libri, libri e libri

Sogni di una Notte di Stellata Estate

AAVImmaginate una sera d’estate e una corte di campagna persa tra campi, prati e filari di pioppi cipressini. E immaginate anche un gruppo di amici – appena una manciatina – seduti all’aperto a lume di candela. Ci si sono seduti al tramonto, godendosi l’ombra di frescura azzurra e d’oro… Ecco, adesso immaginateli che, mentre il crepuscolo si chiude attorno a loro, estraggono dalle borse i loro libri – e cominciano a leggere a turno.

A leggere di sogni.

E si comincia con la storia onirica de La Piuma postuma di Faletti, candida e leggera e inafferrabile, finché qualcuno (uno scrittore, non a caso) ne divina l’uso.

Si prosegue poi con Sogni di Sogni, E il sogno immaginario che Tabucchi ha intessuto per uno Stevenson quindicenne – premonitore delle isole lontane, delle storie, dei fiumi d’inchiostro. AAV4

Poi ci si alza tutti e ci si sposta nel prato buio per guardare, con un meraviglioso telescopio, una falce di luna come uno spicchio di merletto d’oro e d’ombra – così vicina attraverso le lenti che pare di poterla toccare allungando una mano. E poi Saturno inanellato e vertiginosamente lontano.

E si torna a leggere, mentre l’orizzonte nero fiorisce di fuochi d’artificio lontani – ora qui, ora là…

AAV2Shakespeare è perfetto, allora, con le sue pirotecnie verbali: Mercuzio e la Regina Mab, levatrice dei sogni in corsa affannosa e beffarda sul suo cocchio fatato. E il sogno invocato di Walt Whitman in Capitano, mio Capitano – il desiderio così umano e struggente che la terribile realtà sia soltanto un incubo da cui potersi strappare col risveglio. E poi il Teatro Vivente (e vivo) di Bianca Tarozzi, luogo dei sogni di quei costruttori di sogni altrui che sono i teatranti – narrato in poesia. E per l’angolo di Kipling, il Sogno di Duncan Parrennes, fiaba cinica e amara, dove il diavolo siamo noi stessi, impegnati ad esigere prezzi terribili in cambio di ben poco.

E sembrerebbe – ad onta della frutta gelata e dei dolci, e dei bambini, e dei gatti e delle piccole file di ranocchie – sembrerebbe tutto molto terrificante, e ancora di più di fronte alle fiammelle affondate nel silenzio siderale. Si guarda Titano, si guarda la grande Deneb, si guardano ammassi e nebulose e sistemi binari di stelle che si fanno compagnia a lontananze inimmaginabili, e si è tentati di sentirsi piccoli piccoli, e sperduti… AAV6

Ma in realtà, noi gente piccola piccola, seduta attorno al fuoco nella notte, guardiamo attraverso queste inimmaginabili distanze, seguiamo il dito puntato da innumerevoli generazioni di astronomi e di poeti… E se siamo capaci di telescopi che inseguono le stelle, di sonde che viaggiano decenni, di teatro e di poesia che attraversano i secoli – o partono per attraversarli – forse allora Kipling si sbaglia, per una volta: non siamo poi così terribilmente piccoli, e dei prezzi che paghiamo, alla fine, vale la pena.

 

musica

Per Colline e Vallicelle ♫

Shakespeare e Ralph Vaughan Williams, oggi.Ovehill

Over hill, over dale,
Thorough bush, thorough briar,
Over park, over pale,
Thorough flood, thorough fire
I do wander everywhere.
Swifter than the moonè’s sphere;
And I serve the fairy queen,
To dew her orbs upon the green.
The cowslips tall her pensioners be;
In their gold coats spots you see;
Those be rubies, fairy favours,
In those freckles live their savours:
I must go seek some dew-drops here,
And hang a pearl in every cowslip’s ear.

