody, il cui Marlowe (datato 1900) è un giovanotto fiammeggiante, temperamentale, ambizioso, pieno di aspirazioni e visioni, vittima della sua stessa donchisciottesca imprudenza, ma ancor più dell’altrui meschinità e bassezza. A metterlo nei guai è, alla fin fine, l’amore: quello carnale per una vendicativa e innominata Dama di Corte priva di scrupoli e, in maniera più drastica e contingente, quello platonico per una dolce fanciulla appena giunta da Canterbury e provvista di due corteggiatori, uno dei quali è il meschino e non equilibratissimo Richard Bame – misteriosa maltrascrizione della spia Richard Baines, che storicamente contribuì ai guai del Kit storico. Curiosamente, l’accoltellatore fatale – l’Archer maltrascritto nel Libro dei Morti della parrocchia di Saint Nicholas a Deptford – è un perfetto estraneo, coinvolto casualmente nell’ultima pagina, così che la coltellata è tangenziale alla rivalità per amore… ma forse ciò è meno curioso e più deliberato di quanto possa sembrare: alla fin fine, quello di Miss Peabody è un Marlowe idealizzato e molto tardo-vittoriano, ma sotto la grazia vecchia-maniera c’è la desolata costatazione che questo mondo cupo e mediocre è sempre troppo piccolo per Prometeo, e Prometeo non può fare altro che bruciarsi alla sua stessa fiamma. E il tutto in pentametri ragionevolmente sciolti ed efficaci. Rixe

Qualcosa di simile – ma peggio, fa otto anni più tardi William Leonard Courtney, nell’atto unico The Death of Kit Marlowe. Questa voltaArcher è il locandiere, un vedovo bilioso e collerico che sposerebbe volentieri la sua giovane cameriera Nan – ma lei non ci sente. È innamorata di uno scavezzacollo di poeta, il celebre Kit Marlowe – che le è sì affezionato, ma ha la testa persa dietro cose più grandi dell’amore di e per una ragazzina di campagna… Poi molto si basa su presagi, presentimenti e visioni. Avete presente il senno di poi, quello di cui son pieni i palcoscenici? Ecco. Per cui Kit (tanto profetico e maudlin da essere irritante) ha questa vaga impressione di avere già vissuto quel che c’era da vivere, eccetera eccetera. Ed è anche profeticamente certo che un brillante futuro attenda non tanto lui, quanto quel nuovo arrivato, Will Shakespeare da Stratford. Nondimeno, essendo un buon ragazzo alla sua maniera, Kit si mette contro Archer per salvare la molestata Nan – ma finirà per prenderla nelle costole, lasciando la povera ragazza in una situazione ancor peggiore. Yes, well – e per di più tutto è gonfio e magniloquente oltre ogni dire – a partire dai legnosissimi versi.

DaneRelativamente meglio va a Clemence Dane, nel 1921, con Will Shakespeare. Qui, come si deduce dal titolo, Kit non è il protagonista, ma un caro ragazzo di genio, ben contento, nel tempo sottratto a un’ispirazione torrenziale e a una vita sociale intensa anzichenò, di prendere sotto la sua ala quel simpatico campagnolo così promettente… così i nostri due diventano grandi amici e writing buddies – e tutto va bene finché non entra in scena la Dama Bruna dei Sonetti – una Mary Fitton particolarmente ambiziosa e calcolatrice che, pur apprezzando l’omaggio di Will, nutre molto più interesse per il celebre e fiammeggiante Kit. E Kit finisce per cedere alla tentazione – pur con molte remore e molti patemi – quando la terribile Mary lo raggiunge a Deptford, vestita da ragazzo e sotto il nome di Francis Frizer… E di conseguenza, in un guizzo di originalità, a vibrare la pugnalata preterintenzionale è uno Shakespeare in crisi di gelosia – salvo pentirsene gravissimamente prima di subito. E va detto: WS non è un granché: Verboso, melodrammatico e veemente, popolato di gente che declama anziché parlare – in versi… er, purpurei anzichenò – non fu mai terribilmente popolare in teatro, nemmeno ai suoi tempi. A salvare il tutto è, trovo, un’interazione Shakespeare Marlowe inconsueta e originale – nel bene e nel male.

