Ve l’ho detto che sono al mare? Be’, sono al mare.
E allora mi sembra sensato postare oggi il primo movimento della Sea Symphony di Ralph Vaughn-Williams – eseguita dalla Bournemouth Symphony Orchestra.
Ecco.
E buona domenica.
il Blog di Chiara Prezzavento
Ve l’ho detto che sono al mare? Be’, sono al mare.
E allora mi sembra sensato postare oggi il primo movimento della Sea Symphony di Ralph Vaughn-Williams – eseguita dalla Bournemouth Symphony Orchestra.
Ecco.
E buona domenica.
O Lettori, vado al mare.
Saranno vent’anni che non vado al mare, e ci sono poche cose al mondo che detesti come la vita di spiaggia, ma parecchi medici coalizzati sostengono che un po’ di mare mi farà bene, che migliorerà il rapporto dei miei bronchi con l’inverno – e altre amenità consimili.
E io non so se ci credo, ma mia madre sì e allora, per la pace famigliare, vado al mare.
Starò via fino al quindici, e mi porterò da scrivere e da leggere e i bastoncini da nordic walking. E niente internet.
Il che significa che, almeno in teoria, non dovrei esserci molto, nei prossimi giorni.
Ci saranno i post alla cadenza regolare, ma non sono affatto certa di rispondere ai commenti, e latiterò su Twitter e su Facebook…
A meno che non mi prenda una crisi d’astinenza e non mi cerchi un internet point. Ma fate conto che non ci sia fino al quindici.
E se tutto va bene, scriverò parecchio. Magari di fantasmi…
Ecco.
A presto, o Lettori.
Avviso ai naviganti: Libro Non Tradotto ahead.
Non avevo mai letto nulla di William Palmer, fino al giorno in cui mi è capitato fra le mani, a fini di HNR, il suo The Devil is White.
Ed è stata una sorpresa.
La storia comincia in Inghilterra, nel 1792, con un gruppo di entusiasti decisi a fondare la loro utopia coloniale su un’isola vicina alla costa occidentale dell’Africa.
Una società libera e democratica, senza schiavitù, basata sul duro lavoro, sul merito e sull’onesta interazione con le tribù della costa.
E sì, è vero, le tribù della costa praticano il commercio degli schiavi con lucroso entusiasmo – ma solo per mancanza di solida guida morale. L’esempio degli isolani liberi&felici e la conversione al Cristianesimo sono destinati a cambiare tutto…
E sì: ingenui fino a questo punto.
Almeno alcuni di loro.
Perché noi non tardiamo ad accorgerci che accanto agli idealisti in perfetta buona fede, come il Capitano Coupland, l’aristocratico poeta Caspar Jeavons e il Reverendo Tolchard, ci sono anche sogetti meno disinteressati, come il futuro governatore Sir George, più ansioso di gloria personale che di duro lavoro, o i Meares, in fuga dalla prigione per debiti…
E ci accorgiamo anche che tutti – candidi e profittatori alike – vanno alla ventura nella più superficiale delle maniere. Nessuno ha mai messo piede sull’isola, nessuno si preoccupa del perché i precedenti coloni portoghesi abbiano rinunciato dopo pochi anni, nessuno ha pensato di selezionare in qualche modo gli aspiranti isolani, nessuno si preoccupa della stagione delle piogge.
A pagina 7 sappiamo già che l’impresa è destinata al disastro. Ma i personaggi non lo sanno, e noi li seguiamo, con affascinato orrore, mentre precipitano. Leggiamo le lettere senza destinatario di Caspar, alternate alla voce onnisciente e a una manciata di altri punti di vista. E simpatizziamo viepiù con Mr. Knox, il disincantato mercante (di non si sa troppo bene cosa) che fa da interprete e balia a questi sconsiderati. E guardiamo i nodi venire al pettine, l’uno dopo l’altro. E ci domandiamo a quale punto idealismo e perseveranza diventino follia…
E il tutto in un linguaggio asciutto ed elegante e apparentemente distaccato persino nel descrivere la ferocia dell’isola nei confronti dei suoi would-be colonizzatori. Ma dietro l’eleganza, è l’incrociarsi dei punti di vista a costruire spessore e ironia drammatica.
E no, non è tradotto – né potrei giurare che lo sarà mai. Però è una storia crudele, intelligente, aguzza e scritta magnificamente, e vale del tutto la pena.
E ci avviamo alla fine…
E l’acqua e l’inchiostro luccicano e scintillano in molteplici maniere.
E risvolti impensati fioriscono – e si rivelano perfetti.
E sarei quasi tentata di allungare ulteriormente…
Ma non, non, non lo faccio.
Credo.
Sì.
Nel senso di no.
No non lo faccio, non no non credo.
Torno a scrivere, eh?
♫
Sono curioso di sapere come prendi il fatto che questa cosa prenda vita in modi non completamente controllabili, o forse del tutto incontrollabili. Sembra che tu la prenda bene,
scriveva A. in un commento a questo post in cui si parlava di Bibi & il Re degli Elefanti e si traevano conclusioni sul recente giro di repliche – e “questa cosa” era l’interpretazione registica dei miei plays.
E il commento mi ha dato da pensare. In effetti, come prendo il fatto che quel che si vede sul palcoscenico finisca quasi sempre con l’essere diverso da quel che avevo immaginato?
Come prendo il fatto che registi e attori afferrino le mie parole e le trascinino in direzioni inattese?
Come prendo questa cosa nuova che germoglia, tridimensionale e variopinta là dove prima c’erano soltanto parole sulla carta?
Ah, well…
Credo di voler cominciare citando Shaw che, nella prefazione alle Tre Commedie per Puritani, raccontava di avere tirato infiniti accidenti ai pur bravi regista e primattore di una fortunata produzione londinese de Il Discepolo del Diavolo, colpevoli di avere stravolto le sue intenzioni al punto di indurre il pubblico a credere che Dick Dudgeon fosse innamorato di Judith.
