Somnium Hannibalis

Ma l’Autore No

Prove con gli Histriones, ieri sera.

Da un lato, è meraviglioso. Avevo dimenticato come fosse questa fase in cui si discute dell’intonazione, dello spessore, del colore di ogni parola, della melodia di ogni arco, e le frasi prendono vita, prendono forma, prendono consistenza: germogliano. E vederlo succedere a qualcosa che io ho scritto è del tutto elettrizzante.

D’altra parte, però… Mi viene spontaneo, qualche volta, dire che no, che Annibale e Antioco non sono affatto amici, anzi. Antioco, forse, lo avrebbe voluto all’inizio, perché ammirava enormemente Annibale, ma poi si è accorto che l’altro voleva usarlo, e allora ogni incontro fra i due è diventato una partita d’astuzia e di crudeltà, e tanto più adesso che Antioco teme di sentirsi chiedere dai Romani la consegna di Annibale…

E la regista dice di no. Dice che la riduzione è un’altra cosa rispetto al libro. Dice che nell’economia della riduzione il legame fra questi due uomini deve essere diverso, una specie di amicizia distaccata e riluttante, se proprio voglio, ma qualcosa di simile all’amicizia.

E lo so che una volta che è scritta e pubblicata, ogni singola parola cessa di essere mia, e che gli Histriones fanno il loro mestiere nell’interpretare il Somnium, nel darne una lettura scenica, dinamica… Lo so bene, tante grazie. Però mi pare che sarebbe tutto più facile se lo facessero da qualche altra parte, non so, a San Giovanni in Persiceto, completamente fuori dal mio controllo. Perché, a differenza di quegli autori che sono placidamente defunti da qualche secolo, la sottoscritta è viva e vegeta, e fatica molto ad adottare il debito distacco.

Io conosco le motivazioni di Annibale, di Antioco, di Himilce, di Maarbale… e che diamine: li ho scritti io! So come pensano, so che voce hanno, so su cosa è verosimile che facciano dell’ironia e che cosa invece prendono maledettamente sul serio. Solo che non sono la regista. E quindi, pur avendo facoltà di dare suggerimenti, non devo aspettarmi che vengano raccolti. E se so, razionalmente, che è giusto così, se sono affascinata dal modo in cui le mie parole (o almeno, le parole che io ho scritto) prendono direzioni inaspettate, comincio però a credere che sarà dannatamente dura restarmene seduta a guardare mentre lo fanno.

Avevo allegramente detto di aspettarmi una sfida stimolante… Credo che non sarò delusa – ma si direbbe che sfida sia la parola operativa, qui.

Somnium Hannibalis

Riscritture

Era ancora dicembre quando sono andata al primo incontro del gruppo Hic Sunt Histriones, per l’adattamento teatrale di Somnium Hannibalis. Ci eravamo salutati ripromettendoci collaborazione e contatti frequenti, ma poi si sa come vanno queste cose. Di fatto, non avevo più saputo nulla fino a qualche giorno fa, quando mi sono capitati per le mani alcuni albi della Osprey, con delle illustrazioni che potevano tornare utili per i costumi. “Non avete bisogno di modifiche ai testi?” chiedevo nella mail a cui avevo allegato le immagini.

“Già fatto, grazie!” rispondono allegramente gli Histriones. “Abbiamo tagliato e riscritto un bel po’, e forse non abbiamo ancora finito.”

Riscritto? Riscritto??

Crisi. Quando a dicembre mi avevano chiesto se si potesse eventualmente modificare il testo, avevo risposto di sì senz’altro, ma forse non avevo spiegato abbastanza chiaramente che intendevo farle io, le modifiche… Ora, non dovete pensare che sia irragionevole: ho scritto per il teatro, ho adattato testi, ho recitato, ho diretto. So che le esigenze di scena a volte sono tiranniche, ed ero preparata all’idea di tagli drastici, ma erano le riscritture a fermarmisi di traverso nella trachea.