Poi di lì a una manciatina di anni sarebbe arrivato Hotson a rivoluzionare tutto – ma è chiaro che, anche prima di lui, anche in tempi in cui si provava a fare in versi e l’intrigo amoroso era al centro di tutto, c’erano molti modi di raccontare la faccenda – e non tutti funzionavano troppo .

Ed ecco qui. Non dico che non ne parleremo mai più, ma per ora… Sipario!

 

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* Magari un dì ne parleremo – perché è una notevole storia di per sé.

angurie · grilloleggente · libri, libri e libri · romanzo storico

Dentro Un Libro

12647153_504376653067983_4012154964606394078_nLa cosa qui a sinistra mi è giunta via Facebook – a me e ad altra gente – da parte di M. E quindi è tutta colpa sua, vedete? Non mi si può coinvolgere in una cosa del genere e pensare che mi limiti a rispondere con un titolo e basta…

E non si può perché da piccola leggevo Gianconiglio ed ero innamorata della biblioteca del Professor Dindon – che invece dei libri aveva delle porte che permettevano di entrarci, nei libri… E perché anche adesso che piccola non sono più, l’idea di quella biblioteca continua a sembrarmi almeno tanto attraente quanto quella del viaggio nel tempo. Se non addirittura lievemente di più.

Quindi non era come se potessi giocare a questo gioco a cuor leggero, giusto? O magari dapprincipio ho pensato di sì – ma dopo avere resistito alla tentazione di rispondere Lord Jim…

Sì, lo so. Non sembro nemmeno io. Ma il fatto è che ho affrontato la tentazione e ho resistito. O quanto meno… Qualche anno fa avevo scritto un piccolo racconto in proposito: la prossibilità di entrare in un libro, Lord Jim, il non-naufragio del Patna, la tentazione di interferire – ma poi… che ne sarebbe della storia se si interferisse a quel punto? Non era precisamente il tipo di esperienza su cui investire un desiderio usa-e-getta. Desktop-tablet-book-wallpapers-The-Book-of-Secrets-thumbnail

Quindi, dicevo, a quella tentazione ho resistito e, mentre consideravo possibilità alternative, ho cominciato a pormi domande di tipo tecnico. Per dire, che significa di preciso “un giorno”? Un giorno all’interno della storia – e se è così, lo scelgo io o mi capita in sorte? Oppure un giorno della mia vita – e allora a quanto corrisponde in termini del libro? Quel che posso leggere in un giorno o che altro? E mentre ponderavo questo genere di particolari, ecco che mi capita fra capo e collo la risposta di F., cui piacerebbe entrare in Uccelli di Rovo, nel ruolo di Mary Carson.

book-characters-coming-to-life-as-boy-reads-bmpE questo cambia le cose, perché avevo pensato che nei libri ci si entrasse come osservatori neutrali (e magari incorporei ed invisibili) oppure come personaggi aggiuntivi… Se invece ci si entra nel ruolo di un personaggio già scritto, è tutta un’altra faccenda. Per esempio, che succede al mio giorno quando il personaggio in questione non è in scena?  Perché se non voglio il ruolo del protagonista, odds are che sia fuori scena per parti consistenti della trama… Ammettiamo che scelga Rapito: non posso entrarci nei panni di Alan, perché Alan lo vorrei incontrare, e di sicuro non vogli entrarci nei panni di quell’idiota ottuso che è David – ma quale altro personaggio è in scena e a contatto con i protagonisti per un “giorno” intero? *

Ed ero a questo punto quando è arrivata l’ulteriore risposta di D., che invece nei libri vorrebbe book_world-1680x1050entrarci come sé stesso (I think) per visitare i posti descritti nei libri – certo di trovarci tutte le avventure che si possono volere. E questa è un’ulteriore e interessante possibilità, a dire il vero – anche se nel mio caso si tratterebbe più di tempi che di posti.

