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Titoli

TitleSono alla disperata caccia di un titolo, un titolo, un titolo per un racconto – il che, come spesso accade, mi ha portata non a un titolo come sarebbe tanto necessario, ma a ogni genere di rimuginamenti in proposito. Confesso di avere un’ossessione per i titoli – quasi pari a quella che ho per i nomi. E in fondo, che cos’è un titolo se non il nome di un libro?

Le due cose tendono a coincidere, tra l’altro, nella vasta serie di casi (spesso ottocenteschi) in cui il libro trae il suo titolo dal nome del protagonista, come Jane Eyre, David Copperfield*, Anna Karenina, Martin Eden, Daniel Deronda, Lucien Leuwen, Ermanno Raeli e via dicendo. Nome e cognome e basta, senza specificazioni di sorta. Qualche volta, addirittura solo il nome, come Emma. In questi casi immagino che tutto dipenda dalla simpatia del lettore per il nome specifico e da un minimo di attenzione nell’evitare cacofonie. Le cose cambiano appena quando il titolo indica rapporti di parentela (I Fratelli Karamazov, Le sorelle Materassi, La Cugina Bette, I Buddenbrook, Otto Cugini) oppure titoli e funzioni (I Viceré, Il Signore di Ballantrae, Il Colonnello Chabert, Il Piccolo Principe).

Ma questi sono casi “facili”, tutto sommato: sappiamo di doverci aspettare la storia dell’individuo o della famiglia il cui nome appare in copertina. A dispetto dei casi ingannevoli – Il Signore degli Anelli è in realtà l’antagonista, mentre il titolo apparentemente nobiliare di Lord Jim (combinato tra l’altro con un diminutivo non particolarmente aristocratico, al pari del Ruy Blas di Hugo) si rivelerà essere ben altro – tendiamo a sapere che cosa aspettarci da un titolo di questo genere.

La narrativa di genere ha talvolta titoli che abbinano il nome di un protagonista ricorrente a qualcosa di descrittivo: Poirot a Styles Court, Maigret e il Lettone**, ma non è necessariamente così. I gialli di Sherlock Holmes sono tanto di genere quanto si può esserlo, ma hanno titoli evocativi come Uno Studio in Rosso e La Banda Maculata. Agatha Christie alterna what-it-says-on-the-tins come Assassinio Sull’Orient Express a eccentricità come Perché Non L’Hanno Chiesto A Evans, per non parlare delle citazioni: Sento I Pollici Che Prudono o And Then There Were None***.Titles

Citazioni e titoli descrittivi abbondano al di fuori della narrativa di genere. La Battaglia, I Miserabili, La Rivolta Nel Deserto, 1984, Guerra e Pace ed altre cose autoevidenti da un lato; e dall’altro L’Inverno Del Nostro Scontento, Fuoco Pallido, Le Armi E L’Uomo…****

Poi ci sono le cose semi-ermetiche, il cui senso si paleserà (se siamo fortunati) leggendo il libro, come Il Rosso e il Nero, Farhenheit 451, Uno, Il Nome Della Rosa, citazioni del libro stesso, come La Coppa D’Oro o L’Eleganza Del Riccio, metatitoli come Se Una Notte D’Inverno Un Viaggiatore o Gl’Insorti di Strada Nuova, nomi di posti come Mansfield Park o Una Terra Chiamata Alentejo, titoli ricattori tipo Va’ Dove Ti Porta Il Cuore, titoli che non sono affatto quello che sembrano, à la Pfiz, O La Città Perfetta e Cento Colpi Di Spazzola…

E poi mi fermo qui, ma si potrebbe continuare a lungo. Alle volte si spendono quasi più pensieri, dubbi e succo di meningi sul titolo che sul romanzo; alle volte non si trova affatto il titolo giusto; alle volte viene giù come un colpo di fulmine; alle volte arriva un titolo perfetto – peccato che non ci sia ancora il libro, e il guaio è che non si può registrare, brevettare o accaparrare un titolo in alcun modo se non pubblicando il libro relativo; alle volte ci s’imbatte in siti che propongono generatori di titoli, per scherzo o ne producono a pagamento sul serio*****; alle volte se ne escogita uno perfetto e poi è talmente perfetto che qualcun altro lo usa prima di noi; alle volte se ne elucubra uno con fatica e affetto e poi l’editore lo cassa senza un’ombra di remora…

Viene da pensare che si potrebbe scrivere romanzi solo sulla genesi dei titoli, vero? Ne riparleremo.