Da bambina, quando leggevo Shaw e, a chi mi chiedeva cosa intendessi fare da grande, rispondevo “la commediografa”, la consideravo una specie di cautionary tale, e mi immaginavo a tirare accidenti a registi e attori colpevoli di fraintendimento deliberato e grave…
Ma, a distanza di un quarto di secolo e dopo diversi plays prodotti, devo dichiararmi fortunata: nessuno ha mai stravolto nulla di mio in scena.
E nonostante questo, e nonostante abbia avuto la fortuna di lavorare sempre con registi bravissimi, se dicessi che è sempre facile, mentirei.
Perché non c’è nulla da fare: nello scrivere del teatro non si può fare a meno di metterlo in scena nel proprio teatro immaginario. Si elucubrano voci, movimenti, scene, luci, costumi e regia completa… E a lavoro finito, quando si consegna il tutto alla compagnia, quel che rimane è un’idea piuttosto precisa del tipo di vita che lo spettacolo dovrebbe assumere.
Solo che poi, nella maggior parte dei casi, non funziona così.
E voi non andate a vedere le prove, perché la regista preferisce non avere autori tra i piedi, e usa motivazioni diplomatiche tipo “non c’è, credimi, nulla di bello come la sorpresa la sera della prima.” Oppure “Voglio che tu veda lo spettacolo solo quando è completo.”
Solo che, ogni tanto, la regista stessa o l’uno o l’altro membro del cast si lasciano sfuggire un particolare…
Ed è diversissimo, ma diversissimo da qualsiasi cosa voi aveste immaginato – e siete così tentati di dirlo… ma in linea generale non lo fate.
A dire il vero, la prima volta non lo fate solo e soltanto perché non vi par vero di scrivere per questa gente, e non avete il coraggio di mettere becco… Però avete misgivings. Temete molto che non sarà come voi credete che dovrebbe essere.
Però poi…
Poi viene la sera della prima, e scoprite che la regista aveva ragione e voi avevate torto – e forse è un bene che non siate mai andati alle prove. Scoprite che il vostro mestiere è fornire la storia, le parole, e soprattutto le occasioni perché gli attori possano comportarsi in modo significativo. Il comportamento significativo, i colori e la magia in generale sono affare della compagnia.
Sono loro a portare in vita quel che avete scritto – e che diamine! Loro lo fanno da decenni, hanno le idee chiare su che cosa produrrà quali effetti sul pubblico. Sanno come cavare il meglio teatrale da quello che avete scritto. Sanno come tradurre in tre dimensioni il vostro linguaggio.
Lo sanno così bene che quello che hanno fatto finisce col prendere completamente il posto di quello che avevate immaginato.
Sul serio: mi ricordo a malapena il Bogus-ombra, serioso e un po’ solenne, che avevo immaginato scrivendo Bibi. E dapprincipio ero davvero perplessa nello scoprire che il mio impalpabile elefante sarebbe stato un attore in scena, con un costume di panno e la proboscide… E invece è perfetto, e il play ha tutto da guadagnare dal Bogus buffo e tenero e concreto, perché il mio era l’elefante immaginario visto da un’adulta – ma in scena è andato il compagno immaginario di una bambina. Infinitamente più teatrale ed efficace.
Magnifico, no?
E molto istruttivo. E appagante – non avete idea di quanto.
E così, credo che alla fin fine la risposta sia questa, A.
La prendo con qualche trepidazione ogni volta, perché si tratta di lasciare ad altri il compito di soffiare nelle narici delle mie statuine d’argilla. E la prendo con infinito entusiasmo, perché – per quanto mi piaccia scrivere romanzi – credo che nulla batta l’aprirsi del sipario e il veder succedere quello che si è creato.
Se mai opera nacque sotto i migliori auspici, probabilmente fu l’Alzira. 
Insomma, il San Carlo di Napoli era un teatro difficile da accontentare. Venirci chiamati – come capitò a Verdi nel ’44, e vedersi offrire la collaborazione con un principe dei librettisti come l’esperto, celebre e notevole Salvadore Cammarano, era un’opportunità non da poco.
Verdi accettò di slancio e diede a Cammarano carta bianca – bianchissima: qualsiasi cosa il librettista avesse in mente, lui l’avrebbe musicata con entusiasmo.
E Cammarano aveva in mente Voltaire. Ma non un Voltaire qualunque: Alzire, Ou Les Américains – tragediona in cinque atti con gli Incas e i Conquistadores, il Buon Selvaggio e il Cristianesimo, l’Amore e la Vendetta – tutto in maiuscole. E, giusto per non farsi mancare nulla, il tutto si svolgeva in Perù! Che si poteva volere di più in fatto di esotismo?
Per un po’, Verdi e Cammarano si danzarono intorno in reciproco entusiasmo come due uccelli-lira nella stagione del corteggiamento, sotto lo sguardo benevolo di Vincenzo Flauto, impresario del San Carlo. Poi…
Be’, poi cominciarono i guai.
Cammarano si rivelò verseggiatore lento.
Verdi si ammalò.
L’Eugenia Tadolini, il supersoprano su cui Verdi aveva messo gli occhi per il ruolo eponimo, si rivelò incinta.
Di Anna Bishop, la possibile Alzira inglese caldeggiata da Flauto, Verdi non voleva nemmeno sentir parlare.
Cammarano diceva sempre di sì a tutte le modifiche richieste da Verdi – e poi faceva sempre di testa sua.
Verdi seguitava in cattiva salute.
Flauto cominciò a credere (forse non del tutto a torto) che Verdi stesse tergiversando.
Il libretto dopo tutto era molto meno meraviglioso di quanto fosse parso in un primo momento.
Anna Bishop sobillò melomani e stampa contro il compositore forestiero…
Alla fine fine, tanto si procrastinò che la Tadolini rientrò in servizio e Verdi, col libretto finalmente completo, si mise al lavoro. Leggenda vuole che musicasse tutto quanto in venti giorni – per poi precipitarsi a Napoli per le prove. 
Con Flauto seccato, la Tadolini convalescente, Verdi convalescente e seccato, Cammarano freddino, la città ostile e la Bishop che soffiava sul fuoco, potete immaginare che il clima non fosse dei migliori.
E per di più il libretto era… yes, well.
