Cantato da Ella Fitzgerald, just because. E non mi dispiace per niente nemmeno il video che, se ho capito bene, è di Ros Lukman.
Buona domenica a tutti.
il Blog di Chiara Prezzavento
Cantato da Ella Fitzgerald, just because. E non mi dispiace per niente nemmeno il video che, se ho capito bene, è di Ros Lukman.
Buona domenica a tutti.
Qualche giorno fa ero a un funerale in una chiesa in cui non avevo mai messo piede prima.
Ero in piedi in fondo vicino alla porta, in mezzo a un sacco di gente, e avevo fatto buoni propositi di non distrarmi. Almeno non troppo.
Però a un certo punto l’occhio mi è caduto sulla statua di un santo all’apertura del presbiterio. La cosa bizzarra era che il santo in questione indossava una tunica azzurro cielo dalle maniche corte – che sembrava quasi una maglietta della salute, portata com’era sopra… possibile? Un paio di trunks color bronzo? Trunk hose, ovvero quei buffi calzoncini molto corti e molto gonfi che nel Cinquecento s’indossavano sopra dei pantaloni più lunghi e aderenti o sopra le calzebrache… Come nell’illustrazione qui accanto.
Ripeto: possibile?
La mia mente essendo deformata nel modo in cui lo è, il primo pensiero è stato: santo elisabettiano?
Secondo pensiero: bizzarro, però. Bizzarrissimo, perché avrei detto che i santi cattolici dell’epoca, in Inghilterra, fossero tutti missionari gesuiti à la Edmund Campion, e dunque perché questo eccentrico abbigliamento anziché una tonaca nera…?
E a questo punto la maggior parte della gente avrebbe udito la Voce della Ragione, immagino – e anch’io ho creduto di udirla richiamarmi all’ordine e alla considerazione che c’è stata tutta una fetta di Sedicesimo Secolo prima che il buon Enrico VIII decidesse di divorziare da Caterina d’Aragona…
Sì, lo so: non era affatto la Voce della Ragione.
La Voce della Ragione è arrivata un attimo dopo, mentre io fissavo i trunks color bronzo con la fronte aggrottata nel tentativo di ricordare quando di preciso si fosse affermata la moda dei trunks…
“O Clarina, tu hai ben presente che questa non è l’Inghilterra, vero?” ha chiesto la Voce della Ragione. Non so con voi, ma con me a volte la Voce della Ragione è un nonnulla sarcastica.
“Oh…” ho rimuginato io, con lo sguardo sempre fisso sul santo in trunks. “È un sollievo. Non il fatto che io sia mentalmente disturbata, ma l’avere a che fare con un santo italiano, perché allora c’è ogni genere di possibilità. Col che non voglio dire che non sia una statua bizzarra, e tanto più perché, a vederla così, sembrerebbe una statua molto recente, e comunque la tunica/maglietta celestina non–“
Ed è stato a questo punto che il ragazzo davanti a me ha spostato il peso da un piede all’altro, muovendosi abbastanza da lasciarmi vedere che i trunks color bronzo non erano affatto trunks, ma la pettinatura a caschetto di una signora castana in piedi a metà navata, e per un gioco di prospettiva…
Er…
Figuratevi a questo punto la Voce della Ragione che cachinna senza ritegno, e figuratevi la Clarina che invece si sforza di restare seria – perché, dopo tutto, siamo a un funerale… la Clarina sarebbe anche lievemente delusa di non avere a che fare, dopo tutto, con un santo in maglietta della salute e trunks cinquecenteschi – ma, suggerisce la Voce della Ragione tra un cachinno e l’altro, può sempre trovare qualche consolazione nella contemplazione di sé stessa.
Dopo tutto, che cosa è più pittoresco? Una statua eccentricamente abbigliata, o una mentecatta che coltiva delle semi-allucinazioni elisabettiane nel bel mezzo di una messa funebre?
Qualche giorno fa ho preso dell’iconoclasta.
Ammetterete che non capita tutti giorni – almeno non in questo secolo – che una persona (diciamo che si chiami B.) vi guardi con astio e vi dica: “Sai che cosa sei tu? Un’i-co-no-CLA-sta!”
E il motivo per cui B. mi ha dato dell’iconoclasta è che mi sono rifiutata di stracciarmi le vesti perché P.D. James ha scritto un seguito giallo di Orgoglio e Pregiudizio.
