considerazioni sparse · Shakespeare Year · teatro

La Maschera di Rame (Atto III)

Ricordate? Il sipario si era chiuso sul ritorno di Alchemilla a una Clarina vaga e confusa, smarrita tra due direzioni di pensiero: mascheramascheramaschera e terrorpanico!

Quando le luci di scena si riaccendono, immaginate Alchemilla & Clarina sedute a un tavolo coperto di carte colorate, mascherette di plastica, nastri di raso, tubetti di colore e barattoli di colla, intente a strologare sulla dozzina di disparate idee di cui si diceva.

ea65fe86ec0a2c5e58c55b70ba08d7d6Color rame – e questo è assodato. La bacchetta… sì, la bacchetta serve assolutamente, perché la maschera deve essere gesticolabile. Ma allora la mezza maschera à la Phantom of the Opera confina l’uso a una mano soltanto. Right, niente Fantasma. Una maschera intera. Ma quanto intera? E sopra? E sotto? Deve arrivare al mento, altrimenti dove si attacca la bacchetta ambidestra? E alla fine, dopo molto rimuginar di filigrane, tagli, forme e massimi sistemi, si giunge alla conclusione di ispirarsi all’immagine che vedete qui di fianco – ma con il mento.

E si comincia. O meglio, Alchemilla comincia, mentre la Clarina guarda, porge forbici e taglierini, gira attorno e ritaglia foglie/fiamme di cartoncino.

E intanto il tempo scorre, e la prima si avvicina…

“E la maschera?” chiede G. ogni sera, vedendomi arrivare con la mascheretta provvisoria.

“Quasi pronta,” dico io – anche se, a dire il vero, qualche piccolo palpito d’ansia comincio ad averlo. 20160731_193410_resized

Ansia e anche un nonnulla di dubbio quando, al primo applicar di foglie/fiamme, la maschera assume un’aria un nonnulla lapina… “Sembrerò il Bianconiglio…” non posso fare a meno di mormorare. “Il Ramconiglio.”

Alchemilla ride e mi rassicura e procede – come se avesse maneggiato teatranti nervosi per tutta la vita. D’altra parte è stata una teatrante nervosa a sua volta, in tarda fanciullezza: un’idea di come funziona la specie, dopo tutto, ce l’ha. E se entrambe abbiamo l’impressione che la maschera, di per sé, abbia dei lineamenti un tantino alieni, le cose cambiano incredibilmente all’aprirsi di occhi e bocca, e poi man mano che la plastica sparisce sotto gli strati di carta di riso… Intanto A. il Consorte Paziente offre consiglio e aiuto, e io rivesto la bacchetta (oh, biadesivo – dove sei stato per tutta la mia vita?!) e faccio pensieri ad alta voce su due sfumature di color rame, e fingo di non agitarmi perché il tempo passa e passa.

“E la maschera?” chiede G., alla prova generale.

“Pronta domani,” rispondo allegramente. È bellissima.”

E forse G. crede che voglia farle una sorpresa – oppure metterla davanti a un fatto compiuto – ma non è affatto così. La maschera è ancora chez Alchemilla, in attesa del color rame. Quasi pronta, e nel corso del pomeriggio l’ho tenuta in mano con tanto di bacchetta, ma non era ancora pronta quando me ne sono andata per fuggire direttamente alle prove…

E la prova generale va fin troppo liscia, e la notte sogno facce color rame che mi guardano con disapprovazione, e poi è il giorno della prima.

“È pronta,” mi informa Alchemilla in tarda mattinata.

20160805_182428_resizedE nel pomeriggio, prima della prova tecnica, vado a ritirare la maschera.

E la maschera, nella sua custodia blu e rame, è meravigliosa e perfetta. La prendo in mano, ed è giusta: né troppo pesante, né troppo leggera, bilanciata che è una bellezza. La guardo in faccia – e lei mi guarda a sua volta: bellissima, enigmatica, un nonnulla inquietante. La provo, e mi sento antica, e onnisciente… mi sento il Coro. Sono il Coro. Qui dietro niente può andare meno che bene, penso. È perfetta.