Ma vediamo.
Per cominciare, immaginatevi una vasta pianura, irrigata dal Rima: l’oriente è ingombro di maestose nubi, imporporate dai raggi del sole nascente. Quando il sipario si apre sul prologo, una tribù di Americani è intenta a pregustare in coro le brutte cose da farsi al prigioniero spagnolo – nientemeno che il vecchio e canuto governatore del Perù.
E vi riporto, perché ne vale la pena…
Muoja, muoja coverto d’insulti,
I martiri sien crudi, ma lenti,
(Con accento ferocissimo)
Strappi ad esso codardi singulti
Il tormento di mille tormenti. –
O fratelli, caduti pugnando,
Dalle tombe sorgete ululando…
L’inno insieme del trionfo s’intuoni,
Mentr’ei sparge l’estremo respir.
Ecco, appunto. Ma mentre già levano dardi (!), picche e tizzi ardenti per grigliare Don Alvaro, piomba tra loro in canòa il tenore – accolto con gran gioia da tutti senza che, cosa rilevante, nessuno lo chiami per nome.
A dimostrazione del fatto che non è poi così selvaggio, il giovanotto fa grazia a Don Alvaro e lo rimanda per la sua strada. Solo a questo punto si rivela essere il capo locale Zamoro, che tutti credevano morto, e ci racconta come a) le voci sulla sua morte fossero decisamente premature; b) non abbia altra brama al mondo se non quella di vendicarsi di Gusmano, figlio di Don Alvaro; c) sia ansioso di riunirsi alla sua bella Alzira.
Ah, ma il fatto si è che Alzira, insieme al babbo capo Ataliba, è prigioniera degli Spagnoli a Lima… Ebbene, ragione di più per raccogliersi attorno tutte le tribù furibonde, marciare su Lima e dare agli Spagnoli quel che spetta loro, giusto? E così, galvanizzati dalla prospettiva, i nostri Americani si avviano tumultuosi, agitando all’aura vivamente e dardi, e clavi, ed aste.
Sipario – e Atto Primo, che, alla maniera di Cammarano, ha un suo titolo: Vita per vita.
Siamo a Lima, adesso, dove è appena arrivata una nave recante dispaccio reale.
Alvaro comunica a soldati, ufficiali e popolo che Madrid gli ha concesso il sospirato pensionamento. Il nuovo governatore è suo figlio Gusmano – che è, badate bene, baritono.
E Gusmano comincia il suo governatorato stringendo la pace con Ataliba, re Inca – pace da suggellarsi con il matrimonio tra Gusmano stesso e Alzira, la bella figlia di Ataliba.
Ataliba chiede un po’ di tempo: Zamoro, il precedente fidanzato della fanciulla, è morto in battaglia e lei è ancora un tantino scossa… Gusmano capisce, ma è innamorato e non ha nessuna particolare voglia di aspettare. Vorrebbe, per favore, Ataliba esercitare la sua autorità paterna?
Perché insomma, va bene essere capitani vittoriosi, va bene essere governatori del Perù – ma senza il cor d’Alzira/un mondo è poco a lui…
Ataliba vorrebbe, e tutto il coro spagnolo simpatizza.
Chi non vorrebbe affatto è Alzira che, dicono le sue donzelle americane, di giorno e di notte, nel sonno e nella veglia, non fa altro che invocare Zamoro – che, ricordatevi, crede morto. E qui a noi balza vagamente l’idea che Alzira sia una tremenda rompiscatole, ma fingiamo di nulla e stiamo ad ascoltarla mentre si sveglia, racconta di avere sognato un’altra volta il defunto Zamoro, cui intende essere fedele, morte o non morte.
Per cui, quando Ataliba arriva e le comunica che non c’è più trippa per gatti ed è gioco forza sposare Gusmano, la fanciulla non è per nulla contenta. Ma come, e Zamoro?
Ataliba le fa notare che: 1) Zamoro è, you know, morto; 2) solo sposando Gusmano può restituire la pace al suo popolo; 3) poteva andarle peggio, visto che Gusmano è sinceramente innamorato di lei; 4) e comunque glielo ordina suo padre: poche storie e agl’imenei si proceda.
E mentre Alzira fa sopraneschi propositi di morte, l’ancella Zuma le annuncia che… Be’, di fatto le annuncia che secondo una sentinella c’è un Americano che chiede udienza – ma qui siamo all’opera, per cui Zuma dice che:
Alcun fra loro, cui vegliar le porte
S’ingiunge, annunzia che venirne implora
Un de’ nostri al tuo piede.
Chi fia? E indovinate un po’?
Ma Zamoro, naturalmente – che dapprima Alzira scambia per un fantasma. Ma no, è lui in carne, ossa e sete di vendetta, per non parlare di un’ombra di sospettosa indignazione: ma come, davvero è pronta a sposare uno Spagnolo? Quello specifico Spagnolo fra tutti? Alzira, con notevole sottigliezza, risponde che non era pronta affatto: doveva farlo e basta. Al che Zamoro si scioglie, e i due cinguettano un diluvio di teneri e appassionati emistichi…
…Fino all’ingresso di Gusmano con Ataliba e coro al seguito!
Gusmano, non incomprensibilmente, non è colmo di letizia nello scoprire che Zamoro è ancora vivo, e lo condanna a morte.
Alzira strilla, Ataliba è perplesso, il coro si divide in pro e contro e, nel mezzo del pandemonio, entra Alvaro, che riconosce in Zamoro il nobile selvaggio che gli ha salvato la vita nel prologo.
Segue confusione: incalzato da Alzira, Ataliba e parte del coro, Alvaro supplica il figlio di essere clemente; Zamoro pensa di migliorare la sua situazione insultando Gusmano; il resto del coro chiede misure drastiche; Gusmano comincia inflessibile, poi è scosso quando il babbo gli s’inginocchia davanti, poi spiega di non poter cedere perché c’è di mezzo Alzira…
Ma all’improvviso, odesi un murmure lontano. Vi eravate dimenticati delle tribù furibonde, vero? Be’, eccole qui, le tribù furibondo, che vengono a riprendersi Zamoro, Alzira, Ataliba e, già che ci sono, Lima tutta e il maggior numero possibile di teste spagnole.
