libri, libri e libri · Vitarelle e Rotelle

Prima Persona Singolare

firstpMi piacciono le storie narrate in prima persona.

Mi piace condividere lo sguardo del narratore. Mi piacciono le voci narrative individuali che si creano, con i quirks espressivi, le considerazioni personali, gli errori di valutazione e le menzogne. Mi piacciono le sterminate possibilità aperte alla caratterizzazione. Mi piacciono i modi obliqui in cui si mina l’affidabilità del narratore in I persona. Mi piacciono gli sfondamenti della IV parete. Mi piace che, al prezzo della sospensione dell’incredulità, venga l’impressione che il narratore stia raccontando la storia proprio a me.

Dopodiché si dirà che, dal punto di vista dello scrittore, la I presenta inconvenienti come una pericolosa facilità alla divagazione per prati del tutto imprevisti, e il limite di una sola testa su tutta la popolazione del romanzo.

Non saprei. Da un lato non ho serie obiezioni all’occasionale divagazione ben scelta – e non ho mai notato che la III Persona (di qualsiasi colore) trattenesse gli autori dal divagare*. Né, in via generale, mi getta nello sconforto non sapere quel che accade al di fuori della particolare testa in cui mi trovo.

E ammetto che ci sono circostanze in cui è bene per la narrazione che il lettore ne sappia di più di quanto possa sapere il narratore, ma se devo dire la verità, mi piacciono persino gli escamotages che l’autore smaliziato usa per girare attorno al limite.

D’accordo, l’occasionale capitolo o scena narrato in III raramente è più che funzionale, ma ci sono soluzioni più eleganti.

firstBallantraePer esempio incrociare due narrazioni in I, come fa Stevenson in The Master Of Ballantrae – che, l’ho detto ancora, dovrebbe essere testo obbligatorio per lo studio del narratore inaffidabile. È difficile credere al Colonnello Burke, vanitoso, vago e portato a sconcertanti interpretazioni dei fatti cui assiste – eppure la storia che traspare dalle sue illusioni e dai suoi fraintendimenti riesce a minare anche la credibilità di Ephraim McKellar, la cui narrazione si rivela all’improvviso molto più partigiana di quanto si potesse sospettare a prima vista.

Anche Conrad tende ad essere sofisticato in proposito – almeno quando scrive solo, ma facciamo un patto: le collaborazioni con Ford Madox Ford non contano, d’accordo? Altrove troviamo vertiginose prospettive di punti di vista, con gente che racconta storie riferite di terza mano. Il mio caso conradiano preferito è Lord Jim**: Marlow è un narratore in I con una tendenza alla speculazione interpretativa che, per di più, tra il momento in cui ha assistito a parte della vicenda di Jim e quello in cui lo racconta sulla veranda del Malabar Hotel, ha raccolto storie, ricordi e impressioni altrui. Il risultato è una narrazione quasi rapsodica, con un intrecciarsi di I e III sempre legate dall’interpretazione di Marlow – basata sulla sua esperienza diretta. Il tutto è racchiuso tra un inizio in III persona più o meno onnisciente e l’amarognola dichiarazione d’inaffidabilità da parte di Marlow, secondo cui in realtà nessuno ha capito Jim – meno di tutti Jim stesso.  The Elizabethans at play

in Entered From The Sun, George Garret fa qualcosa di ancor più complesso, cucendo insieme una collezione pressoché sterminata di punti di vista fluttuanti all’interno di una narrazione in I da parte di un personaggio che, fin dalla prima pagina, dichiara di non sapere per primo quando mente e quando dice la verità – pur essendo in posizione di sapere parecchio di quel che pensano gli altri personaggi. O almeno così crede. O almeno così dice – e non è come se il lettore avesse la minima ragione di fidarsi di lui. Ammetto che non è la lettura più agevole del creato universo, ma ha un suo notevole, iridescente, faticoso fascino.

firsttomNon del tutto dissimile, ma molto più liscia è la voce narrante che Patricia Finney ha costruito per Firedrake’s Eye. Tom o’Bedlam è scisso tra il folle Tom, che parla con gli angeli, danza con la luna e ha paura solo del suo passato, e The Clever One, che parla di se stesso come “noi”, mendica nelle strade, ricorda i suoi giorni di gentiluomo e attribuisce agli angeli di Tom la facoltà di aprire “finestre nelle anime degli uomini.” Ne esce un narratore in prima persona che sa tutto e non è interamente affidabile su nulla, con l’occasionale burst di poetica visionarietà. Quanto mai attraente ed efficace.