E sì, sono le fate del Sogno di una notte di mezza estate. Buona domenica.

teatro

Spiriti di Carta

DSCN1107È sera. Nello studio semibuio, lo Spirito del Bardo aleggia attorno al teatrino faticosamente costruito dalla Clarina con le sue mani. Lo Spirito di Kit se ne sta in poltrona e fuma la pipa, guardando pigramente le volute di fumo azzurrastro che s’innalzano verso il soffitto. La Clarina è al computer, ancora intenta a compiacersi di quanto sia andato bene il debutto del PdC. Poi si gira, appoggia i gomiti sullo schienale della sedia e guarda lo Spirito del Bardo che aleggia.

La Clarina: “Dillo.”

Lo Spirito del Bardo: “Eh?”

C. “Avanti, dillo.”

SdB “Che cosa, di grazia?”

C. “Dì che sei compiaciuto.”

SdB “Sì, è un grazioso teatrino–”

C. “Fiddlesticks! Quello che intendo…”DSCN1111

Lo Spirito di Kit “Oh, non fare finta di non volere complimenti per il teatrucolo, per favore. Hai impiegato una vita a farlo perché hai la manualità di un paguro, e hai anche rovesciato mezzo barattolo di colla.”

C. “Ssssì. Tuttavia, quello che intendo è, O Spirito del Bardo, ammettilo: sei compiaciuto del Palcoscenico di Carta?”

SdB “Non sono insoddisfatto.”

SdK (snorts) !

C. “E direi, perbacco! Hai visto quanta gente c’era? E che entusiasmo?”

SdB “In effetti…”

C. “E che varietà di età? E di esperienze? Dagli attori semiprofessionisti all’implumino novenne al suo primo Shakespeare.”

SdB “Devo ammettere…”

DSCN1105C. “Implumino che si è portato a casa il copione per leggerlo al papà, questa sera.”

SdB “Vero, vero…”

C. “E attori deliziati dalla prospettiva di sperimentare personaggi mai provati prima.”

SdB “Lo so, lo so…”

C. “E il ritmo? Che mi dici del ritmo? Harry Newman lo aveva detto – ed è proprio vero: appena abbiamo cominciato a leggere, la faccenda ha assunto una vita propria. Ritmo! Efficacia! Vita!”

SdB “Non dico di no…”

C. “E vorrei vedere! Quindi sei compiaciuto?”

SdK “Dille che sei compiaciuto, Will, o non ne usciamo più.”

C. (facendo occhi da cocker) “Ma non lo sei, in realtà?”DSCN1113

SdB “Lo sono. Lo sono. Lo sono sul serio: insomma, quattrocento anni, e voi che vi riunite a leggermi… Sono compiaciuto.”

C. “Bene, perché non è come se avessimo finito. Tutti a fare progetti, oggi. Sulle prossime due settimane, e poi su settembre, e su che altro faremo, e su cosa aggiungeremo…”

SdK (Finge di tossire) “Edoardo II…” (Altro finto colpo di tosse.)

C. “Tu fa’ silenzio!”

SdK “E perché? Non è vero che avete parlato del mio Edoardo II per l’autunno?”

C. “Sì, ma…”

SdK “E non è vero che hai trovato modo di citarmi anche oggi nell’introduzione – benché c’entrassi come i cavoli a merenda?”

C. “Be’, in realtà…”

SdK “Ed è vero o no che era bello cominciare con il Bardo, – ma tu sei partita con lo scopo preciso di arrivare a leggere qualcosa di mio?”

DSCN1116C. “Sei una bestiaccia!”  (allo Spirito del Bardo) “Non dargli retta. È che… È solo…”

SdK (sottovoce, allo Spirito del Bardo) “Per Natale le hanno regalato una maglietta con la scritta My Heart belongs to Marlowe…”

C. “Niente affatto! Dice solo Marlowe, it’s an Elizabethan thing.”

SdB “Allora c’è davvero una maglietta?”

C. “Er…

SdK “Sei ancora così compiaciuto?”

C. “Non provarci nemmeno! Sono anni che porto al collo una Vita di Shakespeare in miniatura – e quindi semmai siamo pari. E abbiamo cominciato con Romeo e Giulietta, sì o no? E a settembre o giù di lì leggeremo Edoardo. E il PdC è o non è una meraviglia?”

