scrittura · teorie · tradizioni

Prima che si chiuda il sipario…

E questa volta non inizierò il post con una stupefatta constatazione su come – oh dear! – sia già la fine di dicembre, di come gennaio sia già dietro l’angolo… no, stavolta non lo farò affatto.

Inizierò invece osservando come, d’abitudine, qui su SEdS si facciano bilanci e consuntivi alla fine di novembre, perché con novembre d’abitudine finisce il mio Writing Year. Dicembre è per le carole, il pudding, il piccolo artigianato natalizio, gli ospiti e la generale frenesia festiva… d’abitudine.

D’abitudine – ma non quest’anno.

Quest’anno si è scritto anche a dicembre: la dodicesima storia, cose per il teatro, altre faccende piuttosto promettenti, di cui spero potremo parlare presto… non che si sia scritto tutti i giorni – anzi: il mio calendario di scrittura ha tanti buchi che sembra colonizzato dalle talpe. Però si è scritto un po’, ed è più di quanto abbia scritto in dicembre da non so quanti anni a questa parte. Mi è piaciuto scrivere in dicembre? Ni… Non ho mai obiezioni a scrivere un po’ di più, sia chiaro – ma farlo in questa maniera “quando si può” mi mette un nonnulla d’ansia. O meglio: l’ansia non me la mette affatto scrivere “quando si può”: è non scrivere quando non si può che mi getta in qualche genere di sconforto… All else apart, avevo deciso di infilare in dicembre un ulteriore piccolo adattamento – e non l’ho fatto. Non ho nemmeno iniziato, nemmeno creato il file all’uopo in Scrivener. E badate, era una decisione del tutto irragionevole: non so come potessi pensare di farcela… A un certo punto è stato irrevocabilmente chiaro che non ci sarei mai riuscita e ho accantonato l’idea – il che è stato un anno di buon senso, ma non la più piacevole delle cose. Quindi non so dire come andrà l’anno prossimo – ma di certo, se mi deciderò per un altro Writing December, le cose andranno programmate meglio.

Per il resto… non posso nemmeno fare i conti con i buoni propositi di quest’anno – perché ai primi di gennaio ero talmente influenzata che non li ho nemmeno fatti. Si direbbe che per il 19 abbia navigato a vista.

A meno che non consideriamo un buon proposito le dodici storie – e allora ci siamo, perché le ho scritte. Tutte e dodici. Qualcuna meglio, qualcuna peggio – ma ci sono.

E non solo le storie, perché ho scritto con una certa intensità, quest’anno. La mia prima sceneggiatura cinematografica feature-length, che alla fine dei giochi è troppo, troppo, troppo lunga. Dovrò sfrondarla, o cambiare prospettiva in qualche modo, o trovare la maniera di ridurla a dimensioni accettabili. Ecco un’altra cosa da fare per il ’20.  E poi tre traduzioni/adattamenti – di varie dimensioni, di vari argomenti, da varie lingue – tutti destinati ad andare in scena nell’anno nuovo. Ne parleremo di volta in volta.

E poi c’è quest’altra cosa… non posso ancora scendere in dettagli – o a dire il vero non so se posso, ma diciamo che ancora non voglio… anche di questo parleremo ma, per farla breve, ho cominciato a mandare Là Fuori il mio romanzo, e ci sono stati sviluppi di natura inaspettata, e la cosa ha condotto a scrivere parecchio, e chi può dire che cosa abbia in serbo il fato capriccioso? Ecco – so che non è spettacolarmente chiaro – ma per ora mi fermo qui.

E non è come se potessi lamentarmi nemmeno del lato teatrale delle cose: una serie di commissioni andate a buon fine, la mia prima piccola regia autonoma in Campogalliani con Caramelle per la Piccina, il felice e richiestissimo ritorno sulle scene di Canto di Natale…

Un buon anno, nel complesso.