E la rimetto nella custodia, e parto, e vado a Ostiglia, e non ho più molto tempo per pensarci, perché la prova tecnica va come vanno le prove tecniche, e finiamo tardissimo, e c’è a malapena il tempo di fuggire a indossare il costume – e allora, e solo allora, sfodero la mia maschera, nella luce rossiccia dietro le quinte che non sono quinte affatto. E G. è incantata – si vede benissimo – e tutti lo sono.Chorus

E mi sistemo dietro una colonna, pronta per il mio ingresso – e guardo la maschera, e la maschera guarda me. Sono il Coro. Sono il Coro. La giga riempie l’aria, le luci si accendono, e io entro in scena – dietro la mia maschera.

La maschera di rame.

“Oh, aver qui una musa di fuoco…”

Sipario. Il resto è un’altra storia.

 

teatro

La Maschera di Rame (Atto II)

Untitled 3Ci eravamo lasciati sulla bocciatura della povera maschera veneziana, ricordate? Con G. che vuole una maschera greca e la Clarina che non è per niente d’accordo…

“Il pubblico deve capire che sei un coro greco!”

“Ma è proprio questo, il punto! Non sono affatto…”

Eccetera, eccetera, eccetera.

E, se la prima fiammeggiante reazione è “e allora niente maschera”, poi mi metto a strologarci su. Perché in realtà G. ha ragione, e l’idea della maschera mi piace più di quanto sia disposta ad ammettere. Ma non greca. Semmai voglio una maschera enigmatica, tra l’atemporale e il vagamente elisabettiano… Come si fa in questi casi, mi metto a caccia su e giù per la Rete, e trovo un’infinità di cose bellissime e niente di straordinariamente pratico. Tre conclusioni però le raggiungo: voglio che sia color rame, voglio che copra solo parte del viso (à la Phantom of the Opera) e voglio che sia montata su una bacchetta.

Ed è a questo punto che entra in scena Alchemilla.Untitled 16

Alchemilla, come R., come F., come tutto il mio immediato circolo di amici e famigliari, è una santa. Tutti costoro hanno sopportato con allegra pazienza i mesi di avvicinamento a SiW, gli alti e bassi, le mie crisi di terrore, le prove, i litigi e tutto il resto. Per cui, quando over tea le racconto dei miei guai con la maschera, Alchemilla sa da dove arriviamo. E, meraviglia delle meraviglie, ha le idee più chiare di me su dove andare.

“Una maschera si fa,” mi rassicura. E comincia a meditare di forme, di carte speciali, di colori acrilici… Io annuisco e intanto penso che non ce la farò mai, perché – con la misteriosa eccezione di dicembre – ho la manualità di un paguro. Alchemilla osserva, sorride e viene in soccorso degli afflitti.

Untitled 1“Tu procurati il materiale e cerca qualche immagine,” dice. “Quando torno dalla montagna ti aiuto io.”

E mentre lei sgambetta su e giù pei declivi erbosi, io metto insieme una mascheruolina provvisoria – carta colorata in doppio spessore e una cannuccia ricoperta di nastrino – e comincio a portarmela alle prove, e… Ora, non so se ve l’avessi detto, ma questo per me era un ritorno alle scene dopo molti, molti anni. Fino a qualche anno fa mi capitava ogni tanto di coprire qualche ruolettino minorissimo in caso di necessità, ma poi avevo smesso anche quello – e comunque, ridendo e scherzando, erano vent’anni che non recitavo una parte vera e propria. Per cui ero terrorizzata, malcerta e rigida come un rastrello, e niente affatto certa di non bloccarmi… Ma, nel momento in cui ho cominciato a usare la mascheruola provvisoria, ecco il miracoletto: il Coro trova se stesso, e io comincio a sentirmi più sicura.

Evviva – e nel frattempo  continuo a cercare immagini a diritta e a mancina – nell’idea di accogliere 2-trifaccia-dipinta-maskAlchemilla, al suo ritorno, con delle idee ragionevolmente chiare.  Solo che poi… sappiamo tutti com’è la rete, vero? Quando Alchemilla ridiscende a valle, la mia collezione  comprende una dozzina abbondante di possibilità che più diverse tra loro non potrebbero essere – dalla maschera trifronte alla colombina classica, passando per il Fantasma dell’Opera  e le filigrane… e alla prima manca meno di una settimana.