Sdb “Be’, sì…”

C. “Kit?”

SdK (s’inchina alla spagnuola) “Non mi azzarderei a dir di no.”

C. “Bene. E il teatrino, lasciatemelo dire, non è brutto nemmeno per metà.”

SdK “Hear-hear…”

Soddisfatta, la Clarina se ne torna al computer, e gli spiriti riprendono ad aleggiare e fumare a loro gusto. Non sono gente incline a dichiararsi compiaciuta – ma lo sono entrambi, perché il PdC è cosa bella, ed è qui per restare.

 

elizabethana · musica

La Signora dalle Maniche Verdi ♫

greensleeves-rossetti-mod1Vi stupite se vi dico che sono in un mood elisabettianeggiante anziché no?

No, non vi stupite troppo. E allora King’s Singers, con una cosa vecchia come le colline, il cui narratore si duole melodiosamente dell’indifferenza e crudeltà della sua Signora dalle Maniche Verdi…

E lo so – è una delle cose più udite, rifatte e whatnot della storia della musica, ma questa è una bella versione.

E questa magari è per… mah, diciamo verso sera, quando il crepuscolo comincia a stringersi. La luce cala, voi vi fate una tazza di tè, la sera arriva, tutta verde e azzurra… oppure verde e grigia, a seconda del meteo – ma va benissimo lo stesso. Guardate, mi spingo a dire che va benissimo anche se tira un po’ di vento e/o piove. Musica per tutte le stagioni. Dopo tutto è stato Shakespeare a far invocare al suo Falstaff una pioggia di patate e tuoni al ritmo di Greensleeves…

E buona domenica.

anglomaniac · elizabethana · libri, libri e libri · Natale

Libri Sotto l’Albero ’14

MattonellaAvete passato un buon Natale, o Lettori? Ricevuto bei regali?

Io sì.

Una bellissima sciarpa, una scatola d’argento – e naturalmente i libri.

Il Caso dei Libri Scomparsi, di  Ian Sansom, giallo librario – o bibliowhodunit, vedete voi. C’è questo giovane bibliotecario che arriva in Irlanda per un posto di lavoro – e scopre che non solo la biblioteca è circolante nella più stretta delle accezioni, ma ha anche una certa tendenza a… sparire. Gli ho dato appena una scorsa, ma sono già molto felice che il volume sia parte di una serie.

Storia di Quirina, di una Talpa e di un Orto di Montagna, di Ernesto Ferrero. Di Ferrero adoro i romanzi storici, e per di più ho un’incoercibile simpatia per le talpe. Questo librino piccolo piccolo dovrebbe essere la perfezione.

The Sultan’s Organ, di Thomas Dallam, curato da John Mole*. Nel 1599 il giovane organaro londinese Thomas Dallam parte per Costantinopoli per accompagnare e consegnare il dono di Elisabetta I al Gran Turco: uno stupefacente organo automatico che lui stesso ha costruito  e – si spera – saprà rimontare, nonché suonare, per il potentissimo e misterioso Sultano Mehmet III. Il diario del suo viaggio è un incantevole spaccato del Mediterraneo e Vicino Oriente visti da un Elisabettiano intelligente e curioso.

The Festival of Nine Lessons and Carols, un bellissimo libro illustrato che segue passo per passo l’equivalente anglicano della messa di mezzanotte – così come la si celebra nella cappella del King’s College, a Cambridge. Il fatto che ci sia un CD con carole e servizio aggiunge alla meraviglia. 2aea921d5919381c75a432ab5631b230

Bonnie Dundee, di Rosemary Sutcliff. Vista la mia recente scoperta della signora e dei suoi romanzi, e vista la mia simpatia per Claverhouse, c’è stato chi ha pensato (con ragione) che questo titolo potesse fare al caso mio…

E poi… be’, strettamente parlando non sono libri – ma come non citare i regali della famiglia? Li vedete nelle illustrazioni del post. Credo che non siano in tantissimi a ricevere una mattonella di pastafrolla decorata a tempa shakelovian-natalizio…** “E la mangiamo oggi?” mi si è chiesto il giorno di Natale. Nemmeno per idea, naturalmente. Non la si mangia affatto – né per Natale, né mai. E che dire della maglietta che recita “MARLOWE – it’s an Elizabethan Thing”? Non ho ancora capito se la famiglia indulga alle mie ossessioncelle o stia celebrando così la fine dell’Anno Shakeloviano…

Anyway, Babbo Natale è stato bravo con me. E voi? Che avete trovato sotto l’albero?

