elizabethana · Storia&storie

Ned

Vi presento Edward “Ned” Alleyn (1566-1626), il grande attore tragico della sua generazione, creatore della maggior parte dei grandi ruoli marloviani.

OldNed

E magari a vederlo così non si direbbe che fosse il primo Tamerlano, il primo Faustus, il primo Ebreo di Malta… Ma il ritratto qui sopra è posteriore: Alleyn si ritirò dalle scene al colmo della sua fama, quando aveva poco più di trent’anni – e poi accumulò una notevole fortuna gestendo teatri, arene per gli orsi e proprietà di varia natura. All’epoca del ritratto era ormai un tranquillo e prospero gentiluomo, che collezionava quadri e libri e meditava di fondare una scuola per fanciulli indigenti. NedStatue

Poi lo fece, in effetti: poiché non aveva figli, tutto il suo considerevole patrimonio andò nella fondazione del God’s Gift College a Dulwich. E vi dirò: la scuola è ancora lì ai nostri giorni – insieme a una galleria con i quadri di Ned, alla maggior parte delle sue carte e alla statua che vedete qui accanto.

Immagino che non vi stupirà scoprire che la scuola (in cui tra molti altri studiò, anche se non felicissimamente, C. W. Hodges) ha una solida tradizione teatrale.

Da attore celeberrimo e scandaloso (non dimentichiamo che, quando vedeva Faustus vendere l’anima, il pubblico elisabettiano medio lo associava con l’attore più che con l’autore…) a filantropo: una di quelle carriere molto elisabettiane, nevvero?

Ma questo è solo un inizio. Credo proprio, o Lettori, che di Ned Alleyn parleremo ancora.

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Mettendo In Scena Marlowe – Atto IV

MarloweAtto Quarto e probabilmente ultimo… non perché abbiamo esaurito i plays d’argomento marloviano, ma perché a questo punto ci siamo fatti un’idea, giusto? E per farcela più completa, oggi (alla maniera di certo teatro contemporaneo) chiudiamo tornando indietro nel tempo, quasi in un metaflashback, ai primi del Novecento – che, Marlowe-wise, era davvero un’altra epoca.

Perché vedete, già allora l’interesse metateatrale nei confronti di Kit era discreto – ma da un punto di vista storico, a chi scriveva in proposito mancavano parecchie tessere del mosaico – soprattutto quella maiuscola scoperta da Leslie Hotson, storico americano della letteratura il cui The Death of Christopher Marlowe è uno spartiacque assoluto.

Anche prima di Hotson si sapeva che Marlowe era morto accoltellato in giovane età – ma, grazie a un’affascinante serie di contorsioni dimostrative, errori di trascrizione e distorsioni varie* la storia che girava era quella di una specie di duello improvvisato tra rivali in amore in una taverna di pessima fama – tutto molto sordido. Frugando per archivi elisabettiani, invece, Hotson scoprì il verbale dell’inchiesta del Coroner – e un litigio tra strani commensali, talmente bizzarro da poter essere solo dubbio, con tanto di perdono reale a tempo di record.

Le scoperte di Hotson diedero la stura a un diluvio di ipotesi di natura spionistico-politica sulla morte di Kit  – tutte eminentemente romanzabili e/o teatrabili – ma come se la cavavano in proposito, prima del 1925?Why, con l’intrigo amoroso, ovviamente – e i pentametri giambici pseudoelisabettiani!

Josephine_Preston_PeabodyA cominciare da Josephine Preston Peabody, il cui Marlowe (datato 1900) è un giovanotto fiammeggiante, temperamentale, ambizioso, pieno di aspirazioni e visioni, vittima della sua stessa donchisciottesca imprudenza, ma ancor più dell’altrui meschinità e bassezza. A metterlo nei guai è, alla fin fine, l’amore: quello carnale per una vendicativa e innominata Dama di Corte priva di scrupoli e, in maniera più drastica e contingente, quello platonico per una dolce fanciulla appena giunta da Canterbury e provvista di due corteggiatori, uno dei quali è il meschino e non equilibratissimo Richard Bame – misteriosa maltrascrizione della spia Richard Baines, che storicamente contribuì ai guai del Kit storico. Curiosamente, l’accoltellatore fatale – l’Archer maltrascritto nel Libro dei Morti della parrocchia di Saint Nicholas a Deptford – è un perfetto estraneo, coinvolto casualmente nell’ultima pagina, così che la coltellata è tangenziale alla rivalità per amore… ma forse ciò è meno curioso e più deliberato di quanto possa sembrare: alla fin fine, quello di Miss Peabody è un Marlowe idealizzato e molto tardo-vittoriano, ma sotto la grazia vecchia-maniera c’è la desolata costatazione che questo mondo cupo e mediocre è sempre troppo piccolo per Prometeo, e Prometeo non può fare altro che bruciarsi alla sua stessa fiamma. E il tutto in pentametri ragionevolmente sciolti ed efficaci. Rixe

