
Autore: la Clarina
A Christmas Carol
Venerdì vi avevo promesso un piccolo strascico dickensiano nella forma di un link, vero? Ebbene, eccoci qui: A Christmas Carol, un sito interamente dedicato al Natale dickensiano. Me lo ha passato lo scorso anno Danilo Zanelli di Idee Per Scrittori – e io ci ho passato metà delle mie vacanze natalizie, ma mi sono eroicamente trattenuta dal mettervene a parte per tutto un anno, in attesa della Vigilia del Bicentenario.
E adesso ci siamo, per cui ve lo giro. Ci troverete ogni dickensiano ben di Dio: un testo completo della novella, naturalmente, e tonnellate di illustrazioni, e link a tutti i saggi natalizi*** di Dickens, e informazioni sul diluvio di adattamenti cinematografici, teatrali
e radiofonici di ACC, e una versione a fumetti della Marvel, nella sua scannerizzata interezza… Consultate con cura quella sidebar sulla destra, perché è una miniera.
Già che ci siamo, qui c’è un articolo su un manoscritto originale di ACC riscoperto, con la possibilità di consultare un certo numero di pagine riprodotte. Oh, e le due illustrazioni che vedete in questo post sono l’acquerello originale di John Leech per lo Spirito del Natale Presente e la versione rifatta, perché lo spirito doveva essere vestito di verde, e non di rosso…
E a questo punto, miei cari lettori, credo che vi augurerò una buona e lieta e serena Vigilia. E se i fantasmi di qualche Natale vi verranno a trovare questa notte – o magari schiaccianoci e re dei topi – vi auguro che siano benevoli e di buona compagnia.
Merry Christmas Eve.
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* Quest’anno, A Christmas Tree costituirà la mia lettura per la notte di Natale, insieme a una traduzione di Nußknacker und Mäusekönig di Hoffman e, se reggo ancora, la dumasiana Histoire d’un casse-noisette. Voi cosa leggete la notte di Natale?
Caroling Caroling
Oh, lo sapete come vanno le cose a Senza Errori di Stumpa in questi giorni , vero?
E allora, ecco Nat King Cole che canta Caroling Caroling, carola americana Anni Cinquanta, insieme al Columbia Choir:
Caroling, caroling, now we go
Christmas bells are ringing
Caroling, caroling through the snow
Christmas bells are ringing
Joyous voices sweet and clear
Sing the sad of heart to cheer
Ding dong, ding dong
Christmas bells are ringing
Caroling, caroling through the town
Christmas bells are ringing
Caroling, caroling up and down
Christmas bells are ringing
Mark ye well the song we sing
Gladsome tidings now we bring
Ding dong, ding dong
Christmas bells are ringing!
Caroling, caroling, near and far
Christmas bells are ringing
Following, following yonder star
Christmas bells are ringing
Sing we all this happy morn
“Lo, the King of heav’n is born!”
Ding dong, ding dong
Christmas bells are ringing
Buona domenica e buona antivigilia a tutti.
Bicentenario Dickensiano – Sipario
Lo so, lo so: non ne potete più di me che mi diffondo su Dickens…Ma la bella notizia è che questo è l’ultimo post del Bicentenario.
Contenti?
No, sul serio. Volevo ricapitolare un pochino il mio anno dickensiano, che è stato abbastanza intenso.
Ho cominciato con una lezione intitolata Una Vita da Romanzo: omaggio a Charles Dickens nel bicentenario della nascita, per la Libera Università del Gonzaghese. D’accordo, era ancora il novembre dell’Undici e quindi, a rigor di logica, non era ancora Bicentenario, ma la faccenda faceva parte dell’Anno Accademico 2011-2012 e comunque direi che il titolo era inequivocabile – per cui ho deciso che conta.
A marzo è stata la volta di Fuliggine e Nebbia: la Londra cupa di Charles Dickens, presso il Circolo dei Lettori di Levata (MN) – occasione resa notevole dal fatto che la chiacchierata è durata quasi il doppio del previsto. E no, niente sforamenti epici, solo una di quelle felici occasioni in cui il pubblico ha treni merci di domande. 
