libri, libri e libri · lostintranslation

Le Traduzioni Son Desideri…

TranslateDa rimuginare su Entered from the Sun a rimuginare di traduzioni letterarie, alla fin fine, è stato un passo solo. Sennonché vi ho afflitti ripetutamente con il mio atteggiamento di reverente scetticismo nei confronti della traduzione letteraria, vero? Ebbene il fatto è che, pur restando dell’idea che non sia completamente possibile trasporre in un’altra lingua tutto quello che c’è tra le righe di un testo, ammiro alla follia chi riesce a decifrare, diciamo, in Italiano un’immagine della ragnatela connotativa dell’Inglese. E viceversa, si capisce.

Detto questo, il gioco in sé – la ricerca della riproduzione dello stesso effetto per menti dalla forma diversa – è una delle tentazioni più attraenti che si possano immaginare. Confesso di avere un certo numero di titoli che mi piacerebbe immensamente provare a tradurre, libri che non sono mai arrivati in Italia – ed è un peccato per vari motivi, e che in vari casi presentano sfide linguistiche e stilistiche di tutto rispetto.

wooden overcoat 02The Wooden Overcoat, di Pamela Branch (primi Anni Cinquanta), è un… be’, se fosse un film (e credo che ne uscirebbe una sceneggiatura coi fiocchi), lo definirei una commedia nera con sfumature gialle. Londra postbellica, tessere per il razionamento, case condivise: in una di queste, in una zona bene-ma-non-troppo, abitano due giovani coppie con ambizioni artistiche. E nella casa accanto è insediato l’Asterisk Club, circolo esclusivissimo, visto che è riservato agli assassini erroneamente assolti. Solo che all’AC non c’è posto per alloggiare l’ultimo arrivato, e lo sgradevole Mr. Cann viene messo a pensione presso i quattro ragazzi della porta accanto, solo troppo felici di raggranellare qualche sterlina extra. E quando l’ospite defunge, presto seguito da un’altra pittoresca esponente dell’AC, i nostri quattro – ciascuno sospettando e volendo proteggere il rispettivo coniuge – si ritrovano alle prese con un problema inedito: come si fa liberarsi di un cadavere – per non parlare di due? E qui tutto si fa molto esilarante, con una trama intricatissima, una schiera di personaggi azzeccatissimi nella loro spassosa improbabilità, una parodia del gialllo inglese classico e degli hard-boiled americani, una quantità di folklore sulla derattizzazione e dei dialoghi frizzantissimi. È uno di quei libri che vi fanno scoppiare a ridere forte mentre leggete in luogo pubblico, per capirci. Credo che dare almeno un’idea dell’intreccio di accenti (di luogo e di classe, very Britishly) sarebbe di per sé un lavoro.index

History Play, di Rodney Bold, è tutt’altra storia – e non quella che potrebbe sembrare. Cominciamo col dire che si presenta come un saggio – uno di quei saggi accademici adattati per il pubblico: specifici con tendenza al brillante e l’occasionale sconfinamento in territorio seminarrativo. Bolt parte spiegando quanto poco sappiamo di William Shakespeare, l’uomo che si suppone abbia scritto un treno merci di capolavori teatrali e poetici e nel suo testamento non ha lasciato nemmeno un libriccino in quarto. Il tutto debitamente corredato di note, riferimenti e appendici documentarie. E quando tu, o Lettore, cominci a levare le sopracciglia e a domandarti come mai, se tutto ciò è vero, non ti sia mai passato per il capo di dubitare, ecco che la parodia del tono accademico e lo sforamento narrativo cominciano a farsi più palpabili… e allora, colto da sospetto, te ne vai a controllare le seriosissime note e l’austerrima bibliografia, o lettore, e scopri che metà delle fonti citate sono immaginarie (attribuite ad anagrammi del nome dell’autore – e come diamine hai fatto a non accorgertene prima?!) e che i fatti, pur essendo reali, sono alterati, scelti, potati, tinti di violetto e inclinati a 45°, in modo da far sembrare incontrovertibili delle affermazioni via via più stravaganti. Qui ci sarebbe da sudare per bilanciare esattamente la sottilissima progressione da aguzza parodia accademica, su su su fino al pieno, spudorato romanzo marloviano.