E… fine dell’atto secondo.

Riuscirà Alchemilla a venire a capo delle incertezze della Clarina? A tradurre i suoi voli pindarici in qualcosa di umanamente realizzabile – mentre il tempo scorre e la prima si avvicina? Non perdete il terzo e ultimo atto de… La Maschera di Rame!

considerazioni sparse · grillopensante · teatro

La Maschera di Rame (Atto I)

Red-Masquerade-Eye-MaskParlando di cappelli, avevo accennato alla maschera, nevvero?

Ebbene, eccoci qui: oggi maschera.

Dunque, dovete sapere che il Coro è una sorta di voce narrante. Una. “Non un coro: il Coro,” mi sono divertita a rispondere a più di un perplesso nel corso degli ultimi mesi.  “Come un Coro Greco ma non un Coro Greco. Un Coro Elisabettiano. Una persona sola.”

È una soluzione  antica e blasonata per la necessità di cucire insieme eventi, tempi o faccende diverse, riassumere e spiegare senza averne troppo l’aria, et caetera similia. E SiW, mescolando fette di almeno tre drammi storici e due sonetti, di un legante aveva proprio bisogno. Non dico che non si sarebbe potuto fare diversamente – ma ho fatto così: un Coro.

E del Coro non sono troppo insoddisfatta. Come poi sia finita a recitarlo io è un’altra faccenda – ma tant’è. E presto, prestissimo, è stato chiaro che volevamo una messa in scena sobria e minimale: tutti in costume rigorosamente nero, con un elemento di colore a distinguere il Coro. Perché il Coro non è un personaggio in senso stretto e, come si diceva, non è qualcuno: è qualcosa. Qualcosa di onnisciente, atemporale e più che un po’ crudele, che osserva, racconta e talvolta muove i personaggi. Quindi andava distinto in qualche modo. p187983_1

Il mio primo pensiero era stato una stola. Una stola color rame, molto lunga, da potersi indossare e usare in molti modi diversi mano a mano che il Coro attraversava le sue varie funzioni… E per un po’ abbiamo provato così, ed è parso che andasse ragionevolmente bene – finché, una sera, G. la Regista mi guarda per bene, aggrotta la fronte e mi chiede che cosa intendo usare come elemento speciale del Coro.

Io alzo una stola e un sopracciglio, e G. storce il naso.

“Quella roba lì da mezza sera? Hmf.”

58f928516d69d368489c0fd4796121b4Ora, tra una cosa e l’altra sono quasi venticinque anni che faccio teatro con G. e ho imparato a non dire quasi mai cose come “Ma se ancora ieri hai detto che andava bene!” Tuttavia mi sono affezionata alla mia stola, e potrei dar voce all’Obiezione Che Non Si Fa, se G. me ne lasciasse il tempo.

Ma non me lo lascia. “No, sai che cosa ti ci vuole? Una maschera. Una di quelle maschere greche meravigliose. Non sei un coro, tu?”

Spiego che no, non sono un coro – sono il Coro. E comunque sono il Coro Elisabettiano, e non un Coro Greco… G. dice “sciocchezze”; io dico “niente affatto”; G. dice “procurati una maschera greca”; io dico “nemmeno per idea”; G. dice che sono sempre stata troppo cerebrale per il mio bene e piena di resistenze (o qualcos’altro allo stesso effetto) e che comunque lei vuole una maschera greca – e le prove non finiscono proprio nello spirito migliore, e me ne vengo a casa di umor ribelle. Una maschera greca – figuriamoci…! Untitled 5

O quanto meno, parto di umor ribelle. Epperò, più guido e sbollisco il nervosismo, più l’idea della maschera mi pare degna di considerazione. Di certo è più significativa di una stola. Rimuginon-rimuginoni me ne arrivo a casa, e dissotterro una bautta comprata a Venezia, mezza bianca e mezza nera. “Ecco il Coro!” penso tra me – e l’indomani ne metto a parte G. per telefono.

“Banale,” è il verdetto. Cercati una maschera greca.” Fuoco e fiamme: sono forse un Coro Greco, io? E qui potete immaginare una ripetizione pressoché verbatim della discussione di due paragrafi più sopra. Una maschera greca, forsooth!