E, come mi si dice usi dire nel Trentino, buona fine e buon principio, o Lettori.

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* Ha ha ha! No, non l’ho fatto apposta. Si chiama proprio così.

** Peccato che in pasticceria si siano lasciati sfuggire un’acca…

Shakeloviana

Shakeloviana: Vergogna Sprecata

AWoSOgni tanto la BBC fa queste cose – anzi, ogni poco. Una quantità di storia romanzata per la televisione, generalmente assai ben fatta, ben scritta, ben recitata. Poi a volte si vede che qua e là cercano di risparmiare, come il pur magnificamente scritto e interpretato Elizabeth I (Helen Mirren nel ruolo eponimo), i cui esterni girati in Lituania danno all’insieme un’aria un filo fasulla.

Come gli esterni di questo A Waste of Shame, titolo preso dal Sonetto 129 per un film televisivo che, come tante volte si è fatto, intreccia una storia attorno ai Sonetti e ai loro misteriosi protagonisti. L’abbiamo già detto, si tratta di un gioco a mezza via tra Cluedo e briscola in cinque*: un certo numero di possibilità, su cui si specula. Ebbene, il romanziere e sceneggiatore William Boyd va per una combinazione interessante. Il Bel Giovane è William Herbert, futuro conte di Pembroke, la Bruna Signora è una versione di Lucy Morgan, la prostituta (nord)africana, e  il Poeta Rivale è Ben Jonson – che non mi era mai capitato di veder candidato per il ruolo in narrativa. Will, interpretato da un bravo Rupert Graves, è gradevolmente terreno – per niente marmoreo, per niente etereo, per niente aulico. I Sonetti diventano cris-de-coeur, infatuazione, attrazione, passione, furia, amarezza, dispetto, e l’occasionale colpo basso da parte di un uomo decisamente in carne e ossa. Un uomo che trascura la sua famiglia perché se ne sente soffocare, che coniuga felicemente scrittura per denaro e moti del cuore, che non sa troppo bene che fare di questa attrazione per il Bel Giovane, è geloso come un gatto del Poeta Rivale e cerca la Bruna Signora più per appetito della carne che altro.**

Boyd gioca un po’ disinvoltamente con le date, c’è qualche incongruenza qua e là, e ho qualche piccolo dubbio sparso in fatto di costumi e di riscaldamento – ma l’insieme è bello a vedersi, l’atmosfera è densa e convincente, la sceneggiatura in generale e i dialoghi in particolare  sono molto buoni, così come gli attori – con l’eccezione del giovane interprete di William Herbert. Grazioso ragazzo, ma espressività limitata… D’altra parte, si suppone che Herbert sia bello e vacuo, per cui forse la cosa è intenzionale. Come dicevo, peccato per gli esterni. Non sono riuscita ad appurare se si tratti di nuovo della Lituania (e potrebbe: c’è un certo qual feel esteuropeo, qua e là…), o se Londra e Stratford siano ricostruite in studio. Quel che è certo è che, in qualche modo, non ha un’aria terribilmente elisabettiana.

E tuttavia è una magagna che si può perdonare, in vista della qualità generale e della buona scrittura.