Ora, non ho letto Death comes to Pemberley, o quanto meno non ancora, ma avrei mezza intenzione di farlo – e l’intenzione è mezza soltanto perché le recensioni non sono terribilmente incoraggianti. In tutta probabilità un tentativo lo farò. Ehi, si tratta pur sempre di Aunt Jane e P.D. James: non può non valerne la pena, almeno un pochino.
Quanto al considerarlo un sacrilegio, mi dispiace, o B., ma proprio non mi ci so indurre. E nemmeno a considerare DCtP nient’altro che una bieca operazione commerciale volta a speculare sulla generale passione per Lizzie Bennet… A parte tutto, credo che P.D. James non abbia bisogno di speculare su alcunché: lei è, you know, P.D. James.
Ma non mi stupirei di scoprire parecchia gente che la pensa come B. e grida all’iconoclastia, al sacrilegio e alla speculazione. Parecchia gente italiana – e badate, non ne faccio una gran colpa né a B. né ad altri. Il fatto è che siamo stati allevati nell’immobile e acritica venerazione degli Autori di Capolavori, nei confronti e a proposito dei quali non è concesso muovere lobo cerebrale…
Abbiamo già parlato in passato del modo in cui questo atteggiamento scolastico scoraggi l’entusiasmo per la lettura più di qualunque altra cosa, vero? Perché a parte tutto, se di fronte al Capolavoro possiamo soltanto annuire, abbacinati dalla sua marmorea e inscalfibile perfezione, se è peccato mortale esercitare anche la minima briciola di spirito critico in proposito, è ovvio che finiremo con l’annoiarcene presto…
Ma di questo abbiamo già parlato più di una volta, e non è questo il punto. Il punto, per tornare a P.D. James, è che di questa qualità marmorea dei Capolavori fa parte la certezza che sia sacrilegio riprenderne in mano i personaggi e la storia e farne qualcosa di diverso. Omaggio, parodia, pastiche, seguito, rivisitazione… quel che volete. E più è diverso il qualcosa, più è grave il sacrilegio.
Guardate invece Shakespeare. Guardate il modo in cui nel mondo anglosassone si tiene vivo l’autore-monumento per eccellenza.
Shakespeare si rivisita in laboratori teatrali per gli studenti con difficoltà di apprendimento – e mi dispiace davvero molto di avere smarrito il link all’articolo su questo bellissimo progetto, ma lo ritroverò.
Shakespeare si sceneggia in Kill Shakespeare, un fumetto alquanto dark, in cui otto o dieci personaggi sopravvivono alla morte in scena e decidono di vendicarsi del loro autore.
Shakespeare si inclina a quarantacinque gradi, tinge di violetto e trasforma in To Be Or Not To Be: That Is The Adventure, ovvero un Amleto in versione libro-game, in cui si sceglie il proprio personaggio e si attraversa la tragedia – anziché limitarsi a guardarla o leggerla.
Shakespeare si mette in parodia all’insegna del nonsense come fa la Reduced Shakespeare Company…
E credete che Oltremanica e Oltretinozza per questo ci si straccino le vesti? Ma nemmeno per idea. O meglio, ovviamente c’è chi lo fa, ma a Londra trovare i biglietti per The Complete Works of William Shakespeare (Abridged) della RSC è più complicato di una cerca medievale, e l’Amleto in versione Scegli-La-Tua-Tragedia, una volta avviato su Kickstarter, raccoglie mezzo milione di dollari (più o meno trenta volte la cifra prevista in origine), e Kill Shakespeare induce critici e studiosi di cose elisabettiane a tirarsi oggetti pesanti a proposito della qualità dei dialoghi…
Capite? That is the question: se il linguaggio pseudo-shakespeariano del fumetto sia abbastanza buono, non se Del Col e McCreery abbiano profanato in qualche modo la Sacralità del Bardo.
Ecco, è questo il punto. Il punto è che Shakespeare è materiale estremamente vivo nel mondo anglosassone. È vivo anche perché trattarlo come tale non è peccato mortale. È vivo anche perché ci si fanno cose buffe, cose irriverenti, cose originali. E d’altra parte, si continua a farci cose buffe, irriverenti e originali perché è vivo…
E intanto Dante e Manzoni se ne restano venerati e marmorei, studiati a scuola e segretamente detestati – e difesi a spada tratta con malguidato e soffocante zelo. Una ventina d’anni fa il Giornalino pubblicò le deliziose parodie dantesche di Marcello Toninelli, e ricordo alti lai non del tutto dissimili da quelli accordati in tempi recenti agli spot danteschi della TIM…
Il che significa che qualcosetta ogni tanto tenta di muoversi, ma non, non, non abbastanza. Ci vorrebbe altro che qualche isolata parodia per liberare dalla polvere e dalla venerazione i nostri autori-monumento – e tenerli vivi…
Baryshnikov che danza una canzone di Vysotsky in White Nights…
E buona domenica a tutti.