Qualcosa di simile – ma peggio, fa otto anni più tardi William Leonard Courtney, nell’atto unico The Death of Kit Marlowe. Questa voltaArcher è il locandiere, un vedovo bilioso e collerico che sposerebbe volentieri la sua giovane cameriera Nan – ma lei non ci sente. È innamorata di uno scavezzacollo di poeta, il celebre Kit Marlowe – che le è sì affezionato, ma ha la testa persa dietro cose più grandi dell’amore di e per una ragazzina di campagna… Poi molto si basa su presagi, presentimenti e visioni. Avete presente il senno di poi, quello di cui son pieni i palcoscenici? Ecco. Per cui Kit (tanto profetico e maudlin da essere irritante) ha questa vaga impressione di avere già vissuto quel che c’era da vivere, eccetera eccetera. Ed è anche profeticamente certo che un brillante futuro attenda non tanto lui, quanto quel nuovo arrivato, Will Shakespeare da Stratford. Nondimeno, essendo un buon ragazzo alla sua maniera, Kit si mette contro Archer per salvare la molestata Nan – ma finirà per prenderla nelle costole, lasciando la povera ragazza in una situazione ancor peggiore. Yes, well – e per di più tutto è gonfio e magniloquente oltre ogni dire – a partire dai legnosissimi versi.

DaneRelativamente meglio va a Clemence Dane, nel 1921, con Will Shakespeare. Qui, come si deduce dal titolo, Kit non è il protagonista, ma un caro ragazzo di genio, ben contento, nel tempo sottratto a un’ispirazione torrenziale e a una vita sociale intensa anzichenò, di prendere sotto la sua ala quel simpatico campagnolo così promettente… così i nostri due diventano grandi amici e writing buddies – e tutto va bene finché non entra in scena la Dama Bruna dei Sonetti – una Mary Fitton particolarmente ambiziosa e calcolatrice che, pur apprezzando l’omaggio di Will, nutre molto più interesse per il celebre e fiammeggiante Kit. E Kit finisce per cedere alla tentazione – pur con molte remore e molti patemi – quando la terribile Mary lo raggiunge a Deptford, vestita da ragazzo e sotto il nome di Francis Frizer… E di conseguenza, in un guizzo di originalità, a vibrare la pugnalata preterintenzionale è uno Shakespeare in crisi di gelosia – salvo pentirsene gravissimamente prima di subito. E va detto: WS non è un granché: Verboso, melodrammatico e veemente, popolato di gente che declama anziché parlare – in versi… er, purpurei anzichenò – non fu mai terribilmente popolare in teatro, nemmeno ai suoi tempi. A salvare il tutto è, trovo, un’interazione Shakespeare Marlowe inconsueta e originale – nel bene e nel male.

Poi di lì a una manciatina di anni sarebbe arrivato Hotson a rivoluzionare tutto – ma è chiaro che, anche prima di lui, anche in tempi in cui si provava a fare in versi e l’intrigo amoroso era al centro di tutto, c’erano molti modi di raccontare la faccenda – e non tutti funzionavano troppo .

Ed ecco qui. Non dico che non ne parleremo mai più, ma per ora… Sipario!

 

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* Magari un dì ne parleremo – perché è una notevole storia di per sé.

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Mettendo in Scena Marlowe – Atto III

Kit or soVi avevo detto che di plays su Marlowe ce ne sono tanti? Be’, era proprio vero. D’altra parte va detto che è un personaggio perfetto: poeta, tragediografo, ateo, spia, irrequieto sotto tutti gli aspetti con un talento per mettersi nei guai… Quindi non c’è da sorprendersi poi troppo se questa faccenda sta diventando una storia in molti atti.

Soprattutto se consideriamo come ai plays che hanno Kit per protagonista, vadano aggiunti quelli in cui il nostro giovanotto ricopre un ruolo più o meno secondario, di solito a lato di Shakespeare.

321C’è persino un’opera lirica in proposito: William, musicata dallo svedese Tommy B. Andersson su libretto del parimente svedese Hakan Lindquist nel una dozzina d’anni orsono… Ora, il libretto non l’ho letto, ma da sinossi e interviste mi par di capire che la storia consista nel piazzare uno Shakespeare innamorato in tutti gli snodi della vita di Marlowe. I due si avvicinano gradualmente, il più cinico e fiammeggiante Marlowe comincia a ricambiare, i due cominciano a meditare di unione delle anime, dei corpi e delle penne – ma, prima che ciò possa accadere in pieno, arrivano Deptford e la coltellata fatale.Channel190

Un rapporto diametralmente opposto – ma a suo modo non meno stretto – si trova in The English Channel, di Robert Brustein, il cui Will Shakespeare non ha una personalità terribilmente definita. È una sorta di spugna che assorbe (e annota) tutto quello che sente. È una manciata di cera morbida, pronta a modellarsi su qualsiasi forma  lo colpisca. È un ladro, dice Kit Marlowe. Un ladro di parole, di espressioni, di sentimenti – e occasionalmente di versi. E lo dice con qualche acidità – ma d’altra parte questo Kit non potrebbe mai essere così neutro e flessibile: un radicale fiammeggiante, è sempre lui a parlare in tutti i suoi personaggi. Marlowe foggia l’umanità a sua immagine e somiglianza, mentre Shakespeare foggia sé stesso in forma di varia e molteplice umanità. E quando Marlowe muore, il suo fantasma inappagato chiede a Will di essere la sua voce, il canale attraverso cui prendono vita le idee che la pugnalata fatale a Deptford ha, so to say, soffocato in culla. E Shakespeare accetta, e tutto diventa una faccenda di rapporto tra artista, ispirazione/i e opere…