Al solito, semmai a questo punto foste curiosi, A Waste of Shame si trova su Amazon

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* Confessione: io a briscola in cinque non ci so giocare. Una volta sono stata trascinata a una specie di card party e piazzata a un tavolo armata di qualche fumosa spiegazione… Gli altri erano tutti espertissimi e concentratissimi. Si giocava senza nemmeno fingere di fare conversazione, e io me ne stavo lì, mettendo giù carte a caso e aspettando che si facesse tardi. Una serata lunghissima. E il ricordo di quella sera è la mia unica base per l’affermazione che ho fatto.

** Volete fare un’esperienza istruttiva? Aprite IMdB, cercate Waste of Shame e leggete le recensioni in cerca di quelle che lamentano la qualità eccessivamente terrena del Bardo in questo film… Ma come? S’indignano. Shakespeare viveva solo per la sua poesia! Nei Sonetti non c’è nulla di carnale e/o autobiografico! Il Bel Giovane e la Bruna Signora sono costrutti poetici, idee, astrazione pura! Eccetera…

Shakeloviana

Shakeloviana: Happy Ends

Mass-produced colour photolithography on paper...Hm, d’accordo… Oggi è festa, giusto?

Logica vorrebbe che postassi musica, o cinema, o teatro… Ma è anche lunedì, giorno di Shakeloviana. E allora, sentite: la più spudorata via di mezzo che riesco a immaginare. Vi metto qui uno scampolo di qualcosa di mio. Ve l’avevo detto che era qualcosa di spudorato, giusto?

Happy Ends è un atto unico. Metateatro, fondamentalmente. Scrittura, teatro, significato, aspettative del pubblico, condizionamenti, Théophile Gautier, personaggi che si ribellano e – come forse si può intuire dal titolo – finali.

E Shakespeare, naturalmente. Che dialoga, litiga, si dispera e fa il prepotente con i suoi personaggi e con la posterità.

E quindi, o Lettori, da Happy Ends – un po’ prima della metà, con un po’ più di un terzo della popolazione in scena:

SHAKESPEARE
Non so che farmene di coppie felici, al momento. Mi serve una tragedia. Sono a contratto per una tragedia. Ho ricevuto due sterline e cinquanta d’anticipo per una tragedia. La compagnia del Ciambellano si aspetta una tragedia. E poi, che diavolo, voglio scrivere una tragedia. Qualcosa che dimostri la futilità delle illusioni e degli sforzi umani… Magari, provate a ripassare fra qualche mese, se volete proprio il lieto fine. Adesso come adesso, sono in vena di sciagure multiple e luttuosità miste assortite. A parte tutto il resto, oggigiorno queste cose vanno come il pane.

GIULIETTA
Se è per quello, sono sicura che il vero amore che vince tutto va ancora di più.

ROMEO
Ah, sì, l’amore che vince tutto. Non era quella, la nostra morale?

SHAKESPEARE
Bazzecole: la morale è che alle donne piace piangere a teatro, e allora Will Shakespeare scrive tragedie. Che non finiscono bene.

GIULIETTA
Pensandoci, però, perché non potremmo essere una commedia?

SHAKESPEARE
Perché con le due sterline e cinquanta d’anticipo ci ho già pagato l’affitto, due risme di carta e un paio di scarpe nuove. E perché, pur essendo un genio, proprio non vedo come potrei ambientare una commedia sullo sfondo di una faida tra famiglie.

ROMEO
E se levassi la faida tra famiglie?

SHAKESPEARE
(si prende la testa tra le mani e geme)
Perché? Perché? Perché?

ROMEO
Perché cosa?

MERCUZIO
Non so – ma azzarderei: perché devi pensare che la gente sia disposta a sborsare quattrinelli per vedere te e Giuliotta che amoreggiate e poi convolate a giuste nozze?

GIULIETTA
Senti, mastro Will…

SHAKESPEARE
Che cosa?

GIULIETTA
Pensavo: e se tu scrivessi due finali diversi?

SHAKESPEARE
…E poi?

MERCUZIO
E poi, verso la fine, si sonda l’opinione del pubblico: signore e signori, che cosa preferite che succeda adesso? Pollice verso per lacrime e suicidi incrociati, pollice al cielo per i fiori d’arancio. Votino, votino, prego.