Così ho chiesto di vedere il testo modificato e l’ho rimodificato a mia volta. Giuro che non ho ripristinato nemmeno uno dei tagli che hanno fatto. Mi sono limitata a riannodare qualche filo logico smarrito e a ricondurre in carreggiata un paio di dialoghi tra Annibale e la moglie che, a detta degli Histriones, non erano abbastanza appassionati… Ci sarebbe un lungo discorso da fare in proposito, ma la versione stringata è questa: il mio Annibale ha una passione bruciante, e non si tratta di sua moglie, ma del suo destino. Annibale non è una creatura sentimentale, e non si può cambiare questo senza stravolgere il personaggio.

Armata del mio copione rivisto&aggiornato, ieri sera mi sono precipitata alle prove dello spettacolo. Gli Histriones mi hanno accolta con cautela… forse hanno già avuto a che fare con gli autori. Hanno tirato un sospiro di sollievo collettivo quando ho detto che approvo tutti i loro tagli, che così la pièce ha un ritmo molto più sostenuto, che hanno lavorato proprio bene…

“Allora è tutto a posto?” dice la regista. “Vuoi solo assistere?”

E lì ho detto che no, non era tutto a posto. Ho spiegato le mie remore, letto le mie versioni alternative, perorato la mia causa. Insomma, il nome sulle locandine è il mio, questo sarà per molta gente il primo (se non l’unico) impatto con il mio lavoro… posso avere il diritto di veto sulla versione definitiva, se prometto di essere ragionevole?

A quanto pare, posso. Le mie contromodifiche sono state accettate, e mi si è detto che farò meglio a cominciare a frequentare le prove con qualche costanza. Per stasera non ho visto molto, perché tra leggere, spiegare e discutere non c’è stato tempo per una prova vera e propria. Intanto, però, il testo somiglia ancora al mio libro, del che sono molto, molto, molto soddisfatta.

scribblemania · scrittura

Armchair Casting

Ieri, essendo l’Epifania, mi sono concessa qualche ora di attività vacanziere. come iniziare a ritagliare le scene della mia personale interpretazione di toy theatre vittoriano, e cercare su Google delle facce adatte ai personaggi del romanzo turco/bizantino su cui sto lavorando. Oltre ad essere divertente (e a darmi l’impressione di fare qualcosa di utile), per me è sempre un esercizio rivelatore. Ho già detto che non sono una persona molto visiva: so che genere di voce hanno e come parlano i miei personaggi, ma molte volte non ho un’idea precisa di come siano fatti, finché non trovo la faccia perfetta.

E’ un gioco che di solito tengo per le giornate di pioggia, per quando sono impantanata e furibonda, per quando voglio fare qualcosa di attinente alla mia storia, purché non sia scrivere. Quel che è certo è che non lo faccio mai troppo all’inizio: devo conoscere bene i miei personaggi, prima di riuscire a riconoscerli con sicurezza in mezzo a una folla di facce.

E quindi, a titolo dimostrativo, ecco parte del mio casting:

Sultano.jpg

Raz Degan nel ruolo del Sultano… (sì, lo so: è vestito da Re di Persia… che posso farci?)

 

 

 

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Paul Bettany as Alvise Zanotto…

 

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Rachel Weisz come Zoe Cantacuzena…

 

 

   Thomas.jpg

… e per finire, quello che mi ha dato più problemi: Ioan Gruffud nel ruolo di Nicholas (o Stephanos, ancora non ho ben deciso) Cantacuzeno.

 

 Badate che la scelta non ha nulla a che fare con le capacità interpretative dei signori in questione. Francamente, alcuni di loro non li ho nemmeno mai visti recitare. E’ che hanno le physique du role, hanno l’aspetto (e l’espressione) che volevo per questa gente e per questa storia quattrocentesca.

Somnium Hannibalis

Ecco gli Attori!

Ieri sera, nonostante la neve, prima riunione del gruppo Hic Sunt Hystriones di ostiglia per la preparazione di Somnium Hannibalis. Ebbene sì, un adattamento teatrale del mio romanzo, da presentarsi alle scuole nella primavera del 2010.