Sil2Simili e diverse al tempo stesso sono le cose in Shakespeare in Love – e non sto parlando del film, ma della versione teatrale, in cui il ruolo di Kit è più ampio e più fondamentale. Qui Kit è l’amico e il confidente di Will, il cyrano ironico che gli suggerisce parte del sonetto 18 sotto il balcone di Viola, è il punto fermo la cui perdita fa maturare il ragazzo – e alla fine è il fantasma che rimette tutto in prospettiva. E la prospettiva, a differenza del film, non è quella della storia d’amore, ma quella del teatro. Diverso è il rapporto tra i due poeti, ma simile è la funzione di Kit: chiave di volta, ispiratore (più o meno diretto), pietra di paragone, passatore di testimone…

Insomma, può darsi che io sia di parte – ma si direbbe che non sia la sola: anche quando non è protagonista, Marlowe non rimane precisamente nell’angolo, vi pare? Alla fin fine è sempre la morte di Kit a fare di Will l’autore che è: senza Kit non ci sarebbe William Shakespeare – nel bene e/o nel male.

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Mettendo in Scena Marlowe (Atto II)

Kit Marlowe come personaggio teatrale, dicevamo… E infatti, rieccoci qui, con un’altra manciatina di plays – con i cui autori, in un modo o nell’altro, ho avuto occasione di corrispondere.

CassidyMarloweCominciamo con The Reckoning of Kit and Little Boots, di Nat Cassidy – con un titolo talmente poco maneggevole che persino l’autore ne parla sempre come TRoKaLB, e traducibile come La Resa dei Conti di Kit e Stivalino. Stivalino è Caligola, il cui spirito compare a Kit subito dopo la coltellata fatale, per guidarlo (o forse no) mentre ripercorre la sua vita così bruscamente interrotta.

Perché Caligola? Perché il Kit di Cassidy, prima di morire, meditava di scrivere su di lui. E onestamente, Caligola sarebbe stato proprio il tipo di personaggio che poteva interessare a Marlowe, così che l’idea di partenza è tanto brillante quanto plausibile, e lo diventa sempre più, mano a mano che Caligola in persona mette in luce tutti i punti di contatto (veri o immaginari o inclinati a 45° e tinti di violetto) tra la sua storia e quella del suo mancato autore. E ci sono questioni di identità, di arte, di umanità, di potere – il tutto servito con abbondanza di humour nero e dialoghi efficaci in un Inglese estremamente contemporaneo con l’occasionale sfumatura period.

LillieMarloweIl Marlowe di Edward Lillie è una faccenda più tranquilla. Meno originale, certo, con un linguaggio storicamente più neutro e un’enfasi molto diversa: non soltanto la vita e il punto di vista di Kit, ma le reazioni altrui. Questo Kit è brillante, spaventato e irriducibilmente deciso ad arrivare fino in fondo a… qualsiasi cosa stia capitando. Ci sono cospirazioni e trame in corso, e un uomo prudente accetterebbe il consiglio degli amici solleciti e preoccupati. Ma Kit non sa che cosa voglia dire prudenza, e gli par di non essere Kit Marlowe se non riesce ad essere il peggior mal di testa possibile per gente che ha ogni mezzo, modo e interesse per eliminarlo – e, di conseguenza, una continua fonte d’ansia per i suoi amici. Sarebbe insopportabile, se non fosse per una certa disperata onestà di fondo, una fedeltà a se stesso che lo rende attraente.  HamitMarlowe

Cavallo di tutt’altro, tutt’altrissimo colore è il Christopher Marlowe di Francis Hamit, bizzarro dramma in un Inglese pseudo-elisabettiano legnosetto anzichenò, con un protagonista eponimo francamente odioso. E badate, che il fatto che chi semina vento raccolga tempesta tende ad essere un caposaldo della maggior parte della narrativa e del teatro incentrati su Kit: genio e sregolatezza, coraggio intellettuale e imprudenza suicida compaiono più spesso che no, e anche in TRoKaLB e in Marlowe, for that matter. Ma là dove chiaramente Cassidy e Lillie simpatizzano con Kit, Hamit lo detesta di cuore. Che il suo Marlowe sia un poeta è una specie di sentito dire – decisamente un aspetto marginale rispetto alla spia senza morale né sentimenti né profondità di sorta. D’altra parte, Hamit era interessato esclusivamente all’aspetto del lavoro d’intelligence, e considerava Kit uno psicopatico sadico e morboso… Parole sue.

Insomma, la costante mi sembra una: quale che sia il taglio, quale che sia il colore linguistico, quale che sia la posizione dell’autore rispetto al protagonista, Kit è sempre ritratto a grandezza più che naturale. Una creatura di eccessi – nel bene e nel male – con cui è sempre complicato avere a che fare, e che si rovina da sé. Genio, poesia e umanità sembrano essere, all’occasione, opzionali.

 

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Se Avete Amato Tamerlano…

Avete mai badato al meccanismo per cui ogni successo si porta dietro un subisso di imitazioni scritte con la penna intinta nell’ansia di salire sul carro del vincitore editoriale?

O cinematografico, in realtà – ma in narrativa è reso particolarmente spudorato da, you know, le sciagurate fascette: Il Nuovo Xxx, L’Erede di Yyy, Se Avete Amato Zzz…

Ma in realtà il meccanismo è più vecchio delle fascette, più vecchio delle colline. Why, Omero aveva i suoi imitatori. A dire il vero, non è nemmeno detto che “Omero” non stia per “un capofila fortunato e un certo numero di gente che seguiva i suoi passi”…

Ma non occorre che torniamo così indietro – almeno non oggi. Oggi parliamo di Robert Greene.