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* E Oliver Twist, Martin Chuzzlewith, Barnaby Rudge, Nicholas Nickleby…  a Dickens piaceva questa maniera.

** Che cito confessando di avere creduto, da bambina, che vi si parlasse di un grosso letto – e invece era un abitante della Lettonia…

*** Che sarebbe Dieci Piccoli Indiani, ma la traduzione non è, come l’originale,  l’ultimo verso di una filastrocca leggermente macabra.

**** Shakespeare è una vera miniera da questo punto di vista, e qui c’è una piccola lista di titoli tratti dai suoi versi.

***** Hanno persino la tariffa maggiorata per le urgenze!!

pennivendolerie · Somnium Hannibalis

Di Titoli E Catastrofi

Book-TitleLo so, ne abbiamo già parlato… Più di una volta, probabilmente.

Ma questo post si deve a una combinazione di cose: questo post su Karavansara e l’approssimarsi della scadenza del contratto per Somnium Hannibalis.

Perché il fatto è che presto il Somnium sarà completamente mio di nuovo – mio da risistemare e ripubblicare in formato elettronico, e non c’è modo di negarlo: prima di tutto gli ci vorrà un altro titolo.

Un titolo che non spaventi via i lettori.

Dovete sapere che, a suo tempo, la faccenda andò così. Il mio titolo provvisorio era… sedetevi, per favore: non vorrei che la mia sconcertante originalità vi levasse il respiro. Seduti? Bene: il mio titolo provvisorio era Annibale.

No, davvero. E che c’è di male? Era estremamente appropriato, sintetico e significativo al tempo stesso.

Peccato che un sacco di gente ci avesse già pensato prima di me, sia in fatto di romanzi che di biografie. Prova inconfutabile, se lo chiedete a me, che è proprio un buon titolo – ma lo ammetto come lo ammisi allora: volere qualcosa di meno “visto” non era del tutto irragionevole da parte dell’editore.

Così mi misi all’opera per cercarne un altro – e furono giorni e giorni di liste, strologamenti, brainstorming… Volevo qualcosa di significativo, possibilmente provvisto di più di uno strato di senso, semmai con una citazione letteraria. E non trovavo nulla. Nulla di adatto. Nulla che non richiedesse un’estensione a fisarmonica della copertina, quanto meno…

E poi, in un momento di quella che scambiai per ispirazione, mi albeggiò in mente: Somnium Hannibalis.

Perché in fondo al centro di tutto c’era il sogno irrealizzabile di Annibale. Perché c’era il parallelo con il Somnium Scipionis di Cicerone…

“E in quanti credi che se ne accorgeranno?” mi si chiese profeticamente. E io… io scrollai le spalle, e andai avanti con criminale incoscienza. E a questo punto, però, devo distribuire una parte del biasimo anche a editore e agente. Perché io potevo essere allegramente incosciente – ma loro? Avrebbero dovuto dissuadermi con ogni energia, e invece fecero tra nulla e non granché. CopSomnium4-1

L’editore insisté per aggiungere il sottotitolo “L’ultimo dei Barca, la cenere e il sangue”, che ad essere sinceri mi sembrava (e mi sembra) melodrammatico… Ma era un caso evidente di cecità selettiva. Mi preoccupavo del sottotitolo vagamente purpureo, e non vedevo il catastrofico titolo in Latino. O meglio, lo vedevo eccome – ma mi sembrava una buona idea.

Un titolo in Latino, capite?

Con una citazione di commovente oscurità, destinata a non dire granché parte dei lettori.

E, temo, a suonare pretenziosa a chi l’avesse riconosciuta.