iridescenceDi Entered From The Sun abbiamo parlato un po’. George Garret è stato il poeta laureato della Virginia, e dire che la sua prosa tradisce una forma mentis poetica è un inverecondo eufemismo. Mettersi a tradurre questo romanzo sarebbe un’impresa oceanica. Anche avendo le idee chiare sugli scogli fittissimi delle eccentricità linguistiche, la sintassi tortuosa complicherebbe non poco il calcolo della rotta. Senza contare le tempeste continue di una trama né troppo comprensibile né (alla fin fine) troppo rilevante. E vogliamo parlare delle irresistibili correnti profonde di sottotesto, delle sirene attraenti e inafferrabili del punto di vista e delle apparenti (e solo apparenti) inaccuratezze biografiche? Con l’equipaggio – gente inaffidabile al massimo grado, di cui sappiamo sempre tutto e raramente capiamo abbastanza – non cominciamo nemmeno. Sì, lo so, sembra irritante: l’ultimo libro che qualcuno potrebbe voler navigare – leggere o tradurre. Eppure lo stile di Garret è un aliseo, e had I but time and world enough…Kyd

Christoferus – or Tom Kyd’s Revenge è un romanzo di Robin Chapman, insusuale sotto un paio di aspetti, prima di tutto la scelta del protagonista: Thomas Kyd. Tra i vari autori elisabettiani, Kyd non sembra materiale per farne un eroe, e infatti in genere compare in narrativa nelle vesti di comprimario dimesso, bilioso e sfortunato. Quello che ha i complessi perché non è andato all’università, quello che ha scritto una singola tragedia di enorme successo e poi più nulla, quello che ha pagato un’amicizia sbagliata con la tortura e poi è sparito nell’oblio. Chapman prende questa figura meschinella e la ribalta: il suo Tom diventa un uomo brillante e tormentato che si dibatte fieramente tra le maglie di un complotto molto più grande di lui, in cerca di verità e vendetta per la parte che è stato costretto ad avere nella morte del suo amico e amante Kit Marlowe. Qui non ci sono stranezze, eccentricità o particolari sorprese, ma la scrittura è meravigliosa: vivida, piena di luce e ombra, ricca, appagante – miele, velluto e filigrana, per dare un’idea. Perché, e qui divago solo un istante e nemmeno troppo, per me la scrittura ha sempre una consistenza: è una sensazione quasi tattile, come maneggiare della stoffa o della carta: certa scrittura è seta cruda, altra è lino grezzo, e poi ci sono carta di riso, pessimo rayon, stagnola, broccato… Ecco, la sfida nel tradurre Christoferus sarebbe una questione di questo: rendere in Italiano questa meravigliosa consistenza.

PLagueInfine A Plague Of Angels, o in mancanza di quello un volume qualsiasi della serie su Sir Robert Carey di P.F. Chisholm. Siamo a metà strada tra il giallo storico e l’avventura, con un figlio del Lord Ciambellano (incidentalmente un cugino illegittimo della Grande Elisabetta) che arriva al selvaggio confine tra Inghilterra e Scozia, dove ci si aspetta che mantenga l’ordine tra i clan con la bellezza di sette soldati indigeni sotto il suo comando. Per fortuna di Carey, uno dei sette è il formidabile sergente Dodd, un allampanato giovanotto dall’aria lugubre, che fa del suo meglio per nascondere un’acutissima intelligenza. Oh la ricostruzione storica, la ricostruzione storica, la ricostruzione storica! Oh i personaggi, i personaggi, i personaggi! Oh i dialoghi, i dialoghi, i dialoghi! E badate che il linguaggio non è sempre rigorosamente period. Anzi: più di una volta mi è capitato di ripensare a qualche espressione peculiare di Dodd o Carey e, facendo due ricerche, scoprire che si tratta di un modo idiomatico più moderno. Ma il tutto è usato in modo così appropriato, così intelligente e frizzante e così perfetto per la caratterizzazione che la licenza è non solo perdonabile, ma benvenuta. Chisholm sarebbe forse il compito meno ostico della mia lista – e uno dei più divertenti.