E potrei citare anche un raro caso di I Persona Plurale: La Leggenda Degli Annegati, di Carsten Jensen, in cui la voce narrante appartiene agli uomini di Marstal, gli annegati e i vivi – fino quando la piccola comunità marinara perde le sue navi a vela, le sue tradizioni e il suo senso di appartenenza. E allora, in un passaggio di notevole eleganza e potenza, la voce narrante migra da Noi a una III tra l’onnisciente e il generico, cambiando del tutto l’atmosfera e il tono.

E la morale è, come al solito, che non finisco mai d’incantarmi di fronte alle possibilità di un consapevole e raffinato uso della tecnica. Ma non sono strettamente necessari i fuochi d’artificio: a parità di buona e solida storia, a parità di buona e coerente voce, datemi anche una pura e semplice I che abbracci limiti e possibilità assieme – e ci sono buone probabilità che riusciate a farmi felice.

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* Alzi la mano chi ha letto I Miserabili senza saltare nemmeno una riga…

** You saw it coming. Yes, you did.

grilloleggente

Duecentosettanta Pagine Più Tardi

the-end-The-EndRicordate quel che dicevamo qualche giorno fa sul finale di Kidnapped? Ebbene, ne ho avuto questa reazione:

Ma davvero non ti sei mai accorta che mancava il finale? Proprio tu, che ti attacchi alle tende se una storia non ha l’arco aristotelico – o come cavolo si chiama?  Tu, che sei capace di mugugnare su un finale che non ti piace per anni, e hai poca pazienza con le multilogie perché i libri individuali non finiscono? Non offenderti, ma ci credo poco.

E in effetti è tutto vero – ossessioni per la fabula, mugugni, scarsa pazienza e tutto. Well, nego di essermi mai attaccata alle tende, se non in senso metaforico – ma per il resto… E però resta il fatto che, se non mi fosse stato fatto notare, difficilmente mi sarebbe mai saltato in mente di inserire Kidnapped in un eventuale elenco di Libri che Non Finiscono – e ciò benché, come dicevasi, di fatto non finisca.

E allora com’è?

KidnBankLa reazione di cui sopra mi ha fatto venire in mente un vecchio post, in cui mi domandavo che cosa mi rendesse più indulgente nei confronti di certi libri che di altri, e come mai potessi adorare certe storie nonostante la presenza di difetti che bastavano a farmene detestare altre. A parte l’idea che l’età renda soffici, ipotizzavo ragioni di spudorata parzialità per ambientazione e lingua, per poi concludere che in realtà dev’essere una questione di qualità della scrittura: un finale molliccio ma ben scritto non solo è più digeribile di un finale molliccio scritto male, ma si redime da sé anche in termini non comparativi.

E questo probabilmente vale anche per Kidnapped: quando lo lessi per la prima volta avevo vent’anni – età in cui non si è soffici affatto – ed è vero che avevo sviluppato di recente una parzialità per l’Inglese, ma le Sollevazioni Giacobite erano terreno interamente sconosciuto, seppure attraente. Semmai, a catturarmi furono la scrittura e la capacità narrativa di Stevenson e, soprattutto, l’incomparabile Alan Breck…

Quindi si direbbe uno di quei casi in cui, da uno scrittore che sappia davvero quel che fa, sono disposta a tollerare dispetti come un finale molliccio? È del tutto probabile, come dicevo – ma in realtà, a ben pensarci c’è qualcos’altro. C’è il fatto che, quand’ero entusiasticamente a metà lettura, scoprii l’esistenza di un seguito e me lo procurai al volo – cosicché, la sera in cui giunsi sulla soglia della British Linen Company, non feci altro che appoggiare un libro sul comodino, prendere l’altro, e ricominciare a leggere. kidnandCat

E insisto nel dire che Catriona nel suo complesso non è soddisfacente nemmeno la metà di Kidnapped – non foss’altro che per la limitata presenza di Alan – ma ci riprende esattamente sulla stessa soglia dove ci aveva lasciati, ci conduce attorno per qualche centinaio di pagine e, quando finisce, finisce.