Altri tempi – o, più precisamente, la visione di altri tempi. Il Medioevo pittoresco e irreale di Scott? L’era elisabettiana da fondali dipinti di Josephine Preston Peabody? O quella tramontante e malinconica di Bryher? O quella amarognola e brillante di Burgess? O la Corfù nonsense di Durrell? O le fiamme notturne dei Gordon Riots secondo Dickens?

Cartoon Characters Coming Out Of A BookEcco, sì: credo che alla fin fine questo dovrebbe essere il mio criterio di scelta. Come R., che invece ha scelto il Segreto del Bosco Vecchio in cerca di un’atmosfera, farei bene ad andarmene in cerca dell’interpretazione di un’epoca. Di colori e luci e pittoresche occorrenze. E poi, una volta là – una volta allora – di certo le avventure arriverebbero.

Quanto a scegliere un libro… oh, non ho nemmeno cominciato. Ma almeno adesso ho un’idea di come provare a scegliere.

E voi, o Lettori? In che libro vi piacerebbe passare una giornata?

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* Be’, forse in realtà ci sarebbe Cluny MacPherson…

 

 

Shakeloviana

Shakeloviana: (In Disgrazia Con) La Fortuna E Gli Uomini

William ShakespeareRiparliamo di Josephine Preston Peabody che, prima di Marlowe, aveva già scritto un atto unico intitolato Fortune and Men’s Eyes, in cui dava la sua interpretazione dei Sonetti.

C’è Shakespeare, ovviamente, e c’è un giovane Pembroke brillante e limitatamente contrito, e c’è un’ardente Mary Fitton che ha levato Pembroke a Shakespeare, finge di esserlo ancora per vedere che cosa ha da temere – e si ritrova, dopo tutto, ancora presa del suo disilluso sonettista… Ma è troppo tardi.

E questa è la trama in breve, e tutto si svolge in una taverna – in pseudo pentametri iambici e nel giro di poche ore – complicato dalla presenza di un’altra dama di corte tanto svampita quanto petulante, di un guardiano d’orsi, del figliolino dell’oste – più l’oste stesso, un predicatore puritano, un venditore di ballate, un apprendista…

Un sacco di gente, per un atterello unico più breve che no – e questo da un lato risale agli usi di un’età arcadica, in cui le compagnie non si affannavano soverchiamente sulla quantità di gente da mettere in scena, e dall’altro denuncia un po’ l’inesperienza dell’autrice. Francamente, almeno metà di questa nutrita popolazione è dov’è per motivi poco più che decorativi – ma lo ripeto: son cose che si fanno quando si è nuovi del mestiere.

In compenso, la rete di tensioni e tradimenti che corre tra l’Attore, Pembroke e Mary è ritratta tutt’altro che male, e i versi zoppicano qua e là, e ogni tanto trascorrono nel purpureo – ma nel complesso scivolano bene ed edulcorano ben poco. Tutti sono arrabbiati con se stessi e reciprocamente, disillusi, pieni di rimpianti e/o rimorsi, amareggiati, innamorati malgré soi, incerti. Tutti mentono, dubitano e rimpiangono – ma non c’è modo di tornare indietro. E in mezzo a tutto ciò, camminano e inciampano ignari e innocenti (e più che un nonnulla ottusi) tutti gli altri personaggi di cui si diceva… Alla fin fine l’insieme ha il suo perché, ma è e resta lavoro d’apprendista.

Rispetto al Marlowe dell’anno successivo, Fortune manca di varie cose. Manca di respiro – ma d’altra parte ha quattro atti di meno. Manca di un finale vero e proprio – in Marlowe, Kit va incontro alla sua fine desolatamente prometeica, e qui… be’, ciascuno se ne torna per la sua strada. Manca di equilibrio – troppa gente, troppa enfasi qua e là, troppi fischietti e campMary Fittonanelli. Manca di quel taglio di luce dorata che in Marlowe bilancia la malinconia amarognola di fondo. Manca di movimento interno – i personaggi non hanno il tempo e lo spazio per il minimo cambiamento.

Alla fine, la più viva di tutti è Mary Fitton che, di conseguenza, è anche la più esposta all’occasionale scivolone purpureo – ma Mary la sirena, Mary l’incantatrice, Mary dalle mille voci, Mary che avrebbe dovuto nascere avventuriero e navigatore, è il centro scuro e crudele di tutto quanto.