Ora, Robert Greene era uno di quegli robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragonaautori usciti dall’Università che abbondavano nella Londra elisabettiana. Master of Art a Cambridge, figlio forse di un locandiere e forse di un artigiano insolvente, Robin era arrivato a Londra dopo avere abbandonato una moglie ricca – o così racconta lui, ma non è chiaro se ci sia da fidarsi.

E una volta a Londra, frequentò con gusto i bassifondi, si prese per amante la non troppo rispettabile sorella di un brigante di strada e, in generale, si rese tanto cospicuo quanto poteva. Tra teatri, bordelli e arene per gli orsi era universalmente conosciuto per i suoi abiti color cacca-d’oca, per la barba rossa tagliata a punta e per uno spirito alquanto abrasivo. La sua intenzione era la stessa di tanti altri squattrinati gentiluomini lavati nel Cam: guadagnarsi da vivere scrivendo. Il teatro sembrava la via più facile e più redditizia, ma non è che Greene ci sapesse molto fare. A quanto pare, solo una delle sue commedie incontrò qualche favore – e le sue tragedie erano considerate repertorio da provincia. Del che Greene incolpava non se stesso, ma i tempi, la crassa stupidità del pubblico e degli impresari, la malvagità e avidità congenite degli attori e, soprattutto, la concorrenza. La concorrenza non laureata, in particolare, gli dava il mal di stomaco…

Per sua fortuna, Greene aveva, se non altro, un dono per la prosa. Da un lato i romances, storiellone melodrammatiche piene di colpi di scena narrati in uno stile che oggi definiremmo purpureo. E dall’altro i libelli. I suoi saggi sulla vita dei bassifondi, sui trucchi dei truffatori e sulle disgrazie degl’ingenui laureati nella città malvagia ebbero un colossale successo. Un successo che sarebbe bastato a mantenere un uomo di moderato buon senso… ma Greene, tra vino, gioco e donne, era sregolato persino per i laschi standard elisabettiani.

E poi a un certo punto si convertì. Per iscritto. Un Pizzico di Buon Senso Acquistato a Prezzo di un Milione di Pentimento è l’ultimo libello che, secondo tradizione, il buon uomo avrebbe scritto sul letto di morte. La diatriba è livorosissima e ce n’è per tutti, compresi gli attori e gli altri scrittori, primi tra tutti l’ateo Kit Marlowe (chiaramente avviato all’inferno…) e un misterioso Corvo Arrampicatore che si fa bello con le piume altrui – e che in tutta probabilità è Shakespeare*, quell’accidenti di campagnolo senza laurea.

Quando il Pizzico fu pubblicato, Robin Greene era già morto per indigestione (o, di nuovo, così vuole tradizione) di aringhe in salamoia e vino del Reno.

E che c’entra tutto ciò con gli imitatori?

C’entra perché abbiamo detto che Greene non aveva un gran talento per il teatro, ma non per questo non ci provava. robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragona

Nel 1588, quando le due parti del Tamerlano di Marlowe travolsero Londra, Greene dovette masticare parecchia bile. Immaginate: al Rose si replicava all’infinito, i bambini nelle strade giocavano a Sciti e Persiani, la gente citava a gran voce Holla, ye pampered jades of Asia!, e nelle taverne i bevitori brindavano alla salute di Alleyn & Marlowe – un vilissimo attore e un ragazzino appena uscito da Cambridge…

Be’, ma perché non posso farlo anch’io? dovette dirsi Greene. Così prese il Tamerlano, lo spostò in Spagna**, cambiò i nomi dei personaggi, riscrisse – ma non troppo, mantenendo la trama pressoché identica… et voilà! Alphonsus, King of Aragon era pronto per le scene.

Pare di vederle, le altre compagnie, quelle che non potevano avere Marlowe e il Tamerlano. Venghino, siore e siori, venghino ad ammirare le terribili vicende di Alphonsus, il Tamerlano di Spagna…

E per un po’ funzionò – ma non per molto. La gente, dopo avere visto e rivisto Tamerlano, se ne andava in cerca di altre emozioni consimili, ma poi… be’, Alphonsus non era Tamerlano. E non era questione della scopiazzatura della trama – pratica pressoché quotidiana in un mondo senza diritti d’autore. Il pubblico elisabettiano non aveva particolari obiezioni alla stessa storia in altra salsa, ma era smaliziato: andava una volta e poi, constatando che i versi erano brutti, i dialoghi legnosi e i personaggi mollicci nella loro altisonanza, non tornava più.

robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragonaLe compagnie provarono a portarsi l’Alphonsus in provincia, dove si supponeva che i campagnoli fossero di bocca buona, ma niente da fare. I cortili di locanda, le sale delle corporazioni e i prati delle fiere si riempivano di gente che, accorsa per vedere il nuovo Tamerlano, non si faceva scrupolo d’interrompere la rappresentazione ululando “dateci Tamerlano!”