Poi c’è stato, per diversi mesi, il laboratorio didattico “Raccontami Un Romanzo”, con le classi terze della scuola media di Roncoferraro. Una settantina di fanciulli guidati alla scoperta di Oliver Twist e de Le Due Città, dell’autore, del mondo in cui si svolgeva ciascun romanzo e del rapporto tra i romanzi e i film che ne sono stati tratti. Esperienza interessante, come spesso capita con i fanciulli… Ne ho scritto qui in corso d’opera e qui a giochi fatti.
Dopodiché pare che nessuno voglia Dickens d’estate, ma in autunno abbiamo ricominciato sul serio.
Ab
biamo ricominciato a ottobre al Festival della Letteratura di Nogara con Di Fuoco & d’Acqua: Le Rivoluzioni di Dickens, una chiacchierata su Barnaby Rudge e Le Due Città, e il Dickens leggermente diverso che emerge dalla lettura dei suoi due romanzi storici.
Poi, probabilmente a riprova del fatto che nutro una malsana ossessione nei confronti di A Tale of Two Cities, ha preso il via la lettura (pressoché) integrale de Le Due Città che, in collaborazione con Mario Artioli, sto curando per l’Università della Terza Età di Mantova. La lettura è ancora in corso – seppure sospesa al momento per Natale incombente – e, se tutto va bene*, dovrebbe durare fino ad aprile. Se n’era parlato qui.
E per chiudere, non poteva mancare A Christmas Carol, e infatti non è mancato: lunedì scorso ho introdotto la serata dickensiana dell’Accademia Campogalliani al Teatrino D’Arco, con una piccola chiacchierata su L’Uomo che creò il Natale, come si era detto qui.
E naturalmente, non è come se nel corso dell’anno non ci avessi postato su…
– Bicentenario Dickensiano è una specie di dichiarazione d’intenti, col merito di contenere il link a un cotillon dickensiano chiamato A Bicentennial Chapbook – che contiene Fuliggine e Nebbia**, una sitografia e un raccontino.
– Dickens ad Uso dei Fanciulli è un piccolo rant sul trattamento editoriale e scolastico inflitto a Dickens in Italia.
– I Padri di Dickens e Le Ragazze di Dickens sono esattamente quel che c’è scritto sulla scatola: quattro chiacchiere su due tipologie di personaggi onnipresenti.
– Canto di Natale è una (vecchia) considerazione un nonnulla cinica sul classico natalizio più classico di tutti…
E adesso abbiamo – con una piccola, piccolissima eccezione: un link a un sito favoloso, che vi passo lunedì – abbiamo finito. Questo non significa che non posterò mai più su Dickens (e se avete contezza di un gruppo di lettura, biblioteca, scuola, università della terza età o altro raggruppamento umano che possa essere interessato alle conferenze che ho elencato, sapete dove trovarmi), ma per ora il sipario si chiude sulla mia personale versione del Bicentenario Dickensiano.
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* Sì, se non succedono cose tipo la fine del mondo oggi…
** Ovvero, la Londra Cupa di Charles Dickens. Originariamente parte de “Gli Scrittori e le Città”, una serie di conferenze che comprende anche la Parigi di Dumas, la Vienna di Joseph Roth, la Londra (again!) di Virginia Woolf e la Edimburgo di Stevenson.
Centovent’Anni Di Schiaccianoci
Le cose che si scoprono grazie ai Google Doodles!
Per dire, mi ci è voluto un Doodle per scoprire che ieri era il centoventesimo anniversario della prima de Lo Schiaccianoci di Çaikovskij*.
Balletto. E prima del balletto fu il racconto. Uno dei racconti di Hoffman**, Nußknacker und Mäusekönig. Poi venne l’Histoire d’un casse-noisette di Dumas, che edulcorò (un pochino) e allungò (alquanto) la storia, e da quella fu tratto l’argomento del balletto, che la direzione dei teatri imperiali di San Pietroburgo commissionò a Çaikovskij e a Marius Petipa.