Una nota finale per dire che fra le tre possibili Brune Signore dei Sonetti che compaiono a teatro e nei romanzi, per qualche motivo Mary Fitton è quella che riscuote meno simpatia da parte dei suoi autori. Lucy Morgan è sempre la coraggiosa ragazza di colore che, più o meno ingenua, si fa strada tra pregiudizio e sventure assortite. Emilia Bassano Lanier è l’artista temperamentale e spregiudicata con un senso dell’umorismo. Mary Fitton non l’ho mai vista ritrarre altro che fredda, calcolatrice, ambiziosa e crudele, manipolatrice, tentatrice, separatrice di amici/amanti per il gusto di farlo… A suo modo, la cosa è interessante.

E al solito, semmai voleste leggere, Fortune and Men’s Eyes si trova su Internet Archive.

 

 

Shakeloviana

Shakeloviana: Marlowe – Dramma in Cinque Atti

English: American poet and playwright Josephin...Oh well – prima o poi doveva succedere, giusto?

Sono secoli che vi dò il tormento a intervalli con il Marlowe di Josephine Preston Peabody, giusto?

Si tratta di un play datato 1900 (anno, non secolo), e ci sono inciampata per la prima volta su Questia, of all places, mentre facevo ricerche per un romanzo che non ho mai finito. Come forse poteva esservi venuto in mente di sospettare, adoro questo arnesetto vecchia maniera, scritto in pentametri giambici sciolti e provvisto di un Kit particolarmente simpatico. JPP ha un inequivocabile debole per il suo protagonista*, ma si ferma un passo prima di renderlo insopportabilmente perfetto. Se vogliamo, si tratta di un Kit idealizzato e tardo-vittorianizzato – ma ricordiamoci che siamo in epoca pre-Hotson, quando la maggior parte di ciò che sappiamo di controverso era ancora ben lungi dall’essere scoperta. Niente di troppo strano che il Kit della zia Josephine sia tutto sommato quello di Tennyson: un giovanotto fiammeggiante, temperamentale, ambizioso, pieno di aspirazioni e visioni, vittima della sua stessa donchisciottesca imprudenza, ma ancor più dell’altrui meschinità e bassezza.

E poi c’è una manciata  di altri allegri poeti, c’è una dama di corte del tutto sprovvista di cuore, c’è una tenera fanciulla di Canterbury con due corteggiatori – uno dei quali è Richard Bame/Baines. Così Kit si mette in guai progressivamente peggiori, ammira la dolce Alisoun in via del tutto platonica, dispera di se stesso e del mondo in generale, fa ingelosire Bame/Baines senza nemmeno provarci e, alla fine, riesce a farsi uccidere dal Francis Archer del registro di Saint Nicholas… verrebbe da dire per caso o per conformità ai documenti, se JPP non fosse riuscita a infondere al suo arco narrativo un’ineluttabilità quasi tragica.

Un’ineluttabilità che aggiunge una luce diversa all’insieme.

Perché a prima vista Marlowe potrebbe sembrare una delle tante fantasie elisabettiane del suo genere, in versi più fluidi della media, in colori da scatola degli acquarelli – il genere di play che si mette in scena con costumi period, scene dipinte, luci color miele… E però poi sotto la grazia vecchia-maniera c’è la desolata costatazione che il mondo è sempre troppo piccolo per Prometeo, e Prometeo (in questo caso un Kit più sognatore e malinconico della media) non può fare altro che bruciarsi alla sua stessa fiamma.

A suo tempo il play ebbe un buon successo, e lanciò la carriera di JPP come autrice teatrale. Mi piacerebbe molto trovare qualche immagine in proposito, ma finora le mie ricerche non hanno prodotto risultato alcuno. Poi, naturalmente, venne Leslie Hotson, e tutto quel che c’era stato prima invecchiò male. Se, nonostante questo, siete curiosi, il play si trova, come spesso accade, su Internet Archive, in una varietà di formati.

 

 

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* Sì, be’ – non è come se non la capissi…