Se proprio volessi lamentarmi di qualcosa, potrei mormorare che sono uscita poco dalla mia zona di sicurezza. A meno di voler considerare escursioni i diversi racconti di ambientazione contemporanea nella mia dozzina di storie… so che non sembra – ma per me scrivere robe contemporanee è davvero poco confortevole. Nondimeno l’ho fatto, e più di una volta – e quindi, tecnicamente… ma non mi pare che basti. Bisogna far di meglio, non vi pare?

Otherwise, un buon anno, nel complesso. E voi, o Lettori? Soddisfatti del vostro Diciannove?

Adesso c’è questo Venti pronto da spacchettare… Anno nuovo, decade nuova. Ah well. Rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare!

 

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Sentite le dolci campane d’argento… ♫

Che poi nell’illustrazione qui accanto non sono d’argento affatto – but never mind.

Felice Vigilia, o Lettori!

Felice Vigilia con le campane di tradizione, con la carola di tutti gli anni – quella misteriosa, notturna e un po’ triste, quella che sembra un merletto di gelo e d’argento. The Carol of the Bells è una di quelle cose che non sono cambiate nella nuova identità di Senza Errori di Stumpa… E ho tanto idea che non cambierà mai, come il resto della manciatina di ricorrenze musicali… Perché qui non siamo nulla se non legati alle tradizioni – ma questo lo sapevate già.

Quindi, dicevamo: Carol of the Bells. Quest’anno eccola in una bellissima versione a cappella, opera del gruppo inglese Papagena.

A parte tutto il resto, la ricerca annuale di una versione nuova di questa cosa, è sempre una fonte di piacevoli scoperte… Che voci magnifiche, che arrangiamento, che perfezione!

Ed ecco. Anche quest’anno la tradizione è rispettata. Felice, felice Vigilia!

E ditemi un po’, o Lettori? Avete ricordi prediletti – in pensieri, parole, opere o musica – legati alla Vigilia di Natale?

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Arcobaleni

Gli arcobaleni sono come il cioccolato e le Olimpiadi: c’è davvero qualcuno a cui non piacciono?

Chi di noi non ha, almeno una volta nella vita, puntato il dito ed esclamato in delizia e meraviglia per questo specifico fenomeno di rifrazione? Chi non ha ammirato i colori, cercando il punto in cui il verde diventa giallo? Chi non ha sorriso, e proposto per scherzo a qualcuno di andare a cercare la pentola d’oro ai piedi dell’arcobaleno?

Leggenda irlandese, questa, scivolata qui attraverso libri e film – una delle tante, in realtà. Non c’è civiltà, non c’è tradizione, non c’è corpus di miti che non abbia qualcosa da dire in proposito. Non che ci sia da sorprendersi: la relativa eccezionalità, la vivacità visiva, la forma – tutto cospira a fare dell’arcobaleno un simbolo perfetto, non vi pare?

E allora ecco Iride, messaggera divina nell’Iliade, e l’arcobaleno post-diluvio nella Genesi, e le masse di colori che annunciano a Gilgamesh quando gli dei sono d’accordo… Dopodiché, in aggiunta ai colori, c’è la forma: l’arcobaleno è l’arco del dio indù Indra, il ponte celeste degli dei creatori giapponesi, il Bifröst tra i mondi dell’universo nordico, la cintura di Tir, dio del sole e della conoscenza nel mito armeno, l’orlo del mantello del sole per gli indiani Cherokee, e tutta una varietà di serpenti per gli Aborigeni d’Australia, varie culture mesoamericane e gli antichi Estoni.

Va detto che, nelle sue incarnazioni serpentine, l’arcobaleno non è sempre particolarmente benevolo: inafferrabile e capriccioso, ha spesso a che fare con l’imprevedibilità e fondamentale indifferenza del ciclo delle stagioni.