Sembrava l’accoppiata perfetta di compositore e coreografo – e invece non lo fu. Petipa era abituato a fare di testa sua, così scrisse il libretto e poi spedì al “suo” compositore un elenco dettagliato e preciso di quel che voleva, indicando tempo numero di battute, segmento per segmento, thank you very much. Non del tutto incomprensibilmente, Çaikovskij non gradì quella specie di lista della spesa, e la collaborazione creativa fu… interessante, e lo sarebbe stata di più se Petipa non si fosse ammalato, cedendo parte del lavoro al suo assistente.
Ad ogni modo, il balletto venne pronto, come si doveva, giusto in tempo per le feste di Natale, e il 18 dicembre del 1892 debuttò al Mariinskij, con un cast di tutto rispetto e un direttore d’orchestra e una primadonna italiani – merce di gran moda nella Russia dell’epoca.
E adesso sarebbe bello dire che fu un trionfo, ma… be’, non lo fu affatto.
Critici e pubblico seccati ne avevano per tutti. Antonietta Dell’Era, che interpretava la Fata delle Prugne Candite, era corpulenta e tozza, la coreografia era confusa, c’erano troppi bambini in scena, il libretto era sbilenco e non era fedele a Hoffman***…
Chi ne uscì relativamente bene fu Çaikovskij: la musica piacque, per lo più, e la suite in particolare colpì l’immaginazione del pubblico pietroburghese.
In seguito lo Schiaccianoci faticò un po’ ad affermarsi, ma una volta giunto a ovest della Manica nel 1934, trovò favore e divenne rapidamente un classico natalizio, come si conveniva alla storia di giocattoli animati, dolciumi danzanti, regali di natale, fate e feste attorno all’albero – con tanto di principe incantato e padrino-stregone.
In anni recenti, ha ricevuto quell’inquietante palma di notorietà estrema – un cartone animato natalizio con Barbie per protagonista.
Ma lasciamo da parte Barbie**** e, in celebrazione del centoventesimo anniversario della prima, qualche link:
– Una bellissima edizione illustrata del racconto di Hoffmann, dall’archivio digitale della Biblioteca di Stato di Bamberg.
– La storia di Dumas, presa da Scribd.
– E poteva forse mancare un po’ di musica e di danza? No che non poteva. Ecco qui una fettina della festa di Natale, tratta da un’edizione americana del 1977, con una coreografia che dovrebbe essere Balanchine ripreso da Baryshnikov (o forse invece è Vainonen). Ovviamente, Baryshnikov danza la parte dello Schiaccianoci. Clara è Gelsey Kirkland:
Voleste mai il balletto intero, la versione completa è qui, mentre qui ne trovate una londinese (Royal Opera House) e qui una russa al Mariinskij.
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* Non è la prima volta che lo dico, ma la trascrizione dal Cirillico è sempre un problema. Nel dubbio, faccio la cosa stupida e adotto una versione ibrida che però mi piace. Portate pazienza.
** Sì, quello dell’opera.
*** Magari si sarebbero dovuti preoccupare di più della fedeltà a Dumas, visto che da Dumas era tratto – ma è vero che, se non proprio sbilenco, il libretto è inconsistentissimo. Ma d’altra parte, che è che al balletto si preoccupa della trama? Well, I do, ma in tutta probabilità non faccio testo.
**** Ok, per gli increduli qui c’è il trailer. Sembra impossibile e invece. Anche se immagino che sia lievemente meno dissennato dell’analogo maltrattamento de I Tre Moschettieri…
L’Uomo Che Creò Il Natale
Magari suonerà bizzarro, ma il fatto è che nella prima metà dell’Ottocento, nell’Inghilterra anglicana, il Natale stava cadendo in disuso.
Per secoli lo si era celebrato alla maniera medievale, seguendo la tradizione dei Dodici Giorni che, con le sue abbondanti libagioni, il vischio e l’agrifoglio, le rumorose scampagnate notturne per mettere in fuga gli spiriti e le licenze e gli eccessi della vigilia dell’Epifania, aveva colori paganeggianti, messi all’indice a suo tempo da Cromwell, poi tiepidamente recuperati ma del tutto disdicevoli nell’Inghilterra da poco vittoriana – per non parlare del fatto che dodici giorni di festeggiamenti erano costosi e impraticabili. Per cui il Natale stava diventando una festa minore, sempre meno religiosa e, a meno che non cadesse di domenica, restava giorno lavorativo (quanto meno a Londra). Attorno al 1820, Leigh Hunt ne parlava come di “un avvenimento che quasi non valeva la pena di menzionare”.