Ieri sera si è parlato, ed è sempre affascinante vedere quali impressioni, quali curiosità, quali reazioni suscitino i propri personaggi. Vero è che diversi membri della compagnia avevano letto solo l’adattamento teatrale e non il libro, e questo ha condizionato un po’ la discussione.

La regista, la bravissima Gabriella Chiodarelli, ha cominciato definendo il mio Annibale un carattere depressivo, il che non sembrerebbe un buon inizio, se non fosse che quella è l’intenzione con cui è stato scritto. E’ seguita una tempesta di domande su quanto ci fosse di di storico e quanto di fittizio nelle motivazioni che ho dato ad Annibale: il peso del giuramento imposto dal padre, la “rinuncia” a prendere Roma dopo Canne, se e quando Annibale si sia reso conto di non poter sconfiggere Roma… Una delle mie teorie predilette su Annibale (ed è una teoria puramente letteraria, perché non c’è nulla di storico a supportarla) è quella di un’identificazione talmente profonda tra l’uomo e il sogno, da fargli guardare con repulsione all’atto effettivo della presa della città. Per tutta la vita Annibale Barca si è visto destinato a prendere Roma, ma che ne sarà di lui, una volta che Roma è presa? Credo che un visionario completamente assorbito nel suo sogno debba provare un certo horror vacui al pensiero del sogno realizzato.

Si è osservato che Annibale non ha un vero e proprio arco del personaggio, perché comincia facendo guerra a Roma e finisce facendo guerra a Roma: l’osservazione veniva da qualcuno che ha letto solo l’adattamento, e pur corrispondendo alla visione tradizionale di Annibale (Tito Livio e Polibio, per intenderci), non si applica del tutto al mio Annibale il quale, esule alla corte di Siria, è molto diverso dal giovane generale partito da Nuova Cartagine. E tuttavia, è vero che Annibale è il perno degli archi degli altri personaggi, da Antioco a Himilce, da Scipione a Lelia, da Sosila a Roma stessa. L’immagine è piaciuta ed è stata annotata.

Dopo di questo siamo passati ad immaginare la possibilità di movimenti coreografici per mettere in evidenza il diverso modo di fare la guerra di Annibale e dei Romani, delle tecniche da usare per richiamare luoghi e fiumi, e per mostrare lo scorrere del tempo. Nonché piccola discussione sul budget costumi.

Quando è cominciato a nevicare sul serio, ci siamo dispersi, ma mentre raccoglievamo sciarpe e cappotti, la regista ha chiesto immagini, suggestioni da elaborare… io ho detto “fuoco”. il Somnium è pieno di fuoco: la fiamma sacrificale sull’altare domestico, le torce di Gades, le pire dei cadaveri dopo le battaglie, i fuochi degli accampamenti, il riverbero del sole a picco, gli sterpi incendiati, il giavellotto infuocato. E le figure retoriche che Annibale usa contemplano spesso fuoco, fiamme, il bruciare, l’ardere, l’accendere. Se questo libro avesse un colore, sarebbero le sfumature delle fiamme.

Adesso non vedo l’ora di sapere che cosa faranno di tutto questo gli Hystriones. Mi hanno proposto di seguire la preparazione, e credo che lo farò: non capita tutti i giorni di vedere il proprio lavoro trasformato attraverso l’interpretazione altrui. Ho già avuto cose mie rappresentate, ma ho sempre curato la regia di persona. Questa volta no: mi aspetto che sia una sfida molto stimolante.