Non è che fosse un brutto titolo in assoluto, sia chiaro. Era solo ostico, pretenzioso e snobbish – adorabile combinazione – e nessuno mi ha fermata sulla via del disastro. E non è del tutto vero: qualcuno ci ha provato, solo che io non ho ascoltato.

A posteriori, sono certa che la cosa abbia nuociuto non poco al romanzo e alle sue vendite – ma ormai è fatta, e consideriamola pure una dolorosa lezione. Sei anni più tardi, ho imparato dal mio errore – o almeno spero. Anche perché magari non nell’immediatissimo futuro, ma presto dovrò trovarne un altro, di titoli. Un titolo significativo, sintetico, magari provvisto di più di uno strato di senso.

E in Italiano, thank you very much.

Sono ufficialmente a caccia.

teatro · Vitarelle e Rotelle

L’Età Dei Titoli

bibi e il re degli elefanti,titoli,accademia teatrale campogallianiDomenica scorsa Bibi ha avuto successo.

Gli interpreti sono sempre più bravi e più intensi ogni volta che li vedo, il teatro era pieno nonostante piovessero cani e gatti, un sacco di gente si è commossa e tutto è andato molto bene.

Ma…

“Cambia il titolo,” mi ha detto Capitan Grace, la regista. “Cambia titolo, perché così com’è penalizza lo spettacolo.”

E sapete una cosa? Capitan Grace ha ragione.

Bibi & il Re degli Elefanti

È un titolo da fiaba.

Un titolo da bambini.

E Bibi, ne abbiamo già parlato, è una storia di bambini e ha una seria componente fiabesca, ma non è una storia per bambini. Non solo per bambini.

Mi si dice che è difficile da collocare, mi si fanno paragoni lusinghierissimi, non passa replica senza che qualcuno arrivi a proporre di farla girare per i reparti di pediatria – ad uso dei genitori e del personale, non meno che dei pazienti*…

Però.

Però c’è un sacco di gente che guarda la locandina, storce il naso e commenta che ah, ma è una cosa da bambini. E questo restringe preliminarmente il pubblico, limita l’interesse degli altri teatri, induce pregiudizi nelle commissioni dei concorsi e nuoce al play in generale.

Così sono a caccia di un titolo nuovo.

Avrei dovuto cominciare prima – anche perché, a dirla tutta, il dubbio ce l’avevo. Che poi, chiariamo: il titolo è opera mia, e andava bene nel contesto per cui avevo scritto – ma poi il play ha cominciato a camminare con le sue gambe al di là della commissione originaria, è cresciuto (letteralmente), e il titolo gli è diventato stretto.

E allora sono a caccia di un titolo nuovo – un titolo più adulto, che renda giustizia al lato grownup di Bibi, senza perdere del tutto di vista la fiaba. Un titolo iridescente e versipelle, se vogliamo, come sarebbe bello che tutti i titoli fossero – ma questo è un altro discorso.

Per cui adesso è questione di brainstorming, di liste, di taccuini, di penne di più di un colore, di lavagne di sughero, di consultazioni balenghe**… Il che, a parte tutto, è un gran bel gioco.

Vi farò sapere. 

 

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* E guardate, non è che noi (as in la compagnia e io) ci si tiri indietro. Saremmo felicissimi di girare per i reparti di pediatria: chiamateci e parliamone.

** “Dimmi un aggettivo, possibilmente di due sillabe, che suggerisca X e Y al tempo stesso – e magari anche un tocco di Z, ma in una maniera obliqua… Oh, e senza troppe consonanti nasali.”

Utter Serendipity

Del Surreale Nel Quotidiano (di Provincia)

A volte, in un posto o nell’altro, ti capita di sfogliare un quotidiano di provincia e l’occhio ti cade su un titolo, e ti domandi: a) ma come li recluta questa gente i titolisti? b) non ce l’hanno un redattore capo che si accorga di certe sublimi fioriture? E poi li annoti, i titoli in questione, perché alla loro maniera sono meravigliosi, sono folgoranti, ti mettono quasi in soggezione nella loro sfavillante assurdità.