Lo si sarebbe detto destinato a scomparire lentamente, se non fosse entrato in scena Charles Dickens, che invece per il Natale, la sua atmosfera e le sue tradizioni aveva una passione incoercibile.
Il 19 dicembre 1843 Dickens pubblicò una novella che raccoglieva vecchie tradizioni e ne aggiungeva di più recenti, e descriveva una festa di un giorno solo – o magari un giorno e mezzo, considerando la sera della Vigilia -, in cui le famiglie si riuniscono in pace, letizia e buona volontà, oca arrosto e pudding vengono consumati in tanta abbondanza quanta ne consentono le finanze, si fanno giochi di società attorno al fuoco, tutti sono più generosi e chi non lo è viene visitato da spiriti di varia e non sempre rassicurante natura.
Stiamo parlando, ovviamente, di A Christmas Carol, la storia con cui un singolo scrittore* creò il Natale anglosassone come lo conosciamo – e come è in parte penetrato anche alle nostre latitudini. Le notti di Natale gelide e nevose, le riunioni famigliari, i carolers nelle strade, il rametto d’agrifoglio in cima al pudding, i regali di Natale, il giorno di vacanza, la generosità natalizia – molto di quello spirito natalizio che, se non sapessimo di meglio, potremmo credere frutto di secoli, in realtà il mondo anglosassone lo deve al buon Dickens.
Perché ne parliamo oggi e non mercoledì, che sarebbe il centosessantanovesimo anniversario della prima pubblicazione di questa novella così rilevante? 
Un po’ perché centosessantanove non è la più rotonda delle cifre, ma soprattutto perché questa sera, al teatrino D’Arco, attori e allievi dell’Accademia Teatrale Campogalliani dedicheranno un omaggio a Dickens, nella forma di letture drammatiche dei capitoli natalizi de Il Circolo Pickwick e, naturalmente, Canto di Natale.
Ci sarò anch’io, a introdurre le letture parlando dell’uomo che (ri)creò il Natale.
Se siete in quel di Mantova, se vi va, se siete in vena di un po’ di buon vecchio spirito natalizio, vi aspettiamo questa sera al Teatrino D’Arco, un quarto d’ora prima che scocchino le nove.
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* Oh, d’accordo: da solo se si eccettua l’aiuto di una giovane regina e del suo consorte tedesco, che introdussero in Inghilterra l’albero di Natale.
Carol Of The Bells – The Cello Version
Se non è il vostro primo Natale a SEdS, immagino che sappiate già quanto mi piaccia la Carol of the Bells – che essendo originariamente d’ambito slavo, tutto è fuorché allegra, ma nondimeno.
E dunque, ecco qui la carola in una versione singolarissima per violoncello, escogitata ed eseguita da uno dei Piano Guys…
E buona domenica a tutti!
Mutande Medievali E Altri Scivoloni
Anacronismi, anacronismi… non dico che sia la mia crociata personale, ma sapete che sono allergica agli anacronismi. Gli anacronismi psicologici e la Sindrome della Bambinaia Francese mi provocano shock anafilattico, ma in generale bastano una penna d’oca nel II Secolo a.C., una nubile seicentesca che va e viene da sola per la casa di un estraneo di sesso maschile, o un sergente che parla di serendipità nel 1744 per rendermi acutamente infelice.
È così irragionevole aspettarsi che, nello scrivere un romanzo storico, l’autore si dia la pena di ricercare almeno un po’ la sua epoca? Sono dolorosamente consapevole del fatto che per quanto ci si sforzi, qualche incidente può sempre capitare, ma ci sono incidenti e incidenti. C’è un abisso di gravità tra lo scivolone isolato e involontario e la colpevole indifferenza – e non cominciamo nemmeno a parlare dello stravolgimento deliberato…
A questo punto posso anche confessare di avere accarezzato l’idea di mettere insieme una piccola guida all’anacronismo molesto, una rassegna di incidenti e di modi per evitarli*, ma scopro di essere stata battuta sul tempo.
