Shakeloviana

Shakeloviana: Vergogna Sprecata

AWoSOgni tanto la BBC fa queste cose – anzi, ogni poco. Una quantità di storia romanzata per la televisione, generalmente assai ben fatta, ben scritta, ben recitata. Poi a volte si vede che qua e là cercano di risparmiare, come il pur magnificamente scritto e interpretato Elizabeth I (Helen Mirren nel ruolo eponimo), i cui esterni girati in Lituania danno all’insieme un’aria un filo fasulla.

Come gli esterni di questo A Waste of Shame, titolo preso dal Sonetto 129 per un film televisivo che, come tante volte si è fatto, intreccia una storia attorno ai Sonetti e ai loro misteriosi protagonisti. L’abbiamo già detto, si tratta di un gioco a mezza via tra Cluedo e briscola in cinque*: un certo numero di possibilità, su cui si specula. Ebbene, il romanziere e sceneggiatore William Boyd va per una combinazione interessante. Il Bel Giovane è William Herbert, futuro conte di Pembroke, la Bruna Signora è una versione di Lucy Morgan, la prostituta (nord)africana, e  il Poeta Rivale è Ben Jonson – che non mi era mai capitato di veder candidato per il ruolo in narrativa. Will, interpretato da un bravo Rupert Graves, è gradevolmente terreno – per niente marmoreo, per niente etereo, per niente aulico. I Sonetti diventano cris-de-coeur, infatuazione, attrazione, passione, furia, amarezza, dispetto, e l’occasionale colpo basso da parte di un uomo decisamente in carne e ossa. Un uomo che trascura la sua famiglia perché se ne sente soffocare, che coniuga felicemente scrittura per denaro e moti del cuore, che non sa troppo bene che fare di questa attrazione per il Bel Giovane, è geloso come un gatto del Poeta Rivale e cerca la Bruna Signora più per appetito della carne che altro.**

Boyd gioca un po’ disinvoltamente con le date, c’è qualche incongruenza qua e là, e ho qualche piccolo dubbio sparso in fatto di costumi e di riscaldamento – ma l’insieme è bello a vedersi, l’atmosfera è densa e convincente, la sceneggiatura in generale e i dialoghi in particolare  sono molto buoni, così come gli attori – con l’eccezione del giovane interprete di William Herbert. Grazioso ragazzo, ma espressività limitata… D’altra parte, si suppone che Herbert sia bello e vacuo, per cui forse la cosa è intenzionale. Come dicevo, peccato per gli esterni. Non sono riuscita ad appurare se si tratti di nuovo della Lituania (e potrebbe: c’è un certo qual feel esteuropeo, qua e là…), o se Londra e Stratford siano ricostruite in studio. Quel che è certo è che, in qualche modo, non ha un’aria terribilmente elisabettiana.

E tuttavia è una magagna che si può perdonare, in vista della qualità generale e della buona scrittura.

Al solito, semmai a questo punto foste curiosi, A Waste of Shame si trova su Amazon

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* Confessione: io a briscola in cinque non ci so giocare. Una volta sono stata trascinata a una specie di card party e piazzata a un tavolo armata di qualche fumosa spiegazione… Gli altri erano tutti espertissimi e concentratissimi. Si giocava senza nemmeno fingere di fare conversazione, e io me ne stavo lì, mettendo giù carte a caso e aspettando che si facesse tardi. Una serata lunghissima. E il ricordo di quella sera è la mia unica base per l’affermazione che ho fatto.

** Volete fare un’esperienza istruttiva? Aprite IMdB, cercate Waste of Shame e leggete le recensioni in cerca di quelle che lamentano la qualità eccessivamente terrena del Bardo in questo film… Ma come? S’indignano. Shakespeare viveva solo per la sua poesia! Nei Sonetti non c’è nulla di carnale e/o autobiografico! Il Bel Giovane e la Bruna Signora sono costrutti poetici, idee, astrazione pura! Eccetera…

libri, libri e libri · Natale

Ad Alta Voce – Fuori Sede

Udite udite, rullo di tamburi e squilli di trombe…

Ad Alta Voce sta per compiere il grande passo. Guardate un po’:

LocAAV

Per la prima volta, AAV lascia il nido, esce di casa, prende il volo – e lo fa per l’evento degli auguri di Borgocultura, di cui trovate qui tutti i particolari.