Ecco, questo è il genere di traduzione che mi piacerebbe essere in grado di fare. Ma sarei molto soddisfatta di vederlo fare da qualcuno più bravo di me. Traduttori? Editori? Anyone?

 

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libri, libri e libri · Vitarelle e Rotelle

Questione di Chimica

ChemistryA volte sta tutto in due personaggi.

Non in uno solo, ma in due. La loro interazione, il modo in cui funzionano insieme, in cui discutono, bisticciano, lavorano… È quella cosa che, a ovest della Manica, chiamano chemistry – e può assumere la forma di un’amicizia, di una storia d’amore, di una collaborazione professionale, di una rivalità…

A volte è l’elemento forte di una storia. Tanto forte, a volte, che uno dei due personaggi prende vita solo in presenza dell’altro. David Balfour, che in assenza di Alan Breck è di una noia mortale, diventa un personaggio quasi accettabile appena Alan entra in scena a interagire con lui. E questo è un caso singolarmente sbilanciato, perché Alan funziona benissimo anche senza David – ma di solito la faccenda è più equilibrata, ed entrambi i personaggi soffrono dell’assenza dell’altro. pharisienne

Ora, la mia timida impressione è che questo genere di fenomeno si produca più spesso nella narrativa di genere. Non solo – ma in modo più… organico. Mi spiego: avete presente come, ne La Pharisienne, Louis Pian diventi più vivido in presenza di Jean de Mirbel? O come, ne Il Velocifero, capiti un po’ lo stesso al narratore Renzo quando attorno c’è il suo amico Gianni? Ma questo è un effetto deliberatamente cercato da Mauriac e da Santucci, per mostrare come l’amico incarni una serie di aspirazioni, idee, necessità e vaghezze assortite del protagonista, tutte cose che si risvegliano e poi prendono forma e diventano più o meno consapevoli in presenza e/o sotto l’azione dell’altro.

Quello che ho in mente è diverso. Parlo di due personaggi creati per funzionare insieme, per combinare quasi a incastro capacità e punti di vista diversi, per bisticciare con efficacia… Per esempio il protagonista/investigatore di un giallo e il suo sidekick.

In particolare, ho in mente un paio di serie di gialli di ambientazione storica, in cui parte del conflitto – oltre all’irrinunciabile delitto – viene dalla contrapposizione di mondi diversi, e il sidekick fornisce al protagonista una finestra tra i due. Il che di solito si sviluppa in qualche tipo di amicizia riluttante.

ham2È il caso delle indagini di Abigail Adams, per esempio. Sì, quella Abigail Adams – ma prima che diventi first lady. Barbara Hamilton ambienta le sue storie nella Boston immediatamente prerivoluzionaria, in cui Abigail indaga con l’aiuto del giovane Maggiore Coldstone. Coldstone è inglese e ovviamente considera se stesso l’investigatore, e questa bizzarra signora coloniale l’assistente – ma è abbastanza intelligente da vedere che lei non solo è molto aguzza, ma conosce Boston e i Bostoniani in un modo che a lui è precluso. Per parte sua, Abigail è pronta a collaborare con questo oppressore dalla mente aperta e, se qualche volta ne sfrutta l’accesso al lato inglese delle cose, ne apprezza la lealtà e il senso di giustizia. Il tutto si sviluppa ben presto nell’amicizia riluttante che si diceva: Abigail diventa quasi materna nei confronti di questo giovanotto pieno di nostalgia per l’Inghilterra, e Coldstone apprezza un volto amico tra i Coloniali – e tutto funziona molto bene, perché lei è intuitiva e lui analitico, lui ha le risorse ufficiali e lei i canali ufficiosi… Poi però, al terzo volume, la Hamilton decide di mandare Abigail in trasferta da sola, e di darle un altro sidekick, e… tutto si affloscia. Il nuovo aiutante è un Coloniale a sua volta e per giunta un nipote acquisito. Sveglio, sì – ma, una volta sparite la tensione, il margine di inconciliabilità, la difficoltà di fidarsi completamente, le lealtà contrastanti e la disapprovazione dei rispettivi ambienti, la storia si fa convenzionale e noiosetta. Abigail da sola non funziona – o almeno, non funziona altrettanto bene. airtreas