Battuta da Susanne Alleyn**, con Medieval Underpants & Other Blunders, a writer’s (and editor’s) guide to keeping historical fiction free of common anachronisms, errors and myths.
Titolo imponente – ma poi la lettura è agile e sensata, e anche piuttosto divertente, divisa in una serie di capitoli che affrontano gli argomenti più comunemente maltrattati. Tra gli altri, armi da fuoco, denaro, spostamenti, alimentazione e, come s’intuisce dal titolo, biancheria. Inutile dire che una discreta quantità di parole è dedicata agli anacronismi psicologici, ai modi idiomatici, alle convenzioni sociali e alla mentalità dei secoli passati.
E sì, è un campo minato, ma la ricetta di Susanne Alleyn per l’attraversamento è semplice: mai dare nulla per scontato. Mai dare per scontate le patate, le penne d’oca e le imprecazioni – e tanto più perché, nella maggior parte dei casi, accertarsi di come stessero le cose è piuttosto facile, non foss’altro che, con le dovute cautele, via internet.
Dopodiché rimane la necessità di non ingozzare il lettore di minuzie storiche giusto per fare sfoggio di tutta quella ricerca… Ma tra l’infilare tre pagine di descrizione delle operazioni di carica di un moschetto e il fornire il vostro fante primosettecentesco di un fucile a retrocarica, ci sono infinite possibilità di giusto mezzo, e individuarne una che funzioni è parte del vostro mestiere di romanzieri storici.
Qui trovate una serie di segnali di pericolo – campi in cui è facile, o possibile, o comune inciampare, soprattutto là dove leggende, luoghi comuni e Hollywood hanno agito per generazioni sulla percezione del periodo.
Se vogliamo trovar difetti, la prospettiva è un po’ americana – small wonder, venendo da un’autrice americana – e personalmente trovo un po’ allegra la demitizzazione del Terrore Francese: è vero che Carlyle e discepoli hanno annerito non poco gli eventi di Parigi, ma Susanne glissa del tutto su faccende truci e documentate come le Colonnes Infernales e le noyades nell’Ovest. Ma non andiamo per questi sentieri – non qui e non adesso. Ciascuno ha le sue ossessioni, dopo tutto, e Medieval Underpants è un’operazione meritoria.
Anche se non scrivete né intendete scrivere mai narrativa storica, Medieval Underpants resta una lettura interessante, perché oltre ad essere un ironico catalogo di anacronismi possibili***, affronta con leggerezza una serie di questioni di metodo cui si tende a non pensare troppo, ma che sono invece piuttosto fondamentali per la definizione stessa di un genere.
Se vi fosse venuta voglia di dare un’occhiata (e per tre dollari e novantacinque, potreste fare di peggio), trovate tutto sul sito di Susanne.
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* Ecco, questa sarebbe una rassegna molto breve, in realtà, riassumibile in tre parole: ricerca, ricerca, ricerca.
** Sì, come Ned Alleyn. Sarebbe forse bastato anche questo a rendermela simpatica, ma poi ci sono gli anacronismi, una serie di gialli storici e una rinarrazione de Le Due Città – non in quest’ordine di scrittura, ma di sicuro in quest’ordine di lettura.
*** E anche alcuni che sembrerebbero impossibili – ma capitano. Oh, se capitano…
Cosa Regalare A Uno Scrittore
Voi non avete idea di quanta gente arrivi a SEdS cercando lumi su che cosa regalare a uno scrittore. Per cui, lasciate che riproponga un post in materia, vecchio di tre anni, riveduto e corretto un pochino, con qualche aggiunta qua e là…
E dunque, dagli archivi di Senza Errori di Stumpa, ecco a voi…
Come Fare Felice Uno Scrittore – Edizione 2012
Essendo domani Santa Lucia, parliamo di regali e regalini.
“Che cosa si regala a uno scrittore?” mi domanda E. E’ possibile che questa sia in realtà una manovra poco sottile per scoprire che cosa vorrei sotto l’albero, ma forse a E. interesserà sapere che uno scrittore è un tipo di animale che, avendo ricevuto una domanda del genere, per prima cosa ci fa un post.