Questo sì che decide Gusmano – e, badate bene, non perché speri di placare gli attacanti. Scosso dalle preci del genitore, punto sul punto d’onore e ansioso di battaglia, rimanda Zamoro da dove è venuto (vita per vita!), con la promessa d’incontrarlo sul campo.
Il coro accoglie variamente la prospettiva di altro spargimento di sangue, Gusmano e i suoi escono da una parte, Zamoro dall’altra e Alzira, trattenuta dal padre e dalle donzelle americane, vaneggia di scudi umani.
Sipario.
L’Atto Secondo, che s’intitola La vendetta di un selvaggio, si apre sull’inequivocabile costatazione che gli Spagnoli sono più tosti degli autoctoni. Gli autoctoni le hanno prese di santa ragione (again), Zamoro è prigioniero (again) e Gusmano si appresta a firmare la sua condanna a morte (again). Arriva Alzira a supplicare la grazia per Zamoro (again), con il ricattatorio argomento che, se muore lui, muore anche lei.
Ma in fatto di ricatti, anche Guzmano non scherza: non c’è nessun bisogno che Zamoro muoia. Basta che Alzira ceda e il selvaggio è salvo.
Contro-contro-ricatto: ma non capisce Gusmano che tradire il suo giuramento ucciderebbe Alzira non meno della morte di Zamoro?
Ed è qui che Gusmano scopre il bluff di Alzira: sì, tutto molto poetico, ma la scelta resta tra le nozze e l’esecuzione.
E che deve fare un povero soprano? Alzira cede e Gusmano, nel suo entusiasmo, convoca il suo SIC per impartirgli queste affascinanti istruzioni:
Il pronubo
Rito solenne appresta…
E sia di tede innumeri
Splendente la città…
E quello corre. E Alzira si lancia nei consueti propositi di morte a’ pie’ dell’ara – cosa che potrebbe allarmare un nonnulla Gusmano, se non fosse troppo occupato a effondere sulla sua immensa gioia e sulla natura del suo amore…
Butta male, non pare anche a voi?
Ma spostiamoci per un momento in un’orrida caverna. Non potevamo assolutamente farci mancare un’orrida caverna. E in questa specifica orrida caverna si riuniscono i rimasugli della malconcia orda peruviana, a lamentare la batosta e a rallegrarsi della marginale consolazione di essere riusciti a liberare Zamoro corrompendo i suoi custodi.
Ed eccolo, Zamoro, cui secca maledettamente di essere
stato sconfitto da Gusmano, e non è ancor nulla. Quando i suoi gli fanno notare le luci di Lima in lontananza e gli svelano le nozze imminenti, Zamoro perde la testa, maledice la fedifraga (again), giura vendetta e allarma i suoi correndo via nell’intento di imbucarsi al matrimonio – e non per scroccare i canapé.
Torniamo a Lima anche noi, e troviamo Gusmano che gongola, Alzira che si strugge e il coro che fa quel che i cori sono pagati per fare almeno una volta in ogni opera: compiacersi di un imene.
Ma proprio mentre Gusmano tende la destra alla sua riluttante e lacrimosa sposina, ecco Zamoro che, con balzo felino, esce di tra le quinte e pugnala lo sposo. A morte.
Orrore! Orror!!
Le sezioni armate del coro inorridito si avventano sull’omicida – ma aspettate… Colpo di scena! Con l’equivalente operistico di una conversione a U, Gusmano ferma tutti. Se non dispiace a nessuno, lui, che selvaggio non è, preferirebbe perdonare l’accoltellatore selvaggissimo e adoratore di dei crudeli.
Sensazione.
Il coro è perso in lacrimosa ammirazione. Zamoro è attonito (e forse anche un po’ seccato: che figura si fa a pugnalare un uomo che ti perdona?). Alzira, folgorata da tanta generosità, si converte all’istante. Don Alvaro è distrutto.
Gusmano non fa le cose a mezzo: ricongiunge i due innamorati, ingiunge loro di vivere felici e scagiona Alzira da qualunque intento matrimoniale. Sta a vedere che dopo tutto l’aveva ascoltata più di quanto sembrasse?
Il coro tutto è ammirato e commosso.
Gusmano barcolla, cade fra le braccia del padre, gli chiede e ottiene una benedizione in extremis e manda l’estremo anelito per la disperazione del povero Don Alvaro e la commozione generale.
Spirò!…
commentano utilmente Gli Altri – caso mai il particolare ci fosse sfuggito.
Doppio accordo conclusivo regolamentare. Sipario.
E siamo alle solite, vero? Che un baritono possa vivere felice e/o amare ricambiato è proibito dalle leggi del Fato Operistico. Figurarsi. Oh well.*
Ad ogni modo, quando alla fine andò in scena nell’agosto del ’45, l’Alzira non piacque. Il pubblico la trovò cortina, frettolosa, bruttarella di musica e parole…
La prima fu accolta freddamente, le tre repliche furono fischiate. Peggio ancora andarono le riprese di Roma e Milano. Dopo avere difeso senza troppa convinzione il suo lavoro per un po’, Verdi stesso giunse alla celebre conclusione che l’Alzira fosse proprio brutta.
Quanto questo giudizio del suo stesso autore abbia pesato sulla fortuna successiva di questa escursione peruviana, è difficile a dirsi. Di certo, quasi nessuno la mette in scena – e che vi devo dire? Di solito, se un’opera non viene rappresentata per decenni e decenni e decenni… be’, un motivo c’è.
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* E sì: ho un debole per i baritoni. So sue me. E vi avverto: rants come questo – e peggiori di questo – ne leggerete ancora.
“Guarda The Ghost Ship,” mi dice L.
E all’idea di una nave fantasma… “Mine!” strilla il mio gabbiano interiore*.
Solo che poi seguo le mollichine, rintraccio il film** e scopro che si tratta di un film in bianco & nero del 1943, diretto da Mark Robson, nonché “un thriller psicologico con elementi horror.” E che il produttore è Val Lewton, specialista di zombie e altre amenità consimili…
Ok, macchine indietro tutta.