E quindi è proprio vero: non mi sono accorta che il finale mancasse, perché ho trattato i due libri come uno solo. Il finale in realtà c’era – bisognava soltanto andarlo a cercare duecentosettanta pagine più tardi.

grilloleggente

Appesi alla Soglia di una Banca

KidnSi parla di finali ancora, o Lettori – per cui, se siete di quelli cui non piace parlare di finali non letti, forse questo non è il post per voi. Altrimenti, onwards.

Mi si fa notare che a Kidnapped, il Ragazzo Rapito, manca tutto sommato quell’interessante accessorio – un finale.

E sapete cosa? È piuttosto vero. Sono molto stupita di non esserci mai arrivata da sola, ma è proprio così: all’ombra della fatidica paroletta di quattro (o tre) lettere, David vaga più o meno senza meta per Edimburgo. Ha salutato il fuggitivo Alan che parte per la Francia; ha nebulosamente deciso di fare qualcosa per l’ingiustamente incarcerato James of the Glens, ed è pronto per entrare in possesso della sua eredità…

Tuttavia pensavo sempre ad Alan sul “Riposati e Ringrazia”*; e tutto il tempo […] sentivo come una fredda stretta al cuore, come il rimorso per qualcosa di sbagliato.

La mano della provvidenza mi condusse, in quella marea, proprio alle porte della banca della British Linen Company.**

KidRABTFine. Dopo tutte quelle avventure e peripezie… tutto qui? Non è nemmeno davvero questione di appendere personaggi e lettori a una scogliera: Alan sembra bene organizzato per fuggire in Francia, e per un po’ dovrà abbandonare la rischiosa carriera del corriere giacobita. Vero è che, trattandosi di lui non si può mai dire – ma la cosa peggiore a questo punto è che i due amici non contano davvero di vedersi mai più. Hence il freddo al cuore. E David… si sta imbarcando in un’altra odissea potenzialmente pericolosa, è vero – ma diciamolo: dopo i pericoli, i rapimenti, i naufragi, la violenza e le fughe nella brughiera dell’orfano diseredato, i potenziali guai giudiziari del ricco gentiluomo si promettono un pochino blandi. E comunque, al di là delle nobili intenzioni, nemmeno li vediamo, questi guai, perché tutto finisce… sulla soglia di una banca.

Lo sentite anche voi, il rumor di semolino che si spiaccica sul pavimento?

Ecco. Ed è vero che c’era un seguito a venire, il meno efficace Catriona – quindi forse Stevenson voleva preparare il terreno per quello? Mi domando come reagissero i ragazzini per cui il romanzo era ostensibilmente inteso. Vi ho raccontato una storia eccitante e avventurosa, o fanciulli – e non l’ho finita. Se siete molto bravi, la prossima volta parleremo di tribunali, intrighi politici e corteggiamenti.

Hm. rls

Ho letto da qualche parte (e sarebbe bello ricordarsi dove!) che Stevenson si era un po’ incartato politicamente:  poteva il pio protestante whig David compromettersi più di quanto avesse già fatto per la causa dei ribelli cattolici? Un conto è l’orfano in pericolo, ma il gentiluomo e proprietario terriero? Non so – e lo dico in senso stretto – fino a che punto mi convinca l’argomento: da un lato, il tema centrale di Kidnapped è proprio il modo in cui le avversità spingono David a rivedere i suoi pregiudizi, rendendosi conto che non tutti i ribelli cattolici sono bestiacce malvage e disoneste – e anzi, prima dell’ultima pagina dovrà vita, posizione e patrimonio proprio alla generosità e al coraggio di uno di questi giacobiti; dall’altro, però, non è del tutto azzardato immaginare che Stevenson si sia lasciato trascinare dall’entusiasmo vicino a un crinale che, nella Scozia e Inghilterra di fine Ottocento, era ancora materia di nervosismo…