Idem – se non peggio, con i Carey Mysteries di P. F. Chisholm. Ve ne avevo già parlato, ricordate? Forse anche più di una volta. I gialli di ambientazione anglo-scoto-elisabettiana, con Sir Robert Carey a caccia di cattivi con l’assistenza dell’irrepressibile Sergente Dodd. Ebbene, quando l’elegante Carey arriva a vicegovernare una marca del Border – il turbolento confine tra Inghilterra e Scozia – Dodd si ritrova a dovergli inculcare qualcosa che somigli alla versione Borderer del buon senso. Quando entrambi scendono a Londra, è Carey a tradurre la capitale in termini che Dodd possa digerire. Il modo in cui questi due uomini passano dalla mutua incomprensibilità e sfiducia a un’altra riluttante amicizia è una delle meraviglie di questa incantevole serie. Peccato che nel sesto volume, An Air of Treason, Chisholm (che è poi Patricia Finney) abbia deciso di separare i nostri eroi e mandarli ciascuno per le proprie, seppur connesse, avventure. Risultato? Né Carey né Dodd funzionano granché, e la storia, il ritmo e il colore ne soffrono enormemente.

Apparentemente, Dodd non è fatto per andarsene attorno senza Carey a esasperarlo, né Carey senza Dodd. Così come Abigail Adams perde interesse senza Coldstone – e non ho dubbi che Coldstone sarebbe noiosissimo senza Abigail. La caratterizzazione di ciascuno dei quattro dipende in buona parte dall’interazione con il rispettivo “altro”. Questa chimica narrativa ne fa degli ottimi personaggi in coppia – ma li rende poco adatti a starsene per conto proprio.

È un punto di forza, ma anche un problema potenziale per quando l’autore ha l’uzzolo di cercare nuove strade. Che sia per questo che, dopo Sup with the Devil, nel 2011, di Abigail Mysteries non ne sono più arrivati? Speriamo che non capiti altrettanto a Carey&Dodd – ma il fatto che il settimo volume sia incentrato su lady Widdrington anziché sui nostri eroi, non mi rassicura terribilmente…

Shakeloviana

Shakeloviana: A Plague Of Angels

PLagueChe i Carey Mysteries di P.F. Chisholm mi piacciano tanto non è una novità. Ben costruiti, ben ambientati, ben scritti, provvisti di dialoghi scintillanti e un’irresistibile popolazione di personaggi storici e fittizi, sono una gioia da leggere, e probabilmente la migliore serie di gialli storici in cui mi sia imbattuta da quando ho cominciato a interessarmi al genere.

Dubito che vi stupirete granché se vi dico che, invece di cominciare dal primo volume come fa la maggior parte della gente sensata, sono entrata di lato – dal quarto volume, per l’ottimo motivo che in A Plague of Angels compaiono Marlowe&Shakespeare. Soprattutto Marlowe.

Perché dopo avere investigato omicidi sul Border anglo-scozzese per tre volumi, Sir Robert Carey viene imperiosamente richiamato a Londra da suo padre, il formidabile Lord Hunsdon – Lord Ciambellano e primo cugino (e forse anche fratellastro sub rosa) della Regina Bess. Non è il tipo di convocazione cui si dice di no, soprattutto quando si è ultimogeniti squattrinati in perenne dipendenza dalla borsa paterna…

