Shakeloviana

Shakeloviana: A Plague Of Angels

PLagueChe i Carey Mysteries di P.F. Chisholm mi piacciano tanto non è una novità. Ben costruiti, ben ambientati, ben scritti, provvisti di dialoghi scintillanti e un’irresistibile popolazione di personaggi storici e fittizi, sono una gioia da leggere, e probabilmente la migliore serie di gialli storici in cui mi sia imbattuta da quando ho cominciato a interessarmi al genere.

Dubito che vi stupirete granché se vi dico che, invece di cominciare dal primo volume come fa la maggior parte della gente sensata, sono entrata di lato – dal quarto volume, per l’ottimo motivo che in A Plague of Angels compaiono Marlowe&Shakespeare. Soprattutto Marlowe.

Perché dopo avere investigato omicidi sul Border anglo-scozzese per tre volumi, Sir Robert Carey viene imperiosamente richiamato a Londra da suo padre, il formidabile Lord Hunsdon – Lord Ciambellano e primo cugino (e forse anche fratellastro sub rosa) della Regina Bess. Non è il tipo di convocazione cui si dice di no, soprattutto quando si è ultimogeniti squattrinati in perenne dipendenza dalla borsa paterna…

E così Carey si avvia a sud, e si trascina dietro il suo recalcitrante secondo, il Sergente Henry Dodd – attraverso i cui occhi semi-scozzesi (ma guai a dirglielo!) vediamo la grande, affollata, malsana, malsicura, sconcertante Londra Elisabettiana. I nostri due, che a questo punto sono bene avviati verso tanta spigolosa amicizia quanta ne consente la differenza sociale, si ritrovano a indagare su una faccenda di monete false, alchimia, fratelli scomparsi e giochi di potere – ma a mio timido avviso, per quanto la trama gialla sia davvero molto buona, tre quarti della gioia stanno nella gente storica che attraversa il libro. Carey, il suo irascibile padre, il gobbo e sottile Sir Robert Cecil, Emilia Lanier, l’orribile torturatore Richard Topcliffe, la Regina in persona, l’impossibile Robert Greene e, l’ho già detto, Shakespeare e Marlowe.

A parte Greene – sempre troppo ubriaco per far altro che danno casuale – tutti hanno secondi e terzi fini, tutti sono agenti di qualcun altro, tutti hanno segreti da nascondere. Persino il prudente Shakespeare, che tra un dramma e una tragedia, cerca di inserirsi nel servizio di spionaggio dei Cecil – e forse troppo prudente non è, considerando lo spudorato interesse che mostra per la bella amante di Lord Hunsdon. E Marlowe… be’, siamo a metà 1592, quando le cose per Kit cominciano a prendere l’inconfondibile forma di una pera: Chisholm lo dipinge sul punto di perdere il controllo, talmente preso dai suoi intrighi, talmente doppiogiochista, talmente imprevedibile che nessuno si azzarda a fidarsi di lui. Decisamente il tipo d’uomo destinato a non morire nel suo letto.

L’idea di fondo delle due caratterizzazioni non è originalissima: uno Shakespeare un po’ grigio, ma sempre occupato ad annotare tutto quel che sente per tradurlo in poesia, e un Marlowe fascinoso, fiammeggiante e del tutto inaffidabile, pericoloso per se stesso e per gli altri. Epperò, il modo in cui Chisholm svolge il tema è favoloso e originalissimo – non ultimo per lo stratagemma di mostrarci i due mostri sacri del teatro elisabettiano attraverso gli occhi spassionati e per nulla impressionati del granitico Dodd.

Alas, niente traduzioni – ma se siete in grado di affrontare un Inglese appena un po’ complesso, la lettura è consigliatissima.

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