KidnCatE comunque c’era il seguito all’orizzonte – o almeno l’idea di un seguito. Nella postfazione, Stevenson sostiene di avere ancora molto da dire su questi due improbabili amici – solo che gli editori e il pubblico siano interessati. Se così non fosse, e quasi a titolo di riparazione, si affretta a dichiarare…

… che tutto andò bene per quei due, nel senso umano e ristretto della parola “bene”; che, qualsiasi cosa sia poi loro accaduta, non fu disonorevole; e che, qualsiasi cosa sia loro mancata, essi non mancarono certo a se stessi.

Il che, naturalmente, vuol dire tutto e nulla – e non fa altro che rendere Catriona lettura obbligatoria per chi è rimasto appeso alla soglia della Banca dei Drappieri… Il fatto che poi Catriona non funzioni bene come Kidnapped – almeno non quando Alan è offstage – è un’altra faccenda.

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*È un posto a Edimburgo – o meglio, a Corstorphine, all’epoca – non lontano dal porto. Adesso c’è persino un monumento stevensoniano, con due statue a grandezza naturale di Alan e David.

** Traduzione di Piero Gadda Conti.

gente che scrive · Vitarelle e Rotelle

La Sindrome Del Nome Ricorrente

NamesJAAncora nomi. La Sindrome Del Nome Ricorrente in realtà non è una malattia specifica – è un sintomo che capita agli scrittori per le ragioni più diverse.

Pare che Jane Austen spendesse un sacco di tempo nello scegliere i nomi dei suoi personaggi maschili, cambiandoli più volte mentre scriveva – salvo poi riutilizzare spesso gli stessi: Charles, Henry, Frederick, John, William, James e George ritornano in quasi tutti i romanzi. E non è che la upper-middle class e landed gentry inglesi dell’epoca fosse incline a usare nomi eccentrici, ma bisogna supporre che quella manciata di nomi alla Zia Jane piacessero davvero. Incidentalmente erano tutti nomi appartenenti ai suoi numerosi fratelli… E non contenta di questo, nell’incompiuto The Watsons si era scelta una seconda eroina di nome Emma.

Anche Stevenson doveva avere una fantasia limitata in fatto di nomi: la popolazione di Treasure Island contiente ben quattro John (Silver, Trelawney e due marinai) e due Richard. Per cui interrogarsi sulla presenza di due Christina nell’incompiuto Weir of Hermiston diventa quasi buffo. E i due James in due libri diversi (Jim Hawkins e il Master of Ballantrae) passano quasi sotto l’uscio, no?

NamesAlexiosNaturalmente tutto ciò avveniva prima che i manuali di scrittura prosperassero consigliando di evitare come la peste nomi troppo simili tra loro. Questa è una faccenda su cui tendo ad essere of two minds: da un lato voglio dar credito ai miei simili di saper distinguere fra due personaggi nonostante un’iniziale in comune – dall’altro… be’, non si sa mai, vero? E in linea generale, better be safe than sorry, e nel mio eterno lavoro in corso sulla caduta di Costantinopoli sto ancora cercando un nome per un ufficiale bizantino che non può più chiamarsi Alexios, essendo il coprotagonista veneziano nomato Alvise.

Tuttavia, quando si scrivono romanzi storici, capita di non poterci fare molto: pensate a Vingt Ans Après, in cui compaiono il Principe di Condé, suo fratello il Principe di Conti e poi il Coadiutore Gondi… Ammetto che un nonnulla di confusione può sorgere, ma non è come se Dumas avesse avuto scelta.

Un caso peggiore se l’è trovato davanti Peter Wheelan, con il suo dramma storico The School of Night. Trovandosi NamesWhelannella necessità documentata di avere due Thomas in scena, ha scelto la soluzione spudorata: ne ha aggiunto un terzo fittizio – in realtà Shakespeare sotto falso nome – ha affidato a Marlowe un commento infastidito in proposito (What, is all the world named Tom, these days?) e una sbrigativa suddivisione in Tom, Tam e Thomas. Non sono certa di trovare l’insieme convincentissimo, ma ammetto che era interamente necessario, visto che a teatro non si può nemmeno tornare indietro di qualche pagina per ricapitolare chi è chi.