Allora, vediamo un po’. Come rendere felice uno scrittore/aspirante scrittore (o, for that matter, un lettore) la sera del 24?
– Taccuini. Magari di quelli con lo spazio per una penna, ma piccoli, da tenere in borsetta o in tasca, da portarsi sempre dietro, ma proprio sempre, perché non si sa mai quando si vorrà prendere nota di qualcosa. La scelta è infinita, dal classico taccuino Moleskine ai Paperblanks che riproducono rilegature antiche, ai quadernini minimalisti Ikea… Ha anche il vantaggio di essere uno di quei regali dove fare un doppione non conta, perché di questi arnesi, lo scrittore medio ne consuma a bizzeffe.
– Cancelleria. Con giudizio, e premurandosi di conoscere preventivamente il metodo del destinatario: una scatola intera di biro blu confezionata con cura è molto benaugurante per chi scrive tutte le sue prime stesure a mano. Per gli aficionados della tastiera, però, meglio un mousepad a tema. Una volta, durante un periodo di sconforto, ho ricevuto una scatola: dentro c’erano un bel po’ di biro e una risma di carta, sul cui primo foglio il donatore si era premurato di stampare un’ipotetica copertina del romanzo in cui ero impantanata. Avevo apprezzato molto. Un caveat: la penna elegante, questo classico tra i regali, non è sempre la migliore delle idee. Chi scrive con una penna speciale, probabilmente la penna speciale ce l’ha già, mentre la maggior parte degli amanuensi usa biro, roller o matite di largo consumo.
– Mugs. Ovvero quelle tazzone alte con il manico. Potrei dire che è un dato di fatto: gli scrittori fanno le ore piccole e si sostentano a tè e caffè lungo; oppure potrei dire che è un fatto: gli scrittori scrivono nelle soffitte, dove fa freddo, e una bella tazzona fumante serve a scaldarsi le mani ogni tanto… Ma siamo onesti, il fatto è che il mug fumante accanto alla tastiera/quaderno/pila di fogli fa tanto, tanto, ma proprio tanto scrittore all’opera. Che ne esistano tante a tema è senz’altro d’aiuto.
– Penne colorate. O pennarelli. O matite. Per sottolineare le fotocopie degli articoli, per cercar di chiarire il tortuosissimo schema del XXXII capitolo, per codificare gli interventi necessari in fase di revisione (verde: sono così felice di essere la persona che ha scritto questo paragrafo; giallo: a cosa stavo pensando quando ho scritto ciò?; arancione: urge energico intervento; le sfumature di rosso vanno dal disastro al macello, alla catastrofe, all’apocalisse, a come-ho-mai-potuto-pensare-di-avere-un-briciolo-di-talento?), per disegnarsi luoghi e personaggi se si è abbastanza bravi. Ad ogni modo, lo scrittore medio ama le penne colorate. Come le Stabilo Pen 68, che esistono a punta media e punta fine, e in una cinquantina di colori.
– Writing Software. C’è di tutto un po’. Ci sono editor di testo/gestione progetti a prezzi ragionevoli (20-40 $): Writer’s Cafè, molto colorato, con pretese di stile e una quantità di funzioni, compresi i suggerimenti giornalieri, una vasta scelta di esercizi di scrittura, un sistema di brainstorming, un sistema di importazione, raccolta e archiviazione di materiale (foto comprese), un diario/agenda, un generatore di nomi e una funzione di progettazione “Storylines”, oppure Liquid Story Binder (per PC) o Scrivener. Questi sono strumenti di lavoro, buoni per organizzarsi e tenere a portata di mano il materiale. Per chi vuole qualcosa di più didattico, c’è il celebre Dramatica Pro, che costa un’ira e consente di sviluppare personaggi, archi narrativi, trama e sottotrame, ambientazioni, dialoghi, ritmo e passo tramite una serie di strumenti molto sofisticati. Un po’ meno costoso è Write Pro, di Sol Stein (celebre autore di manuali di scrittura creativa), che però è a mezza via tra un software e un corso. Il che ci porta a…
– Corsi di scrittura. Qui bisogna essere certi che il destinatario non prenderà il regalo come un apprezzamento poco lusinghiero. In un mondo ideale, tutti gli scrittori sarebbero gente matura, umile e seria, sempre ansiosa d’imparare e perfezionare la propria arte… essendo il mondo quello che è, siate ben sicuri di non provocare incidenti diplomatici, prima di regalare uno di questi. Detto questo, la scuola di scrittura più celebre d’Italia è la Scuola Holden di Torino, che offre una scelta di corsi, laboratori e seminari, da seguirsi in loco oppure online. Naturalmente non parlo tanto del (costoso) biennio di Scrittura&Storytelling, quanto dei corsi brevi, dei weekend di scrittura, dei corsi di narrativa o sceneggiatura online, o magari dell’accesso ai servizi editoriali… c’è un po’ di tutto, per chi è in vena di un regalo importante. Per chi conosce bene l’Inglese, ho già parlato di più di una volta di Holly Lisle, ma potrei citare anche il celebre Gotham Writers Workshop, il cui materiale si trova anche tradotto in italiano in forma di manuale di scrittura.