grilloleggente

Fenomenologia dello Sbregaverze

300px-Merton_College_library_hall.jpgUna delle meraviglie dello scrivere narrativa a sfondo storico, è andarsi a pescare un personaggio minore, minorissimo, e farne il nostro protagonista. Si può fare tutt’altro, si può incentrare tutto sulla figura di primo piano (Idi di Marzo di Thornton Wilder ha per eroe Giulio Cesare, Memorie di Adriano della Yourcenar e Io, Claudio di Robert Graves hanno titoli autoevidenti, come pure La Regina Margot di Dumas); oppure si può scegliere un personaggio fittizio e piazzarlo in mezzo a eventi e/o personaggi storici (I Promessi Sposi, per citare un esempio eclatante, ma anche Barnaby Rudge di Dickens, Guerra e Pace di Tolstoj, La Guardia Bianca di Bulgakov…). Entrambe le possibilità hanno dato origine a capolavori ed orroretti, entrambe si prestano a variazioni interessanti, ma non divaghiamo.

La terza via è quella di cui si diceva prima: personaggio minore. Il personaggio minore ha tutta una serie di pregi, in genere. Si sa che è esistito, si sa che ha avuto un ruolo preciso, magari si sa qualcosa dei suoi spostamenti, contatti, vita, morte e miracoli. Molto più facile da situare di un personaggio fittizio… Perché diciamocelo: mettere un segretario/amico/scudiero/seguace/confessore/domestico/fratello illegittimo fittizio al fianco, diciamo, di Lorenzo de’ Medici, offre senz’altro all’autore un favoloso punto di vista sulla congiura dei Pazzi, ma al tempo stesso stiracchia non poco la sospensione dell’incredulità del lettore. Ma se invece il nostro segretario/amico/scudiero/seguace/confessore/domestico fosse esistito veramente, magari citato di straforo in una fonte o due, se sapessimo di lui soltanto che era al posto giusto in una o due occasioni e che aveva un braccio offeso da una caduta da cavallo, avremmo il nostro personaggio, un abbozzo di carattere e tutto lo spazio di manovra che si può desiderare…

E’ così che sono nati parecchi memorabili personaggi letterari. Sto pensando agli esempi da elencare e, per qualche motivo, tutti quelli che mi vengono in mente ricadono sotto una categoria particolare, una categoria del tutto personale, quella dello Sbregaverze.

Piccola precisazione semantica: sbregaverze, purtroppo, non è Italiano. E’ l’italianizzazione di una parola mantovana, composto del verbo sbregare (dialettale per lacerare, rompere, di origine germanica, dice il Dizionario Treccani) e di… be’, tutti sappiamo cosa sia una verza, credo. Dico “purtroppo” perché trovo che sia una parola meravigliosamente espressiva. Se il senso è affine a “rodomonte”, “spaccamonti”, “sbruffone”, “fanfarone”, o “gradasso”, bisogna però ammettere che l’immagine di qualcuno che, per tutta dimostrazione di possanza, spacca delle verze, è meravigliosa.

Non so se abbiate mai provato ad accoltellare una verza… Io sì: certe volte è più facile, certe volte meno, ma in tutti i casi fa un gran rumore.

Ecco, a casa mia il termine Sbregaverze (con la S rigorosamente maiuscola) è scivolato a indicare una certa categoria di personaggi letterari caratterizzati appena sopra le righe, fiammeggianti, barocchi nella costruzione, nelle avventure, nel modo in cui si presentano e parlano di sé. Di sicuro non è dispregiativo e non implica nulla di male sull’efficacia, sull’appeal o sul carattere morale dei personaggi stessi…

Ne ho in mente un certo numero: D’Artagnan e i suoi amici, Cyrano de Bergerac, Alan Breck Stewart, l’Ammirabile Critonio, Madame Sans-Gène, Henry Morgan… tutti esistiti realmente, tutti figure minori del loro tempo, tutti abbondantemente ritoccati dai loro autori a fini narrativi, tutti flamboyants, almeno nella loro versione letteraria. E ciascuno di loro rappresenta una sfaccettatura particolare del genere Sbregaverze.