“Come, come, come puoi pensare che io guardi un film con elementi horror?” mi lagno con L.
L. leva gli occhi al cielo. Credo forse, anatra*** che non sono altro, che horror significhi squartamenti, urla e raccapriccio generale?
E che volete che vi dica? Io sì. È proprio questo che credo…
“Guarda The Ghost Ship,” ripete allora L., con tono oracolare e l’aria generale di qualcuno la cui pazienza sia messa a dura prova.
Così guardo The Ghost Ship, e scopro che credevo malissimo, che L. ha ragione e che non c’è affatto bisogno di sangue a fiumi per generare “senso di sbigottimento generato dalle tenebre, dall’oscurità.”
E anzi, qui di sangue non se ne vede una goccia, ma ogni inquadratura, ogni battuta di dialogo, ogni gioco di luce e ombra grondano tensione, minaccia – e la sgradevole sensazione che non tutto sia così roseo come il povero Tom crede all’inizio…
Da vedere – non foss’altro che per ridefinire frettolose categorie di genere.
E buona domenica.
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* Gabbiano che, sia ben chiaro, non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con Jonathan Livingstone. È come i gabbiani di Nemo, avete presente? O se preferite, è una gazza interiore, che vede gli oggetti luccicanti e ci si tuffa.
** Originariamente su Internet Archive, che però in questi giorni non mi vuole bene, perché non ce lo ritrovo più…
*** Post ad elevata densità ornitologica.
Dunque, non è per prenderla alla lontana, ma da un po’ di tempo volevo postare su un vago ricordo: la recensione, letta chissà quando, di un catalogo ragionato di libri immaginari. Non ricordo il titolo, non ricordo l’autore, figurarsi se ricordo l’edizione… però ricordo che uno dei libri elencati nel catalogo era la supposta storia di un ordine di clausura i cui membri non parlavano proprio mai, limitandosi a comunicare con un insieme di schiocchi di labbra, moti della glottide e borborigmi, che nei secoli si erano sviluppati in qualcosa di comparabile a una lingua.
Naturalmente, la simil-lingua era immaginaria, l’ordine era immaginario, why, il libro stesso era immaginario, come tutti quelli contenuti nel “catalogo”… e assolutamente affascinante. Sarà perché l’idea di libri che non esistono mi intriga da matti, sarà perché è una cosa che faccio per gioco fin da bambina*, qualche che sia il motivo, la faccenda mi è rimasta impressa in mente.
E facendo una ricerchina in rete, non ho ritrovato quello che cercavo, ma mi sono imbattuta nel sito di Paolo Albani** che contiene un sacco di cose deliziosamente bizzarre – compresa una storia dei cataloghi immaginari. Perché si tratta di un genere antico, la cui nascita risale al XVI Secolo.
Il babbo e nume ispiratore del genere è Rabélais, con l’elenco dei libri dell’Abbazia di San Vittore nel Gargantua et Pantagruel. Considerando autore ed opera, non avrete difficoltà ad immaginare. E in effetti, il primo Catalogum Catalogorum durabile et perpetuo, che esce a stampa nel 1590, è opera di un traduttore tedesco di Rabélais****, che riprende in pieno il tono del suo modello: quello di uno sberleffo alla pedanteria della cultura contemporanea.
Questo è lo spirito con cui il genere viene coltivato per tutto il XVII e XVIII Secolo, da vari autori tedeschi, francesi, italiani e inglesi (tra cui persino John Donne): ci si fa gioco del sussiego che circonda la gestione della cultura giuridica, scientifica e – divertimento più rischioso – teologica, parodiando titoli esistenti o inventandone di sana pianta, come un trattato che dimostra come il 66 e il 99 siano uguali se si rovescia il foglio, una proposta per l’abbreviazione del Paternoster attribuito a Lutero, o un manoscritto groenlandese sulla febbre quartana delle balene.
Dal XIX Secolo, a quanto pare, la produzione di questi cataloghi comincia ad assumere il carattere di beffa vera e propria, come l’annuncio della vendita all’asta della biblioteca di esemplari unici del defunto conte di Fortsas, recapitata a librerie antiquarie, biblioteche e collezionisti di Francia e Belgio nel 1840. Ci fu chi gridò al millantatore, affermando di possedere a sua volta esemplari dei supposti “unici”, ci fu chi chiese al Ministero dei Lavori Pubblici un credito per l’acquisto di alcuni volumi, ci fu una famiglia aristocratica che prese contatti per acquistare discretamente le scandalose memorie di un avo donnaiolo, ci furono richieste di trattative private… E a quel punto, sconcertati dalle reazioni, gli ideatori della beffa, il presidente della Società Bibliofila Belga***** e i suoi sodali, misero fine alla faccenda con tatto e discrezione, dichiarando che l’asta non poteva tenersi, perché la città natale del conte aveva acquistato tutto quanto in blocco.
Cito ancora, più tardi, un catalogo francese del 1910 che, ai titoli immaginari, affiancava indicazioni sullo stato e le caratteristiche del volume, in questo spirito: Abelardo, scompleto – tagliato; Fenimore Cooper, L’Ultimo dei Mohicani, pelle rossa; Beaumont, Il bel Colonnello, perfettamente conservato, e via dicendo. Anche questo fu stampato come un catalogo d’asta, ma suppongo che il tenore delle indicazioni accessorie fosse un dead give-away.
Nel 1928, un Americano pubblica il catalogo di una supposta biblioteca del XVII Secolo, contenente titoli come un trattato di Magia Naturalis dedicato alla fabbricazione dei pipistrelli, e riceve richieste di informazioni e addirittura cifre in acconto… e questo lo cito a dimostrazione del fatto che i bibliofili possono abboccare a bizzarre esche, alle volte.