Si parlava di allergie, in un convivio di colleghi, insegnanti, attori e gente che, per lo più, ha a che fare con le parole.
Allergie verbali.
Quelle parole o combinazioni di parole che, incontrate per iscritto o udite in conversazione, scatenano violente reazioni in una gamma che va dal latte alle ginocchia ai travasi di bile. Qualcuno ha lamentato anche casi di crisi epilettica – ma si sa che la gente di teatro tende ad esagerare.
La conversazione è diventata subito una di quelle faccende à la figurine Panini, in cui ciascuno espone i pezzi della sua collezione personale, salutati da cori di “anch’io!” e proposte di pena. C’è stato chi ha proposto il gatto a nove code per gli abusatori di “virtualmente”, ma si sa che la gente di teatro, eccetera.
Tutti abbiamo questo genere di pet peeves, vero? Mi rifiuto di credere che il fenomeno sia limitato a me e ai miei commensali. Tutti desideriamo ringhiare di fronte a certi tic verbali, certi svarioni radicati al punto da franare in usi invalsi, certi luoghi comuni. Tutti concepiamo irragionevoli antipatie per gente colpevole solo di ripetere a ogni pie’ sospinto quell’avverbio che detestiamo. Vero?
Ecco, se mai ho accarezzato l’idea di darmi alla politica, è stato solo nell’intenzione di legiferare e rendere penalmente perseguibile l’uso di cose come… Vediamo un po’, in ordine sparso…
1) Il vissuto. Sostantivo, in genere accompagnato da un aggettivo possessivo. Quanto c’è del tuo vissuto in questo libro? Ho sentito l’esigenza di elaborare il mio vissuto… Cose così. E mi dà l’orticaria quando lo sento nella conversazione, ma trovarlo per iscritto… A meno che non si stia scrivendo la diagnosi di uno psichiatra, perché far suonare il proprio romanzo – o poesia* – come la diagnosi di uno psichiatra?
2) Solare. Riferito a persona. Immagino che di per sé non abbia nulla di male – voglio dire, non è la parola che sceglierei per descrivere qualcuno, perché è uno di quegli aggettivi pigri che voglion dire tutto e niente, ma non ci facevo nemmeno caso prima che diventasse più ubiquo di Hello Kitty. Possibile che le donne, le ragazze e le bambine siano tutte solari – specie se per un motivo qualsiasi se ne parla al telegiornale?
3) Ampio. Altro aggettivo pigro – il preferito dagli scrittori novellini, per i quali le scale sono sempre ampie, le porte sono sempre ampie, le stanze sono sempre ampie, le terrazze, le finestre, le strade, le scrivanie, le facciate, le distese di qualunque cosa… Che ne è di vasto, largo, sterminato, sconfinato, imponente, spazioso – e cito soltanto i primi cinque o sei che mi vengono in mente così, off the top of my head.
4) Forte. Terzo aggettivo pigro. Il momento forte, la presenza forte, e soprattutto l’abominevole segno forte. In alternativa, c’è chi usa “importante”, esattamente allo stesso modo – con l’eccezione del lettore forte. Oh, la gente che, senza preavviso e senza provocazione, annuncia: io sono un lettore forte – e dice sul serio!
5) Vicino casa. No, no, no, perbacco: vicino a casa. A casa. A. A. A casa!
6) Riappacificare. No, no, no, perbacco: rappacificare. Rap-pa-ci-fi-ca-re!
7) In velluto/legno di rosa/marzapane/pizzo spagnolo. Con i miei precedenti, non mi aspetto di essere presa sul serio se mi lagno di un francesismo, e allora dirò invece che usare “in” anziché “di” è brutto. La Grande Elisabetta entra nella sala del trono con le labbra strette e la fronte aggrottata. I cortigiani s’inchinano tanto a fondo quanto possono, e nessuno osa sollevare lo sguardo a incontrare quello furioso della regina. Tutti trattengono il fiato mentre Elisabetta raggiunge il trono tra due ali di schiene piegate, e per una piccola, scomoda eternità non si sente altro suono che il ticchettio dei regali tacchi e il fruscio delle regali gonne in velluto… Ed ecco che, dall’Inghilterra del Cinquecento, siamo precipitati nel Catalogo Vestro.