Sono personaggini, è vero, gente di non troppo conto al loro tempo, cui qualcuno in un altro secolo ha tentato di regalare, con esiti di varia natura, una fettina d’immortalità per iscritto. Comincio a credere che dedicherò un post a ciascuno di loro… Oh, sì! Una galleria di Sbregaverze a seguire…

grilloleggente · grillopensante · scrittura

Cose che non sapremo mai

In teoria, la fedeltà alle fonti storiche è il primo articolo del mio credo di autrice. Voglio dire: in un mondo perfetto, il mestiere del romanziere storico consisterebbe nel ricreare quello che non sappiamo sulla base ed entro i limiti di ciò che sappiamo.

Il mondo non essendo perfetto, alle volte il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo è un tantino confuso, e anche ciò che sappiamo non è poi così certo.

Il mondo non essendo perfetto, inoltre, i romanzieri storici hanno una certa tendenza a non razzolare tanto bene quanto predicano. O almeno io ce l’ho. Sia chiaro: faccio sempre del mio dannato meglio per non contraddire nessuna fonte certa, per attenermi ai fatti, per essere tanto precisa quanto posso con date, luoghi e persone…

E tuttavia, se esistono versioni differenti, fonti che riportano diversamente lo stesso avvenimento, la stessa battaglia, lo stesso personaggio? Non è colpa mia, giusto? E succede, sapete? Forse non avete idea di quanto spesso succeda… E che cosa può fare in questi casi una povera ragazza? *makes cocker spaniel eyes*

Be’, questa povera ragazza ha raggiunto un compromesso con se stessa e con la Storia: in caso di fonti non uniformi o contrastanti, sceglie sempre la versione che le fa più comodo dal punto di vista narrativo…

Sì, sì, questa ragazza sa perfettamente che esistono gerarchie delle fonti e criteri per stimarne, se non proprio stabilirne, l’affidabilità affidabilità, ma al tempo stesso, ringrazia spesso il Cielo che, per le sue vie e ragioni imperscrutabili, l’ha condotta a scrivere narrativa anziché saggistica.

Piccolo esempio illuminante: visitando il palazzo dell’Ajuntament a Barcellona, ci si ritrova a un certo punto nel Salò des Cròniques, dove nel 1929 Josep Maria Sert ha dipinto un ciclo di affreschi che narrano le vicende di Roger de Flor, cavaliere senza macchia e senza paura, che dopo aver generosamente salvato l’Impero Bizantino da qualche tipo di Turchi, viene ricompensato con l’inganno, il tradimento e l’omicidio. Che pessima gente sono questi Bizantini… Ebbene, più guardavo gli affreschi, più mi sembrava che ci fosse qualcosa di strano. Ero certa di avere ricordi in proposito: i nomi erano quelli, il secolo era quello, eppure la storia non quadrava. Poi, folgorazione! Ma certo, Roger de Flor, ex Templare, pirata e capitano della Compagnia Catalana, una delle più costose, pericolose e celebri compagnie mercenarie del XIII secolo! A sentire i bizantinisti anglosassoni (gente come Norwich e Runciman), il suo “generoso aiuto” veniva ad un prezzo astronomico, che comprendeva, tra molte altre cose, la mano di una principessa imperiale), e una volta respinti i Turchi, i Catalani si erano rivelati il classico rimedio peggiore del male, scatenandosi in saccheggi, incendi, stupri e distruzioni miste assortite in giro per l’Impero… E allora i Bizantini, che non andavano tanto per il sottile, avevano adottato la sperimentata tecnica tradimento-assassinio. Quando si dice a mali estremi… con quel che segue.

Rogerelaprincipessa.jpgInsomma, due storie diametralmente opposte. A sentire Norwich, Roger era un pessimo soggetto; i Catalani hanno l’aria di pensarla diversamente. A Barcellona c’è una Calle Roger de Flor. Ci sono monumenti, hotel, istituti intitolati a lui. Ci sono siti web celebrativi… Una rapidissima ricerca su Google rivela almeno una trilogia di romanzi storici che ha Roger e i suoi Catalani, o Almogàvares, per eroi, ma non mi stupirei se ce ne fossero altri.