La formula è la consueta: un tema, tanti libri, tanti lettori/ascoltatori, tante sfaccettature diverse della stessa idea. Scampoli di romanzo, racconti, poesie, memorie, saggi, testi di canzoni, articoli… Se si può leggere ad alta voce, e se è attinente al tema, allora va bene. In questo caso, ça va sans dire, abbiamo scelto il Natale… però, anziché leggere al sicuro tra le mura della nostra beneamata Biblioteca Zamboni, ci avventuriamo Là Fuori. Pubblico nuovo, nuove idee, nuove domande, nuovi confronti.

Siamo emozionati? Un pochino. È un esperimento, un passo in più nel processo per tentativi ed errori con cui stiamo costruendo Ad Alta Voce. E francamente, non vediamo l’ora di vedere come se la caverà il nostro gioco fuori dalle mura di casa.

Se tutto va bene… be’, se tutto va bene,  in primo luogo avremo scambiato auguri inconsueti con un gruppo di nuovi amici, e poi vorrà dire che quel che abbiamo fatto una volta si può fare ancora, e AAV allargherà i suoi orizzonti.

Stiamo a vedere.

E a dire il vero, se volete vedere come va – o se siete curiosi di vedere che cosa facciamo – non c’è modo migliore che unirvi a noi, domenica mattina alle dieci e mezza, alla Masseria in Piazza Broletto, a Mantova.

Vi aspettiamo – e mi raccomando: portate la vostra storia di Natale preferita.

Natale · teatro

Natalizietà Miste

Di solito, qui su SEdS, la stagione natalizia comincia con Santa Lucia… Quest’anno siamo in anticipo di un paio di giorni per un motivo – o meglio, un invito per sabato 13 dicembre.

VSA14

Nell’ambito del Dicembre Ostigliese, Voci Sotto l’Albero è una serata di musica e teatro in vista del Natale, una di quelle cose che un tempo si definivano “per grandi e piccini”. C’è anche, lo vedete in fondo, Hic Sunt Histriones – che, con la regia della bravissima Gabriella Chiodarelli, rappresenta due piccole cose mie.

I Ninnoli di Vetro, Carola di Natale a Due Voci, è una piccola e (si spera) poetica faccenda di alberi di Natale, tradizioni, memoria, radici e infanzia…

– È a forma di violino, vedi?  Attenta, è di vetro sottilissimo…

– Ma è rotto… l’hai comprato già così?

– Sì, perché nessuno lo voleva, e prima o poi l’avrebbero gettato via.

E un albero di Natale è il protagonista assente anche in Christmas Joy, un atto unico miniature in cui un padre e due figlie cominciano a rimettere insieme i cocci di una felicità spezzata.

– Ma non è giusto! Che Natale è senza l’albero?

– Il primo Natale senza mamma. Papà…

– Papà è sempre arrabbiato, papà mi sgrida se canto, papà non vuole che tu faccia i biscotti, papà non è venuto al concerto della scuola… che cosa crede? Che non siamo già abbastanza tristi? O che cancellare il Natale farà tornare mamma?

I Ninnoli e Christmas Joy sono le due prime parti di quello che è destinato a diventare un piccolo trittico natalizio – ancora non so troppo bene in che lingua. Il terzo pezzo, Yes, Virginia, è un altro atto unico miniature, e per il momento esiste solo in Inglese… staremo a vedere che cosa farne.

Nel frattempo, se siete da queste parti e se vi va, vi aspetto a Ostiglia, al Teatro Monicelli, sabato 13 dicembre alle nove meno un quarto.

Shakeloviana

Shakeloviana: Happy Ends

Mass-produced colour photolithography on paper...Hm, d’accordo… Oggi è festa, giusto?