Addirittura, sparse per l’Africa, l’Asia e l’America del Sud, ci sono popolazioni cui l’arcobaleno pare sì un portento – ma uno pessimo, oppure la livrea ingannevole di qualche demone mangiatore di bambini… In certe tribù amazzoniche, all’apparire di un arcobaleno, si nascondono i bambini e gli adulti chiudono la bocca – perché non si sa mai.

Quindi immagino che la risposta alla domanda nel primo paragrafo sia: sì, c’è davvero qualcuno a cui l’arcobaleno non piace…

Non granché in occidente, a dire il vero. Noi l’arcobaleno tendiamo a vederlo – se non più come un portento – come un segno d’incanto, oppure, at the very least, qualcosa di bello. Magari non stabile né duraturo… non ricordo quale signora Woolfiana (Mrs. Dalloway? Mrs. Ramsay?) paragoni la fugacità della vita umana al carattere effimero dell’arcobaleno, mentre Wordsworth ci vede il simbolo di un’intatta capacità di entusiasmo e meraviglia. Quando smetterò d’incantarmi alla vista di un arcobaleno, esclama in My Heart Leaps Up, sarà tempo di morire. John Masefield aggiunge all’elenco l’arcobaleno notturno – come una sorta di chimerica meraviglia, uno dei doni di una vita in mare. Anche Keats assimila l’iride al fascino, alla meraviglia e al mistero del creato – pur se solo per lamentare come la fredda scienza smonti tutto in un blando catalogo di ordinarietà…

Ma tutto sommato forse Keats si sarebbe potuto risparmiare qualche patema: non è certo di rifrazioni e di prismi e di luce scomposta che Dorothy medita quando cinguetta che Somewhere over the rainbow, il cielo è azzurro e i sogni si avverano. E lo stesso più o meno vale, seppure con una certa dose di sarcasmo, quando Oltretinozza dicono che “non è tutto unicorni e arcobaleni”, per indicare che le cose sono meno ideali di quando appaiano. Né è un caso che la bandiera arcobaleno venga spesso adottata come simbolo di pace e tolleranza e di cambiamento.

E davvero, chi di noi non ha la sua piccola mitologia personale in fatto di arcobaleni? Visti a dozzine prima di un esame risolutivo, o seguiti per gioco con qualcuno, o apparsi doppi a mo’ di ponte in circostanze particolari

Nemmeno il più accanito detrattore può negare che l’arcobaleno, così vivido e inafferrabile, abbia sempre l’aria di dover significare qualcosa. E abbiamo millenni di miti, canzoni, storie, poesie, e istanti d’incanto a provarlo.

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E per la Vigilia, Campane…

Bells18E magari una volta o l’altra, quando l’anno sarà cambiato e io sarò tornata ad essere una persona saggia che posta almeno un paio di volte la settimana, faremo un post sulle campane in letteratura.

Intanto, però, essendosi la Vigilia di Natale, non si può rinunciare alla Carola delle Campane, vero?

Quindi eccola qui, nella versione di Point of Grace.

Con tanto di parole, quest’anno:

Hark! how the bells, sweet silver bells
All seem to say, throw cares away.
Christmas is here, bringing good cheer
To young and old, (meek and the bold)
Ding, dong, ding, dong, that is their song,
With joyful ring, (all caroling)
One seems to hear words of good cheer
From everywhere, (filling the air)
O, how they pound, raising the sound
O’er hill and dale, telling their tale

Gaily they ring, while people sing
Songs of good cheer, christmas is here!
Merry, merry, merry, merry christmas!
Merry, merry, merry, merry christmas!

On, on they send, on without end
Their joyful tone to every home
(Hark! how the bells, sweet silver bells
All seem to say, throw cares away.)
Christmas is here, bringing good cheer
To young and old, (meek and the bold)
Ding, dong, ding, dong, that is their song
With joyful ring, (all caroling.)
One seems to hear words of good cheer
From everywhere, (filling the air)
O, how they pound, raising the sound
O’er hill and dale, telling their tale

Gaily they ring, while people sing
Songs of good cheer, christmas is here!
Merry, merry, merry, merry christmas!
Merry, merry, merry, merry christmas!