Ma, a parte i rovelli (immaginari, lo ammetto) di Greene, avrebbe potutto funzionare. Anzi, funzionava tutto il tempo, e aveva funzionato prima, e ha funzionato dopo e, ho tanto idea, funzionerà sempre. Perché in fondo, come nascono e si ramificano i sottogeneri, se non perché, come Oliver Twist, dopo avere assaggiato qualcosa, il pubblico ne vuole ancora?

La speranza è sempre che il pubblico sappia distinguere. In mancanza di quello, si può sempre confidare che, prima o poi, il passare del tempo faccia da setaccio tra gli Alfonsi e i Tamerlani.

 

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* Una teoria alternativa è che si tratti in realtà di Ned Alleyn. Considerando il livore che Greene nutriva nei confronti degli attori, non è del tutto implausibile – ma resta da provare che Alleyn abbia davvero mai scritto alcunché.

** Ambientazione esotica, col brivido aggiuntivo del cattolicesimo e dell’inquisizione…

grilloparlante · Storia&storie · teatro

Rivoluzioni a Teatro

Se Hodges ha ragione, se davvero il teatro è il modo in cui l’umanità fa le prove di se stessa, allora non c’è da stupirsi che, come l’umanità, il teatro non sia mai statico, che sempre si muova e cambi, per evoluzioni e rivoluzioni… piccoli cambiamenti incrementali e quotidiani e drammatiche innovazioni che hanno un “prima” e un “dopo”…

Ed è proprio di questo che Mario Zolin e io parleremo alla UTE di mantova per due venerdì consecutivi:

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Comincio io, con Londra, e poi sarà la volta di Mario, con Venezia sarà un viaggio alla scoperta di come le rivoluzioni siano a volte opera di un singolo scrittore o attore – e a volte di un’intera società.

 

libri, libri e libri

L’Autore e il suo Personaggio

CharactersIn linea teorica, non è strettamente necessario che all’autore piaccia il proprio protagonista. A volte, anzi, troppo entusiasmo autoriale nuoce alla causa dell’eroe/eroina, e quindi è sano mantenere un briciolo di distacco. Però la teoria è teoria e i cavoli son cavoli, come diceva gente più saggia di me, e i lettori hanno bisogno di identificarsi con qualcuno all’interno di un libro. Ancora una volta, non è detto che questo qualcuno debba essere il protagonista, ma siamo sinceri: abbiamo veramente voglia di leggere tutto un libro su qualcuno di veramente sgradevole? Non sto parlando degli spettacolari malvagi a grandezza più che naturale, tipo Riccardo III, Tamerlano il Grande o il Re Filippo di Alfieri, e nemmeno degli antagonisti irriducibili (o quasi) come l’Ispettore Javert, il nano Quilp o Scarpia nella Tosca.

Parlo proprio di protagonisti, le figure centrali di un romanzo – solo che l’autore non riesce a simpatizzare con loro. Oppure non ne ha la minima intenzione, e la faccenda finisce fuoribordo, perché in realtà, gli atteggiamenti degli autori verso i loro eroi sono estremamente vari, così com’è vario il grado di obnubilamento che gli atteggiamenti in questione producono.

Little NellNon vi è mai capitato di detestare un protagonista perché il suo malguidato autore era troppo ansioso di farvelo piacere? È uno dei miei seri problemi con il Piccolo Principe, Jonathan Livingstone, la Piccola Nell, Frodo Baggins e altra gente troppo buona per vivere – oppure troppo perfetta, tipo il Crichton di W.H. Ainsworth… Sono sempre tentata di attribuire questo genere di reazione alla cattiva caratterizzazione, ma ho difficoltà a cavarmela così con Dickens. Diciamo che all’epoca di The Old Curiosity Shop Dickens stesse corteggiando (con notevole successo) un certo mercato, scrivendo in fretta e divertendosi molto di più con Quilp, Dick Swiveller, la Marchesa e il resto della compagnia. Otherwise, quando l’autore passa più tempo a magnificarmi le doti del protagonista che a mostrarmelo all’opera, oppure quando lo caratterizza senza il minimo difetto, è più forte di me: detesto. Potrei anche rilevare che questo genere di magagna si riscontra più facilmente nei romanzi per fanciulli (chi non ha mai desiderato affogare il Piccolo Lord Fauntleroy nella vasca dei pesci rossi alzi la mano; e non iniziamo nemmeno a parlare di Sophie, Madame Céline e, in generale, tutti i buoni de La Bambinaia Francese della Pitzorno) e nelle biografie con propensioni agiografiche. Le fanciulle dei romanzi ottocenteschi à la Ginevra di Monreale e Lucy Davenne – così insipide e perfette – non contano, perché non sono nemmeno personaggi propriamente detti.

IsabelEppure si può adorare il proprio protagonista senza renderlo insopportabile, e Ritratto di Signora ne è la prova. Che Henry James abbia una speciale simpatia e tenerezza per Isabel Archer è evidente fin dal momento in cui l’Americanina appare per la prima volta, nel parco di una grande magione inglese, nella luce dorata e radente dell’ora del tè… Isabel è immediatamente adorabile, con la sua sete di bellezza, le sue ingenuità, la sua testardaggine, la sua franchezza americana e le sue maniere leggermente eccentriche. Dopodiché James ci renderà conto di ogni moto della sua mente e del suo animo con una finezza crudele, tutta luce e niente zucchero. Di Isabel vediamo tutto, slanci ed errori, difetti e maturazione, delusioni e sogni, e simpatizziamo con lei anche quando fa sciocchezze colossali – proprio perché le fa e poi ne affronta le conseguenze.