Logica vorrebbe che postassi musica, o cinema, o teatro… Ma è anche lunedì, giorno di Shakeloviana. E allora, sentite: la più spudorata via di mezzo che riesco a immaginare. Vi metto qui uno scampolo di qualcosa di mio. Ve l’avevo detto che era qualcosa di spudorato, giusto?

Happy Ends è un atto unico. Metateatro, fondamentalmente. Scrittura, teatro, significato, aspettative del pubblico, condizionamenti, Théophile Gautier, personaggi che si ribellano e – come forse si può intuire dal titolo – finali.

E Shakespeare, naturalmente. Che dialoga, litiga, si dispera e fa il prepotente con i suoi personaggi e con la posterità.

E quindi, o Lettori, da Happy Ends – un po’ prima della metà, con un po’ più di un terzo della popolazione in scena:

SHAKESPEARE
Non so che farmene di coppie felici, al momento. Mi serve una tragedia. Sono a contratto per una tragedia. Ho ricevuto due sterline e cinquanta d’anticipo per una tragedia. La compagnia del Ciambellano si aspetta una tragedia. E poi, che diavolo, voglio scrivere una tragedia. Qualcosa che dimostri la futilità delle illusioni e degli sforzi umani… Magari, provate a ripassare fra qualche mese, se volete proprio il lieto fine. Adesso come adesso, sono in vena di sciagure multiple e luttuosità miste assortite. A parte tutto il resto, oggigiorno queste cose vanno come il pane.

GIULIETTA
Se è per quello, sono sicura che il vero amore che vince tutto va ancora di più.

ROMEO
Ah, sì, l’amore che vince tutto. Non era quella, la nostra morale?

SHAKESPEARE
Bazzecole: la morale è che alle donne piace piangere a teatro, e allora Will Shakespeare scrive tragedie. Che non finiscono bene.

GIULIETTA
Pensandoci, però, perché non potremmo essere una commedia?

SHAKESPEARE
Perché con le due sterline e cinquanta d’anticipo ci ho già pagato l’affitto, due risme di carta e un paio di scarpe nuove. E perché, pur essendo un genio, proprio non vedo come potrei ambientare una commedia sullo sfondo di una faida tra famiglie.

ROMEO
E se levassi la faida tra famiglie?

SHAKESPEARE
(si prende la testa tra le mani e geme)
Perché? Perché? Perché?

ROMEO
Perché cosa?

MERCUZIO
Non so – ma azzarderei: perché devi pensare che la gente sia disposta a sborsare quattrinelli per vedere te e Giuliotta che amoreggiate e poi convolate a giuste nozze?

GIULIETTA
Senti, mastro Will…

SHAKESPEARE
Che cosa?

GIULIETTA
Pensavo: e se tu scrivessi due finali diversi?

SHAKESPEARE
…E poi?

MERCUZIO
E poi, verso la fine, si sonda l’opinione del pubblico: signore e signori, che cosa preferite che succeda adesso? Pollice verso per lacrime e suicidi incrociati, pollice al cielo per i fiori d’arancio. Votino, votino, prego.

GIULIETTA
To’… Non ci avevo pensato, ma si potrebbe anche fare. Tanto, cosa credi? Voterebbero tutti per il lieto fine.

SHAKESPEARE
Come ho fatto a non pensarci prima? E perché limitarsi a un bivio solo? Consultiamo il pubblico a ogni svolta della trama. Deve Romeo andare alla festa dei Capuleti? Deve Giulietta accettare di ballare con lo sconosciuto? Un genere nuovo. Lo chiamerò “Scegli La Tua Tragedia”.

[…]

GIULIETTA
Che male c’è a voler vivere felici per molti anni?

MERCUZIO
Felici! Ahi ahi ahi ahi ahi!

SHAKESPEARE
Non solo per molti anni, anche felici?

ROMEO
Sennò siamo al punto di prima.

MERCUZIO
Mi sa che voi due non abbiate le idee per niente chiare, fanciulli. La morte, detto fra noi, è l’unico finale veramente sicuro.

SHAKESPEARE
Tutto il resto è aleatorio.

ROMEO
Aleatorio?