In realtà non esistono soltanto i cataloghi: potrei citare autori come Solber o Kostova, che corredano la loro storia immaginaria/alternativa/con elementi fantastici di elaborate bibliografie immaginarie. O, un passo oltre, Rodney Bolt, con la sua biografia immaginaria di Shakespeare/Marlowe, che mette in parodia le teorie neomarloviane e cita un misto di fonti reali e fasulle. Tutti libri assolutamente brillanti. Un caso meno innocente, magari, è quello di William Henry Ireland – che all’inizio del XIX Secolo cominciò col voler impressionare suo padre, e finì col produrre nientemeno che una falsa tragedia shakespeariana. Sembrava il ritrovamento del secolo… solo che non lo era.
Ma Ireland era probabilmente squilibrato, e la sua era una truffa. Niente a che vedere con quel gioco letterario che consiste nell’inventare libri inesistenti per parodia, per beffa o per il puro gusto dell’invenzione.
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* Ebbene sì, lo confesso: possiedo elenchi su elenchi di titoli immaginari. Per lo più riguardano la storia, la letteratura, le leggi, la flora&fauna et caetera similia dei miei stati immaginari.
** Ricordate l’OuLiPO? Ecco, Albani è un esponente della parente OpLePo.
*** A quanto pare, i traduttori di Rabélais sono sempre gente notevolmente eccentrica. Tipo Sir Thomas, per capirci.
**** Maggiore dell’Esercito belga in pensione. E poi dicono che i militari non hanno sense of humour.
Caspiterina Poffarbacco*, ma vi par possibile che sia già passato un anno da quando parlavamo di letture estive?
Direi che è tempo di ripetere il giochino. Estate, remember? Gaie avventure storiche d’altri tempi, pittoresche e improbabili come un film in technicolor…
Allora, vediamo un po’.
Cominciamo con un po’ di marinerie. James Fenimore Cooper.
“Quello dei Mohicani?” mi par di udire dimandato in coro.
Sì, o Lettori. Quello dei Mohicani – ma non solo. Perché JFC è anche – e con più rilevanza, se lo chiedete a me – il creatore del Sea Novel sul lato americano della Tinozza. Americano, di buona famiglia, arruolato a forza nella Royal Navy per qualche mese, poi ufficiale di Marina in America, Cooper cominciò a scrivere romanzi a trent’anni per scommessa con la moglie – e non si fermò più. Mohicani a parte, scrisse un sacco di storie di mare e un certo numero di romanzi storici – tra cui la cosiddetta “Eur
opean Trilogy”, tre romanzi ambientati rispettivamente a Venezia, in Germania e in Francia, concepiti durante il Grand Tour.
E mi piacerebbe dirvi che si trova granché in Italiano, ma indovinate un po’? Mentirei. In realtà ogni tanto qualcuno ripubblica i dannatissimi Mohicani come libri per ragazzi, ma il resto si legge in originale.
Il Project Gutenberg ha un bel po’ di robetta qui, compresi The Spy (Guerra d’Indipendenza Americana), Ned Myers (mare), The Red Rover (pirati), The Water-Witch (mare), The Bravo (Venezia) e altre cose dai titoli pittoreschi.
Poi c’è John Masefield, sottufficiale di marina mercantile per pochissimo tempo, vagabondo, giornalista, poet laureate of England, romanziere storico e poeta marinaro. Ne
avevamo già parlato, a dire il vero, e se seguite il link trovate un link** alle sue Salt-Water Ballads – un equivalente marinaro delle Barrack-Room Ballads di Kipling. In originale, sia chiaro: di traduzioni, nemmeno a parlarne. In fatto di prosa, invece, potreste provare con On the Spanish Main oppure Captain Margaret o i racconti di The Mainsail Haul. I racconti li trovate qui su Internet Archive, insieme a una certa quantità di teatro e poesie [E proprio mentre inserivo gaiamente link, IA è entrato in maintenance. Che carino. Tornerò a sistemare, giuro…] Di Masefield mi si raccomandano in particolare altri due romanzi: Dead Ned e Ned alive and kicking. Sto ancora aspettando la mia copia del primo – PosteItaliane permettendo… vi farò sapere.
Per terzo, parlando di Poste&Telegrafi, c’è Samuel Shellabarger, accademico di Princeton (e anche Harvard e Yale, a dire il vero), che pubblicava avventurone storiche sotto pseudonimo – quelle cose in cui succede davvero di tutto. Essendo più recente degli altri, i suoi lavori non sono ancora di pubblico dominio, e quindi bisogna procurarseli su Amazon – dove di solito si trovano per una manciata di centesimi. Si può provare con i conquistadores di Captain from Castile, il Rinascimento di Prince of Foxes, il Cinquecento francese di The King’s Cavalier o il Settecento veneziano di Lord Vanity. E sapete che cosa? Qualche traduzione c’è, ma nessuna è più recente del 1969. Si trovano in una manciatina di biblioteche – e sennò ci sono sempre le bancarelle dei libri usati.
“Ma in Italiano proprio nulla, o Clarina?” mi par di udire. “Nulla che sia stato pensato e scritto in Italiano?”
E allora faccio qualcosa che non avrei mai creduto di fare… Ma d’altra parte questa è un’estate di cose che non avrei mai creduto di fare (figuratevi che, per la prima volta in venticinque anni, vado al mare per una settimana!) e allora, che diamine: vi aggiungo un link salgariano. Qui trovate… be’, non so se proprio tutto, ma parecchio senz’altro. Il che significa che, invece di essere limitati a Sandokan e ai Corsari multicolori, potete trovare cose più eterodosse – come Le figlie dei faraoni, o Cartagine in fiamme, o i fantasmi marinare de le Novelle di Mastro Catrame – o persino la fantascienza più che un tantino distopica de Le Meraviglie del Duemila.
Ecco qui.
E non è che vi consigli di passare tutta l’estate con questa lista – ma un paio… perché no? Sono letture di un pomeriggio o di una serata afosa. Senza impegno e senza pensieri. Letture che sono, di per sé, una piccola vacanza.
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* Ultimamente dicevo, mi si dice, “caspiterina” abbastanza spesso. Mi si è chiesto se sapevo che, dicendolo, citavo il Piccolo Lord Fauntleroy. Ho smesso al volo.
