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Halloween

HalloweenSi va incontro a marzo, dalle vostre parti? In un paese non lontano da qui ci si andava fino a nemmeno tanti anni fa: l’ultima notte di febbraio ci si armava di pentole, coperchi e altri oggetti rumorosi e si camminava per le strade facendo tutto il chiasso possibile “per cacciare via l’inverno”. Era molto divertente, perfettamente pagano e nessuno si scandalizzava granché.

Ma questo è – o almeno era – qui da noi. I popoli nordici, che hanno inverni più lunghi e notti più buie,  l’inverno cercavano di propiziarselo all’inizio – e con il freddo, il buio e i loro abitanti cercavano di adottare tattiche più prudenti. Visto che elfi e fate (e solo molto più tardi streghe) erano in giro, c’erano soltanto tre cose da fare: accendere fuochi per tenerli lontani, propiziarseli o cercare di carpire loro qualche notiziola sul futuro. Spesso una combinazione delle tre.

oldhallow.jpgNon doveva essere lugubre come suona. Robert Burns, per esempio, racconta di allegre celebrazioni notturne nei villaggi scozzesi. Lo fa in una lunga poesia in uno Scots alquanto stretto, la cui morale è che si accendevano fuochi, si danzava, si beveva in notevole quantità, si facevano giochi di abilità e “incantesimi”, dal cui esito si cercava di capire per lo più il nome del futuro coniuge o la fortuna a venire. I più audaci uscivano dal cerchio di luce del fuoco per sfidare gli esseri magici e, siccome era “la notte in cui le luci fatate danzano sulle colline in fiammeggiante splendore e gli elfi caracollano in sella a corsieri incantati”, poteva capitare di fare brutti incontri. I più, tuttavia, restavano insieme a condividere luce, scherzi, storie, canzoni e alcolici fino all’alba. Tutto molto allegro, con giusto uno hint di minaccia: con il Piccolo Popolo non si scherza – almeno non troppo!

turnip.jpgPiccolo Popolo, the Little Folk*: la tradizione originaria era questa. Le streghe sono un’aggiunta posteriore, mentre i fantasmi sono una specie di estensione. Invitare gli antenati a presiedere a questi riti era già una pratica celtica, che la sovrapposizione della festività cristiana di Ognissanti non fece molto per scoraggiare. Si scavavano lanterne nelle rape per commemorare le anime del purgatorio oppure per tenere lontani gli spiriti malvagi o, più spesso, per entrambi i motivi senza una chiara distinzione. Una volta varcato l’Oceano, le rape vennero sostituite con le zucche, più grosse e più facili da intagliare.

Non ci sono zucche intagliate – e nemmeno rape, se è per questo – in The Legend of Sleepy Hollow, di SleepyHollow.jpgWashington Irving, e tuttavia la festa a casa Van Tassel ha tutte le caratteristiche di una Vigilia di Ognissanti: la sera autunnale, le danze, le decorazioni, le storie di fantasmi, i ragazzi e le ragazze e, naturalmente, il Cavaliere Senza Testa. Non è difficile capire perché sia diventata una lettura classica di Halloween. Di sicuro, il fantasma di questa storia è particolarmente malevolo, ma d’altra parte è possibile che non sia un fantasma affatto**…

Il fatto è che a Sleepy Hollow sono tutti di origine olandese. Fossero stati più celtici, Irving avrebbe potuto aggiungere alla festa qualche gioco come quelli che ancora nel 1912 Mary Blain descrive nel suo Games for Hallowe’en.

A giudicare dai passatempi che Mrs. Blain consiglia alle padrone di casa americane, un secoletto e un oceano non hanno cambiato troppo le cose dai tempi di Burns. Si mangia ancora una mela davanti allo specchio per cogliere il riflesso del futuro marito e si fanno ancora giochi di destrezza e di audacia con il fuoco, sottraendo alle fiamme frutta caramellata e bigliettini con versi e massime***.