MERCUZIO
E dire che c’è stato un momento, un breve momento nell’atto secondo in cui sembravi quasi un ragazzo sveglio. Ah, come l’amore ottunde lo spirito e liquefa la schiena…

[…]

ROMEO
Ma aleatorio come?

MERCUZIO
E soprattutto, nulla lo smuove. Aleatorio. Incerto. Dubbio. Incalcolabile. Voglio dire: non ti uccidi qui e adesso e magari, domani mattina, mentre passeggi per la Piazza delle Erbe, ti cade in testa un cornicione e passi il resto dei tuoi anni a cinguettare come un passero delle Indie Occidentali.

ROMEO
Che cosa sono le Indie Occidentali?

MERCUZIO
Non saprei… Ho detto Indie Occidentali?

SHAKESPEARE
Colpa mia, scusa. Dev’essermi scivolato un anacronismo.

GIULIETTA
E se invece che di passeri e di indie e di cassette ci occupassimo di cose più urgenti? Perché tornando a noi,  basta che mastro Will non ci faccia morire e poi, alla fine, scriva che vivremo felici per molti e molti anni.

SHAKESPEARE
Ah, ma quello non vuol dire niente. È solo una formula convenzionale, dopodiché può andare in qualsiasi modo.

ROMEO
(inascoltato)
Io non ho ancora capito la faccenda delle Indie Occidentali…

GIULIETTA
Com’è che se c’è da ucciderci sei il fato onnipotente, e se c’è da lasciarci vivere non puoi farci niente?

SHAKESPEARE
Detto così suona un nonnulla brutale, vero?

GIULIETTA
Non è giusto!

SHAKESPEARE
Dio ci scampi e liberi dal tuo concetto di giustizia. Cacciati in testa che io mi occupo di te solo finché non cala il sipario. Dopodiché posso anche sperare che ti vada tutto bene, in via di principio e se non mi hai fatto irritare troppo – ma non è detto, e non sono io che posso farci qualcosa. Se non vuoi morire, dopo la fine c’è un altro giorno, e poi un altro, e poi ancora.

GIULIETTA
A meno che tu non scriva un seguito.

SHAKESPEARE
(la squadra da capo a piedi, e poi fa lo stesso con Romeo)
Non è che ne abbia una gran voglia.

Eccetera, eccetera, eccetera…

Buon otto di dicembre.

elizabethana · musica

Sonetto 29 ♫

Sonnet29

Vi ricordate Fortune and Men’s Eyes – il play di Josephine Preston Peabody di cui abbiamo parlato lunedì scorso per Shakeloviana? Ebbene, il titolo è tratto dal Sonetto 29: When in disgrace with fortune and men’s eyes…

Quel che non sapevo – e che ho scoperto fortuitamente ieri sera – è che Rufus Wainwright ha musicato il Sonetto 29, con effetti piuttosto incantevoli:

E il Sonetto 43:

E il Sonetto 20:

E buona domenica a tutti.

scribblemania

Piccolo Bollettino Tardivo

draft-stamp-14608998Sì, non è come se l’avessi finita adesso – ma volevo comunicarvi che ho finito un’altra prima stesura.

Nottetempo, ma qualche notte fa.

Teatro. Altra faccenda. Commissione.

E non sono insoddisfatta.

E sì, lo so – qui fioccano prime stesure. Ma ormai s’è visto che, se non molto altro, il teatro tendo a finirlo. E poi c’è Gente Che Aspetta. E, o GCA, se tutto va bene, dovrei poter consegnare entro…  diciamo entro la Dodicesima Notte?

Fine del Bollettino.

Storia&storie · Utter Serendipity

Bulgaritudini – Ovverosia, Il Ritorno Dell’Ammiraglio Fantasma

Z1683TurkVi ricordate di Sulejman Balta Oghlu, l’ammiraglio ottomano che sembrava non esserci, ma forse invece dopo tutto c’è?

Quindicesimo secolo, assedio di Costantinopoli, comandante della flotta ottomana, finito nei guai più per cattiva sorte che per colpa sua – e nessuno aveva l’aria di saperne un bottone, con l’eccezione di qualche fonte per lo più occidentale.