** Link come scatole cinesi… Oggi non ci facciamo mancare nulla.
Ricordate Gaetano Merelli, il direttore della Scala? Era da dopo il successone dei Lombardi che sollecitava Verdi a scrivergli qualcosa d’altro – e Verdi nicchiava.
Però nel 1844 il compositore riallacciò il sodalizio con Solera, invitandolo a scegliere un soggetto per Merelli. E Solera scelse Giovanna – o meglio, per dirla con Schiller, Die Jungfrau von Orléans. Verdi, a dire il vero, non fu travolto dalla letizia. Tra l’altro, c’erano già un paio di opere tratte dal dramma tedesco, e anche un balletto del solito Viganò, ma tutto sommato non voleva dire granché. Anche perché Solera non aveva intenzione di essere terribilmente fedele a Schiller.
Per dire, al grido di semplifichiamo, semplifichiamo, il librettista sfrondò due dei personaggi principali: il cavaliere inglese Lionel, di cui la Giovanna schilleriana s’innamora fatalmente, e la bella Agnes Sorel, amante del Delfino e poi re. Il che, lo capite bene, lasciava ben poche alternative per l’obbigatoria storia d’amore tenore/soprano…
Ebbene sì: Giovanna e il Re, che qui è già incoronato.
E sì, lo so – ma non era come se Schiller per primo fosse storicamente attendibile, giusto? E poi, francamente, chi è che va all’opera per il rigore storico? Per cui non formalizziamoci e vediamo un po’…
Il Prologo (ebbene sì, abbiamo un prologo) comincia a Dom-Remy*, con ufficiali e borghigiani che si lagnano dell’andamento della guerra. Quegli accidenti d’Inglesi vincono e vincono e vincono, e persino Orléans è sul punto di cadere. Entra il re Carlo VII e, dopo che il popolo s’è brevemente commosso sulla sua combinazione di bellezza, giovinezza e sfortunaccia nera, annuncia un’abdicazione sacrificale. Se l’è sognato, dice. Ma in realtà quel che si è sognato è un’immagine della Madonna in un bosco…
Oh, Sire – ma è qui nei dintorni! esclama il coro. È un postaccio infestato da streghe e diavoli, ma c’è. E sarà anche un postaccio, ma è là che Carlo, con uno di quei salti logici che solo all’opera, decide di dover andare a rimettere la sua corona nelle mani di Dio. Oh, e degli Inglesi, of course.
E noi lo precediamo nel postaccio boschivo e tempestoso dove, in effetti, c’è una cappellina. E ci sono anche – ciascuno per conto proprio – il canuto pastore Giacomo e sua figlia, la contadinella Giovanna. Questi due sono uno più pio dell’altro. Lei non trova altro luogo sacro per venire a pregare che il Cielo le conceda di salvare in qualche modo la Francia, e lui l’ha seguita per vedere se, come teme, la figliuola è una strega, un’indemoniata o qualche altra cosa poco raccomandabile.
Quando Giovanna si addormenta arriva Carlo e, senza accorgersi di padre nascosto e figlia ronfante, si mette in preghiera. E arriva anche un coro demoniaco che, a tempo di valzerino, tenta la Giovanna con una collezione di immortali versi che in parte vi riporto:
Quando agli anta
L’ora canta
Pur ti vanta
Di virtù
Tu sei bella,
Tu sei bella!
Pazzerella
Che fai tu?
E a questo punto è molto, molto chiaro che Solera non era in vena… Per fortuna a interrompere gli spiriti malvagi** intervengono gli spiriti celesti** che svegliano la ragazza con la notizia che i non meglio precisati “celesti” hanno deciso di darle retta – a patto, badate bene, che s’impegni a tenere il cuore ben chiuso a ogni affetto terreno…
E Giovanna si sveglia, afferra elmo e spada che Carlo aveva deposto per pregare e, da contadinella, eccola trasformata in eroina!
Carlo è folgorato – e non solo dall’impeto guerriero di Giovanna. I due se ne escono mano nella mano per andare a dare agl’Inglesi quel che spetta loro… e Giacomo? Vi eravate dimenticati di Giacomo, vero? E invece il padre sospettoso era nascosto in un angolo e ha visto e sentito tutto. O almeno, non deve aver sentito granché dell’estasi mistico-patriottica della figlia, ma in compenso ha visto abbastanza da decidere che Giovanna ha venduto l’anima al diavolo per amore del re… orrore, orror!
Sipario – e Atto Primo
Siamo nei dintorni di Rems*, e gl’Inglesi sono ammaccati e abbacchiati. Hanno perso Orleàno* e, in generale, le hanno prese di santa ragione da quando i mangiarane Francesi sono comandati dalla diavolessa.
Ed ecco Giacomo. Il suo crine è scomposto, i suoi atti dimostrano il disordine della mente. Voi che fareste se un nemico scarmigliato e squadrellato si presentasse al vostro campo promettendovi la consegna della diavolessa da cucinare come preferite – a patto di lasciarlo combattere con voi? Dubitereste, giusto? Ma qui siamo all’opera e agli Inglesi non par vero.
Le tue ciglia gemon pianto,
osservano gli isolani, al che Giacomo ammette che la diavolessa è un tantino sua figlia. Però poi sforna questa ineffabile variazione sul tema carne debole e spirito pronto:
Languido è il fral, ma l’anima
Maggiore è d’ogni duol!
Comprensibilmente folgorati gli Inglesi lo prendono con sé. 
Nel frattempo a Rems* Giovanna non ne può più di guerra e dell’adorazione generale e cieca. Ha vinto, giusto? E allora può tornarsene a casa dal babbo e dalle sue pecorelle. Chi non vuol sentirne parlare è Carlo, che la farebbe tanto volentieri sua regina… Giovanna, sia detto a suo credito, resiste per trentuno versi. Ma che vogliamo fare? è un soprano e si sa come va a finire; al trentaduesimo verso cede e subito gli spiriti eterei si manifestano per ricordarle che aveva giurato: niente affetti terreni!