E… Sipario! Fine dell’Atto Primo. Luci di sala, intervallo, brusio, calicetti di vin bianco nel foyer.

Come andrà a finire? G. e la Clarina troveranno un accordo? Coro Greco o Coro Elisabettiano? Ci sarà una maschera affatto? Non perdete il prossimo appassionante episodio de… La Maschera di Rame.

Salva

Salva

teatro

Il Potere del Cappello

anitagaribaldi3Provavasi Aninha, secoli orsono…

No, d’accordo – non secoli, but still un’invereconda quantità di anni orsono. Ad ogni modo, la si provava in vista del debutto, ed eravamo a quella fase delle prove in cui nulla ha ancora una forma precisa, e si scava faticosamente alla ricerca delle altre dimensioni dei personaggi, al di sotto e dietro le parole… Se tutto ciò vi sembra a mezza strada tra il criptico e l’eccentrico, è perché lo è. Bisogna esserci stati in mezzo, ma immaginate di nuotare nel caramello alla ricerca di pezzettini luccicanti.

Nello specifico, c’era Manuel Duarte, il primo marito di Aninha, che di pezzetti luccicanti non ne aveva ancora nemmeno uno. Era lì, diceva quel che doveva dire, assolveva alla sua funzione drammatica (povero Manuel!) e basta. E a teatro, diciamolo subito, assolvere alla propria funzione drammatica è necessario ma non, non, non sufficiente. A Manuel mancava una personalità. E continuava a mancare, prova dopo prova… C’era questa scena in particolare, in cui il pover’uomo chiede in moglie la giovanissima Aninha. È una piccola scena rivelatrice, una delle due che stabiliscono il carattere di Manuel – e tutto sommato faceva il suo mestiere, ma mancava sempre qualcosa. Era chiaro che poteva esserci molto di più – ma non c’era. Il bravo attore che interpretava Manuel cominciava a irritarsi, e io cominciavo a dubitare di avere sbagliato qualcosa nella scrittura della scena…

Finché G. la Regista se ne saltò fuori con l’ordine di trovare a Manuel un oggetto di scena. Manuel

“Un oggetto, un elemento, un qualcosa…”

Dopo un po’ di discussione, giungemmo alla conclusione che ci voleva un cappello. Ora, un cappello non sembra terribilmente caratterizzante, eppure…

Alla prova successiva, Manuel entrò in scena rigirandosi in mano il cappello, gualcendo la tesa nella più nervosa e incerta delle maniere. La sua offerta la fece al cappello, gettando solo qualche occhiata obliqua ad Aninha, e ritirando appena appena la testa tra le spalle a tratti, e strizzando la tesa tra le mani ad ogni tentativo di rifiuto da parte della ragazza…

Una cosa da levare il fiato: all’improvviso, Manuel Duarte era lì, personalità, tic, incertezze, tre dimensioni e tutto.

“Io l’avevo detto, di portarti un oggetto…” disse compiaciuta G. Ed era vero. L’aveva detto – e non solo quella volta. Lo dice spesso – e magari secca un pochino ammetterlo – ma, come la mamma, la Regista tende ad avere sempre ragione.

Red-Masquerade-Eye-MaskÈ successo anche questa volta, con SiW: il Coro… oh be’, il Coro non è qualcuno – è qualcosa, ma nondimeno aveva bisogno di una personalità, e non c’era. Non del tutto, almeno. Vagolavo un po’ incerta tra possibilità e possibilità, fino a quando non ho cominciato a portarmi la maschera. La maschera c’era fin da quasi subito, a livello teorico – e anzi, era stata oggetto di una vivace discussione sul fatto che io fossi un coro greco o un coro elisabettiano… Ma era, appunto, una maschera teorica, un gesto fatto qualche volta, un’idea. Nel momento in cui è apparsa, seppure in forma provvisorissima, le cose sono cambiate. Il Coro ha acquistato dimensioni e sicurezza… Immagino che, in un certo senso, abbia scoperto che fare di sé.

È stato come il Cappello di Manuel – con l’aggiunta delle connotazioni che vanno insieme alla maschera in sé. Un Cappello al Quadrato.