Poi ci sono casi in cui si può solo immaginare un’antipatia da parte dell’autore, come i Simon di Josephine Tey. Di Josephine Tey/Gordon Daviot ho letto, tra romanzi e lavori teatrali, una decina di titoli, e mi sono imbattuta in tre Simon. Il Simon del semigiallo (con agnizioni e controagnizioni) Brat Farrar, rampollo della landed gentry, è un affascinante manipolatore, parimenti privo di carattere, backbone e senso morale. Il Simon del dramma storico riccardiano Dickon è un paggio avido e voltagabbana, con un gusto per i risvolti più crudeli delle politiche di corte. E il Simon dell’atto unico Barnharrow è un essere velleitario, ansioso e petulante – che si lascia trascinare dal fanatismo altrui, con conseguenze fatali. Personaggi abbastanza diversi, nel complesso, accomunati dal senso morale di una traversina ferroviaria e dal fatto di essere prole degenere di ottime famiglie che non hanno fatto nulla per meritarli. Difficile non pensare a un’incoercibile avversione per il nome. Non ho mai letto una biografia della Tey abbastanza dettagliata da sapere se ci fosse nella sua vita un Simon a giustificare la faccenda, ma sarei curiosa.

Così come sarei curiosa a proposito di Agatha Christie, i cui (non numerosissimi) Michael tendono a essere vittime o assassini. Anche gli aviatori della zia Agatha tendono a morire presto, e quello, si sa, è in tenero omaggio al primo e fedifrago marito Archie Christie. E quindi una certa tendenza alla vendetta per iscritto c’è: chi sarà mai stato il Michael in questione?

E comunque va a sapere. Battezzare un personaggio è una faccenda complicata e laboriosa, e a volte c’è gente che si rifiuta di avere una voce o di essere scritta come si deve finché non si ritrova con il nome giusto. Suono, associazioni mentali, plausibilità storica, geografica e sociale, simpatie e antipatie, precedenti letterari – ci sono treni merci di motivi per scegliere o non scegliere un nome. E magari può capitare che, dopo averne trovato uno che va proprio bene, sembri uno spreco usarlo una volta soltanto?

libri, libri e libri · teatro

Isola del Tesoro Pop-Up

TreasureIsland2Toy Theatres, Stevenson e libri pop-up… che si può volere di più?

Ted Hawkins (notate il cognome, per favore…) favoloso esperto, costruttore e utilizzatore di teatrini, ha messo insieme e in scena questa incantevole versione di Treasure Island, che sfrutta meccanismi e aspetti visivi dei libri pop-up per raccontare la vecchia e affascinante storia di Jim Hawkins (ha!) , la storia di “bucanieri e oro nascosto” che, stando alla tradizione, Stevenson avrebbe scritto in due settimane di vacanze piovose.

E se si considera la giovanile passione di Stevenson per i teatrini (anche se non per le rappresentazioni), il gioco diventa assolutamente perfetto.

Ora, il video intero è troppo lungo e pesante per essere postato, per cui vi spedisco a vederlo qui. È in Inglese, naturalmente – ma dategli comunque un’occhiatina, anche solo a vedersi, è un’assoluta delizia.

E buona domenica.

Genius Loci

Un Sogno di Mattoni e Pietra Viva: Stevenson ed Edimburgo

370px-Robert_louis_stevenson.jpgCome fa un libro ambientato a Londra ad essere una metafora edimburghese? Basta che a scriverlo sia Robert Louis Stevenson, che da Edimburgo se ne andò più di una volta, fisicamente, ma ci lasciò il cuore, seppur senza volere.