E così Carey si avvia a sud, e si trascina dietro il suo recalcitrante secondo, il Sergente Henry Dodd – attraverso i cui occhi semi-scozzesi (ma guai a dirglielo!) vediamo la grande, affollata, malsana, malsicura, sconcertante Londra Elisabettiana. I nostri due, che a questo punto sono bene avviati verso tanta spigolosa amicizia quanta ne consente la differenza sociale, si ritrovano a indagare su una faccenda di monete false, alchimia, fratelli scomparsi e giochi di potere – ma a mio timido avviso, per quanto la trama gialla sia davvero molto buona, tre quarti della gioia stanno nella gente storica che attraversa il libro. Carey, il suo irascibile padre, il gobbo e sottile Sir Robert Cecil, Emilia Lanier, l’orribile torturatore Richard Topcliffe, la Regina in persona, l’impossibile Robert Greene e, l’ho già detto, Shakespeare e Marlowe.

A parte Greene – sempre troppo ubriaco per far altro che danno casuale – tutti hanno secondi e terzi fini, tutti sono agenti di qualcun altro, tutti hanno segreti da nascondere. Persino il prudente Shakespeare, che tra un dramma e una tragedia, cerca di inserirsi nel servizio di spionaggio dei Cecil – e forse troppo prudente non è, considerando lo spudorato interesse che mostra per la bella amante di Lord Hunsdon. E Marlowe… be’, siamo a metà 1592, quando le cose per Kit cominciano a prendere l’inconfondibile forma di una pera: Chisholm lo dipinge sul punto di perdere il controllo, talmente preso dai suoi intrighi, talmente doppiogiochista, talmente imprevedibile che nessuno si azzarda a fidarsi di lui. Decisamente il tipo d’uomo destinato a non morire nel suo letto.

L’idea di fondo delle due caratterizzazioni non è originalissima: uno Shakespeare un po’ grigio, ma sempre occupato ad annotare tutto quel che sente per tradurlo in poesia, e un Marlowe fascinoso, fiammeggiante e del tutto inaffidabile, pericoloso per se stesso e per gli altri. Epperò, il modo in cui Chisholm svolge il tema è favoloso e originalissimo – non ultimo per lo stratagemma di mostrarci i due mostri sacri del teatro elisabettiano attraverso gli occhi spassionati e per nulla impressionati del granitico Dodd.

Alas, niente traduzioni – ma se siete in grado di affrontare un Inglese appena un po’ complesso, la lettura è consigliatissima.

grilloleggente

Il Teorema Di Sheherazade

Va bene, parliamo di serie.

L’atteggiamento logico sarebbe quello di cominciare con il primo libro della serie e poi continuare nel giusto ordine. Talmente logico che per molto tempo non mi sono nemmeno posta il problema.

Né, d’altra parte, posso dire di avere letto moltissime serie.  Sì, c’è la soddisfazione di ritrovare personaggi, ambientazione e vicende che si sono apprezzati. E on the other hand c’è sempre il pericolo d’indigestione. Ho ricordi men che piacevoli del ciclo di Shannara – che a un certo punto ho abbandonato per un motivo che ancora oggi trovo ragionevolissimo: non ne potevo più.

In compenso ci sono stati O’Brien, Forester e Cornwell, che ho letto con molto piacere dal principio alla fine – ed è possibile che sia anche una questione di genere. A mio timido avviso, sia O’Brien che Forester scrivono meglio della Rowlings, però ammetto che il diluvio di gergo navale o militare possa irritare quanto la sovrabbondanza di Quidditch – uno dei motivi per cui, pur avendo letto tutto Harry Potter, l’ho fatto con crescente impazienza e, se devo dire la verità, di sette tomi viepiù spessi, me ne sono piaciuti solo due.

Naturalmente non era solo questione di sport: il mio problema era la ripetitività dello schema, anno scolastico dopo anno scolastico… E perché, nonostante questo, li ho letti tutti e sette? Per la natura delle serie, concepite per trascinare il lettore di volume in volume, coniugando la rassicurante riconoscibilità dello schema con la curiosità solleticata. Ma guarda, il nostro eroe si è cacciato nei guai un’altra volta: riuscirà a uscirne? E in quali altri guai lo precipiterà la soluzione di questi? Il principio è sempre lo stesso (problema – soluzione – problema più grosso…), solo che è spalmato su un numero variabile di volumi. Ed è pur vero che una ciliegia tira l’altra proprio per la ragionevole certezza che anche la prossima sarà una ciliegia. Poi a volte la successione di ciliegie diventa un po’ troppo rassicurante – ma è una percezione soggettiva e comunque non è detto che ci si riesca a staccare pur avendo l’impressione di cominciare ad annoiarsi.