Stendhal è meno tenero con i suoi eroi. Oh, non che Henry James risparmi particolarmente la povera Isabel, ma quando leggiamo tra le pieghe dell’animo di Julien Sorel e di Fabrizio del Dongo sentiamo molta meno indulgenza da parte dell’autore. Stendhal simpatizza con i suoi giovanotti, in parte ne condivide o ricorda ambizioni, vanità, irrequietezze e aspirazioni, ma c’è una freddezza clinica nel modo in cui li offre allo sguardo del lettore che Henry James (pur facendo sostanzialmente la stessa cosa) non saprebbe mai riservare a Isabel.

Un distacco ancora maggiore è quello che Melville assume nei confronti del Capitano Ahab. Ahab è il protagonista del romanzo, e la sua ossessione ne è l’argomento, ma non è un caso che la storia sia narrata da Ishmael. È attraverso lo sguardo di Ishmael che il lettore e Melville osservano Achab e ne esplorano le azioni e la follia. A Melville non piace Ahab – gli piace la sua storia, cosa molto diversa. E noi ci identifichiamo con Ishmael, e guardiamo in rapito orrore mentre storia e personaggio si combinano in una faccenda di tragica, irragionevole grandiosità.

CookE poi invece ci sono cose come The Slicing Edge of Death, di Judith Cook – uno degli innumerevoli romanzi su Marlowe usciti nel 1993, a quattrocento anni dalla fatale rissa di Deptford… Cook, giornalista investigativa inglese, aveva una passione per il teatro elisabettiano, e ad anniversario incombente combinò (o, sospetto io, qualcuno le suggerì di combinare) le due cose in questo romanzo, il cui sottotitolo è, significativamente, Who killed Kit Marlowe? Ora, non so che cosa vi aspettiate voi da un romanzo intitolato con una citazione da un autore, (con tanto di sottotitolo esplicativo, metti mai che sfugga il riferimento) e con il supposto ritratto dell’autore stesso in copertina… Well, yes – ammetto che il modo in cui il ritratto in questione è riprodotto potrebbe dar da pensare – ma nel complesso io mi aspetto che l’autore stesso sia il protagonista. Ebbene, nel caso di TSEOD è difficile a dirsi. Il Marlowe di Cook è un uomo sgradevole, insensibile fino alla crudeltà, preoccupato soltanto dei suoi piaceri e della sua fama, livoroso, avido, meschino, vendicativo e sempre ubriaco. In tutto il libro,non mostra mai un singolo tratto che lo riscatti, le sue opinioni sembrano più tasso alcolico che coraggio intellettuale, e della sua vena poetica tutti gli altri personaggi hanno l’aria di non pensare granché. E non è nemmeno un villain, non foss’altro che per mancanza della più pallida ombra di grandezza.

È chiaro che alla Cook Marlowe non piace nemmeno un po’, nemmeno abbastanza da renderlo davvero malvagio, o notevole in qualche modo. Qualcun altro accenna sporadicamente alla sua intelligenza, ma dobbiamo fidarci sulla parola, perché non lo si vede comportarsi mai altro che stupidamente. Se leggessi questo libro senza sapere nient’altro di Christopher Marlowe, sarei disposta ad applaudire l’assassino promesso dal sottotitolo. A parte questo, tuttavia, con chi si suppone che m’identifichi in questo romanzo? Tutti (con l’eccezione di Robin Greene, che però si redime parzialmente prima di morire, e Lord Cecil, che ha l’attenuante della ragion di stato) vengono descritti come brave persone, ma gente di contorno. C’è un giovane attore fittizio che sembrerebbe dovere o poter essere il protagonista osservatore ma, quand’anche non fosse così sbiadito e bidimensionale com’è, i tre quarti della storia si svolgono fuori dal suo punto di vista…

Insomma, la signora Cook ha scritto un romanzo, ma si ha l’impressione che si sia dimenticata di equipaggiarlo di vari elementi fondamentali, come un punto di vista preciso, un personaggio con cui il lettore possa identificarsi e qualche redeeming quality per il protagonista nominale. Chiaramente, lei per prima non può soffrire il suo odioso Marlowe, e non sono davvero in grado di biasimarla, ma allora non posso fare a meno di domandarmi: perché disturbarsi* a scrivere un libro su un personaggio del quale si ha una pessima opinione che rasenta il disprezzo – e senza l’ombra di un meccanismo che consenta al lettore di digerire la storia?

Ironicamente, quasi tutti i protagonisti di Marlowe – Tamerlano il Grande, Faust, Barabas, il Duca di Guisa – sono mostri di ambizione, crudeltà e arroganza, ma sono ritratti con caratteri di grandezza che, se non li giustificano, ce li fanno tuttavia ammirare per pura sovrabbondanza vitale. Direi che il Marlowe della Cook è una specie di negazione di questo meccanismo, se non sospettassi piuttosto un’attitudine men che brillante* per la narrazione romanzesca, quarto centenario o meno – il cui risultato è, alas, una lettura sgradevole senza particolari redenzioni oblique o dirette.

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* Yes, well: “Judy, c’è il quarto centenario, e tu sai tutto in materia. Perché non scrivi un romanzo?”