Perché a volte è difficile capire se a Stevenson Edimburgo piaccia davvero…

Di sicuro la giudica una città scissa, ed ecco che torniamo all’inizio: Lo Strano Caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde è sì una storia londinese, ma il tema della dualità è qualcosa che Stevenson lega sempre alla sua gelida, ventosa, oscura e soprattutto duplice città natale. Cominciamo da qui: quando nel 1707 la Regina Anna, l’ultima Stewart regnante, firma l’Act of Union, facendo di Scozia e Inghilterra un’unica corona, Edimburgo perde non solo il suo status di capitale, ma anche qualsiasi possibilità di recuperarlo. E alla città che era stata il centro di un regno per due secoli, questo non piace nemmeno un po’. Morale, quando gli Stewart in esilio provano per due volte a riprendersi la corona di Scozia (e già che ci sono, magari, pure quella d’Inghilterra), Edimburgo li accoglie con più di un palpito. Nel 1745 le ultimissime velleità giacobite vengono spente brutalmente nel sangue a Culloden, ma gli Hanover, i nuovi re tedeschi che hanno ereditato il trono da Anna, non sono stupidi. L’idea è che, se non può più essere capitale, Edimburgo va trattata come se lo fosse, almeno in parte. Così, nell’ultimo terzo del XVIII Secolo, avviano una ricostruzione in grande: alla vecchia Edimburgo medievale, arroccata sopra e intorno allo sperone di roccia del castello, se ne affianca una nuova, settecentesca, luminosa e ordinata.9858ViewfromCaltonHilllookingwest1822.jpg

Che differenza tra i vicoli ripidi della città vecchia, i palazzoni stretti stretti, alti fino a quattordici piani, i cortili di pietra, le finestre a feritoia, le garguglie e i pinnacoli e, dall’altra parte, le vie ampie, le statue equestri dei vari Giorgi nelle piazze, le cancellate, le facciate a stucco, gli alberghi, i negozi! Tutta la Edimburgo bene, quella che prima si affollava nelle magioni avite intorno al castello, migra sull’altro lato di Princes Street, lasciando indietro un formicaio di small folks tutto attorno al castello, tagliato longitudinalmente dal Royal Mile, la strada che conduce giù giù fino a Holyrood Palace. Due città, una gotica e una georgiana; una cresciuta su se stessa, l’altra progettata a tavolino; una antica, l’altra moderna; una buia, l’altra bianca; una povera e pericolosa, l’altra agiata e rispettabile; una colma di leggende e di fantasmi, l’altra tanto placida quanto si può esserlo in questi climi. Due mondi.

Ma questa non è la sola dicotomia che Stevenson vede nella sua Edimburgo.

0_engraving_-_one_1_088_castle_hill.jpgFin dall’infanzia, il piccolo Louis, malaticcio e solitario, pensa e vede per chiaroscuri, aiutato in questo da un’educazione famigliare rigidamente presbiteriana, una tata con un dono per le storie di battaglie e fantasmi, e un temperamento di sognatore. E per parte sua, Edimburgo è, va detto, perfetta.

Edimburgo è una città di provincia per cinquanta settimane l’anno, che poi si anima all’improvviso in capitale per i quindici giorni di residenza del Lord Commissioner, scatenandosi in un carosello di parate, cerimonie, ricevimenti, petizioni e cortei.

Edimburgo ha una celebre scuola di medicina, dove si formano i migliori physicians delle isole britanniche, ma… gli studenti di Edimburgo sono migliori degli altri perché praticano di più, studiano meglio l’anatomia sui cadaveri. E da dove arrivano i 0_engraving_-_one_3_000_university_and_south_bridge.jpgcadaveri? La vecchia università è piena di storie raccapriccianti: cimiteri violati, furti di cadaveri, omicidi tout court. C’è tutta una letteratura in proposito, e Stevenson stesso nel suo cupo The Body Snatcher, sembra dire: meglio non domandarsi troppo, signori, dove e come il vostro medico ha acquisito tutta la sua maestria!