– Dizionari. Non troverete molte altre categorie disposte ad andare in estasi per un dizionario. E non dico il vocabolario italiano (quello deve già averlo, deve averne più d’uno, sennò non è uno scrittore!), ma di tutte le meraviglie come dizionari ragionati dei sinonimi e dei contrari, dizionari idiomatici, dizionari tecnici, glossari specifici, dizionari storici, cronologie complete, atlanti storici, dizionari scientifici, dizionari visuali, repertori, libri di terminologia… non c’è argomento che non abbia la sua quantità di dizionari, è solo questione di cercare. E da questo segue logicamente, last but not least…
– Libri. E qui, che posso dire? Un’edizione preziosa di un autore molto amato, un manuale di scrittura, un libro che a voi è rimasto nel cuore e vorreste tanto condividere, l’ultimo bestseller da analizzare riga per riga, un saggio su quel certo argomento, immagini di quel dato posto… Non c’è limite alle possibilità, e non c’è libro che uno scrittore non sia, in un modo o nell’altro, interessato a leggere. E ancora: se il vostro scrittore parla/vuole imparare/vuole perfezionare una lingua, provate con un libro in lingua originale del suo scrittore preferito, anche se l’ha già letto in Italiano. Di alcuni classici si trovano persino delle versioni abbreviate e/o semplificate. Da un lato è un magnifico modo per fare pratica della lingua in questione, e dall’altro la differenza tra l’originale e una traduzione, per quanto buona, è sempre un’esperienza che vale la pena di essere fatta, certe volte ai limiti della folgorazione. Ci sono regali peggiori di un’esperienza letteraria, direi. Naturalmente, oggidì tutto questo si può fare anche in versione elettronica, il che ci porta a…
– Cose Digitali. E-reader, in primo luogo – ma si tratta di un regalo impegnativo, e prima di imbarcarcisi è bene conoscere intenzioni, preferenze e aspettative del destinatario. E se poi il destinatario un e-reader ce l’ha già, ci sono un sacco di possibilità: ebooks, naturalmente, ma anche accessori come lucette o custodie. Ma se il vostro scrittore non è digitalizzato, ci sono sempre…
– Segnalibri ed Ex-libris. Sui primi non c’è molto da dire, sono un pensierino sempre gradito. I secondi esistono in varie forme. Ci sono le etichette di carta, vendute a pacchetti, più o meno elaborate, più o meno personalizzate. Una possibilità un po’ più costosa ma più definitiva sono i timbri di gomma. Anche questi si trovano “generici” oppure si possono far personalizzare, magari scegliendo non soltanto il nome del proprietario, ma anche l’immagine. Una terza alternativa è quell’arnese che consente d’imprimere a secco un’iniziale o una sigla su frontespizi e carta da lettera. Meno ovvio, ma classy.