GIULIETTA
To’… Non ci avevo pensato, ma si potrebbe anche fare. Tanto, cosa credi? Voterebbero tutti per il lieto fine.

SHAKESPEARE
Come ho fatto a non pensarci prima? E perché limitarsi a un bivio solo? Consultiamo il pubblico a ogni svolta della trama. Deve Romeo andare alla festa dei Capuleti? Deve Giulietta accettare di ballare con lo sconosciuto? Un genere nuovo. Lo chiamerò “Scegli La Tua Tragedia”.

[…]

GIULIETTA
Che male c’è a voler vivere felici per molti anni?

MERCUZIO
Felici! Ahi ahi ahi ahi ahi!

SHAKESPEARE
Non solo per molti anni, anche felici?

ROMEO
Sennò siamo al punto di prima.

MERCUZIO
Mi sa che voi due non abbiate le idee per niente chiare, fanciulli. La morte, detto fra noi, è l’unico finale veramente sicuro.

SHAKESPEARE
Tutto il resto è aleatorio.

ROMEO
Aleatorio?

MERCUZIO
E dire che c’è stato un momento, un breve momento nell’atto secondo in cui sembravi quasi un ragazzo sveglio. Ah, come l’amore ottunde lo spirito e liquefa la schiena…

[…]

ROMEO
Ma aleatorio come?

MERCUZIO
E soprattutto, nulla lo smuove. Aleatorio. Incerto. Dubbio. Incalcolabile. Voglio dire: non ti uccidi qui e adesso e magari, domani mattina, mentre passeggi per la Piazza delle Erbe, ti cade in testa un cornicione e passi il resto dei tuoi anni a cinguettare come un passero delle Indie Occidentali.

ROMEO
Che cosa sono le Indie Occidentali?

MERCUZIO
Non saprei… Ho detto Indie Occidentali?

SHAKESPEARE
Colpa mia, scusa. Dev’essermi scivolato un anacronismo.

GIULIETTA
E se invece che di passeri e di indie e di cassette ci occupassimo di cose più urgenti? Perché tornando a noi,  basta che mastro Will non ci faccia morire e poi, alla fine, scriva che vivremo felici per molti e molti anni.

SHAKESPEARE
Ah, ma quello non vuol dire niente. È solo una formula convenzionale, dopodiché può andare in qualsiasi modo.

ROMEO
(inascoltato)
Io non ho ancora capito la faccenda delle Indie Occidentali…

GIULIETTA
Com’è che se c’è da ucciderci sei il fato onnipotente, e se c’è da lasciarci vivere non puoi farci niente?

SHAKESPEARE
Detto così suona un nonnulla brutale, vero?

GIULIETTA
Non è giusto!

SHAKESPEARE
Dio ci scampi e liberi dal tuo concetto di giustizia. Cacciati in testa che io mi occupo di te solo finché non cala il sipario. Dopodiché posso anche sperare che ti vada tutto bene, in via di principio e se non mi hai fatto irritare troppo – ma non è detto, e non sono io che posso farci qualcosa. Se non vuoi morire, dopo la fine c’è un altro giorno, e poi un altro, e poi ancora.

GIULIETTA
A meno che tu non scriva un seguito.

SHAKESPEARE
(la squadra da capo a piedi, e poi fa lo stesso con Romeo)
Non è che ne abbia una gran voglia.

Eccetera, eccetera, eccetera…

Buon otto di dicembre.

elizabethana · musica

Sonetto 29 ♫

Sonnet29

Vi ricordate Fortune and Men’s Eyes – il play di Josephine Preston Peabody di cui abbiamo parlato lunedì scorso per Shakeloviana? Ebbene, il titolo è tratto dal Sonetto 29: When in disgrace with fortune and men’s eyes…

Quel che non sapevo – e che ho scoperto fortuitamente ieri sera – è che Rufus Wainwright ha musicato il Sonetto 29, con effetti piuttosto incantevoli:

E il Sonetto 43:

E il Sonetto 20:

E buona domenica a tutti.