A Edimburgo, d’altra parte, morte e vita sembrano andare a braccetto con molta familiarità: né Giuseppe II né Napoleone sono mai giunti su questo lato della Manica, e la città vecchia è inaspettatamente piena di cimiteri. Si svolta un angolo, ed eccone uno, su cui guarda magari il retro di cinque o sei palazzi. Dalle finestre escono i rumori della vita quotidiana, l’acciottolio di stoviglie lavate, il pianto di un neonato, il canto di una cucitrice al lavoro si mescolano ai colpi di badile del becchino, gl’inquilini al piano terra stendono la biancheria ad asciugare tra le lapidi, e i gatti del caseggiato cacciano i passeri tra le tombe. D’altra parte, nella città vecchia non è del tutto infrequente, dice Stevenson, passare davanti a qualche porta coperta di tavole inchiodate, chiusa così dall’ultima epidemia di peste e mai più riaperta, nel timore superstizioso che il morbo sia ancora dentro, acquattato e pronto a balzare sull’incauto che apra la porta. O ancora, c’è chi ha per vicino il fantasma di qualche assassinato, o di un criminale irretito dal demonio: tutto il vicinato sa dei rumori che si sentono a notte fonda, e i monelli più coraggiosi vanno a gridare ingiurie attraverso il buco della porta sprangata.0_engraving_-_one_1_129-_royal_mile_-_heart_of_midlothian.jpg

Non è strano, a Edimburgo, questa città così preoccupata della propria anima, così devota, così pia, e dove però i Presbiteriani sono in guerra perpetua con gli Anglicani, e con centro altre sette e confessioni, tanto che la domenica, quando tutte le campane suonano, non è un concerto, ma un coacervo di suoni discordanti. E poi, a fianco di quest’ansia di faziosa devozione, ecco il permanere di certe celebrazioni pagane. Se Natale si celebra in severa, protestante sobrietà, il primo dell’anno è Hogmanay, una giornata di alcool, fiaccole, danze licenziose ed eccessi vari. E guai quando il primo dell’anno cade di domenica!

0_engraving_-_one_2_141-_george_street.jpgInsomma, non c’è aspetto di Edimburgo che, agli occhi di Stevenson, non abbia due facce, come ci viene ben ricordato ogni volta che la città compare nei suoi libri: basta ricordarsi dell’arrivo di David Balfour, che nelle strade della città vecchia trova rifugio e nuovi pericoli, giustizia e una condanna ingiusta evitata di stretta misura, amore e rivalità feroce… Nelle Picturesque Notes, la descrizione della città va tutta per dicotomie, e non si potrebbe essere più chiari. In The Body Snatcher, i due vecchi medici, il luminare e il fallito, allievi della stessa facoltà di medicina, mostrano le due facce di quello che s’impara a Edimburgo. Ma forse è nello Strano Caso, che il pensiero di Stevenson sulla sua città emerge meglio. Perché noi tendiamo a credere che il Dr. Jekill sia una brava persona, e Mr. Hyde un mostro, ma la faccenda è più complessa: il “buon dottore”, in realtà, è un uomo che per tutta una vita riesce a celare delle propensioni oscure sotto una facciata di rispettabilità; i guai cominciano soltanto quando la pozione fa uscire allo scoperto la parte peggiore del nostro eroe, ma la parte peggiore è sempre stata lì… Pare che Stevenson non prenda posizione, tra le due città: la vecchia sarà malsana, oscura e minacciosa, pur nella sua bellezza gotica, ma guardiamoci dal prendere per buona la rispettabilità color gesso e le cancellate ben dipinte della nuova!

EdinburghCastle_CaltonHill.jpgE detto tutto questo, vien da chiederselo: ma a Stevenson piaceva Edimburgo? La domanda è legittima. Il quadro che esce dalle sue opere non è eccessivamente gaio, e lui stesso se ne andò più volte, in cerca di climi più benevoli per i suoi polmoni malridotti. Eppure, quando era distante, ne ebbe sempre nostalgia. Nostalgia del cielo nordico, del vento che canta, delle colline coperte di erica in lontananza, delle luci ammiccanti nella notte, della pietra scura, e di quella qualità irreale, quell’ultima dicotomia sognante che gli fece scrivere, come in una constatazione sorpresa e lievemente incredula, che “questa profusione di eccentricità, questo sogno di mattoni e roccia viva, non è una quinta di teatro, ma una città del mondo reale.”