Ebbene, le mie ricerche in proposito avevano condotto a… pochino. Dopo avere dato il tormento a docenti universitari, giornalisti, storici militari, storici e basta, mezzo corpo diplomatico e consolare turco e autorità museali, ero riuscita ad avere – da qualcuno del Museo della Marina di Istanbul, anonima e gentilissima creatura che ancora ricordo con gratitudine e affetto – un riferimento…

La faccenda sembrava promettente – ma poi si rivelò essere un articolo scritto in Bulgaro.

Da un autore bulgaro.

Su una rivista storica bulgara.

Il che ha senso, considerando che Sulejman Bey sembra essere stato di origine bulgara – ma è di scarso aiuto per me, che non solo non so il Bulgaro, ma non conosco nessuno che lo conosca.

O almeno, non conoscevo nessuno, perché adesso forse – forse – ci siamo.

Salta fuori che M., Dio la benedica, ha un’amica bulgara. Una signora in grado di assistermi non solo nella lettura dell’articolo in questione, ma anche nel recupero dell’articolo stesso.

E quindi adesso bisognerà vedere, ma la caccia riprende. E so che, dopo la faccenda del Museo Navale, avevo scritto di potermi considerare soddisfatta, di avere un’idea abbastanza chiara di quel che c’era o non c’era da sapere, di poter fare con quello che avevo scoperto… Tutto molto ragionevole – ma nondimeno, quando M. mi ha fatto balenare davanti la possibilità, non è stato niente di meno di un regalo di Natale. E sì, probabilmente per il romanzo* potrei benissimo fare con quel che so, ma che devo dire? È più forte di me.

L’indovinello, la caccia al tesoro, il piccolo mistero… Se c’è anche soltanto l’ombra di un modo, devo, devo e devo saperlo.

Staremo a vedere. Forse è la volta buona. Forse è solo un altro episodio dell’avventura… Vi farò sapere.

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* No, non quello che, se piace agli dei della narrativa, conto di inziare con l’anno nuovo. Un altro. I know, I know…

 

cinema · Storia&storie

Specchi Son Di Fedeltà…

Film e accuratezza storica? E basta, non se ne può più! Un film non è un documentario. Un film racconta storie, non la Storia. Un film ha esigenze narrative, si prende licenze – ed è giusto che sia così…

TWDE sì, scommetto che questa conversazione l’avete avuta, qualche volta… E non voglio sapere da che parte della barricata eravate. Magari siete stati, occasionalmente, da un lato e dall’altro. Io sono stata da un lato e dall’altro – perché sì, perché le esigenze narrative, le storie, le licenze e compagnia cantante.

E per quanto anacronismi*, svarioni e deviazioni prive di necessità narrativa mi diano l’orticaria, non mi rimetterei a discuterne ogni tanto, se non fosse che, regolarmente, l’uno o l’altro attore o regista sente l’impellenza di pontificare sull’accuratezza storica del suo lavoro.

L’ultimo in ordine di tempo è Russel Crowe, nella duplice veste di protagonista e regista di The Water Diviner. Ora, Gladiatore a parte, a me Russel Crowe piace davvero, e Master & Commander e A Beautiful Mind sono tra i miei film preferiti – però avrei preferito davvero che non si atteggiasse a storico revisionista, pontificando su come fosse ora di smontare la “mitologia celebrativa” che circonda la battaglia di Gallipoli, e per fortuna che finalmente è arrivato lui a farlo…

Io TWD non l’ho visto, ma a giudicare dal vespaio di reazioni dal sardonico all’indignato (associazioni di veterani australiani e neozelandesi, stampa britannica, storici di ogni dove, e persino la Historical Novel Society…), forse Crowe avrebbe potuto esercitare qualche cautela in più. Apparentemente il film, nella sua ansia revisionista e pacifista, dipinge Gallipoli come un attacco ingiustificato ai danni dell’innocente e pacifico Impero Ottomano.

Er… no. Non proprio.