Ed è in compagnia di un’altra carola – What Child is This, sulla melodia di Greensleeves.

Felice Vigilia, o Lettori – e a presto!

Natale · teatro · tradizioni · Traduzioni

Canto di Natale al Teatrino D’Arco

Ed ecco che ci siamo…

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Domani sera debutta Canto di Natale – probabilmente la seconda storia natalizia più celebre al mondo… La novella con cui, centosettantacinque anni fa, Charles Dickens cambiò per sempre il volto e il gusto del Natale.

Non so voi, ma io concordo con Michael Faber quando dice che, in tutta la letteratura, le storie che assurgono a parabole si contano sulle dita di una mano – e Canto di Natale è una di quelle poche. Chi non conosce le vicende dell’avaro redento e degli spiriti, immerse in una Londra cupa e luminosa al tempo stesso? Chi non la cerca a dicembre, in una forma o nell’altra? Chi non è ben felice di lasciare da parte l’incredulità per il tempo di sentirsela raccontare ancora una volta? Untitled 5

Fantasmi e poveri bambini, memorie e rimpianti, avidità e cuori d’oro, nebbia, oche al forno, scintillii impalpabili, giochi di società, sciacallaggio, amori mai dimenticati… Canto di Natale è un po’ come il Christmas Pudding: c’è dentro un po’ di tutto, e tutto si combina in un insieme delizioso e unicamente natalizio.

E, come per il Pudding, la preparazione è complessa: Maria Grazia Bettini ha modellato Dickens in uno spettacolo ricco e suggestivo, popolato di figure indimenticabili e costellato di magie e sorprese… come se le illustrazioni di Leech o Rackham prendessero vita sul piccolo palcoscenico del Teatrino D’arco.

Avendo la benedizione di una madre anglomane, fin da bambina mi è parso che non fosse del tutto Natale senza Dickens – la novella e qualcuno dei suoi innumerevoli adattamenti… Quest’anno la faccenda mi appare particolarmente magica, perché l’adattamento è opera mia – così come la traduzione. Che devo dire? Sono estremamente soddisfatta – e incantata da ciò che Maria Grazia ne ha fatto. E spero che sarete incantati anche voi, o Lettori.

Canto di Natale debutta domani sera e replicherà fino al 6 gennaio. Qui trovate il calendario dettagliato. La biglietteria è aperta nei giorni feriali, dal mercoledì al sabato, dalle ore 17:00 alle ore 18:30. In questi orari si prenota per telefono (o via fax) allo 0376 325363; in alternativa si prenota per posta elettronica a questo indirizzo: biglietteria@teatro-campogallian.it

Che ne dite, ci vediamo a teatro?

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Halloween

HalloweenSi va incontro a marzo, dalle vostre parti? In un paese non lontano da qui ci si andava fino a nemmeno tanti anni fa: l’ultima notte di febbraio ci si armava di pentole, coperchi e altri oggetti rumorosi e si camminava per le strade facendo tutto il chiasso possibile “per cacciare via l’inverno”. Era molto divertente, perfettamente pagano e nessuno si scandalizzava granché.