Vi metto a parte di un paio di perle della mia collezione – titoli autentici, giuro: non ho aggiunto nemmeno una virgola.

Cominciamo con SI GETTA NEL FOSSO E LO SALVA

Salva chi? Salva cosa? Il fosso? Parrebbe, visto che, teoricamente, un pronome si riferisce all’ultimo sostantivo precedente… E a questo punto ditemi che non state proiettando un film mentale in cui il Protagonista si tuffa ad angelo in quaranta centimetri d’acqua fangosetta, gridando a tutti polmoni “Fosso! Fosso! Resisti, arrivo!” In una versione idro-agricola di Julia Hill, magari: ricordate la ragazza americana che viveva appollaiata sulla sequoia per impedire che fosse abbattuta? Ecco: il nostro Protagonista è uno così, un idealista amante dei piccoli ecosistemi che si oppone alle mire di un Bieco Consorzio di Bonifica intenzionato a sopprimere un vecchio fosso ormai desueto – un piccolo paradiso in cui pescetti, germani, ranocchie e garzette convivono in gaio idillio tra i fior di loto, le lenticchie d’acqua e le foglie di papiro. (C’è il papiro nei fossi? Non lo so: dalle mie parti i fossi sono molto fangosi e infestati dai gamberoni della Louisiana…) E che può fare il Bieco Consorzio di Bonifica? Interrare un fosso con un omino dentro? Hm… cattiva pubblicità, signori. E allora tecniche di dissuasione – tipo getti d’acqua, fari e musica ad alto volume di notte – ma il nostro eroe resiste, la sua storia comincia a richiamare l’attenzione dei media nazionali… eccetera eccetera, fino all’obbligatorio lieto fine.

Storia più triste: TRADITO DAL CANE SI SPARA A UN PIEDE

Altro che migliore amico dell’uomo! Questo voltagabbana di un rottweiler abbadona il suo pur affettuoso e attento padrone per… chi? Un macellaio? Un dirigente di banca con villa e tre ettari di parco? Un’anziana signora di manica larga coi biscotti? Una veterinaria bionda che fa jogging tutte le mattine? Il migliore amico del Protagonista? Anyway, il Protagonista… Che fai davanti al tradimento? Se ti tradisce l’amore della tua vita e sei incline ai gesti estremi, ti butti dal Pont Neuf nelle gelide acque della Senna; se ti tradiscono i tuoi alleati nella battaglia decisiva, imprechi un po’, offri retoricamente il tuo regno in baratto per un cavallo e poi ti getti nella mischia mulinando la spada; se ti tradisce il cane, forse una pallottola nella tempia è un tantino eccessiva: facciamo un piede, e non se ne parli più. In realtà, leggendo l’articolo, si scopre che il Protagonista è un cacciatore che, inciampando nel suo segugio, ha lasciato cadere il fucile, facendo accidentalmente partire un colpo – ma volete mettere?

Ecco, annoto questo genere di meraviglie perché sono notevoli di per sé e perché, se scrivessi questo genere di cose, potrei cavarne delle storie surreali. Come dire: non si sa mai dove si può pescare un’idea – ma certi titolisti fanno del loro meglio per venire in contro agli scrittori.

Oh, e by the way: idee alternative?

 

blog life

What It Says On The Tin

Mi si dice che se voglio che i miei post siano più utili dal punto di vista di un motore di ricerca, devo darci un taglio, con i titoli criptici. Non devo fare la spiritosa, non devo lasciarmi andare alla mia anglofilia, devo scrivere un titolo che abbia davvero attinenza con quello di cui parla il post. Questo ha senso, persino io lo capisco: Google non è programmato per divinare che un post intitolato, che so, “Tempeste Cerebrali” parli di brainstorming applicato alla scrittura creativa.

Quindi, mi si dice, per il futuro sarà meglio che intitoli i miei post più sul genere “Brainstorming applicato alla scrittura creativa”.

Per il bene di Senza Errori di Stumpa, mi si dice.

*Sigh*

Non lo so. Giuro che ho capito il principio, ma davvero: non lo so. Vedremo.