** E sia ben chiaro: ottima saggista – ma…

 

elizabethana · grilloparlante · Shakeloviana · Storia&storie

Bagolando di Qua e di Là…

Oh, notizie, comunicazioni e informazioni…

Martedì 7 marzo alle 20.00 inizio una serie di aperitivi letterari presso l’Enoteca Porto Catena di Mantova. Parleremo di vini&spiriti attraverso la storia e la letteratura – e degusteremo quello di cui si parla. Gli appuntamenti sono quattro, e si comincia (non sarete sorpresissimi) con Shakespeare e i suoi contemporanei.

Seguiranno l’Antichità Greco-Romana, il Medio Evo e l’Ottocento…

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Mi si dice che per martedì restano pochi posti – ma voi chiamate il numero qui in fondo alla locandina per informazioni – e sentite che cosa vi dicono.

Poi mercoledì otto marzo alle ore 17.oo sarò alla Biblioteca Mondadori di Poggio Rusco con…

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La storia della fama postuma di Shakespeare è intricata come un romanzo – tra semi-oblio, propaganda puritana, falsificazioni, riscritture, bardolatria, tradizioni teatrali, spiritismo e bizzarrie miste assortite. E, dal tardo Cinquecento ai giorni nostri, s’intreccia con quella di Christopher Marlowe – collega, coetaneo e rivale, più celebre da vivo e ingombrante da morto…

E tecnicamente si tratta di una lezione dell’anno accademico della LUPo – ma volendo è possibile iscriversi a una lezione singola al costo di 5 €. Per informazioni e iscrizioni chiamate la Biblioteca Mondadori al numero 0386 51057.

Ci vediamo la settimana prossima?

 

elizabethana · Shakespeare Year · Storia&storie · teatro

Enrico a Quattro Mani

NSONel mondo anglosassone la cosa sta facendo una certa quantità di rumore – ma immagino che alla Oxford Press se l’aspettassero: The New Oxford Shakespeare, la nuova edizione critica delle opere complete di Shakespeare, pubblicata a fine ottober essendosi l’anno che è, affibbia a Shakespeare un coautore per ben 17 delle sue opere.

E a dire il vero, gliene assegna 44 invece delle tradizionali 38/39 – incluso Arden of Faversham – ma quel che appare nei titoli dei giornali sono le tre parti dell’Enrico VI, scritte, secondo Oxford, a quattro mani con Christopher Marlowe. D’altra parte, Laggiù Marlowe è molto più noto della maggior parte degli altri coautori, anche a un pubblico generale, e addirittura uno dei candidati alternativi di punta in molte delle (francamente bizzarre) teorie sul Vero Autore.4

E vi ho detto un sacco di volte che secondo me il Canone shakespeariano l’ha scritto Shakespeare – ma non necessariamente tutto da solo. C’era questo modo – probabilmente un retaggio bardolatrico e poi vittoriano – di guardare al Bardo come a un genio solitario e siderale, che produceva in orgoglioso isolamento… C’era e da qualche parte c’è ancora, visto che qualcuno grida allo scandalo a proposito delle collaborazioni. Ma d’altra parte, le teorie in proposito non sono molto più giovani delle colline: già il buon Edward Malone, che pure era un fiero bardolatra, aveva i suoi dubbi a fine Settecento. Quindi, in realtà, quel che fanno a Oxford non è terribilmente nuovo. Solo più vasto, più approfondito, supportato da nuove analisi linguistiche e statistiche – prove empiriche sufficienti a scrivere “Enrico VI, di William Shakespeare e Christopher Marlowe”.

566003394Ora, dalla fine di ottobre in qua, amici e famigliari sghignazzano su quale debba essere la mia soddisfazione in proposito… e sì, non posso negarlo. Ma non tanto – o almeno non soltanto – per via di Marlowe. Il punto è che, se non ho mai creduto alle teorie cospirative del Vero Autore, non ho mai creduto nemmeno all’idea dell’Astro Solitario. E non perché Will Shakespeare da Stratford fosse un guantaio mancato di approssimativa istruzione – ma perché non è così che funzionava la Londra teatrale al tempo della Regina Bess. Era un mondo fitto, incandescente e piuttosto piccolo, in cui tutti conoscevano tutti e collaboravano con tutti, e s’influenzavano e copiavano a vicenda… per dirla con John Donne, nessun poeta è un’isola. Perché Shakespeare dovrebbe essere diverso – e tanto più perché le sue opere lo mostrano profondamente immerso nel suo mondo? Sil2

Adesso sono molto curiosa di leggere i saggi che accompagnano l’edizione – e, dato il prezzo proibitivo dei quattro volumoni, mi sa che dovrò aspettare e confidare in qualche biblioteca. Ma intanto mi dichiaro soddisfatta, in effetti, per questa visione meno romantica di Shakespeare, e perché è davvero facile immaginare la Compagnia dell’Ammiraglio che chiede allo spregiudicato e celebre Kit Marlowe di reggere la mano all’inesperto ragazzotto del Warwickshire, pieno di buone idee ma teatralmente ingenuo da non dirsi…

Quanto poi piacesse a Marlowe la faccenda, è un altro discorso – e qui sconfiniamo in territorio narrativo. Il mio territorio, d’altra parte: sono certa che più d’una di queste collaborazioni si presterà ad essere raccontata/drammatizzata… Un altro felice prodotto del New Oxford Shakespeare.