Ma questo è – o almeno era – qui da noi. I popoli nordici, che hanno inverni più lunghi e notti più buie,  l’inverno cercavano di propiziarselo all’inizio – e con il freddo, il buio e i loro abitanti cercavano di adottare tattiche più prudenti. Visto che elfi e fate (e solo molto più tardi streghe) erano in giro, c’erano soltanto tre cose da fare: accendere fuochi per tenerli lontani, propiziarseli o cercare di carpire loro qualche notiziola sul futuro. Spesso una combinazione delle tre.

oldhallow.jpgNon doveva essere lugubre come suona. Robert Burns, per esempio, racconta di allegre celebrazioni notturne nei villaggi scozzesi. Lo fa in una lunga poesia in uno Scots alquanto stretto, la cui morale è che si accendevano fuochi, si danzava, si beveva in notevole quantità, si facevano giochi di abilità e “incantesimi”, dal cui esito si cercava di capire per lo più il nome del futuro coniuge o la fortuna a venire. I più audaci uscivano dal cerchio di luce del fuoco per sfidare gli esseri magici e, siccome era “la notte in cui le luci fatate danzano sulle colline in fiammeggiante splendore e gli elfi caracollano in sella a corsieri incantati”, poteva capitare di fare brutti incontri. I più, tuttavia, restavano insieme a condividere luce, scherzi, storie, canzoni e alcolici fino all’alba. Tutto molto allegro, con giusto uno hint di minaccia: con il Piccolo Popolo non si scherza – almeno non troppo!

turnip.jpgPiccolo Popolo, the Little Folk*: la tradizione originaria era questa. Le streghe sono un’aggiunta posteriore, mentre i fantasmi sono una specie di estensione. Invitare gli antenati a presiedere a questi riti era già una pratica celtica, che la sovrapposizione della festività cristiana di Ognissanti non fece molto per scoraggiare. Si scavavano lanterne nelle rape per commemorare le anime del purgatorio oppure per tenere lontani gli spiriti malvagi o, più spesso, per entrambi i motivi senza una chiara distinzione. Una volta varcato l’Oceano, le rape vennero sostituite con le zucche, più grosse e più facili da intagliare.

Non ci sono zucche intagliate – e nemmeno rape, se è per questo – in The Legend of Sleepy Hollow, di SleepyHollow.jpgWashington Irving, e tuttavia la festa a casa Van Tassel ha tutte le caratteristiche di una Vigilia di Ognissanti: la sera autunnale, le danze, le decorazioni, le storie di fantasmi, i ragazzi e le ragazze e, naturalmente, il Cavaliere Senza Testa. Non è difficile capire perché sia diventata una lettura classica di Halloween. Di sicuro, il fantasma di questa storia è particolarmente malevolo, ma d’altra parte è possibile che non sia un fantasma affatto**…

Il fatto è che a Sleepy Hollow sono tutti di origine olandese. Fossero stati più celtici, Irving avrebbe potuto aggiungere alla festa qualche gioco come quelli che ancora nel 1912 Mary Blain descrive nel suo Games for Hallowe’en.

A giudicare dai passatempi che Mrs. Blain consiglia alle padrone di casa americane, un secoletto e un oceano non hanno cambiato troppo le cose dai tempi di Burns. Si mangia ancora una mela davanti allo specchio per cogliere il riflesso del futuro marito e si fanno ancora giochi di destrezza e di audacia con il fuoco, sottraendo alle fiamme frutta caramellata e bigliettini con versi e massime***.

Apples.jpgCi sono anche giochi di abilità (come il celebre bobbing for apples, cercar di mordere una mela galleggiante o pendente con le mani legate dietro la schiena), giochi di parole, giochi di memoria e cacce al tesoro, ma la maggior parte sembrano essere incantesimi per leggere il futuro (nome, aspetto, posizione sociale o carattere del futuro coniuge, durata e natura di un amore o matrimonio, ricchezza o povertà…) per mezzo di specchi, mele, semi di mela, pane, farina, noci, acqua, vino, fuoco o movimenti simbolici.

Vale la pena di notare che tra i molti ce n’è uno che prevede di saltare a turno sopra una candela accesa, l’equivalente del salto del falò, questo rito augurale diffuso in tutta l’Europa.