– Bizzarrie & Eccentricità Varie Assortite. Perché siamo sinceri, allo scrittore medio non dispiacerà affatto ricevere un regalo lievemente eccentrico, che lo distingua dalla popolazione generale dei destinatari di regali. Un regalo da scrittore. E allora non posso non segnalare cose come la maglietta** “Careful or you’ll end up in my novel“, la maglietta** “Unreliable Narrator“, la tazzona “Go away, I’m writing“, la sciarpa fatta di lettere maiuscole e le matite della Bodleian Library, tutti disponibili su questo sito. Oppure c’è quest’altro posto, dove, oltre alla cancelleria e agli orecchini, potere procurarvi persino uno Shakespeare, una Jane Austen o un Oscar Wilde di pezza…
Ecco qui. Poi tutto è relativo, ma di sicuro c’è qualcosa cui queste bizzarre creature non sanno resistere (come dicevano in quel documentario della BBC in cui Gerald Durrel attirava allo scoperto un echidna con un pezzo di formaggio), ed è mostrare che considerate la loro scrittura una parte integrante della loro vita e della loro personalità: un tratto fondamentale, che vale la pena di prendere in considerazione nella scelta dei regali natalizi. A parte la fatidica domanda “che cosa stai scrivendo?” non c’è mezzo più sicuro per far felice un echidna, a Natale o in altre stagioni.
Uno scrittore: volevo dire uno scrittore, of course!
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* Controllate il blog del vostro scrittore, non è affatto improbabile che abbia una wish list su Amazon o altrove, il che semplifica notevolmente le cose e rende un tantino ridondante questo post.
Crowdfunding In Italia
Abbiamo parlato di crowdfunding in varie occasioni – per esempio qui – e in particolare di Kickstarter, piattaforma americana per la raccolta di fondi per progetti creativi…
E ci siamo fatti domande sulla praticabilità di un sistema del genere in Italia, e abbiamo sospirato un po’ sul fatto che, comunque, non fosse possibile avviare un progetto su Kickstarter senza essere americani o Inglesi – o quanto meno avere base negli Stati Uniti o nel Regno Unito.
Ebbene, oggi volevo mostrarvi che sospiravamo a vuoto: l’equivalente italiano esiste – e a quanto pare non da ieri.
Produzioni Dal Basso esiste dal 2005 e ha funzionato per qualche centinaio di progetti – ok, un paio di centinaia. Forse in sette anni non sono molti e, a giudicare dal fatto che al momento i progetti attivi sono trecento e rotti, la percentuale di successi non deve essere (o almeno non deve essere stata sempre) elevatissima.
Ma tant’è, questa è l’Italia, dove in linea di massima si sta a guardare se va avanti qualcun altro, e quindi immagino che il risultato sia da considerare interessante così com’è.
Probabilmente è per questo che la durata della raccolta fondi è ben più lunga di quella prevista dall’omologo americano, cui mi pare che per il resto PDB somigli abbastanza. Leggermente diverso è il sistema dei rewards, ovvero premi, gratificazioni o comunque vogliamo chiamarli. Su PDB sono del tutto facoltativi e, da quel che ho potuto vedere, non utilizzatissimi.
Mi viene da chiedermi se sia del tutto saggio. Voglio dire, Finanziare un progetto per la gloria può essere piacevole, ma forse una menzione in un elenco di contributori, una fotografia backstage, o una copia del libro farebbero sentire il potenziale finanziatore più coinvolto? A parte tutto, la gente di Kickstarter riporta un tasso di successo maggiore per i progetti che offrono rewards interessanti, e in qualche modo questo mi sembra un meccanismo che funziona su qualunque lato degli oceani.
But never mind, il punto è che il crowdfunding esiste anche alle nostre latitudini e in apparenza, col giusto genere di progetto e di passaparola, può funzionare. È un’idea consolante, in qualche modo.
E già che ci siamo, vi segnalo anche il progetto attraverso cui ho scoperto PDB.
35° Piano è un testo teatrale di Francesco Olivieri che Teatro In Rivolta intende portare in scena con la regia di Lucia Falco. Testo di attualità e regia sperimentale, si direbbe. Leggete e fatevi un’idea, e magari contribuite. L’idea di finanziare del teatro indipendente raccogliendo piccole quote è intelligente e coraggiosa – e se funzionasse, se fosse davvero praticabile, potrebbe aprire la strada a un sacco di produzioni, piccole e meno piccole, che non trovano spazio nei circuiti tradizionali.
Di sicuro non nuocerebbe al panorama generale.