musica · Poesia · teatro

Gus, il Gatto del Teatro

CatsPerché qui oggi siamo d’umor teatrale.

Che novità, eh?

Ma tant’è – e allora perché non Asparagus “Gus” the Theatre Cat da… be’, originariamente da Old Possum’s Book of Practical Cats, di T.S. Eliot, poi musicato da Andrew Lloyd Webber.

Qui a cantarlo sono Susan Tanner e nientemeno che Sir John Mills:

E non so che farci, adoro il vecchio gatto che si crogiola nelle sue glorie passate (Frorefrorfiddle, il Mostro della Brughiera…) e si lagna delle produzioni moderne (che sì, sì, non hanno niente che non va – ma vogliamo mettere?) e dei giovani gatti di teatro (che si credono in gamba perché sanno saltare dentro un cerchio)…

E poi ho un debole per i gatti soriani, e poi è da ieri mattina che ho in mente questa canzone e seguito a canticchiarla, e quindi ecco qui.

E buona domenica.

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Cats!

Ieri sera sono andata a vedere la versione italiana di Cats

Ero piena di prevenzioni nei confronti della traduzione, e invece non è affatto male. La musica di Lloyd-Webber, sempre entusiasmante, dal vivo lo è ancora di più ; le coreografie di Ezralow sono piene di energia, la scena un po’ affollata ma non male, e la Compagnia della Rancia lavora con passione e ad alto livello. Questa versione italiana sopprime The Awefull Battle (peccato…), ma in compenso ripristina Growltiger (tradotto – bene – in Gattigre) in una bellissima scena di ombre cinesi.

Non è che la produzione non abbia difetti, e il più macroscopico sono i brutti costumi dall’aria goffa e miserella: a parte tutto il resto, non c’è pericolo che i pur bravissimi ballerini/cantanti possano muoversi in modo convincentemente felino indossando delle specie di tute di peluche… Il secondo problema sarebbe l’interprete di Bustopher Jones (tradotto – maluccio – in Ciccio Gourmet), decisamente il punto debole della compagnia. Tuttavia, magari era raffreddato o in cattiva serata, per cui sospendiamo il giudizio. Invece è di sicuro una deliberata scelta di regia quella di mostrare i gatti tra l’indifferente e l’amichevole nei confronti di Grizabella fin dall’inizio, anziché ostili per la maggior parte del tempo. Confesso che la cosa mi ha infastidita: sarà più carino, ma toglie mordente alla trama, e contraddice, se non il testo, lo spirito delle poesie di Eliot, i cui gatti sono tutto fuorché carini.

Quando la Disney volle trarre un cartone animato da Old Possum’s Book of Practical Cats, la vedova del poeta si oppose recisamente: i Practical Cats non erano nati per essere teneri e graziosi. Quando fu la volta del musical, la stessa signora chiese a Lloyd-Webber e Trevor Nunn di non farne dei micetti.

Fu accontentata: in effetti, il fascino dei Jellicles consiste nella loro combinazione di grazia e ferocia, di riti tribali e di beffe ai “padroni”. I Jellicles sono cordiali col pasciuto e prospero Bustopher, comprensivi con Gus e le sue glorie passate, ma ostili a Grizabella, che ha lasciato la tribù per vedere il mondo. Quando torna, vecchia e malata, la ex glamour cat è accolta a soffi e graffi, e i gatti adulti non permettono ai gattini di avvicinarsi a lei. Il suo ritorno in seno alla tribù e la sua morte (la versione italiana è ancora più esplicita, traducendo the Heavyside Layer con “Il Dolce Aldilà”) sono il culmine della trama. La versione italiana stempera tutto questo: la prima volta, Grizabella viene più o meno ignorata, e la seconda tutti i gatti le si strusciano amichevolmente attorno… Ce n’era davvero bisogno?