libri, libri e libri

Libri Perduti

lost booksChe alcuni libri perduti siano più perduti di altri è vero in senso stretto, perché di alcuni si sono smarrite le tracce attraverso i secoli, di altri conosciamo solo i titoli citati in altre opere, di altri ancora possediamo frammenti – e poi ci sono quelli che non hanno lasciato traccia, sprofondati nell’oblio dei secoli. Poi ci sono libri che sappiamo con certezza distrutti (come la prima stesura della Storia Della Rivoluzione Francese, che Carlyle spedì a John Stuart Mill – e poi la domestica di Mill bruciò tutto per errore. Er… licenziata!), e libri che speriamo tanto possano saltare fuori, per qualche miracolo storico-librario…

Perché c’è un altro genere di gerarchia: per ciascuno di noi certi libri sono più perduti di altri, perché di certuni non c’importa poi granché, mentre altri vorremmo tanto, tanto, tanto poterli leggere, e non poterlo fare ci rode e ci affascina al tempo stesso. Per dire, posso tranquillissimamente convivere con la perdita delle quattro tragedie in stile greco scritte da Cicerone, ma qui ci sono i sei libri perduti la cui perdita mi fa pizzicare le sacche lacrimali:

– Il dizionario etrusco compilato dall’imperatore Claudio. Un dizionario etrusco! Una chiave per una lingua perduta – come si può non rivolere indietro la chiave per una lingua perduta? Claudio ci aveva aggiunto anche una storia etrusca che non dispiacerebbe per nulla avere, e anche otto volumi sulla storia di Cartagine… oh, well.

– Le memorie di Silla. Plutarco le cita, ma ne resta solo qualche sporadico frammento. Ora non so, magari poi erano mortalmente noiose, ma in qualche modo credo che Silla, intelligente, spregiudicato, manipolatore, protagonista di quasi tre turbolenti decenni di storia romana e cinico osservatore dell’umana natura, varrebbe la pena di essere letto.

– Joyce scrisse un dramma chiamato A Brilliant Career, e poi lo bruciò. Sono sempre affascinata dai motivi che spingono uno scrittore a distruggere le sue opere…ThomasUrquhart

– Sillabario Del Linguaggio Universale, di Sir Thomas Urquhart. Sappiamo dal Logopandecteision, il progetto di questa lingua che Sir Tom propose a Cromwell in cambio della sua scarcerazione, che questo ur-Esperanto contemplava undici generi, dieci casi e altre simili bizzarrie, compreso il fatto che ogni parola contenesse nelle sue sette sillabe una precisissima classificazione dell’oggetto a cui si riferiva. Se vi suona poco pratico è perché lo è: Sir Tom aveva tradotto Rabelais aggiungendo settantamila parole all’originale e riteneva di avere provato scientificamente la discendenza diretta della sua famiglia da Seth… Per cui non siamo sicuri di poterci fidare di lui nemmeno quando dice di avere perduto 642 quinterni di note e appunti durante la battaglia di Worcester. Anyway, la lingua universale è perduta – e non era nemmeno servita a far scarcerare il suo autore.

– Questa è un’ipotesi un nonnulla azzardata, ma nell’edizione in quarto di The Tragical History of Doctor Faustus, il Prologo (probabilmente aggiunto da un’altra mano) sembra riferirsi a un elenco di altri lavori di Marlowe: Edoardo II, le due parti di Tamerlano e qualcosa che ha a che fare con “i campi del Trasimeno dove Marte sorrise ai Cartaginesi”. Non sopravvivono opere di Marlowe sulla II Guerra Punica, e non si trovano accenni in proposito nei diari di Henslowe, ma come essere certi che non ci fosse una tragedia, scritta per un’altra compagnia, rappresentata in un altro teatro e poi perduta? In fondo ci sono un sacco di cose che non sappiamo più sul teatro elisabettiano, e la tentazione è forte: che cosa avrebbe potuto fare l’autore di Tamerlano e di Faustus con un personaggio come Annibale? E parlando di questo…

– La Cronaca di Sosila. Sosila di Sparta era stato il precettore del giovane Annibale, che una volta cresciuto se lo portò dietro in Italia, come segretario e cronista. Scrisse una storia della guerra – lo sappiamo perché altri autori la citano, ma non ne è rimasto nulla, salvo forse un frammento di recente scoperta e ancor dubbia attribuzione. Confesso che questa cronaca per me è il santo graal dei libri perduti. Darei parecchio per poter leggere una cronaca di parte cartaginese, scritta da un membro dell’entourage immediato di Annibale. Anche tenendo conto delle convenzioni di genere (in fondo Sosila scriveva un resoconto ufficiale), sarebbe stata la cosa più simile a un ritratto dal vivo di Annibale a cui possiamo aspirare.

Chi lo sa? Forse un giorno qualcosa di tutto questo salterà fuori, perché i miracoli succedono. Oppure no e continueremo a sperare che riemergano dalla nebbia dei secoli e dei millenni, queste chimere irraggiungibili, tanto più affascinanti perché non possiamo leggerle. Che valga anche per i libri quel detto secondo cui la persona con cui non si è mai danzato rimane la più affascinante – perché la realtà non ha avuto modo di appannare le meraviglie che ce ne aspettavamo?

E voi, o Lettori? Quali libri preduti tornereste indietro a recuperare, se aveste una macchina del tempo?