Apples.jpgCi sono anche giochi di abilità (come il celebre bobbing for apples, cercar di mordere una mela galleggiante o pendente con le mani legate dietro la schiena), giochi di parole, giochi di memoria e cacce al tesoro, ma la maggior parte sembrano essere incantesimi per leggere il futuro (nome, aspetto, posizione sociale o carattere del futuro coniuge, durata e natura di un amore o matrimonio, ricchezza o povertà…) per mezzo di specchi, mele, semi di mela, pane, farina, noci, acqua, vino, fuoco o movimenti simbolici.

Vale la pena di notare che tra i molti ce n’è uno che prevede di saltare a turno sopra una candela accesa, l’equivalente del salto del falò, questo rito augurale diffuso in tutta l’Europa.

Insomma, nulla di particolarmente originale: una tradizione vecchia come le colline discesa attraverso le generazioni, modificata, spostata di luoghi e di significati e di natura, cristianizzata in parte, cambiata da rito in gioco, codificata, passata attraverso letteratura, cinema e televisione, commercializzata, trascinata di qua e di là dagli oceani, celebrata un po’ a caso. E, come al solito in queste circostanze, tutto si riduce a paure da esorcizzare e domande in cerca di risposta: sotto sotto, l’umanità fa le cose più bizzarre e complicate per le ragioni più semplici, nevvero?

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* Oppure la Gente delle Collline, o la Gente del Crepuscolo – o anche la Brava Gente.

** Giusto per la cronaca, il film di Tim Burton è solo vagamente imparentato con la storia originale.

*** Snap-dragon, già popolare in età elisabettiana. E ci si scottava ferocemente e facilmente – ma a quanto pare nessuno lo considerava un grosso problema. Mrs. Blain suggerisce di sparecchiare completamente la tavola prima di giocare a questo gioco, ma a parte questo l’implicazione sembra essere che la fortuna migliore toccherà alla gente più svelta e abile – e gl’imbranati si scottano.

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Auld Lang Syne

E io a questo punto dell’inverno sono incurabilmente maudlin – e questa è la ragione per cui, tra tutte le possibili versioni di Auld Lang Syne, vado a pescare proprio questa, arrangiata da Robert Shaw:

Should auld acquaintance be forgot,
and never brought to mind?
Should auld acquaintance be forgot
and days of auld lang syne?

For auld lang syne, my dear,
For auld lang syne,
We’ll take a cup o’ kindness yet
For auld lang syne

We twa hae run aboot the braes
And pou’d the gowans fine;
we’ve wander’d mony a weary foot
Sin’ auld lang syne

And here’s a hand, my trusty friend,
And gie’s a hand o’ thine;
We’ll take a cup o’ kindness yet
For auld lang syne

Questi invece sono i versi che il poeta scozzese Robert Burns scrisse nel 1778, espandendo le parole di un’antica melodia tradizionale:

Should auld acquaintance be forgot,
and never brought to mind ?
Should auld acquaintance be forgot,
and auld lang syne* ?

CHORUS:
For auld lang syne, my jo (or my dear),
for auld lang syne,
we’ll tak a cup o’ kindness yet,
for auld lang syne.

And surely ye’ll be your pint-stowp !
and surely I’ll be mine !
And we’ll tak a cup o’ kindness yet,
for auld lang syne.

CHORUS

We twa hae run about the braes,
and pu’d the gowans fine ;
But we’ve wander’d mony a weary fit,
sin auld lang syne.

CHORUS

We twa hae paidl’d i’ the burn,
frae morning sun till dine ;
But seas between us braid hae roar’d
sin auld lang syne.

CHORUS

And there’s a hand, my trusty fiere !
and gie’s a hand o’ thine !
And we’ll tak a right gude-willy waught,
for auld lang syne.

CHORUS

E a tutti voi auguri di un felice e sereno 2012. Possiamo tutti camminare verso i nostri obiettivi senza dimenticare, for auld lang syne, ciò che abbiamo alle spalle, e che fa di noi ciò che siamo.