Insomma, nulla di particolarmente originale: una tradizione vecchia come le colline discesa attraverso le generazioni, modificata, spostata di luoghi e di significati e di natura, cristianizzata in parte, cambiata da rito in gioco, codificata, passata attraverso letteratura, cinema e televisione, commercializzata, trascinata di qua e di là dagli oceani, celebrata un po’ a caso. E, come al solito in queste circostanze, tutto si riduce a paure da esorcizzare e domande in cerca di risposta: sotto sotto, l’umanità fa le cose più bizzarre e complicate per le ragioni più semplici, nevvero?

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* Oppure la Gente delle Collline, o la Gente del Crepuscolo – o anche la Brava Gente.

** Giusto per la cronaca, il film di Tim Burton è solo vagamente imparentato con la storia originale.

*** Snap-dragon, già popolare in età elisabettiana. E ci si scottava ferocemente e facilmente – ma a quanto pare nessuno lo considerava un grosso problema. Mrs. Blain suggerisce di sparecchiare completamente la tavola prima di giocare a questo gioco, ma a parte questo l’implicazione sembra essere che la fortuna migliore toccherà alla gente più svelta e abile – e gl’imbranati si scottano.

musica · tradizioni

Carpe Perseidem! ♫

MrsMillerDieci di agosto, San Lorenzo, Perseidi, tradizioni, musica… Ormai sapete come funziona.

Quest’anno, una bizzarria: a cantare di stelle intascate abbiamo Mrs. Miller, celebrità americana degli anni Sessanta, una di quelle persone il cui successo risiede nel fatto che cantano proprio male… Apparentemente, la caninità della signora era cercata e curata con impegno: la voce era quello che era – ma lei cantava deliberatamente a tempo sbagliato, e tra le varie possibili registrazioni si sceglieva sempre la peggiore…

Perché sì: Mrs. Miller incise un serio numero di dischi, ebbe successo, apparve come guest star in una quantità di serie televisive e trascorse del tempo nei primi 100 posti della hit parade statunitense. Lo stesso fascino di cose come la Corrida, I guess – e soprattutto il fatto che tutti abbiamo avuto una zia, un’amica di famiglia o una catechista che cantava così, nevvero?

Catch

E niente. Felice notte di San Lorenzo, o Lettori – e acchiappate le Perseidi!

 

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Summertime ’18

Summer18So che non è il giorno giusto, ma nondimeno.

Quest’anno il Gershwin solstiziale arriva nella bellissima e sofisticata versione del Joan Chamorro Quintet, con Scott Hamilton e la favolosa voce di Andrea Motis – versione scoperta grazie alla segnalazione di M.

E adesso mi piacerebbe mettervi il video qui – ma naturalmente SEdS ha altre idee. SEdS non mi permette più da tempo di mettere dei video qui, e quindi vi dovete accontentare di un link crudo… Che ne dite di un link arancione?

Summertime

 

E sì, lo so: lo dico tutte le volte e tutte le volte mugugno. Che posso dire? La faccenda mi rode, non c’è verso di avere assistenza da MyBlog, e qualche angolo animista della mia mente spera che, se lo faccio sentire abbastanza in colpa, magari SEdS si intenerirà e verrà a più miti consigli…

Ah well. Non importa. Non badate a me. Ho un blog di pessimo carattere – ma non lasciatevi scoraggiare. Seguite il link e ascoltate. Domani verso sera, magari. Con una lanterna accesa e le falene che ci girano attorno.

Felice estate, o Lettori!

tradizioni

Altri Vessilli

70934c04cea4f27ca3d3123ed7f9f48e--hymne-poitiersTradizioni, tradizioni…

Venerdì Santo – e quindi Senza Errori di Stumpa presenta il tradizionale Vexilla Regis. O forse non proprio quello tradizionale, per una volta. Quest’anno niente gregoriano – ma una deviazione bruckneriana eseguita dal Netherlands Chamber Choir:

E già che ci siamo, vi comunico anche che questa sera Hic Sunt Histriones presenta questa intensissima lauda medievale:

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