8) Uèlfar. Et caetera similia. Di nuovo, non dico che dobbiate prendermi sul serio, ma davvero: perché usare parole straniere per poi pronunciarle alla maniera degli gnu? Sì, d’accordo, riconosco che tutti diciamo compiùter e ci sentiremmo enormemente buffi a pronunciarlo alla maniera giusta, ma nondimeno…
9) Docciarsi. Giuro che non avevo idea. Poi una volta un’allieva l’ha usato in un racconto. Poi l’ho trovato su una rivista. Poi ho sentito un vicino di posto in treno che, al telefono, giurava che non sarebbe stato in ritardo: “Il tempo di docciarmi e arrivo”. È talmente orribile che non mi sentirei di scartare drasticamente il gatto a nove code.
10) Piuttosto che. Cosa, cosa, cos’ha che non va il buon, vecchio, collaudato, monosillabico, elegante “o”?
Ecco. Dieci, come promesso – e per una volta non intendo sforare, anche se potrei proseguire a lungo. Ci sono svarioni, ci sono vezzi giornalistici, ci sono immotivate avversioni personali, ci sono questioni di logorio. Il guaio è che tutte queste magagne – meno la n° 6, ma solo perché per iscritto non si pronuncia – le vedo penetrare, mettere radici e proliferare nella scrittura, con la giustificazione che “si dice”, e allora alle volte mi prende un tantino di sconforto e di acidità di stomaco… E poi mi vien da dirmi: chissà quanti idiotismi uso che fanno sobbalzare il prossimo, e allora sospiro, e scuoto il capino e mi astengo dall’omicidio – anche in forma lieve.
E voi che mi dite? Quali sono le vostre allergie linguistiche e verbali? Cos’è che, in conversazione, al tiggì e in lettura, scatena il vostro spirito glottocrociato?
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* No, really. Giuro che mi è capitato. Una poesia – almeno nelle intenzioni dell’autore – con il dannatissimo vissuto conficcato in un verso…
E vogliamo parlare degli incantevoli momenti in cui, dopo avere deciso che per stasera avete finito, e state facendo tutt’altro, e vi siete convinti a non pensarci più fino a domani mattina, la soluzione vi si presenta alla mente, con l’improvvisa e illuminante qualità di una folgorazione?
Oh, una piccola folgorazione, e anche la soluzione è solo una soluzione, non la Soluzione – ma nondimeno, un attimo fa non eravate poi troppo convinti della chiusura di questa scena e non avevate le idee troppo chiare sulla scena successiva, e all’improvviso ecco che avete chiusura, transizione e direzione per la scena successiva, confezionate in un unico pacco regalo, con tanto di nastro rosso. Be’ magari grigio, nelle circostanze. Con tanto di nastro grigio.
Son soddisfazioni.
La musica è epica, l’Automobile Blu corre lungo un viadotto in cima a una diga da togliere il fiato. In quel certo tono che sopravvive solo nei trailer americani e nelle pubblicità delle auto, la Voce Narrante glossa:
Per dimostrare la sua resistenza, potremmo farla correre su un ponte senza fine…
Fade to un’inquadratura di un dettaglio dell’Automobile Blu, magnificamente illuminata di taglio sotto una pioggia rallentata.
Potremmo far vedere delle gocce che scivolano lentamente sulla sua carrozzeria…
Voce e musica sempre a un paio di passi dal drammatico. Zoom sul confortevole e tecnologico interno e poi… Fade to i quarti posteriori dell’Automobile Blu che si allontanano dalla camera lasciandosi dietro un turbine di foglie nel pallido sole autunnale, e poi via, su per le curve e i tornanti di una strada a picco sul mare.
Mostrarvela su una strada di montagna, per provare quanto è robusta…
Procede la Voce, salendo di una tacca sulla scala del dramma, mentre archi, ottoni e percussioni si fanno più serrati e più marziali. E d’altra parte, anche il montaggio si fa più serrato, così che passiamo al galoppo alla nostra Automobile Blu impegnata nella traversata di una vasta desolazione piatta.
Portarla nel deserto, per dimostrare la sua affidabilità. Per esaltare il suo carattere…
E qui la Voce arrampica decisamente sopra le righe e, semmai non ci avesse punti prima, questo è il momento in cui dovrebbe proprio pungerci l’uzzolo che non dobbiamo prendere sul serio tutto ciò. Tanto più che… fade again sulla nostra Automobile Blu parcheggiata davanti a uno sfondo di città, colline e luce del tramonto che, very oblingingly, splende dorata sulla carrozzeria. E da una parola all’altra, senza preavviso né provocazione, la Voce Narrante si fa carezzevole, quasi tenera.