Shakeloviana

Shakeloviana: (In Disgrazia Con) La Fortuna E Gli Uomini

William ShakespeareRiparliamo di Josephine Preston Peabody che, prima di Marlowe, aveva già scritto un atto unico intitolato Fortune and Men’s Eyes, in cui dava la sua interpretazione dei Sonetti.

C’è Shakespeare, ovviamente, e c’è un giovane Pembroke brillante e limitatamente contrito, e c’è un’ardente Mary Fitton che ha levato Pembroke a Shakespeare, finge di esserlo ancora per vedere che cosa ha da temere – e si ritrova, dopo tutto, ancora presa del suo disilluso sonettista… Ma è troppo tardi.

E questa è la trama in breve, e tutto si svolge in una taverna – in pseudo pentametri iambici e nel giro di poche ore – complicato dalla presenza di un’altra dama di corte tanto svampita quanto petulante, di un guardiano d’orsi, del figliolino dell’oste – più l’oste stesso, un predicatore puritano, un venditore di ballate, un apprendista…

Un sacco di gente, per un atterello unico più breve che no – e questo da un lato risale agli usi di un’età arcadica, in cui le compagnie non si affannavano soverchiamente sulla quantità di gente da mettere in scena, e dall’altro denuncia un po’ l’inesperienza dell’autrice. Francamente, almeno metà di questa nutrita popolazione è dov’è per motivi poco più che decorativi – ma lo ripeto: son cose che si fanno quando si è nuovi del mestiere.

In compenso, la rete di tensioni e tradimenti che corre tra l’Attore, Pembroke e Mary è ritratta tutt’altro che male, e i versi zoppicano qua e là, e ogni tanto trascorrono nel purpureo – ma nel complesso scivolano bene ed edulcorano ben poco. Tutti sono arrabbiati con se stessi e reciprocamente, disillusi, pieni di rimpianti e/o rimorsi, amareggiati, innamorati malgré soi, incerti. Tutti mentono, dubitano e rimpiangono – ma non c’è modo di tornare indietro. E in mezzo a tutto ciò, camminano e inciampano ignari e innocenti (e più che un nonnulla ottusi) tutti gli altri personaggi di cui si diceva… Alla fin fine l’insieme ha il suo perché, ma è e resta lavoro d’apprendista.

Rispetto al Marlowe dell’anno successivo, Fortune manca di varie cose. Manca di respiro – ma d’altra parte ha quattro atti di meno. Manca di un finale vero e proprio – in Marlowe, Kit va incontro alla sua fine desolatamente prometeica, e qui… be’, ciascuno se ne torna per la sua strada. Manca di equilibrio – troppa gente, troppa enfasi qua e là, troppi fischietti e campMary Fittonanelli. Manca di quel taglio di luce dorata che in Marlowe bilancia la malinconia amarognola di fondo. Manca di movimento interno – i personaggi non hanno il tempo e lo spazio per il minimo cambiamento.

Alla fine, la più viva di tutti è Mary Fitton che, di conseguenza, è anche la più esposta all’occasionale scivolone purpureo – ma Mary la sirena, Mary l’incantatrice, Mary dalle mille voci, Mary che avrebbe dovuto nascere avventuriero e navigatore, è il centro scuro e crudele di tutto quanto.

Una nota finale per dire che fra le tre possibili Brune Signore dei Sonetti che compaiono a teatro e nei romanzi, per qualche motivo Mary Fitton è quella che riscuote meno simpatia da parte dei suoi autori. Lucy Morgan è sempre la coraggiosa ragazza di colore che, più o meno ingenua, si fa strada tra pregiudizio e sventure assortite. Emilia Bassano Lanier è l’artista temperamentale e spregiudicata con un senso dell’umorismo. Mary Fitton non l’ho mai vista ritrarre altro che fredda, calcolatrice, ambiziosa e crudele, manipolatrice, tentatrice, separatrice di amici/amanti per il gusto di farlo… A suo modo, la cosa è interessante.

E al solito, semmai voleste leggere, Fortune and Men’s Eyes si trova su Internet Archive.