Che dire? La narrazione seriale è concepita per generare dipendenza. Sheherazade, anyone? La mia teoria è che dopo un volume è perfettamente possibile piantare tutto, dopo due diventa difficile, e dopo tre ci si può considerare perduti.

E badate, parlo di un volume, due volumi e tre volumi – non del primo, secondo e terzo…

Perché credevo che fosse il caso di leggere le serie in ordine cronologico – con la possibile eccezione dei gialli d’ambientazione contemporanea – ma comincio a ricredermi.

Dacché scrivo per HNR, però, mi capita di entrare in una serie da… well, da dove capita che serva una recensione. E talvolta mi irrito fin dapprincipio, come nel caso di Edward Marston, che scrive gialli storici in quantità industriale e in una collezione di periodi, l’uno più interessante dell’altro, ma poi li scrive tutti uguali, vaghi nell’ambientazione, piatti nei personaggi*, legnosi nei dialoghi e tutt’altro che al di sopra di errori ed anacronismi. E allora poco importa da quale volume abbia iniziato: mi sono ritrovata a leggere un singolo volume a caso di non una, non due e nemmeno tre, ma quattro serie di Marston, e non ho il minimo desiderio di vederne altri.

Ma quando invece mi capita di essere catturata, poco importa da dove ho iniziato: torno al principio e proseguo. Con risultati di varia natura, perché vado constatando che la redazione di una serie attraversa varie fasi, man mano che l’autore trova la sua voce, fa esperienza e poi comincia a stancarsi.

Così per esempio ho scoperto gli elisabettiani Carey Mysteries di P.F. Chisholm a partire dal quarto volume, sono tornata indietro, li ho adorati tutti e adesso, dopo avere finito il quinto, continuo a sperare che l’autrice ne scriva ancora un po’. E lo stesso è stato per i bellissimi gialli ottoman-ottocenteschi di Jason Goodwin.

Con le indagini di Abigail Adams di Barbara Hamilton, invece, ho cominciato dal secondo volume che ho trovato un po’ lento, ma ho apprezzato l’ambientazione nella Boston prerivoluzionaria abbastanza da fare un altro tentativo. E il primo volume si è rivelato molto più fresco ed efficace. Non sembra un gran buon segno, vero? Esiste un terzo volume, ma esito perché non so se credere a un lapse momentaneo o a una rapida disillusione. E per di più, mi par di capire che nel terzo giallo sia assente il mio personaggio prediletto, il Tenente Coldstone**.

E sì, considero la sparizione o mancanza di un personaggio particolare una questione di una certa rilevanza all’interno di una serie. Per dire, Fratello Cadfael (scoperto al terzo volume) mi piace molto, ma non riesco a trovarci troppo gusto quando manca Hugh Beringar, e lo stesso vale per Martin Wirthir nelle avventure di Owen Archer (iniziate dal secondo volume). Tornare indietro, in entrambi i casi, è stato di relativa soddisfazione: ho scoperto che non ero poi troppo interessata ai primordi in cui l’autrice non aveva ancora creato il sidekick adatto***.

Per Tancred a Dinant, il cavaliere normanno di James Aitcheson, è stata uan faccenda diversa. Il secondo volume mi è piaciuto tanto da indurmi a procurare il primo, salvo scoprire che trama, caratterizzazione e voce cigolavano sotto il peso dell’inesperienza del giovane autore. Inutile dire che, dato il miglioramento drastico, in questo caso sarò ben felice di veder comparire il terzo volume.