Potremmo illuminarla con la luce del tramonto.
E poi… Zac! La musica s’interrompe bruscamente, si sente lo scatto di un interruttore e la scena cambia: l’Automobile Blu è parcheggiata in un algido garage bianco e nero, unica macchia di colore – col beneficio di un’illuminazione che la fa splendere e risaltare contro il neon dello sfondo.
Ma perché dovremmo?
Domanda la Voce Narrante, improvvisamente matter of fact, ma in una maniera complice e ironica.
Non c’è bisogno di dire altro. Nuova Dacia Sandero. Realizza i tuoi sogni a settemilanovecento euro.
Eccetera eccetera. Ovvero, o Consumatore, tu non sei di quelli che si fanno incantare. La nostra Automobile Blu fa tutte queste cose, ma noi non te la contiamo su. La nostra automobile blu è resistente, bella, confortevole, tecnologica, robusta, affidabile, piena di carattere… in un modo che a una persona in gamba come te, o Consumatore, non può sfuggire. Oh, e costa anche poco. Realizza i tuoi desideri, o Consumatore. Noi facciamo sul serio, non te la diamo a bere e ti strizziamo anche l’occhio: la pubblicità delle auto è diventata un genere, perché non ci facciamo quattro risate insieme sui suoi props&trappings?
Praticamente metapubblicità – e la Dacia appartiene al gruppo Renault, e non è la prima volta che Renault rischia qualcosa con delle campagne fuori dagli schemi. Perché, ecco la confessione del mese, sono snob e ammetto di essermi chiesta quanto diffuso possa essere l’apprezzamento per una forma di pubblicità così obliqua. E l’unico commento sotto il video dello spot postato da Renault su YouTube sembra darmi ragione, visto che il commentatore chiede perché mostrino l’automobile così, se l’immagine non è rappresentativa. E d’altra parte, dei diciottomila e rotti visionatori, solo tredici hanno apprezzato abbastanza da cliccare “mi piace”…
Ma sono comunque deliziata dall’idea che qualcuno faccia della metapubblicità – anzi, a dire proprio tutta la verità, lo trovo incoraggiante e spero che l’Automobile Blu si venda molto sulla base di questo spot. Potrebbe voler dire che c’è speranza anche per la gente che si ostina a scrivere metaromanzi e metateatro?
Milletrecento parole e qualcosa.
Fantasmi, questa volta e finalmente. E con tanto di piccola folgorazione. Se fosse una partita di ramino, direi che ho cambiato gioco.
Cambiato voce. Ripristinato una voce. Whatever, ma funziona, funziona, funziona.
E per una volta vado a dormire così presto che non sembro nemmeno io, ma lasciate che ve lo dica: non sono del tutto insoddisfatta.
Scrivere una prima stesura è come orientarsi a tentoni in una stanza buia, o traudire una conversazione sussurrata, o raccontare una barzelletta senza ricordarsi come va a finire. Non so più chi abbia detto che si scrive più che altro per riscrivere e revisionare, perché è riscrivendo e revisionando che la nostra mente prende piena confindenza con ciò che abbiamo scritto.
E questo era Michael Seidman, citato da Cindy Vallar sulla HNR, un paio di numeri orsono.
Credo che sia qualcosa di terribilmente difficile da imparare, e in tutta probabilità la prima causa di morte letteraria. È difficile, difficile, difficile convincersi che la prima stesura è soltanto una prima stesura, il cui scopo è quello di buttar fuori un ragionevole abbozzo della storia. Per poi lavorarci su. Sistemare la logica, aggiungere folgorazioni, intonare la voce, aggiustare lo schema di colori, il ritmo e i particolare, scuotere la struttura e i meccanismi finché non funzionano alla perfezione – questi sono tutti compiti per la revisione.
E credete, non sto predicando – o, se lo faccio, predico prima di tutto a me stessa, perché per molti anni ho strologato fino alla nausea su ogni virgola della prima stesura e, una volta giunta alla fatidica paroletta di quattro lettere, non sapevo mai indurmi a nulla più di un safari a caccia di errori di battitura, una spolveratina qui, una timida sfrondatina là…
Ma ogni volta che si presentava la necessità – o la possibiltà – di un intervento più energico ripensavo a tutto il lavoro certosino e alla bruta fatica che avevo profuso nella prima stesura, e mi mancava il coraggio.