E tuttavia, se io volessi scrivere un romanzo i cui protagonisti ed eroi fossero gli Imperatori Paleologi, Andronico II e Michele, intenti a salvare il loro impero da quello stormo di cavallette, gli Almogàvares, capitanati dal crudele, esoso ed infingardo Roger? Il bello è che potrei! Anzi, non sono nemmeno certa che qualcuno non l’abbia già fatto – di sicuro le fonti lo consentirebbero senza eccessivi patemi d’animo.

La morale di tutto questo è varia. In primo luogo, un romanziere storico può fare pressoché di tutto anche conservando una coscienza decente; e questo è cosa buona e giusta per la letteratura, se non proprio per il fegato degli storici. In secondo luogo, ma in realtà questo è il punto fondamentale, non da oggi penso che la Storia abbia un quid d’inafferrabilità. I contemporanei la narrano con un’ottica deformata dalla loro posizione al suo interno; i posteri la interpretano da distanze cronologiche e culturali che non possono non essere deformanti a loro volta. Aggiungiamo a questo che i documenti vanno perduti, o sopravvivono in modo parziale, o vengono trascurati, e che il peso relativo dei fattori di valutazione cambia attraverso i secoli… E’ inevitabile: come dice Gianni Granzotto nel suo Annibale, “ci sono cose che non sapremo mai. Cose che non sappiamo più”.

E questo è forse uno degli aspetti più affascinanti della Storia. Per gli storici, sono vuoti da riempire cercando e ricercando, e per i romanzieri è un’iridescenza (o un’opacità, a seconda dei casi) da raccontare ancora e ancora, da ricreare, da immaginare. E non sempre nello stesso modo, anzi.

Alla fin fine, la forza vitale di tutte le cose risiede sempre in ciò che ancora non sappiamo.

 

pennivendolerie

Parallelepipedo

Parallelepipedo di carta – 19.5×11.5×1.5 – in varie tonalità di azzurro. Satinato, non lucido. Profumo “di carta nuova e inchiostro tipografico”.

Lo giro e rigiro, persa in contemplazione (mi s’informa che non ho un’aria terribilmente acuta, al momento), e mi piace tutto, ma proprio tutto: i colori del Goya rielaborato in copertina, i caratteri, l’impaginazione, la fotografia nella bandella della IV di copertina (il che è tutto dire: non mi piace mai come vengo in fotografia…), le proporzioni del tutto…

Oh, beatitudine.

Potrei sbagliarmi, ma mi pare proprio che fosse Annie François a sogghignare con garbo della gente (lei per prima) che va in estasi davanti ai parallelepipedi di carta.

Ebbene, la sensazione è che se adesso questo specifico parallelepipedo di carta mi chiedesse di sposarlo, potrei anche accettare.

pennivendolerie

Varo

Oggi è il giorno del varo. Dopo lunghi ponzamenti e molte traversie, ecco finalmente pronto…

(attimo per il lancio della bottiglia di champagne… crash!)

www.somniumhannibalis.com ovvero il sito del mio nuovo romanzo. Per ora ci sono notizie, link, immagini, curiosità storiche e la possibilità di leggere l’incipit.

E intanto, a titolo di assaggio, dalla Quarta di Copertina:

“Il luogo è Apamea, l’anno il 191 avanti Cristo.

Annibale Barca vive da esule alla corte seleucide, avvolto in un alone di leggenda, dubbio e amarezza.

Il Re di Siria, Antioco III il Grande, sconfitto in una sconsiderata campagna contro Roma, si rivolge proprio al vecchio generale che aveva predetto inascoltato il disastro, e per tutto un pomeriggio e una notte d’estate lo interroga impietosamente sui suoi sogni pericolosi, sulla vittoria e sulla sconfitta.

In cerca di ragioni per la sua disfatta, il Re troverà invece una storia fiammeggiante e tormentosa, senza respiro, colma di sangue, di battaglie, di sogni e di solitudine, una storia sulla guerra, il destino, la paura e il prezzo che si paga per la gloria.”