Sulle avventure navali di John Pearce, di David Donachie****, lettura recentissima, I’m of two minds. Premetto che avere cominciato dal nono volume non è stata la migliore delle idee, e forse non l’avrei fatto se non fosse stato per esigenze di redazione. Sia chiaro: la storia pregressa è gestita piuttosto bene, e il lettore non viene lasciato in dubbio su chi sia chi, chi voglia cosa e perché. Il problema è che questo nono episodio è più che altro una transizione, con il protagonista che chiude la missione precedente e si prepara per la successiva – e non è che succeda granché. E quel poco che succede ha l’aria di essere un po’ grautito… Dopodiché i personaggi sono davvero buoni, l’ambientazione accurata e vivida, i dialoghi efficaci, e i precedenti stuzzicano la mia curiosità. Sono alquanto tentata. Staremo a vedere, ma può darsi che ricominci.

E con questo non voglio dire che vada sempre così, perché ci sono serie come i gialli seicenteschi di Judith Rock e quelli di Nicola Upson con Josephine Tey per detective, o Sorcery&Cecelia, i fantasy Reggenza di Wrede e Stevermere – tutte serie che ho cominciato dal principio, dal volume 1, come la maggior parte della gente sensata… Upson probabilmente la abbandonerò, ma con le altre intendo continuare: buone fin dall’inizio e ancora niente delusioni.

La morale di tutto ciò? In primo luogo, si direbbe che quando sostengo di non leggere serie io menta. In secondo luogo, scrivere serie richiede una serie di competenze e astuzie distinte da quelle necessarie a scrivere un romanzo singolo, o anche una trilogia che racconta una storia compiuta.

Bisogna saper dosare i propri effetti e le proprie vicende su un numero non necessariamente prevedibile di volumi. Bisogna incuriosire il lettore senza spiazzarlo troppo. Bisogna dargli l’impressione di sapere dov’è (o non si fiderà abbastanza per comprare il prossimo volume) pur elargendogli il giusto tipo di sorprese al momento giusto (o si annoierà e non comprerà il prossimo volume). Bisogna architettare ogni volta un finale che sia soddisfacente e al tempo stesso tale da catapultare il lettore verso il volume successivo. Bisogna amministrare i loose threads, lasciarsi aperte abbastanza strade per il futuro e al tempo stesso non disperdersi e mantenere la storia generale sensata e coerente. Bisogna scegliere bene i propri personaggi – e badare a quando li si toglie di scena*****. Bisogna calibrare bene il passo. E bisogna essere certi di aver voglia di scrivere più o meno indefinitamente su un certo personaggio, mantenendolo attraente quanto basta. Può durare a lungo  – e allora si corre il rischio di annoiarcisi – o può durare poco, e allora immagino che sia dura abbandonare personaggio e ambientazione…

E bisognerebbe consentire al lettore di cominciare da qualsiasi parte, avendo l’impressione di leggere un libro che sta in piedi da solo e, al tempo stesso, di volerne sapere di più, molto di più…

Una volta a un seminario ho sentito un agente americano dire che in una serie, con ogni volume vendi il volume successivo. La mia impressione è che un buon singolo volume possa vendermi tutta la serie – ma il mio criterio fondamentale è questo: mi aspetto di leggere un romanzo, non una fetta di qualcosa di più grosso, senza inizio né fine, thank you very much.

E voi? Leggete serie? Vi lasciate catturare? E cominciate dal principio o fa lo stesso? Vi capita di entrare da una porta laterale – e poi restare? Che cosa vi fa adottare una serie? Che cosa ve la fa abbandonare?

 

 

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* Quanto detesto i suoi protagonisti bidimensionalmente ipercompetenti…

** Sì, un inglese. Un magistrato militare inglese. A me nelle storie coloniali tendono a piacere gli Inglesi. Fatemi causa.

*** Anche se in realtà, nel caso di Martin Wirthir forse la definizione di sidekick non è del tutto adatta. Nel secondo volume è più probabilmente un foil.