Ma d’altra parte, non c’è molto di nuovo sotto il sole. Vogliamo parlare, che so, dell’Edoardo I che, in Braveheart, defenestra Piers Gaveston di persona e nel più letterale dei modi? D’altra parte, nel campo avverso, gli Scozzesi indossano il kilt alla fine del XIII Secolo, per cui…  Tutto Braveheart è un ininterrotto carosello di errori e anacronismi – così come The Patriot, e tutta la filmografia storica di Gibson, che pure ogni tanto trova il coraggio di vantare questo o quello scampolo di accuratezza… TWDTIG

Ma mai come Benedict Cumberbatch. E questo mi secca di più perché, a differenza di Gibson, anche Cumberbatch mi piace molto. E di nuovo, vorrei che non avesse speso tanta energia nel decantare l’aderenza ai fatti di The Imitation Game, il film in cui interpreta il matematico Alan Turing. Perché poi in realtà TIG è tutto fuorché accurato… A un certo punto, per dirne una, Turing rinuncia a denunciare il traditore che minaccia di denunciarlo come omosessuale… Un traditore che, badate bene, in realtà Turing non incontrò mai. E quali che fossero le esigenze narrative qui, non sarebbe stato meglio evitare di presentare il film come un accurato tentativo di riabilitare la memoria del povero Turing?

Oppure Le Crociate, in cui Ridley Scott e compagnia stravolsero tutto lo stravolgibile per amore del Messaggio – e il messaggio era, indovinate un po’, pacifista e revisionista. Revisionista nella consueta maniera holliwoodiana che consiste nel rimodellare il passato sulle aspettative e sensibilità del XXI Secolo… Salvo invocare poi contemporaneamente la licenza narrativa e l’aderenza alle fonti.**

E vogliamo dire che tal dei tempi è il costume? Che Hollywood è popolata di Bambinaie Francesi ossessionate dal politically correct? Che, e torniamo là da dove eravamo partiti, la sceneggiatura di un film ha esigenze e licenze…? Tutto vero, ma allora perché diamine non ammetterlo? Perché affannarsi invece a issare la bandiera della fedeltà storica?*** Perché sbilanciarsi in dichiarazioni intellettualmente disoneste e didatticamente dannose?

È vero, sono affermazioni che lo storico medio può smontare prima di subito e coprire di ridicolo – ma siamo sinceri: chi ha più peso agli occhi dello spettatore comune? Russel Crowe, Mel Gibson, Benedict Cumberbatch, Ridley Scott o uno storico – non importa quanto blasonato? Chi si curerà davvero delle critiche e delle smentite? Quale saggio**** avrà mai la diffusione, l’impatto e l’appeal che ha un film?

Ed ecco che l’Impero Ottomano vittima innocente, Gaveston defenestrato, Turing favoreggiatore e il pacifico Saladino entrano nella percezione collettiva. Ecco che si vaccina lo spettatore medio contro qualsiasi senso di prospettiva storica. Ecco che si creano delle mitologie – ironicamente proprio quello contro cui si scaglia Crowe…

E tutto perché questi signori, anziché spiegare che loro raccontano storie, si affannano con tanto zelo a voler (ri)scrivere la Storia.

 

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* In cima a tutti gli anacronismi psicologici. Non fatemi nemmeno cominciare in fatto di anacronismi psicologici, perché sennò non ne usciamo più. Uh. L’ho detto. Adesso mi sento meglio.

** Lo sceneggiatore William Monahan. Nel corso della stessa intervista. Nel giro di un paio di minuti. Evviva.

*** A me verrebbe anche da chiedermi: perché non raccontare piuttosto una storia fittizia, popolata di gente fittizia e costruita attorno al dannatissimo Messaggio? Ma me lo chiedo qui sotto, in nota e a bassa voce, sennò mi si dice che sono irragionevole nel mio rigore…

**** O, se è per questo e con rare eccezioni, quale romanzo storico? Il che, a mio timido avviso, rende il film inaccurato sesquipedalmente più dannoso del romanzo storico inaccurato.