Ops…
E a questo punto non ci mancava altro che il popolo festante – perché vorrebbero, per favore, Carlo e la Pulzella, recarsi al tempio** per l’incoronazione***? Giovanna a dire il vero vorrebbe tanto essere morta in battaglia, ma Carlo che non ha sentito gli spiriti celesti e non capisce il motivo di tanto scombussolamento, la ricopre di futili rassicurazioni e profferte d’amore, e se la trascina via.
E non vi fate un’idea di come gongolano gli spiriti malvagi e stornellatori!
Atto Secondo
Davanti al tempio tutto è letizia ed esultanza – con l’eccezione di Giacomo, che chiaramente cammina avanti e indietro tra il campo inglese e quello francese senza l’ombra di un impiccio. Ma d’altra parte, chi si azzarderebbe a fermare un uomo che viene per detergere tutte le sue fibre di padre e diventare fulmine del Signor crucciato?
Cosicché, quando Giovanna esce dal tempio, cercando invano di sfuggire al re e al popolo che vogliono farla santa subito, il vecchio è pronto per far scoppiare la sua bomba: altro che santa, la mia sciagurata figlia è una strega venduta al diavolo per un non meglio precisato amore terreno****…
Orrore, orror!
Carlo protesta, con singolare logica ed efficacia, che Giovanna è troppo bella per essere una strega. Il popolo chiede prontamente la sua testa. E Giacomo è molto scosso, ma tiene duro perché, scopriamo, un bel rogo è l’unica cosa che può ancora salvare l’anima della sacrilega ragazza.
E Giovanna? Giovanna sacrilega ci si sente, visto che ha contravvenuto alle istruzioni celesti innamorandosi del re, per cui non solo non si difende, ma è prontissima a seguire il padre verso il rogo degli Inglesi. Perché non possano bruciarla i Francesi, vista la veemenza del loro pio disgusto, non è ben chiaro, ma… Oh, wait! Non funzionerebbe altrettanto bene il…
Terzo Atto.
Atto Terzo che comincia in una prigione inglese, dove Giovanna ascolta da lontano i rumori dell’ennesima battaglia, si mangia le unghie perché i Francesi stanno perdendo, si strugge per Carlo in pericolo, prega e protesta la sua innocenza davanti al cielo… 
E di nuovo, celato nell’ombra a una quinta di distanza, c’è Giacomo, questo origliatore di professione, che dopo avere pensato di lei tutto il male possibile per due atti, all’improvviso le crede. Ed è vero, tecnicamente è ancora sacrilega – in pensieri e parole, se non in opere – ma, in un altro di quegli aloni lasciati dalle rimozioni della censura, in fondo a Giacomo importa che Giovanna sia a) ancora vergine; b) sempre pia. E allora la libera, le dà la sua spada e la fa scappare. Da una bifora/un verone/ una ringhiera/ la cima della torre il padre pentito&angosciato osserva le sorti della battaglia mutare dopo l’ingresso in campo della Pulzella. Peccato che si perda il finale a causa di un turbine di polvere, ma male non dev’essere andata: quando Carlo arriva è trionfante e in vena di perdono.
I due uomini si stanno felicitando a vicenda, ma si felicitano troppo presto. Il coro sciama in scena portando la defunta Giovanna – già nella bara. Carlo si dispera insieme al coro (già dimentico del finale dell’Atto Secondo), ma all’improvviso…
Gran Dio! Silenzio… Represso gemito mandò l’estinta,
esclama Giacomo, senza notare che allora forse del tutto estinta non è.
E dite la verità: non vi sembrava strano che Giovanna non morisse in scena? Oddìo, magari vi sembra anche strano che sia morta in battaglia e non sul rogo – ma per quello potete biasimare più Schiller che Solera. Anche perché il rogo ci avrebbe privati dell’ultima scena in cui Giovanna ha tutto il tempo di delirare, perdonare, andare in estasi e vedersi assunta al cielo, tra le lacrime, le suppliche e la meraviglia di Carlo, Giacomo e coro tutto.
E se a chiudere ci aspettavamo gli spiriti celesti, aspettavamo male. Ecco a noi, invece, gli spiriti malvagi:
Torna, torna, esulante sorella,
Sovra i vanni dell’angelo al ciel!
È il signore, il signor che ti appella,
E ti cinge inconsuntile vel.
Più che il fuoco che n’arde e ne scuoia,
Più che il buio di notte crudel,
N’è tormento d’un’alma la gioia,
N’è supplizio il trionfo del ciel!
E non so se mi piaccia di più il velo inconsuntile o i diavoli che hanno paura del buio, mentre una siderea luce spandesi improvvisa pe’l cielo e tutti si prostrano davanti al glorioso cadavere.
Sipario.
E no, il buon Solera non era in stato di grazia, e poi aggiungeteci i molteplici rimaneggiamenti della censura vicereale, e… well.
Ad ogni modo, Verdi musicò tutto in quattro mesi, litigò come un dannato con direttore, orchestra e cantanti e poi, alla fin fine, si ebbe una prima abbastanza mediocre, con un successo limitato e della cattiva stampa. Lui disse che i giornalisti milanesi lo danneggiavano di proposito e alla fine, irritato e deluso, prese una decisione drastica: non avrebbe più scritto per la Scala.
Era destinato a cambiare idea – ma ci sarebbero voluti decenni.
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* Sic, sic, sic. È la toponomastica francese secondo Solera.
** E questi in origine erano, l’avete indovinato, diavoli e angeli. E il tempio era la chiesa. Poi capitò la censura… Noi forse fatichiamo un po’ a capire che materia scabrosa fossero, all’epoca, le vicende della Pulzella.
*** Era già re, dite? Be’, lo era nel prologo. Poi aveva abdicato – o quanto meno espresso l’intenzione di farlo. E comunque, che volete che sia? Le incoronazioni fanno tanta scena. E a ben pensarci, non è l’ultima volta che vediamo incoronare un re già regnante. Ne riparleremo.
**** E non è che Giacomo sia diventato all”improvviso troppo prudente per accusare re di avergli sedotto la figlia. È che nel libretto originale – come in Schiller – Giacomo si agitava molto sulla questione della supposta verginità perduta di Giovanna. Poi la censura intervenne, e rimase soltanto il sacrilegio, con tanti cari saluti alla logica generale della storia.