**** Che è poi Jack Ludlow, e anche Tom Connery.

***** Acida per via di Coldstone? Io? Non capisco come vi sia potuto venire in mente…

grilloleggente · scrittura · teorie

La Regola Del Curry

Leggevo un articolo su Writer’s Digest, tempo fa – tanto tempo fa che non ricordo più l’autore… Si parlava di dialogo, e si suggeriva di usare con misura le “meraviglie”. Per meraviglie intendendosi quella risposta perfetta e brillantissima, o quell’espressione favolosa, o quella battuta al vetriolo che caratterizzano tanto bene un personaggio. “Non più di una volta o due in un libro,” diceva l’innominato articolista, e ricordo di avere storto la bocca. Una volta o due? In tutto un libro? Che esagerazione!

Poi mi succede di leggere un volume (non il primo, per motivi vari) di una serie di gialli storici inglesi. Tutto è perfetto: ricostruzione storica da leccarsi i baffi, personaggi che balzano fuori dalla pagina, dialoghi brillanti, e se l’intreccio giallo scivola un po’ in secondo piano, fa lo stesso, tanto è buono il resto. Parlo dei misteri di Sir Robert Carey, di P.F. Chisholm, non tradotti in Italiano, ahimé, ma che valgono bene qualche sforzo per leggerli in originale – anzi, ho tanto idea che tradotti perderebbero parte del loro fascino… Perché il fascino in questione poggia largamente sulle incomprensioni culturali tra il granitico, lugubre, cinico e al tempo stesso ingenuo Sergente Dodd, strappato di mala voglia alla sua guarnigione sul turbolento confine con la Scozia, e i Londinesi di ogni estrazione sociale, dal Ciambellano della Regina ai monelli Cockney.

E’ una delizia assoluta seguire Dodd mentre si aggira perplesso e sospettoso per questa enorme, caotica e incomprensibile Londra, borbottando tra sé con l’accento quasi-scozzese del Berwickshire… A un certo punto, incontrando il giovane Shakespeare, Dodd commenta tra sé che è disposto “tae throw him a lot farther than he could trust him.”

Questo è uno di quei coloriti, meravigliosamente espressivi e un po’ nonsense modi idiomatici inglesi, e significa che Dodd non si fida di Shakespeare neanche un po’.

Il modo idiomatico originale (I can throw him farther than I can trust him*, oppure I’d trust him as far as I can throw him, oppure anche I wouldn’t trust him farther than I can throw him – vedete l’accesa discussione in proposito su questo forum), fa perno sulla difficoltà di scaraventare molto lontano un altro adulto, e su un altro modo idiomatico: “how far do you trust him?”, traducibile come “quanto di fidi di lui?”

Ecco, a questa domanda, a proposito di Shakespeare, Dodd risponderebbe “Not as far as I can throw him,” e – benché in tutta probabilità si tratti di un anacronismo – l’effetto è irresistibile. O almento, lo è stato la prima volta che me lo sono trovato davanti, perché era così inatteso e al tempo stesso così perfetto per il personaggio, e così adatto alla situazione… La seconda volta, pensato di nuovo da Dodd a proposito di altra gente, è suonato già meno naturale, perché è un modo idiomatico talmente inconsueto che la ripetizione si fa notare – e di conseguenza, quando noto la scrittura, sono trascinata fuori dalla storia.

Una terza volta non c’è – perché P.F. Chisholm conosce il suo mestiere e non si lascia trascinare dall’entusiasmo, ma sono certa che, se ci fosse stata, sarebbe stata irritante.

E dunque, chi l’avrebbe mai creduto, si direbbe che l’articolista di WD avesse ragione: anche per le particolarità del dialogo, vale la Regola del Curry. Più è piccante, meno se ne deve usare – o finirà per coprire tutti gli altri sapori.

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* Probabilmente sto esagerando, ma mi chiedo se non ci sia anche un gioco di parole tra trust e thrust, che, tra le altre cose, è un sinonimo di throw… Ad ogni modo, non riesco a individuare fonti attendibili sull’origine dell’espressione. Qualcuno sostiene che non possa avere più di cent’anni – ma sta talmente bene in bocca a Dodd che sono disposta a considerare il suo uso uno di quei rari casi di anacronismo perdonabile.