Shakeloviana

Shakeloviana: (In Disgrazia Con) La Fortuna E Gli Uomini

William ShakespeareRiparliamo di Josephine Preston Peabody che, prima di Marlowe, aveva già scritto un atto unico intitolato Fortune and Men’s Eyes, in cui dava la sua interpretazione dei Sonetti.

C’è Shakespeare, ovviamente, e c’è un giovane Pembroke brillante e limitatamente contrito, e c’è un’ardente Mary Fitton che ha levato Pembroke a Shakespeare, finge di esserlo ancora per vedere che cosa ha da temere – e si ritrova, dopo tutto, ancora presa del suo disilluso sonettista… Ma è troppo tardi.

E questa è la trama in breve, e tutto si svolge in una taverna – in pseudo pentametri iambici e nel giro di poche ore – complicato dalla presenza di un’altra dama di corte tanto svampita quanto petulante, di un guardiano d’orsi, del figliolino dell’oste – più l’oste stesso, un predicatore puritano, un venditore di ballate, un apprendista…

Un sacco di gente, per un atterello unico più breve che no – e questo da un lato risale agli usi di un’età arcadica, in cui le compagnie non si affannavano soverchiamente sulla quantità di gente da mettere in scena, e dall’altro denuncia un po’ l’inesperienza dell’autrice. Francamente, almeno metà di questa nutrita popolazione è dov’è per motivi poco più che decorativi – ma lo ripeto: son cose che si fanno quando si è nuovi del mestiere.

In compenso, la rete di tensioni e tradimenti che corre tra l’Attore, Pembroke e Mary è ritratta tutt’altro che male, e i versi zoppicano qua e là, e ogni tanto trascorrono nel purpureo – ma nel complesso scivolano bene ed edulcorano ben poco. Tutti sono arrabbiati con se stessi e reciprocamente, disillusi, pieni di rimpianti e/o rimorsi, amareggiati, innamorati malgré soi, incerti. Tutti mentono, dubitano e rimpiangono – ma non c’è modo di tornare indietro. E in mezzo a tutto ciò, camminano e inciampano ignari e innocenti (e più che un nonnulla ottusi) tutti gli altri personaggi di cui si diceva… Alla fin fine l’insieme ha il suo perché, ma è e resta lavoro d’apprendista.

Rispetto al Marlowe dell’anno successivo, Fortune manca di varie cose. Manca di respiro – ma d’altra parte ha quattro atti di meno. Manca di un finale vero e proprio – in Marlowe, Kit va incontro alla sua fine desolatamente prometeica, e qui… be’, ciascuno se ne torna per la sua strada. Manca di equilibrio – troppa gente, troppa enfasi qua e là, troppi fischietti e campMary Fittonanelli. Manca di quel taglio di luce dorata che in Marlowe bilancia la malinconia amarognola di fondo. Manca di movimento interno – i personaggi non hanno il tempo e lo spazio per il minimo cambiamento.

Alla fine, la più viva di tutti è Mary Fitton che, di conseguenza, è anche la più esposta all’occasionale scivolone purpureo – ma Mary la sirena, Mary l’incantatrice, Mary dalle mille voci, Mary che avrebbe dovuto nascere avventuriero e navigatore, è il centro scuro e crudele di tutto quanto.

Una nota finale per dire che fra le tre possibili Brune Signore dei Sonetti che compaiono a teatro e nei romanzi, per qualche motivo Mary Fitton è quella che riscuote meno simpatia da parte dei suoi autori. Lucy Morgan è sempre la coraggiosa ragazza di colore che, più o meno ingenua, si fa strada tra pregiudizio e sventure assortite. Emilia Bassano Lanier è l’artista temperamentale e spregiudicata con un senso dell’umorismo. Mary Fitton non l’ho mai vista ritrarre altro che fredda, calcolatrice, ambiziosa e crudele, manipolatrice, tentatrice, separatrice di amici/amanti per il gusto di farlo… A suo modo, la cosa è interessante.

E al solito, semmai voleste leggere, Fortune and Men’s Eyes si trova su Internet Archive.