E questo, ammettendo che alla fatidica paroletta ci fossi arrivata affatto. Non vado per nulla orgogliosa della quantità di inizi che giacciono qua e là nel mio hardware, come ciclopiche ossa in un cimitero degli elefanti. Oh, sono tutte ossa lucidate a cera – talmente lucidate che ogni volta, alla prima difficoltà, al primo intoppo, al primo colpo di noia, ho ripensato a tutto il lavoro certosino e alla bruta fatica eccetera, e mi sono scoraggiata.
Oppure sono ossa più nature, in cui mi pareva di non trovare la voce e il ritmo e il colore che volevo e, invece di dirmi che per quello c’era tutto il tempo, e avanzare da bravo soldato… indovinate un po’? Mi sono scoraggiata.
E ancora adesso, per quanto sappia che non è così che funziona, faccio una fatica del diavolo a non perdere una sessione di scrittura fissando lo schermo e tambureggiandomi sullo sterno la Marcia Funebre di Chopin con le dita, nell’insana fissazione di trovare la replica perfetta alla battuta del personaggio X.
E poi qualche volta mi rendo conto che non è affatto detto che la battuta di X resti così com’è indefinitamente, e forse se non riesco a trovare una risposta adatta è anche perché quella fettina di dialogo non va bene in generale, e comunque non è un problema che devo risolvere adesso, e allora aggiungo un’annotazione tipo [Y TAGLIA X A FETTINE MOLTO SOTTILI – CONCLUDENDO CON UNO SCONSIDERATO AFFONDO IN CUI NOMINA Z > CONSEGUENZE] e passo oltre. Ci penserò in fase di revisione – ammesso che debba ancora farlo.
E poi, quando arrivo alla revisione, qualche volta il problema si è risolto da sé, qualche volta è superato, qualche volta richiede ulteriori cogitazioni, ma…
Badate a questo, perché è importante – ed è l’acqua calda, I know, eppure vorrei che qualcuno me l’avesse detto prima, e anche adesso che lo so, sentirei il bisogno di incidermelo in fronte*. Dico davvero, badateci:
Il punto è che, quando si arriva a riscrivere e revisionare un nodo lasciato indietro, si è forti di tutto il resto della storia. Si sa che cosa succede dopo. Si sa come va a finire. Si sa dove e come possono germogliare le conseguenze del nodo. E, cosa non indifferente, si ha molta, molta, molta più confidenza con la storia in generale.
Per cui, a parte tutto il resto e a parità di problema, le probabilità di saperlo risolvere in seconda stesura sono infinitamente superiori a quelle che si avevano prima.
Ecco.
Perché è in revisione che si trova l’interruttore, o ci si avvicina alla gente che sussurra, o ci si ricorda come va a finire la barzelletta. E, a differenza dei narratori di barzellette, si può tornare indietro e raccontarla meglio.
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* Modo di dire che mi piace, ma non posso fare a meno di considerare un po’ scemo, perché una volta che me lo fossi inciso in fronte, non avrei modo di leggermelo. Avrei bisogno di qualcuno che me lo leggesse. Oppure dovrei farlo incidere a rovescio per poterlo leggere allo specchio. Ma c’è anche la possibilità che un’incisione in fronte sia un procedimento abbastanza doloroso da restare memorabile a lungo – insieme alla causa della sua adozione? Ma allora forse basterebbe un’incisione meno elaborata e da qualche altra parte che non fosse la fronte? E lo so, tutto ciò non ha un briciolo di senso e i modi di dire son modi di dire, ma abbiate pazienza: sono convalescente.
Sembrava che dovesse nevicare chissaché e invece nulla.
Contavo di ninnare via gli ultimi postumi dell’influenza guardando la neve dalla finestra, scaldandomi le mani attorno a una tazzona di tè… e invece nulla.
Mezzo mondo aveva profetato spanne di neve – ci si erano messe proprio tutte le sibille domestiche e istituzionali, dalla Madrina Peregrina al Tetto dell’Aeronautica, passando per il mio polso meteo e la Mariannissima. E invece nulla.
Non dalle mie parti, almeno.
E lo so che siete tutti sollevati da matti dalle mie parti, e seccati a morte dove invece la neve è arrivata, ma io…
Oh well, lasciate che mi consoli con Loreena McKennit, eh?
E, bianca o no, buona domenica a tutti.